CAPITOLO I. LE RAZZE E I TERRITORII ALL'ESALTAZIONE DEI CAROLINGI.
I Franchi dell'Austrasia, della Neustria ed i Borgognoni. — I Sassoni. — I Frisoni. — Nazioni Scandinave. — I Longobardi. — Gli Aquitani. — I Provenzali. — I Guasconi. — I Bulgari. — Gli Ungari. — Gli Schiavoni. — Il grande impero greco. Roma e l'Italia. — I Saracini.
752 — 768.
Indarno tu cercheresti un territorio fermo per ciascun popolo, e segni bene impressi di nazione in mezzo al secolo VIII, epoca in cui la schiatta carolingica comincia a mostrarsi nella grandezza sua. Gli imperi, le province e le città, sono in continuo scompiglio per le invasioni e il rapido passaggio delle diverse popolazioni che si riposano un istante, poi si precipitano per nuove contrade, seco recando le costumanze loro, le loro leggi, e le tradizioni dell'antica patria. Non c'è ancora nè Francia, nè Alemagna, nè Inghilterra, ma ci son Franchi, Alemanni e Sassoni[13] che vogliono stabilir la loro signoria per forza di conquista: si veggon tribù che passano nei territorj, e non si veggono nazioni stabili. Tutto ha forma di vita errante: re, principi, capi, popolazioni, gli stessi cherici non hanno alcuna stabilità nel governo delle chiese; se tu n'eccettui le pie famiglie dell'ordine di san Benedetto che coltivan la terra e son come legati al suolo, i vescovi, gli abati diventano come grandi viaggiatori che recano la predicazione evangelica col pastorale in mano e insieme col bordone da pellegrino[14].
I Franchi, siccome quelli che possedevano le più belle città dell'antica Gallia romana, conservarono alcune di quelle denominazioni con le quali i pretori ed i consoli della città eterna chiamavano pur dianzi le province della Gallia. Si partiron eglino in diverse potenti famiglie. I Franchi austrasii abitavano le colonie del Reno, famose nei fasti degli imperatori, dove si trovano ampie tracce delle grandi opere loro; da Colonia, Magonza, Treveri, sino ad Aquisgrana che già viene da' poeti celebrata per l'acque sue termali. E' sono accampati a guisa di conquistatori nelle province dalla geografia imperiale additate sotto il nome di Germania inferior, Belgica prima et secunda; dalle leggi loro sono governati quanti portano scudo ed asta, intanto ch'essi conservano quel carattere d'individualità che è il tipo delle conquiste barbare; sotto l'impero della civiltà romana, sì profondamente scolpita com'è, i Franchi lasciano ai popoli le usanze loro; i municipj ai Galli; ai vescovi i loro canoni; ai Romani il codice teodosiano ed il giustinianeo[15].
A lato dei Franchi austrasii, i cui estremi confini vanno, da occidente fino a Reims e a Chalons, si distendono i Franchi della Neustria, stabiliti fra la Senna, la Marna e la Loira; la città lor capitale è la Lutezia dei Galli (la Parigi poi delle cronache), la città dove si veggono le terme di Giuliano, memoria di Roma, le badie di San Germano d'Auxerre ed ai Prati; il pellegrinaggio di Santa Genoveffa al monte. I Franchi della Neustria sono padroni di San Dionigi, di San Clodoaldo[16], illustre pel suo fondatore di franca origine, di Melun, di Chartres, di Meaux, d'Evreux e di Lisieux; poi de' solinghi monasteri sulla Senna, sull'Orna e sull'Era, ubertose contrade. Essi respinsero i Bretoni sin dentro alle selve druidiche; quei Bretoni, popolo misterioso di cui parla Tacito, con le sterminate loro tavole di pietra, e le mitologiche lor tradizioni; quei Bretoni che nelle oscure lor solitudini e in mezzo ai sacri boschi sagrificavano ad ignoti iddii[17].
