IX.
Mentre però in Francia, dal IX secolo in poi, si hanno documenti sicuri e via via più copiosi per seguire passo per passo lo svolgimento di quegli idiomi, in Italia, invece, fino alla prima metà del sec. XIII, i documenti scarseggiano. Questa differenza proviene soprattutto dal fatto, che Provenzali e Francesi, essendo meno di noi affezionati al latino, cominciarono prima di noi a usare i loro volgari anche in opere letterarie, le quali, com’è naturale, si conservano più facilmente. Ma se è certo che le due letterature di Francia sono più antiche della nostra, non è men certo che gl’idiomi italiani si svolsero, per dir così, parallelamente ai francesi, di guisa che la storia di questi è anche, in sostanza, la storia dei nostri, come di tutti gli altri neolatini. Del resto, anche gli scarsi documenti che abbiamo, se sono insufficienti a risolvere molte questioni filologiche parziali, sono però più che sufficienti per la questione storica generale, potendosi applicar loro il noto detto: ex ungue leonem.
Nelle Inscriptiones Christianae urbis Romae, pubblicate dal De Rossi, come anche in altre simili, s’incontrano forme volgari o semivolgari perfino nel IV secolo. Per esempio, un mesis per mensibus, s’incontra nell’anno 310 (pag. 31); un mesis nobe (nove) nell’anno 350 (pag. 67); un Pitzinnina (Pizzinina, Piccinina, nome o soprannome d’una giovine) nell’anno 392 (pag. 177); un septe per septem nell’anno 394 (pag. 183). Importante e curiosa mi pare poi sotto questo rispetto un’iscrizione dell’anno 404 (pag. 226), che dice così:
lepusclus leo
qui vixit anum et mensis undeci
et dies deceetnove
perit septimu calendas agustas etc.
Qui, oltre le forme undeci e septimu, tuttora venti in alcuni dialetti, e oltre l’agu di agustas, vivente anch’esso nell’Agusto (Augusto) del romanesco e d’altri dialetti e nell’italiano agosto; abbiamo quelle tre correzioni sovrapposte a Lepusclu, mesis e decenove, le quali mi paiono attestar chiaramente, che lo scolpitore dell’epigrafe si era fatto rubar la mano dalla sua parlata, e poi si corresse o fu corretto.
Un visse per vixit s’incontra in un’iscrizione dell’anno 564 (pag. 501); un con per cum, in un’altra dell’anno 565 o 550 (pag. 503).
Certo, forme consimili, più vicine cioè ai volgari italiani, che al latino classico, spesseggiano anche nel latino arcaico, come nelle altre antiche lingue italiche;[61] e appariscono perfino nel secolo d’Augusto. Ma nel quinto e sesto secolo dell’era cristiana cominciano a diventare un vero diluvio. Scorrendo la citata raccolta del De Rossi, si vede chiaramente che in que’ tempi il buon latino è già un’eccezione. E se così era nella culla stessa della latinità, figuriamoci che cosa dovesse essere altrove. L’arcaismo, prima relegato e quasi nascosto negl’infimi strati sociali, rialzava il capo arditamente col prevalere di questi; e data la mano al neologismo, che nasceva spontaneo dalle mutate condizioni materiali e morali, cospirava con esso a precipitare la trasformazione del linguaggio.
De’ successivi progressi di tale trasformazione ci fanno sufficiente testimonianza gli atti notarili e cancellereschi, che per usanza e per legge dovevano essere scritti in latino, o almeno in una forma che ne avesse l’apparenza.
