SCENA SECONDA. Paolino e detti.

Il signor Paolino entrerà precipitosamente dall’uscio a destra. È un uomo sulla trentina, vivacissimo, ma di una vivacità nervosa, che nasce da insofferenza. Tutte le passioni, tutti i moti dell’animo traspajono in lui con una evidenza che avventa. Subitanei scatti e cangiamenti di tono e d’umore. Non ammette repliche e taglia corto.

Paolino.

(al signor Totò).

Carissimo.... (E subito, rivolgendosi a Rosaria). Non gli avete dato ancora il caffè? Ma dateglielo, per Dio santo! Con quante chiacchiere volete che ve la paghi, ogni mattina, una tazza di caffè?

Totò.

Oh! Dio, no, Paolino! non è per questo!

Paolino.

Totò, fammi il piacere: non essere ipocrita, oltre che spilorcio!

Totò.

Ma io parlavo....

Paolino.

(attaccando subito).

Della casa, mezz’ora che parli della casa; t’ho sentito di là: della poesia della casa.

Totò.

Ma la sento davvero!

Paolino.

Non ti dico di no. Ma te ne servi per vestire davanti a te stesso, con decenza, la tua spilorceria.

Totò.

No....

Paolino.

È così come ti sto dicendo io! Tant’è vero che, come Rosaria t’avrà dato il caffè, tu te n’andrai stropicciandoti le mani giù per le scale, tutto contento della tazzina di caffè che vieni a scroccarmi ogni mattina con codeste chiacchieratine poetiche.

Totò.

Ah, se credi così.... (mortificato, fa per andarsene).

Paolino.

(subito, acchiappandolo per un braccio).

Che? Tu ora il caffè, perdio, te lo devi prendere! Io credo così, perchè è vero così!

Totò.

Ma no....

Paolino.

Ma sì!... E appunto perchè è vero così, ti devi prendere il caffè!

Totò.

Non me lo prendo, no!

Paolino

(seguitando con foga crescente).

Due caffè! tre caffè! quattro caffè! Perchè tu ora te lo sei guadagnato con lo sfogo che m’hai offerto, capisci? Quando una cosa mi resta qua (indica la bocca dello stomaco), caro mio, sono rovinato! Te l’ho detta, pago. Un caffè al giorno, puoi contarci! Vattene! (Lo spinge fuori come se fosse un affare concluso; e poichè il signor Totò accenna di voltarsi, incalza). No, vàttene, vàttene senza ringraziarmi!

Totò.

No, non ti ringrazio! Ma sarei più contento, se tu me lo facessi....

Paolino.

(con scatto iroso).

Pagare?

Totò.

(umile come sempre).

A fin di mese, per come te n’ho fatto la proposta!

Paolino.

E che sono io, caffettiere? che è, un caffè, la mia casa?

Totò.

No: è che io di là, vedi, non ho chi me lo faccia. Tu hai qua la tua governante. Non fai mica il caffè per me, per venderlo. Lo fai per te. Ne fai una tazzina di più, e io te la pago.

Paolino.

Eh già! Prendo moglie. Non la prendo mica per te, per vendertela. La prendo per me. Ma te la cedo, ecco, per soli cinque minuti, ogni giorno. Va bene? Che cosa sono cinque minuti?

Totò

(sorridendo).

No, che c’entra! La moglie....

Paolino

(subito).

E la governante?

Totò

(non comprendendo).

Come?

Paolino

(gridando).

Ma il caffè non si fa mica da solo! Ci vuole la governante per fare il caffè. Animale, o perchè credi che un operajo sia più ricco d’un professore? Perchè un operajo, se vuole, può farsi tutto da sè, mentre un professore no: ha bisogno di tenere la governante, il professore!

Rosaria

(interloquendo, melliflua e persuasiva).

Che lo serva, lo curi e faccia di tutto per dargli quelle comodità....

Paolino

(comprendendo il fiele di quel miele, per troncare).

Lasciamo andare! lasciamo andare!

Rosaria

(risentita e con sottintesi di riprovazione).

Ma io dico, perchè fuor di casa non abbia poi a mostrarsi disordinato o distratto.

Paolino.

Grazie tante! (Al signor Totò). La stai a sentire? E io sì, di questa bella fortuna d’esser professore debbo piangere le conseguenze, e tu farmacista, no? — Va’ al diavolo! — Ohi, Rosaria: per oggi, glielo darete, il caffè; da domani in poi — più niente!

Totò.

Scusa, m’hai dato anche dell’animale....

Paolino.

Ah, già! Glielo darete allora anche domani! Ma vattene! Vorresti che ti caricassi d’insulti, per avere una tazza di caffè per ogni insulto che ti faccio?

