VIII.

I documenti che ci rimangono del francese dell’undecimo secolo (e siamo costretti a parlar del francese, perchè, insieme col provenzale, ne’ primi secoli è appunto il più ricco di documenti), ci permettono di affermare con sicurezza che verso quel tempo il periodo della formazione della nuova lingua è terminato, ossia che il latino è morto in Francia definitivamente, e il francese ha finito di nascere; purchè non si perdano mai di vista quei due canoni filologici:—Ogni anno si fa un passo verso un nuovo linguaggio;—La parola, piuttosto che un fatto, è un continuo farsi;—e purchè alle metafore di morte e di nascita non si dia maggior valore di quello che hanno realmente, e s’intenda solo che il linguaggio della Francia settentrionale, nell’undecimo secolo, non aveva più tutti que’ principali caratteri che lo facevano chiamar latino, e ne aveva invece acquistati altri, che gli fecero mutar nome, rimanendo pur sempre latino nel fondo.

Se dall’undecimo secolo torniamo indietro, naturalmente i nuovi caratteri vanno scemando, e crescono invece gli antichi. Nel Cantico di Sant’Eulalia, del nono secolo, s’incontrano ancora certe forme derivate dal più che perfetto latino (auret da habuerat, pouret da potuerat, furet da fuerat, ecc.),[52] e versi come questi:

E por o fut presentede Maximiien,
Chi rex eret à cels dis sovre pagiens.[53]

Il giuramento che nello stesso secolo, e precisamente nell’anno 842, Luigi il Germanico prestò, in romana lingua, a suo fratello Carlo il Calvo, e Carlo poi, in teudisca, a lui, dice così: Pro Deo amur et pro christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di [de isto die] in avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa, si cum om per dreit son fradra salvar dift, in o [in eo] quid il mi altresi fazet [faciat], et ab[54] Ludher nul plaid [placitum] nunquam prindrai, qui, meon vol, cist meon fradre Karle in damno sit.[55]

Che razza di lingua è questa? Vi si scorgono, sì, alcuni speciali caratteri dell’antico francese;[56] ma pare quasi un miscuglio di tutte le nuove lingue; pare che non sia ancora risolutamente nessuna di esse, quantunque non sia più neppure il latino:

Come procede innanzi dall’ardore
Per lo papiro suso un color bruno,
Che non è nero ancora, e ’l bianco muore.[57]

Il fatto però non recherà maraviglia a chi ripensi che più i rami sono vicini al tronco, e più si somigliano tra loro, e più somigliano anche al tronco stesso. Più invece se ne staccano, e più vanno acquistando ognuno caratteri propri. Già il gran Muratori, a proposito di questo medesimo documento, notava che la lingua francese era di certo molto più somigliante allora che adesso alla nostra italiana;[58] e, bisogna aggiungere, tutt’e due somigliavano, assai più che non ora, alle altre lingue sorelle, e tutte quante poi somigliavano più anche al latino. Perciò il Littré potè tradurre assai poeticamente, benchè quasi alla lettera e con lo stesso numero di versi e molto spesso anche con le stesse rime, tutto l’Inferno di Dante in francese antico.[59]

Su questo punto, dunque, sarebbe inutile recare altre prove, se non ci giovassero a dimostrare anche altre verità.

Pare strano, per esempio, che il moderno francese autel derivi dal latino altare. Ma chi sappia che nel francese dell’undecimo secolo si trova alter e più tardi altel; chi sappia che in questa lingua l’al latino (altare), quando sia seguito da altra consonante, finisce di regola col cambiarsi in au (autel—alba = aube, alter = autre, malva = mauve, palma = paume, ecc.); e che l’a latino accentato (altare), quando non è in posizione, vi si muta in e (autel—sal = sel, amarus = amer, nasus = nez, clavis = clef, ecc.); chi sappia che l’r (altare) mutato in l (autel) vi s’incontra anche in altre parole (peregrinus = pèlerin, cribrum = crible, ecc.), e che l’e latina atona, quand’è al termine della parola (altare), vi scomparisce sempre (autel—mare = mer, amare = aimer, ecc.); chi finalmente sappia che anche in provenzale s’incontrano le forme altar e autar, e che altar si dice a Venezia e a Milano, e altêr in Romagna e altrove; troverà naturale e logico che in francese si siano avute successivamente le tre forme: alter, altel, autel; e insieme avrà non solo una prova del fatto che le lingue romanze somigliano più tra loro e al latino, quanto più si risale il corso dei secoli; ma avrà altresì un’idea del metodo che oggi si segue nelle indagini etimologiche, e del posto importantissimo che in tali indagini tengono i dialetti.

Prima di questo metodo, non sapendosi spiegare come il francese âme potesse derivare dal latino anima, si diceva derivato dal gotico ahma (soffio, anima). Oggi invece, essendosi accertato che nel nono secolo i Francesi scrivevano anima,[60] nel decimo anime, nell’undecimo aneme, e nel decimoterzo anme e amme, si trova naturalissimo che poi passassero ad âme; nè c’è punto bisogno di ricorrere alla parola gotica. Il provenzale anma e arma, e l’italiano anima, che in alcuni scrittori e ne’ dialetti è anema, alma, arma, compiono e illustrano la storia di âme. E così è (per citare un ultimo esempio) dell’italiano topo, il quale è derivato dal lat. talpa: primo, per lo scambio di al in aul au (talpa=taupa), come in «autre» per «altro;» secondo, di au in o (taupa=topa), come in «lode» da «laude;» terzo, col mutamento di genere (topa=topo), come in uccello da avicella=aucella.

Con questo metodo, dunque, si scoprono molto spesso etimologie inaspettate; ma non è più possibile cadere in quelle aberrazioni, per cui, ad esempio, il Menagio (1613–1692), con una serie di mutamenti cervellotici, faceva derivare alfana da equus: derivazione che gli fruttò il grazioso epigramma del cavalier d’Aceilly:

Alfana vient d’equus sans doute;
Mais il faut convenir aussi
Qu’à venir de là jusqu’ici,
Il a bien changé sur la route.

[p9]