Nella massima parte di codeste scritture, che specialmente dall’VIII secolo in poi ci son rimaste in gran copia, il capriccio individuale è per solito così sfrenato, e la mancanza d’ogni norma grammaticale così assoluta, da non lasciare ombra di dubbio, che i loro autori non scrivevano nessuna vera lingua, nè viva nè morta; ma storpiavano alla peggio, ognuno a suo modo, la propria parlata, su quello stampo informe di latino che ognun d’essi aveva in capo, o meglio che gli veniva in capo mentre scriveva. E quindi era possibile che, per esempio, un notaro e un prete di Lucca e un altro notaro della vicina Sovana usassero nello stesso tempo (a. 736–740) tre formule orribilmente sgrammaticate rispetto al latino, ma con spropositi del tutto diversi, sicchè ognuna, per di così, costituisce una lingua a sè. Il notaro lucchese, infatti, scriveva: Regnante piissimi dn. nostro Liutprand et Hilprand vir excellentissimis regibus....[62] Il prete, invece: Regnante Domnos noster Liutprand et Helprand, Domino juvante, regibus....[63] E il notaro sovanese: Regnante Domni nostri Liutprand et Hilprand viri excellentissimi rigis....[64] Basterebbero, dunque, questi tre soli esempi tra mille, a provare che nel principio del sec. VIII gl’idiomi parlati in Italia non erano più il latino.
Ma i notari e i cancellieri, e in parte anche i cronisti, i biografi e simili, ci offrono prove ben più dirette e lampanti; poichè, alle volte per maggior chiarezza, ma più spesso per ignoranza, incastrano qua e là ne’ loro scritti forme semivolgari o prettamente volgari. Eccone qui pochi saggi, desunti da documenti d’ogni regione d’Italia.
A. 539. In un papiro ravennate, contenente un istrumento di vendita: Eundemque comparatorem [compratore] Pelegrino Vaistrini [sic], heredesque ejus causa hujus venditionis in ss [supra–scriptam] rem inremittere, ingredi, possidereque permiserunt. (Maffei, Istoria Diplomatica; Mantova, 1727; pag. 151.)—Nomero centum decem ... nomero. (Ibid., pag. 152).—Vindetrice (ripetuto due volte, invece del genitivo venditricis.—Ibid., pag. 153).
A. 557. In un papiro reatino: Aetatis invicillitatem. (Ibid., pag. 161 bis.) Invicille e invecille, per imbecille, vivono ancora in alcuni de’ nostri vernacoli.
A. 602 o 603. In valle que nominatur Bobio. (Historiae patriae Monumenta, edita jussu regis Caroli Alberti. Chartar. tom. I, pag. 3.)
A. 685. Orare diveatis ... tam movile quam imovile ... scrivendam ... stavilitum. (Docum. Lucch., tom. IV, pag. 63–64.)
A. 713. Ego Fortunato.... Et posi hanc completa cartula, rememoravimus particellula nostra de oliveto in Vaccule, ego Fortonato et Bunuald parte nostra in integrum offerimus Deo et beati S. Petri, quem novis heredem constituemus. (Ibid., tom. V, par. II, pag. 4–5.)
A. 730. De uno latere corre via publica. (Carta pisana, nel Muratori, Diss. cit., col. 480–81.)
A. 746. De uno latum decorre via publica ... nomero quindeci. (Docum. Lucch., tom. V, par. II, pag. 23.)
A. 747. In loco qui dicitur Castellone. (Ibid., pag. 24.)
A. 748. Una libra cera ... perexolvant. (Ibid., pag. 26.)
A. 759. Reddere debeamus uno soldo bono expendibile. (Ibid., pag. 39–40.)
A. 765. Rissolfo prete dona tutti i suoi beni a due Chiese del territorio di Lucca, a condizione però, che con una parte delle rendite si dia da pranzo per tre giorni d’ogni settimana a ventiquattro poveri; e fissa egli stesso il menu del pasto: Prandium eorum tali sit per omnem septimana: scaphilo grano pane cocto, et duo congia vino, et duo congia de pulmentario faba et panico mixto, bene spisso, et condito de uncto aut oleo. (Ibid., pag. 55.)
A. 776. Reddere promettimus una anfora vino ... et uno porcello. (Ibid., pag. 90.)
A. 777. Signum † manus Garibaldi, filio quondam Placito da Porta Argenta, testis. (Carta milanese, nel Muratori, Diss. cit., 479.)