Altri conquistatori dalla bionda capellatura si sparsero nella Borgogna. L'Ionna di nuovo risuonò delle grida di guerra; Sens, la città dei pretori; Auxerre, la città episcopale; Autun, superba degli archi suoi trionfali e de' suoi templi; Lione, famosa per le sue accademie e pe' suoi martiri; Vienna, dove vivea la civiltà romana in mezzo alle reliquie d'un'altra età: tutte queste metropoli, con Besanzone pure, e una porzione della Svizzera, erano egualmente soggette ad un ramo della gran famiglia franca sotto il nome di regno di Borgogna. Se non che fra i Borgognoni notavasi un cambiamento più sensibile degli originari costumi, e s'erano ammolliti sotto l'impressione della civiltà cristiana. Alcune tribù di Franchi eran pur traboccate nell'Aquitania, in mezzo alle razze del mezzodì; i Goti della Settimania, avean dovuto piegare il capo sotto il giogo de' Merovingi; i quali varcando la Loira si precipitavano sull'Aquitania per le città d'Angoulemme e di Perigueux; la Dordogna e la Garonna, che uniscon come due sorelle le acque loro, avean pure soggiacciuto al giogo, e i campi loro coperti di vigneti e le città loro fatte splendide più che altre dal sole, ubbidivano a re o a conti della razza conquistatrice[18].
Ben dir potevasi che nel settimo e ottavo secolo il nome dei Franchi era in ogni luogo, a somiglianza della memoria dei Goti nel quarto e quinto secolo. Ad ognuna di queste epoche, nuove popolazioni accorrevano per dividersi fra loro le spoglie del vasto impero romano. Così quando una nazione cade in basso, altre sorgono ad occupare il suo luogo; quando una civiltà si estingue, un'altra viene a riempier questo vuoto, nè la consunzione è legge di Dio, che anzi dalla morte nasce la vita. I Franchi erano popoli virili che accorrevano per ringiovanir l'infiacchita società; i loro re e i conti loro si combattevano a morte l'un l'altro, e pur non ostanti queste guerre civili, i Galli già vecchi e prostrati si assoggettavano al dominio loro. Le zuffe tra i vincitori, che si contendevano le spoglie della vittoria, ricordavano il vaso di Clodoveo a Soissons[19]. Dell'antica forma romana e gallica oramai più non sopravvivevano se non le fondazioni tuttavia incerte della Chiesa, e pochi avanzi dei municipj; il cristianesimo in somma e le reminiscenze delle leggi che si veggono ancora durare, attraverso alle barbare costumanze, fino in mezzo alla schiatta carolingica[20].
Gli avversari più potenti dell'impero franco nell'ottavo secolo, furono i Sassoni, combattuti da Carlomagno per trentatrè anni della sua vita. E tuttavia l'origine di queste due razze non era troppo disparata, chè anzi negli annali dell'uno e dell'altro popolo trovar si potea più d'un punto di somiglianza tra loro. Essi uscivan, per così dir, d'una patria comune, il Reno e l'Elba: i loro occhi azzurri, la loro bianca carnagione, appalesavano un medesimo sangue, una medesima famiglia. Se non che i Sassoni s'eran serbati fedeli agli iddii della patria, e i Franchi aveano abbracciato la religione di Clotilde: questi possedevano la ricca eredità dei Romani e dei Galli, quelli erravano ancora in mezzo ai pascoli e alle foreste dell'antica Germania, nelle terre che si stendevano dall'Oder sino al Meno, da Osnabruc fino all'estremo confine degli Obotriti. I Sassoni conservavano gl'invariabili usi loro: poca lealtà nella parola, il culto a dèi ignoti, una mitologia che ritraeva della loro origine scandinava. Tacito avea dipinto le loro costumanze nella grand'opera De moribus Germanorum, essendo che la Sassonia era veramente il cuore della Germania. L'idolo gigantesco di Erminsul, segno all'adorazione di tutti que' popoli, era l'espressione morale di quel mito germanico di cui trovi la spiegazione nell'aspetto delle solitarie foreste, e nei costumi erranti dei popoli tramontani[21].
