Le caramelle
« — Monsù, doi soldi d’caramel — disse un fanciullo, entrando frettolosamente con due bambine che gli trottavan di pari. E, tutti e tre postàronsi al banco.
«Il caffettiere, lasciato il giornale, si alzò.
«Io adocchiai i piccini. L’omo era in blusa celeste e in berrettino da soldatello. A parte quel po’ di aria baciocca che i maschi hanno in sugli otto, trapelava nel musino di lui, la coscienza della sua doppia importante funzione di compratore, custode di una rispettabile somma. La quale somma egli chiudeva in pugno. E tenevala stretta ve’!
«Ma e la bimba alla sinistra di lui? Qual fino e sentimentale visuccio!... visuccio promettente di quelle smortone impastate di chiaro di luna, che dove lascian lo sguardo, guai!
«La puttina invece alla diritta, era un brioso raggio di sole. Non toccava i cinque anni. Tomboletta, latte-e-vino, con una vestuccia corta inamidata, reggevasi in sulla punta delle scarpette; attaccando le palme all’orlo del banco, poggiava tramezzo a quelle, il mento.
«E i sei occhietti — due neri, due grigi e due castagnini — si attrupparono intorno alla mano del caffettiere. Questa, mise un piccolo peso su ’n guscio della bilancia; gli occhietti ve la accompagnarono: la si diresse a dipalcare un baràttolo; gli occhietti le tennero dietro: tach tach... il caffettiere lasciò cadere sul piatto le caramelle... tre, quattro, cinque... ad ogni tach, i fanciulli si sogguardavano e sorridevano.
«Ma per due soldi i sorrisi non potevano esser molti.
«Mi venne un’idea.
«Avvertito con una tossetta il monsù e mèssomi a traverso la bocca l’indice, mi diedi, dietro i bimbi, a far segni: cioè ad accennare il baràttolo, indi, a rovesciare la mano verso la coppa della bilancia.
«Bah! Il caffettiere era proprio grosso di scorza. Salvo il cenno del zitto, non mi comprese per niente. Anzi; egli ebbe il coraggio — sottolineo coraggio — di ripigliarsi una caramella avvantaggina e riporla. Tre guardi mortificati la seguitarono e tre sospiri.
«Così, fu il cartoccio aggruppato, e consegnato all’ometto.
«Questi mollò allora il due-soldi. Stettero tutti e tre, un momento, a vederlo sparire nel fesso del banco; poi, con un balzo di gioia, scapparono via.
« — Chiel che voleva? — mi domandò il caffettiere.
« — Volevo, che loro votaste il baràttolo — risposi stizzito — Pagavo io.
«Ei si rimase un po’ grullo.
«Contagg! — disse — bisognava parlare.
«Fosse egli stato una donna!»
Non faccio annotazioni, lascio libero il lettore. Aggiungerò solamente: vi sono dei piaceri, delle soddisfazioni, dei godimenti intellettuali di second’ordine provenienti dal guardare e dallo studiare in un’opera d’arte il processo di formazione, che si scorge meglio quando, rimasto un po’ incagliato e un po’ incompleto, non arriva a nascondersi sotto il rigoglio della piena funzione vitale. Ma sono piaceri, soddisfazioni e godimenti che non interesseranno mai il pubblico quanto le persone del mestiere. Per queste, il processo, la fattura, la parte tecnica hanno spesso un interesse superiore di molto a quell’impressione generale e completa preferita dalle altre. Gli scritti del Dossi, vere opere d’arte, malgrado i loro difetti e, forse, un po’ a cagione dei loro difetti, mi sembrano i più adatti per istudii di questa natura.
Dissi, cominciando, che per ora egli è un grottesco. Quel per ora esprimeva un desiderio, ma non significava una speranza. E siccome fra l’entusiasmo dei suoi ammiratori ad ogni costo e l’irragionevolezza dei suoi detrattori a tutt’oltranza c’era il posto d’un semplice e spassionato osservatore, così ho tentato d’occuparlo io.