A. 788. Constat me Arimundi filio bone memorie Desiderio de Civitate astense accepisse et accepi ad te Augustino Clericus dinarios argenteos nomeri trigenta, fenido [finito, intero?] precio pro pecia una de campo, quam avere viso sum inter consortis et germanos meos ex integrum mea porcione de ipso campo et cum antecessura de pradello. (Hist. patr. Mon., vol. cit., pag. 23.)
A. 792. Un contadino prende a coltivare un podere da Giovanni, vescovo di Lacca, e si obbliga a dargli ogni anno, tra l’altre cose, mediatate vino puro. (Docum. Lucch., tom. cit., pag. 138.)
A. 799. Alia pettia de terra in ipsu locum abentes fine de duas parti fine bia. (Carta salernitana, nel Codex Diplomatica Cavensis; tom. I, pag. 4.)
Da documenti di questi stessi tempi risulta che a Roma si diceva Porta Majore nel nominativo;[65] e nel Liber Pontificalis di Agnello Ravennate,[66] scritto nella prima metà del IX secolo, abbiamo un curiosissimo fatto. Quando Carlo Magno passò per Ravenna, l’arcivescovo Grazioso e altri lo invitarono a pranzo; e i maggiorenti del clero, conoscendo il loro arcivescovo per uomo di gran semplicità, lo ammonirono in buoni termini, perchè alla presenza del sovrano non se ne lasciasse scappare qualcuna delle sue.—Domine, retine simplicitatem tuam, et cave ne aliqua loquaris quae apta non sint.—No, figlioli, no; mi turerò la bocca (Non, filii, non, sed oppilo os), rispose l’arcivescovo. Ma quando furono a tavola, il brav’omo, vedendo forse che Carlo mangiava poco, saltò su a dirgli: Pappa, Domine mi Rex, pappa! Carlo, com’è naturale, si maravigliò (admiratus est) di quel pappa; e allora gli altri preti (figuriamoci con che premura!) gli spiegarono che l’arcivescovo, nella sua gran semplicità, con quelle parole non aveva punto inteso nè ingiuriarlo, nè beffarlo, ma solamente esortarlo a mangiare, come una madre fa col bambino. Ecce vere Israelita, in quo dolus non est, esclamò il Re; e divenne così benigno verso Grazioso, che gli concesse poi tutto ciò che volle. È dunque evidente che il verbo pappare aveva già nell’uso vivo il significato ingiurioso o burlesco (injuriae aut illusionis) di mangiare ingordamente, mentre invece in latino pare che si dicesse de’ soli bambini, quando chiedono il cibo, o quando mangian la pappa.
A. 816. Avent in longo pertigas quatordice in transverso, de uno capo pedes dece, de alio nove in traverso.... de uno capo duas pedis, cinque de alio capo. (Carta pisana, nel Muratori, Diss. cit., 481.)
A. 818. Ghisalperga, badessa di S. Lucia in Lucca, nomina rettore della chiesa di S. Pietro di Nocchi un prete Romualdo, il quale dal canto suo si obbliga a bene lavorare i terreni di detta chiesa, e a dare ogn’anno alla badessa medietatem vinum purum.... et medietatem castanie, et medietatem fica sicche. (Docum. Lucch., Suppl. al tom. IV, pag. 23.)
A. 846. Finchè Ambrogio vescovo di Lucca conserverà badessa di S. Pietro Ildicunda, e la lascerà padrona di tutti i beni del monastero, un tal Ghisolfo, probabilmente parente di lei, si obbliga a reddere per singulos annos al vescovo uno vestito caprino testo in sirico, et uno tappite. (Ibid., pag. 40.)
A. 850. Per longu passi sidici et gubita trea et pede unu. (Carta nocerina, nel Cod. Dipl. Cav., tom. I, pag. 40.)
A. 857. In locu nominato casamavile. (Ibid., pag. 63.)—Ut dare in cambio.... ipsa terra sua, qui dicitur ad casa amabele. (Pag. 65.)