I Frisoni o Frisi avevano alcun che di più salvatico ancora dei Sassoni delle terre di mezzo; alla passion loro per le conquiste, mescolavasi quella per la pirateria; l'aspetto del mare e degli spumanti suoi flutti, avea dato loro una certa barbara insensibilità in cospetto dei pericoli; amavano i naufragi e le spoglie della tempesta, e ferventi nel culto loro, adoravano le divinità scandinave. Invano la cristiana predicazione gli avea chiamati all'umanità, alla gerarchia, che anzi più d'un santo vescovo era perito ne' suoi religiosi pellegrinaggi in sulle soglie dell'indomita Frisia. Le tradizioni della cavalleria fingevano in que' paesi atti di spietata ferocità[22]; nella Zelanda e nella Frisia fu dai poemi epici posto il supplicio della giovin donzella esposta alle zanne d'un mostro marino, favola imitata da quella di Andromeda, e il paladino da cui è liberata, impreca l'ira di Dio sull'esecranda crudeltà dei Barbari della Frisia e dell'Olanda[23].
E non pertanto in mezzo a quella patria scandinava, in mezzo a quelle terre di ghiaccio, dalla Dania fino alla Norvegia, vivevano popoli già bene inoltrati nella poesia e nella storia, i quali possedeano forse tradizioni altrettanto calorate e colorate, quanto le leggende dell'Europa meridionale, però che secondo le antiche asserzioni ei venivan dall'Asia. Le saghe recitate dagli scaldi narravano le avventure di Odino e i fatti di guerra; Odino con l'elmetto suo dall'ondeggiante criniera, e col suo giavellotto d'oro, altrettanto risplendea quanto l'Apollo de' Greci; Torn, il dio della guerra, Fraja, la Venere del Nord, nella sua reggia di cristallo, co' suoi casti amori, parevan tolti all'Olimpo d'Omero. I gusti, le passioni degli Scandinavi inclinavano alle spedizioni lontane, alle imprese eroiche, al corseggiare su barche ch'essi lanciavano in seno ai flutti del Baltico e dell'Oceano; godevano di contrastar con la procella e con la folgore stridente; i fanciulli medesimi scherzavan col mare; le due razze, sassone e danese, avean più d'un punto di rassomiglianza tra loro; lasciavano ai Franchi le spedizioni dentro terra, ed essi scagliavansi qua e là sulle spiagge, e l'isola dei Bretoni già piegavasi sotto la signoria delle razze settentrionali[24]. A voler conoscere gli usi e i costumi dei popoli di que' tempi, si vuol seguire attentamente i pellegrinaggi, le leggende dei santi, curiose reliquie che ci furon dagli atti de' santi (Acta Sanctorum), conservate. Quei poveri pellegrini che se ne andavano per mezzo a terre incognite ad annunziare il cristianesimo, raccontano le minime particolarità di quelle estranee regioni, e nelle leggende sono le sole relazioni che la geografia moderna possa consultare a rettificar ed a compiere le incerte congetture della scienza.
