I.

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Invitte stanno le superne cime
Ancor dal genio umano inesplorate;
Noi, nell'ore moderne scolorate,
Dimentichiamo i mali della vita
Cercando intorno le dorate rime.

Le cerchiamo nell'anima ferita
E nell'azzurra terra ove si sogna,
Le cerchiamo nel ver, nella menzogna,
Nella brama d'un'estasi incompita,
Nel rimpianto dell'uomo, in quel che agogna.

Facciamo scaturire una fontana
Dalla sabbia—e dal mal la Poesia,
Poichè l'evocatrice fantasia
Che non ha culla e che non ha confine,
Dovunque regna e da ogni cosa emàna.

E nel suo regno non vi son più spine,
Non v'è di luce un troppo caldo raggio…
Spira sempre una blanda aura di maggio,
Simile a un soffio di spiaggie divine
Che spande oblìo sovra il terren viaggio.

E là talor dell'immenso poema
Qualche verso ne dice il rio, lo stelo;
Sorge dal suolo una nota di cielo,
Un lampo guizza allo sguardo abbagliato
E intravediam la verità suprema.

Nell'oscuro desir del nostro fato,
Cui sol misterïoso Amore schiara,
Invan cerca lo spirito assetato
Il ver celato dalla sorte avara.
—E forse il nostro sogno è il meno errato.

È il metro stesso che la mente ispira,
E quando in noi sentiam lo sconosciuto
Poter, che tutto intorno a noi fa muto,
Oh l'ascoltiam! Che forse s'ode il vero
Da una corda ancor muta della Lira.

Forse nel ritmo è chiuso ogni mistero
E nella Forma è la suprema legge,
Forse un concerto l'universo regge,
E nelle norme d'un divin pensiero
Ogni stella pel ritmo si sorregge.

Non sveliamo i dolor, l'ire, le piaghe,
Davanti al volgo indifferente, o lieto
Del duolo nostro, ignaro del segreto.
Oh nol cantiamo! Chè noi siam gli eletti,
I soli accolti alle lucenti plaghe.

Soli sediamo ai magici banchetti
E soli entriamo per le argentee porte;
Per noi le antiche dee sono risorte,
Tutto miriamo sotto arcani aspetti,
Cantiam la vita e scrutiamo la morte.

Intrecciamo le gemme alle ghirlande,
Voghiam sul mare verso l'orizzonte,
Fin lontano lasciam le nostre impronte,
Carichi di tesor, di spoglie opime,
L'arte seguiamo paurosa e grande!

Noi ritorniamo vêr le cose prime,
Tentiam svelare ciò che in noi si muove,
Le nostre gioie le troviamo dove
Brillano chiare le dorate rime,
Nella purezza delle forme nuove.

* *

Così, talvolta, quando il bianco foglio
S'annera, e i versi sgorgali dalla penna,
Vedo una fulgida
Mèta e la Musa che col gesto accenna,
E il cor mi batte per rinato orgoglio.

Tutto risplender parmi nella vita
D'onde la triste realtà scompare,
E senza lagrime,
Senza nulla svelar dell'ore amare,
Seguo il sentiero che la Musa addita.

E incontro forme immateriali e pure,
Ma somiglianti a note forme amate,
Figure pallide,
Pupille azzurre arcanamente oscure
E lunghe chiome al vento abbandonate.

Le incontro per la via mesta e serena
Dove il sognare sempre ne conduce,
E mi sorridono
Con uno sguardo strano da sirena,
In cui ritrovo pur l'antica luce.

E là tra i rivi rapidi d'argento,
Nel chiarore lunar che tutto avvolge,
Sull'erba morbida,
Sotto alle piante che non temon vento,
Involontario il canto mio si svolge.

Varia la scena, sorgon sontüose
Ville di marmo in mezzo alla verdura,
Dove ne olezzano
Sui vecchi muri le novelle rose,
E s'apre un atrio pieno di frescura.

Amo errare così per il paese
Vasto del sogno ove tutto s'oblìa…
Ma poi mi sveglio,
La vita torna a diventar palese,
E mi ritrovo sulla dura via.

E allora m'abbandona ogni fierezza,
Ardua fatica è ripigliare il canto;
Il verso languido
Somiglia a debil ala che si spezza,
E rido amaramente del mio vanto.

E parmi allor che la vita nemica
Noi sfuggire possiam sol per brev'ora;
Poichè implacabile
Torna e ne schiaccia con la sua fatica
E il coraggio ch'è in noi sperde e divora.

Pure i miei versi—altera illusïone—
Sembravano condurmi ad una mèta
Lontana e fulgida…
E sorge al guardo mio la visïone
Che ad ora ad ora evóca in me il poeta.

* * *

Il poeta dovria cantar l'eterna
Lotta dell'uom col male e col desire,
L'ardua battaglia
E dei sensi e del cor che ne governa,
La ribellione al duolo nostro sire.

Si dovria dire il Sogno e insiem la Vita,
Approfondendo il vero ed il reale
Ancor recondito,
Poi spazïare ancor nella infinita
Regïon che attira le instancabili ale.

E il volpossente che la musa ispira,
Dal seno della terra infino all'alto
Ignoto vertice
S'inalzerebbe in vorticosa spira,
A ogni ascoso desir dando l'assalto.

Dalle grotte celate al firmamento,
Dalle lagrime apparse all'imo core,
Contando i battiti,
Dal lamento dell'uomo a quel del vento,
Dall'amor della donna a quel del fiore.

Scrutar dovremmo arditi ogni problema,
Dall'eterno mister che su noi libra
Il cielo limpido,
Fino al basso sentire che ne scema
L'intelligenza e in noi la forza sfibra.

Se il robusto voler che l'alma eleva
Sentiamo sol per un fugace istante,
Se manca al povero
Turbato spirto una possente leva,
Al nostro core un palpito costante,

Troviamo almeno in tanto male istesso
Forme novelle all'arte imperitura,
Cantiam l'angoscia
Del morbo arcano ond'è lo spirto oppresso
E i dolor vani aggiunti alla natura.

Ma celar non dobbiam la brama intensa
Di purezza ch'è in noi—acre rimpianto—
Nè il sogno roseo
Che ognor davanti all'occhio d'uom che pensa
Sorge soave tormentoso incanto.

Tentiamo sviscerar dalla moderna
Vita febbrile un'arte ultima e nuova,
D'onde gli acrissimi
S'alzan profumi e dove chi s'interna
L'inconscïente suo mal or ritrova.

Ma ricordiam che batte eternamente
In petto all'uomo un immutabil core,
E che negli ultimi
Stanchi poeti d'una smorta gente
Della lira d'Orfeo l'eco non muore.