Frequenti son pure i soprannomi volgari. In una carta modenese dell’anno 918, incontriamo un Lampertus, qui supernominatur Cavinsacco (capo–in–sacco). In una lucchese, del 941, facciamo conoscenza, poco gradita in verità, con Johannes clericus, qui Rabia vocatur; e, nel 905, re Berengario donava a un monastero i beni di un altro Giovanni, qui alio nomine Bracca curta, [braca–corta] vocitabatur. (Muratori, Diss. cit., 491.)
In un documento lucchese del 980 (Suppl. al tom. IV, pag. 101–2), sono espressamente nominate in volgare una quarantina di ville, come Valiano, Ferugnano, Monte alto, Perglone, Valle, Aliga, Appiano, Casale Lapidi, Vivaja, Marciano, Collecarelli, Carbona in Cercino, ecc. Ma quasi non ce n’è più bisogno; perchè in una carta originale dell’archivio di Montecassino, scritta nel 960, troviamo finalmente un intero periodetto quasi tutto volgare. Questa preziosissima carta, pubblicata prima dal Gattola e poi anche dal Tosti,[67] è un placito di Arechiso, giudice capuano, per una lite di confini tra il Monastero cassinese e un tal Rudelgrimo di Aquino. Ognuno de’ testimoni, tenendo con una mano l’abbreviatura delle carte processuali, e toccandola con l’altra mano, dice: Sao ko [come] kelle terre per kelle fini, que ki contene,[68] trenta anni le passette [possedette] parte Sancti Benedicti. E queste parole son ripetute nel placito ben quattro volte, con lievissime differenze, più grafiche, che di sostanza, e dal cui confronto risulta la nostra lezione.
Sulla data e autenticità di questo vero cimelio, il quale basterebbe da solo a provare che verso il mille il latino doveva già esser morto e sepolto da un pezzo, non c’è, nè ci può essere, ombra di dubbio.[69] E la sua importanza si accresce grandemente, considerando che esso si trova, per dir così, solitario; poichè, dimostrata ormai ad esuberanza la falsità delle pretese Carte d’Arborèa;[70] dimostrato che non è del 1000, ma del 1606, la iscrizione volgare di Monte San Giuliano in Sicilia;[71] passa ancora un secolo, prima che si trovi un altro documento autentico e di data certa, che sia degno di stargli vicino. Le singole forme volgari, che potremmo ancora spigolare qua e là abbondantemente, farebbero al suo confronto una ben magra figura; e solo nella seconda metà del secolo XI abbiamo una carta sarda, la quale, tenuto conto della stretta somiglianza che gl’idiomi di Sardegna hanno anche oggi col latino,[72] può quasi considerarsi come del tutto volgare. Eccone, per saggio, le prime righe: In nomine Domini. Amen. Ego judice Mariano de Lacon fazo ista carta ad honore de omnes homines de Pisas, per xu toloneu ci [ki] mi pecterunt [per il dazio che mi domandarono], e ego donolislu [donoglielo], per ca li sso ego [perchè gli sono io] amica caru, e itsos a mimi [ed essi a me].[73]
Secondo il compianto Löwe, appartiene al sec. XI anche una Formula di Confessione, contenuta in un codice proveniente dall’antico monastero benedettino di S. Eutizio presso Norcia, e ora nella Vallicelliana di Roma.[74] È una specie di guida o promemoria per la confessione. Il supposto penitente, dopo aver detto tre volte: Domine, mea culpa, dichiara con frasi latine o semilatine di confessarsi, davanti a Dio, alla Madonna e a tutti i Santi e le Sante, d’ogni peccato commesso, da lu battismu suo, usque in ista hora; e quindi prosegue, specificandone alcuni più grossi: Me accuso de lu corpus Dei, k’io indignamente lu accepi. Me accuso de li mei adpatrini [confessori], et de quelle penitentie k’illi me pusero e nnoll’observai. Me accuso de lu genitore meu et de la genitrice mia et de li proximi mei, ke ce non abbi quella dilectione ke me senior Dominideu commandao. Me accuso de li mei sanctuli [padrini, compari] e de lu sanctu baptismu, ke promiseru pro me et noll’obsevai. Me accuso de la decema et de la primitia et de offertione, ke nno la dei siccomo far dibbi. Me accuso de le sancte quadragessime et de le vigilie de l’apostoli et de le jejunia .IIII.or tempora, k’io noll’observai. Me accuso de la sancta treva [tregua], k’io noll’observai siccomo promisi, eccetera, eccetera, finchè s’arriva all’assoluzione.
