XIII.
ATARAH
AD ARRIGO BOITO
*
Atarah regna sopra un vasto impero;
Ha dolce l'occhio e lo sguardo severo,
E passa eretta fra le vinte genti.
Le sue pupille sono più fulgenti
D'ogni fuoco che brilla al diadema
Pel quale ognuno innanzi ad essa trema.
La strana gemma che il coturno allaccia
Dall'alto carro par che guardi in faccia
—Mentre il corteggio maestoso incede—
Il popol schiavo che le giunge al piede,
(Al piè divin che sa sulla cervice
Dell'uom posare e renderlo felice).
Ella è possente, e se bella non fosse
Col terror frenerebbe le sommosse;
E come un uomo ella saprìa regnare
E ricever l'incenso dell'altare.
Ed anco è bella, e se non fosse forte
Padrona pur sarebbe della sorte,
E senza scettro ella potrìa guidare
La moltitudin cui dal monte al mare
Abbaglia il ritmo di sue forme e il truce
Occhio languente dall'arcana luce.
Ella non teme alcun rivale e sfida
Che il più grande l'offenda o la derida,
E non paventa alcun Iddio e china
Non si prostra ad alcun, poichè è divina.
Sapïente, l'immenso impero regge
E per sè non conosce alcuna legge
E frena il mondo e non subisce freno.
—E quando passa, alta e scoperto il seno
Marmoreo e bruno e coronata in fronte,
Porta la gloria alteramente e l'onte.
Prostràti al suolo cristïani e mori
Miran tacendo i mostruosi amori
Cui potenza e talento ognor la spinge—
E i suoi desir stupiscono la sfinge
Che sogna sempre nella sabbia avvinta
Dall'immenso silenzio intorno cinta.
Ella tutto provò. Nei più segreti
Abissi del piacer con gl'inquieti
Sensi seguì la mente che galoppa,
La fantasia malsana; e nella coppa
Cercò l'ultima goccia. E tutto il campo
Del possibile scorse (come lampo
Che ovunque guizza) e lo trovò assai vasto,
Ma limitato. Nulla m'è rimasto?
Disse sognando, e con la sua possanza,
Con l'ingegno che annulla la distanza,
Con la muta scïenza della carne,
I toccati confin vuole allargarne.
Si risovvenne ed inventò. La storia
Le fu maestra, ma ad infame gloria
Peggiore ell'è d'ogni regina; strinse
Più stretti i nodi alla chimera e vinse
Semiramide stessa invidïosa
Nel superbo sepolcro.
A mente che osa
Aiutata dall'oro e dal potere
Natura cede.
E nelle calde sere
Perfino il puro ciel complice anch'esso
Parea s'inebbriasse, a lei sommesso
Con le infinite stelle. Ed ella in alto
Guardava meditando un qualche assalto
Per convertire coi desiri occulti
Il firmamento ad infernali culti.
Lo spirto suo è astuto, ardito e pazzo.
—Talor sdraiata in sull'alto terrazzo,
Talor seguente in mare le sue flotte—
Ora voluttüosa in lunga notte
Lontan dal sole nel gioir si affoga,
Ora il nemico di sua man soggioga.
Brevi battaglie lampeggianti adora
Ed orgie senza termine in cui l'ora
Passa obliata—Poi con regal calma
Ozïosa sogna all'ombra d'una palma.
* *
Ella tornava un dì da una vittoria
Suprema, cinta d'abbagliante gloria.
E bella al par d'una immortai guerriera…
Il suo serto splendeva nella sera
Siccome un sol notturno sulla terra,
E il popol suo e quello vinto in guerra
Tremavano davanti al suo passaggio.
Ed il cielo taceva sovra il maggio
Fiorito e caldo, e la città giuliva
Fiammeggiante brillava sulla riva,
Accesa tutta da un delirio immane,
Vivente mare fatto d'onde umane,
Sul re captivo ella teneva fise
Le sue pupille.
Ella l'amò e l'uccise.
Dei prigionieri poi fissò la sorte;
Prescrisse strane leggi; ogni coorte
Vide sfilare in una polve d'oro.
I serti vinti chiuse nel tesoro
E prodigò le gemme. Poi le sale
E i cortili s'aprirò a colossale
Festa.
Nel colmo del gioir furente,
Ella scomparve. Andò per la silente
Aperta scala al sommo del palazzo
D'onde scorgeva l'assordante e pazzo
Spettacolo dell'orgia impicciolito.
E allor pensò, pensò con infinito
Ardire. Ed un desìo sentì dolente
E acuto; e assorta sulla sala ardente,
Che avea per vôlta il cielo imperturbato,
Ora volgeva l'occhio ancor velato
Da torve ebbrezze, ora mirava invece
Le calme stelle scintillanti. Fece
Un gesto stanco, indi la mano stese
E lentamente una gran coppa prese,
E la vuotò con un gesto demente.
S'accese la pupilla stranamente,
Sparì dinanzi agli occhi suoi la festa,
Curvossi indietro la sua bella testa
Smorta e bramosa sotto il diadema,
E cadde morta in una ebbrezza estrema.