Totò.

No, no, me ne vado.... Grazie, Paolino.... (Via con Rosaria per l’uscio di sinistra).

SCENA TERZA. Paolino, poi Giglio e Belli.

Paolino.

Dio, che gente! Dio, che gente!... Ma com’è? Tutti così?

Giglio

(dall’interno).

Permesso, signor professore?

Paolino.

Uh, ecco già la prima lezione. Avanti!

Entrano, coi libri sotto braccio, e con le sciarpe di lana al collo — uno, rossa; l’altro, turchina — Giglio e Belli. Hanno anch’essi un aspetto bestiale che consola: Giglio, da capro nero, e Belli, da scimmione con gli occhiali.

Giglio.

Buon giorno, signor professore.

Belli.

Buon giorno, signor professore.

Paolino.

Buon giorno. Sedete. (Indica la scrivania).

Giglio

(sedendo).

Grazie, signor professore.

Belli

(sedendo).

Grazie, signor professore.

Paolino

(sedendo anche lui e rifacendo loro il verso, prima all’uno e poi all’altro, accennando un inchino).

Non c’è di che, caro Giglio! Non, c’è di che, caro Belli! (Li guarda e sbuffa esasperatamente) Ahhh! (Prendendosi la testa tra le mani). Dio mio! Dio mio! Dio! Dio! Dio! Io veramente credo che la vita fra gli uomini, tra poco, non mi sarà più possibile!

Giglio.

Perchè, signor professore?

Belli.

Dice per noi, signor professore?

Paolino

(tornando a guardarli con ira contenuta).

Ma quant’anni avete?

Giglio.

Diciotto, signor professore!

Belli.

Diciassette, signor professore!

Paolino

(tentennando il capo in contemplazione del loro aspetto bestiale).

E già così uomini tutti e due! Dite un po’: come si dice in greco commediante?

Giglio.

In greco?

Paolino.

No: in arabo! Lei non lo sa! (A Belli). E lei?

Belli.

Commediante? Non ricordo.

Paolino.

Ah, lei non ricorda? Perchè vuol dire che prima lo sapeva, è vero? e ora non lo ricorda più!

Belli.

Nossignore: non l’ho mai saputo.

Paolino.

Ah, così si dice! (Sillabando) Non — lo — so! — Ve l’insegno io: — Commediante, in greco, si dice: upocritès — E perchè upocritès? (a Belli). A lei: che cosa fanno i commedianti?

Belli.

Mah.... rècitano, mi pare.

Paolino.

Le pare? Non ne è sicuro? E perchè rècitano, si chiamano ipocriti? Le pare giusto chiamare ipocrita uno che recita per professione? Se recita, fa il suo dovere! Non può chiamarlo ipocrita! — Chi chiama così lei, invece, cioè con questo nome che i greci davano ai commedianti?

Giglio

(come se tutt’a un tratto gli si facesse lume).

Ah, uno che finge, signor professore!

Paolino.

Ecco. Uno che finge come un commediante appunto, che finge una parte, poniamo di re, mentre è un povero straccione; o un’altra parte qualsiasi. Che c’è di male in questo? Niente. Dovere! professione! — Quand’è il male, invece? Quando non si è più così ipocriti per dovere, per professione sulla scena; ma per gusto, per tornaconto, per malvagità, per abitudine, nella vita — o anche per civiltà — sicuro! perchè civile, esser civile, vuol dire proprio questo: — dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi; in corpo, fiele; in bocca, miele. O quando si entra qua e si dice: — Buon giorno, signor professore, invece di: — Vada al diavolo, signor professore!

Giglio

(balzando).

Ma come! scusi! per questo?

Belli

(c. s.).

Dovremmo dirle: — «Vada al diavolo?».

Paolino.

L’avrei più caro, l’avrei più caro, v’assicuro! — O almeno, santo Dio, non dirmi nulla, ecco!

Giglio.

Già! E lei allora direbbe: — Che maleducati!

Paolino.

Giustissimo! Perchè la civiltà vuole che si auguri il buon giorno a uno che volentieri si manderebbe al diavolo; ed essere bene educati vuol dire appunto esser commedianti. — Quod erat demonstrandum. — Basta. Storia oggi, è vero?

Belli

(risentito).

Ma no, scusi, professore....

Paolino.

Basta v’ho detto! — Chiusa la digressione. Questa civiltà, figliuoli miei, questa civiltà mi sta finendo lo stomaco! — Chiusa, chiusa la digressione. — Storia. — A lei, Giglio. (Si sente picchiare alla porta). Chi è? — Avanti!