Del principio del sec. XII, e precisamente dell’anno 1104 o 1122, abbiamo la nota carta rossanese, di cui sarebbe desiderabile che qualcuno ritrovasse l’originale e ce ne desse un’edizione migliore di quella dell’Ughelli,[75] la quale, come già avvertiva il Muratori (Diss. cit., 512), deve avere parecchie inesattezze di trascrizione. Comunque sia, eccone qui uno de’ passi più ricchi di forme prettamente volgari:..... et cala allo vallone de donna Leo, et lo vallone Apendino ferit a la via che vene ad Santo Jorio, et volta supra l’ara de li maracini [Maracini?].....
Dell’anno 1193 abbiamo una carta, scritta nel territorio di Fermo, e nella quale, tra l’altre, s’incontrano queste locuzioni: unu mese poi—non volese redere li denari—se questo avere se [si] perdesse—fose palese per la terra—ke la mitade se ne fose ad resicu de Johanni de tuctu.[76]
Ognun vede però, che questi documenti appartengono tutti alla storia della lingua, e non alla letteratura propriamente detta. Ma nel sec. XII ne abbiamo anche tre altri, che possono considerarsi come letterari.
Il primo è la notissima iscrizione del Duomo di Ferrara, che nella sua forma più antica diceva così:
Li mile cento trenta cenqe nato,
Fo questo tempio a S. Gogio donato
Da Glelmo ciptadin per so amore,
E mea fo l’opra Nicolao Scolptore.
I dubbi sollevati sull’autenticità di questo documento furono strenuamente combattuti dall’Affò,[77] e li crede addirittura infondati anche il Monaci.[78]
Il secondo son quattro versi, che alludono all’impresa di Casteldardo, assalito e distrutto dai Bellunesi nel 1193:
De Casteldart havi li nostri bona part;
I lo zettò tutto intro lo fiume d’Art;
E sex cavalier di Tarvis li plui fer
Con sè duse i nostri presoner.[79]
Il terzo, letterariamente più importante di tutti, è però opera di un trovatore provenzale, Rambaldo di Vaqueiras, che in una canzone o contrasto bilingue, scritto senza alcun dubbio pochi anni prima della fine del secolo, fa parlare per ben quattro strofe in genovese una donna, la quale, per la buona ragione che è già maritata, non vuoi corrispondere alle proteste di amore che egli le vien facendo in provenzale. Eccone per saggio una strofa, secondo la lezione del conte Galvani:
Jujar,[80] to provenzalesco,
Si ben s’engauza de mi,[81]
Non lo prezo un genoì,[82]
Nè t’entend chiù d’un Toesco
O Sardesco o Barbari,[83]
Ni non ho cura de ti:
Vo’ ti cavillar con mego?
Se lo sa lo meo marì,
Malo piato avrai con sego.