In mezzo all'antica Italia, e sul confine quasi dei Borgognoni, era venuto per forza e per conquista, fondandosi lo stato d'una gente di stirpe germanica, la cui civiltà si foggiò poi su quella di Roma e della Grecia. I Longobardi (la gente di cui parliamo) che sono sì gran parte del primo periodo dell'età media, avevano stabilito l'imperio loro nelle ridenti pianure chiuse fra l'Alpi, gli Apennini e il Tirolo, e avevano Milano per città capitale; i capi loro sotto il titolo di conti o di re, si cingevan la fronte della corona di ferro nel monastero di Monza. Popolo solerte ed industre, avean essi arricchito le città romane di quei monumenti di pesante e solida architettura che contrassegnarono il loro passaggio per mezzo all'Italia; convertivano Aquileja, sull'Adriatico, in città che servir dovea di scala al traffico loro, e conquistavano Ferrara, Bologna e l'esarcato di Ravenna, sede militare e civile che i greci avean lasciato in Italia. Laonde per la loro postura i Longobardi si trovavano in perpetua nimistà coll'impero greco[25], pur dianzi padron dell'Italia, ed insieme coi papi che governavano Roma e le sue basiliche; ma quanto al dominio imperiale sull'Adriatico, essi l'aveano quasi del tutto atterrato, rincacciando i Greci fino agli ultimi confini della penisola entro i monti del reame di Taranto. Quanto ai papi, i Longobardi diventaron i più ardenti loro persecutori, e ancorchè convertiti al cristianesimo, erano in guerra col pontificato, e il vescovo di Ravenna contendeva il primato al vescovo di Roma. Al dominio dei Longobardi sol mancava la grande città dei Cesari, e la volevano a ogni modo per compimento dell'italica lor signoria; i re dalla corona di ferro agognavan dunque l'acquisto della metropoli dell'impero romano, e di qui ebber cagione in appresso le prime pratiche fra i papi e i Carolingi, i quali a combattere i Longobardi, chiamarono i Franchi, ed ai Barbari opposero altri Barbari più fermi e meno effeminati dalla civiltà.
Il regno dei Longobardi distendevasi fino alla Provenza con la città di Nizza al confine; i Provenzali, razza mista di Galli, Greci e Romani, occupavano il gran delta formato dal Rodano, dalla Duranza e dal Varo; Marsiglia era il porto a cui venivano ad approdare tutte le merci della Siria e del traffico orientale, le sete, le spezierie[26]. Marsiglia andava pur famosa nei fasti del cristianesimo, e superba del suo monastero di San Vittore, e della sua cattedrale (la Maggiore) che sporgeva come un promontorio sul mare. Non lungi da Marsiglia, retta a comune, splendeva Aix, città romana, la colonia di Sestio, con l'acque sue termali, emula di quell'altra Aix del regno d'Austrasia, città tanto cara a Carlomagno. Il Rodano e la Duranza confinavano la Provenza, che contender potea d'antichità con la metropoli d'Arli, culla del cristianesimo, a buon dritto superba delle sue romane reliquie, de' suoi circhi, de' suoi teatri, dove ben trentamila spettatori agiatamente sedevano sopr'ampi sedili, come nel Coliseo di Roma[27].
Al di là del Reno cominciava la Gotia o Settimania, che non vuol essere confusa coll'Aquitania, confinata dalla Garonna. Se il regno degli Aquitani vantavasi di Tolosa e d'Albi, la Gotia avea per città capitale Narbona, che diede il nome alla provincia romana, nel primo partimento delle Gallie, e Nimes, sorella vera di Roma, che conserva pur tuttavia i frammenti più intatti delle antichità sue, la sua Casa Quadrata e le sue Arene, quasi altrettanto spaziose quanto il Coliseo[28]. La Settimania era come il maggior vestibolo del regno de' Goti, e stendevasi oltre i Pirenei fino all'Ebro. In sulla cresta de' Pirenei occidentali abitavano i Guasconi, fieri montanari indurati alla fatica, popoli di pastori che non pativano l'estranie dominazioni, e verrà fra breve il giorno in cui costoro insorgeranno contro l'invasione de' Franchi, e le cronache risuoneranno per lungo tempo della rotta di Roncisvalle, dove perirono i paladini di Carlo il Magno.