Bel Messer, vero ve di’:
Non vollio questo latì;[84]
Frare, zo aia una fi;[85]
Provenzal, va, mal vestì,
Lagame star.[86]
A questi tre documenti potrebbe anche aggiungersi la poesia che va sotto il nome di messer lo Re Giovanni;[87] perchè, se realmente ne fu autore il suocero di Federigo II, Giovanni di Brienne; essendo egli nato nel 1158, e codesta poesia avendo un carattere erotico molto vivace, deve probabilmente averla scritta prima della fine del secolo, quando cioè il sangue gli bolliva ancora. E potrebbe altresì aggiungervisi il così detto Ritmo Cassinese, essendo probabile che, tra quelli che lo vogliono del sec. XI e quelli che lo vogliono del XIII, abbiano ragione coloro i quali, come il Monaci, lo ritengono del XII.[88] Al qual tempo è forse da assegnare anche il Ritmo della Laurenziana, pubblicato dal Bandita,[89] e i ventidue Sermoni Gallo–italici, pubblicati dal Foerster[90] e scritti in un linguaggio che ha qua e là forme francesi, ma il cui fondo appartiene all’Italia settentrionale.[91]
Potremmo tuttavia non tener conto di questi quattro ultimi documenti, e anche del contrasto del trovatore provenzale; poichè basterebbero l’iscrizione di Ferrara e i versi bellunesi, per affermare che fin dal sec. XII i nostri volgari cominciarono, scarsamente, rozzamente quanto si vuole, ma cominciarono, ad essere usati in componimenti letterati.
Intanto però che qui si movevano appena i primissimi passi (e in parte si movevano, come abbiamo veduto, per opera di un provenzale e d’un francese), la letteratura francese e la provenzale erano già in pieno fiore; anzi, la seconda già cominciava a decadere.
Le ragioni di questa differenza tra l’Italia e la Francia possono esser parecchie, ma la principale è quella che abbiamo già accennata: gl’Italiani, considerando l’impero e la lingua di Roma come cosa e gloria propria, si ostinavano a scrivere in latino, o almeno in un volgare latinizzato. Latino e volgare furono sempre in lotta tra noi; si può anzi dire che questa lotta forma il carattere più spiccato della lingua e della letteratura italiana, e non è ancora interamente cessata.
Al cadere del VI secolo, san Gregorio Magno, papa, faceva una solenne lavata di capo a Desiderio vescovo di Vienna in Francia, perche dava lezioni di grammatica latina. «Ci si riferisce un fatto,» gli scriveva, «che non possiamo ripetere, senza arrossirne. Dicono che tu, o fratello, dài lezioni di grammatica. Noi ne siamo vivissimamente afflitti e sdegnati......., perche le lodi di Giove non possono stare in una medesima bocca insieme con quelle di Cristo.»[92]
In quanto a sè, poi, il pontefice, benchè dottissimo, diceva di non curarsi a d’evitare la confusione del barbarismo, e di disprezzare l’esatta collocazione delle preposizioni, e l’osservanza dei casi da esse richiesti; poichè gli pareva «una vera profanazione (quia indignum vehementer existimo) il restringere la parola del celeste oracolo sotto le regole del grammatico Donato.»[93]
Verso la metà del sec. VIII, un prete della diocesi di Magonza, avendo forse seguìto alla lettera gli ammonimenti già dati da Gregorio Magno, battezzò un bambino con queste parole: Ego te baptiso in nomine Patria et Filia et Spiritus Sancti; onde nacque il dubbio che il battesimo, amministrato così, potesse non esser valido, e la questione fu portata davanti a papa Zaccaria.[94] Nello stesso secolo, a Roma, perfino le lettere de’ papi non rispettavano più nè le leggi della grammatica, nè quelle della logica.[95]
Ma, in generale, il fervore cristiano contro la latinità classica produsse i suoi effetti più di là dalle Alpi, che in Italia, dove, anche ne’ tempi più tenebrosi, la coltura non fu mai esclusivo patrimonio de’ chierici; e dove anzi, specialmente fuori di Roma, i chierici stessi coltivavano spesso con ardore e con intenti artistici le letterature antiche; sicchè, mentre presso le altre nazioni fiorivano, e assai più che tra noi, i soli studi teologici, qui invece erano in maggior onore i profani; e mentre sorgeva poi nell’Università parigina la più celebre scuola di teologia, nelle Università italiane venivano massimamente in fiore la giurisprudenza e la medicina.[96]
Carlo Magno, che aveva avuto per maestro di latino un italiano, Pietro da Pisa; e che dalla nostra Parma aveva condotto con sè alla sua corte il dotto anglosassone Alcuino; e che aveva potuto vedere come in Lombardia, perfino ne’ villaggi, ci fossero scuole pubbliche, dove i parrochi insegnavano i primi rudimenti letterali;[97] tentò di ridestare di là dalle Alpi il culto de’ buoni studi, raccomandandolo ai chierici con l’Encyclica de Litteris colendis dell’anno 787, e ordinando loro, col capitolare del 789 (§ 71), d’aprire in tutti i monasteri e gli episcòpi scuole di grammatica, di calcolo, di musica.[98] Volendo poi dare, egli per primo, il buon esempio, fondò nel suo palazzo in Aquisgrana la così detta Scuola palatina, cioè una specie d’accademia, della quale faceva parte egli stesso, i suoi maestri, i suoi favoriti, i suoi figli e perfino le sue figlie. Ma il nobile tentativo, rispetto al laicato, attecchì in generale così poco, che nell’813 il Concilio di Magonza, convocato per ordine del medesimo Carlo Magno, nel canone XLV ordinava, che ognuno dovesse, se non poteva in latino, imparare almeno in sua lingua l’orazione domenicale.[99] E, venti o trent’anni dopo, Lupo Servato, abate di Ferrières, scrivendo al celebre Eginardo, già allievo della Scuola palatina, e ministro, amico e biografo del grande Imperatore, si doleva che, morto questo, gli studi si fossero quasi spenti di nuovo, e che fosse veduto di mal occhio chiunque desiderava d’imparar qualche cosa.[100] Nè va dimenticato, che la coltura classica in Francia trovava anche un formidabile ostacolo nella penuria de’ codici, la quale era incomparabilmente maggiore che tra noi; giacchè non pare che i nostri vicini avessero allora l’abitudine di portarceli via: tutt’al più, ce li chiedevano in prestito. Difatti, lo stesso Lupo di Ferrières, verso l’anno 855, si raccomandava a mani giunte a papa Benedetto III, perchè gli mandasse da Roma alcuni libri: tra gli altri, un De Oratore di Cicerone e un Quintiliano, de’ quali i suoi frati possedevano solo qualche pezzo; e lo assicurava che, appena trascritti, glieli avrebbe scrupolosamente restituiti.[101]
Avendo dunque i laici in Francia trascurato il latino, e i chierici essendosene serviti quasi esclusivamente per le materie religiose, è naturale che là si principiasse a scrivere i nuovi idiomi prima che qui da noi, dove il latino pesava come una cappa di piombo sui disprezzati volgari. I quali poi, dopo il mille, cominciarono a trovarsi addosso anche il provenzale e il francese, che a poco a poco invasero con due nuove e attraenti letterature l’Italia.
Sicchè la patria nostra, ne’ secoli XII, XIII e parte del XIV, presenta un fenomeno letterario, unico, io credo, nella storia. Il più de’ dotti scrivono il latino; altri scrivono il provenzale; altri il francese; altri, i loro particolari idiomi nativi; altri sono in grado di scrivere due, tre, quattro di queste lingue; altri infine ne fanno un miscuglio, che non si sa bene cosa sia; e il popolo nostro, specialmente quello della media e dell’alta Italia, le capisce tutte, salvo in parte il latino; e s’affolla su per le piazze a sentire i canti dei trovieri e dei giullari, finchè, come accadde nel 1288 a Bologna, un decreto del Senato non prescriva che i Cantatores Franciginorum in plateis Communis ad cantandum.... omnino morari non possint nec debeant, sotto pena, nientemeno, della fustigazione in pubblico, e altre maggiori per i recidivi.[102]