Di questo modo a occidente del reame de' Longobardi, erano i Provenzali, i Goti, i Visigoti e i Guasconi, intanto che a oriente altri popoli ancor serbavano la selvaggia vigoria de' tempi primitivi; eran dessi gli Schiavoni, i Croati, i Dalmati, padroni delle terre fra la Sala e l'Adriatico. A lato di Venezia, che sorgea come nata dall'acque, addobbata già delle ricchezze orientali, e non lungi dalla colonia di Giustino e dalla civiltà greca, vivean popoli tuttora nello stato primitivo, i tremendi Ungari, gli Avari e i Bulgari, dalla tralignata Bisanzio tanto temuti[29]. I Bulgari, accampati intorno al Ponte Eusino, fondavano un regno ordinato; avevano lor capi o re[30], e più tardi il cristianesimo apportava loro l'alta civiltà sua, però che non si vuol dimenticare come la predicazione de' vescovi fu di que' tempi l'impulso più potente a far che le nazioni avanzassero in quella, e v'ebbero apostoli ferventi, infaticabili, principiando da Bonifazio, il vescovo germanico, fino a sant'Anscario, il predicatore dei popoli scandinavi[31]. I Bulgari mossero verso le arti e la coltura più rapidamente degli Ungari, selvagge popolazioni che vedremo nel secolo decimo venir a disertare il regno dei Franchi. I Bulgari si trovaron quasi sempre in commercio coll'impero di Costantinopoli, e ne imitarono gli usi.
In mezzo a tanto scrollo di popoli, quando tutti si precipitavano sulla vecchia civiltà, alcuni imperi tuttavia rimasero in piedi, ed esercitarono un'operosa influenza sull'epoca di Carlomagno: io intendo qui parlare dei Greci, dei Saracini, e della terra d'Italia, essendochè ivi le idee e le instituzioni medesime di Roma sopravvissero alle ruine del mondo antico. Chi si faccia a studiar bene addentro la storia bisantina, dee sentirsi commosso a quel carattere di grandezza che contrassegna fino anco il suo decadimento, chè certo v'ha qualcosa di lacrimabile nell'affralimento e nella debolezza di un vasto impero, incalzato da tutte le parti, e quasi affogato sotto le strette dei Barbari. Lo spettacolo di quegli eunuchi coperti d'oro, di quei Cesari fiaccati sotto la porpora nei marmorei loro palagi, inspira pur qualche pietà alle più rigorose nazioni: ma chi poi riconoscer non può e salutare l'infinito incremento delle arti, la civiltà inoltrata, l'ordine maraviglioso che per ogni dove si manifestano in quell'impero? Bisanzio era la metropoli del sapere, della filosofia, del commercio e dell'industria; in ogni luogo dell'Asia Minore verso cui il viaggiatore volgesse i suoi passi, così a Laodicea come a Corinto, così nelle isole dell'Arcipelago come in terra ferma, dappertutto ei vedeva i tesori dell'industria d'una coltissima nazione: ippodromi, teatri, statue antiche[32], sontuosi palazzi, ampie strade, flotte innumerevoli che scorrevano i mari, il maraviglioso trovato del fuoco greco, il traffico della porpora e della seta, un lusso che appalesavasi in tutti i monumenti. L'amministrazione dell'impero, le forme del suo governo erano un modello di gerarchia; ogni uffizio era segnato, ogni ordine chiamato a concorrere con la sua forza d'azione e di mente all'amministrazione delle provincie. Il Libro di porpora e d'oro regolava il governo e l'autorità di ciascuno; l'erario riboccava, tutto era opulenza: i Greci alimentavano la vigoria loro nelle guerre civili; l'indole loro antica era questa, furon essi mai altri al tempo di Sparta e d'Atene, e si corressero eglino mai? Si perdeano nelle sottili disputazioni intorno al cristianesimo, intorno alla procreazione del Padre e del Figlio, alla misteriosa Trinità, a quel modo che in altri tempi disputavano sopra tesi filosofiche negli areopaghi. Nè l'aspetto di sì potente civiltà lasciava però d'aver qualche azione sui Barbari del Nord, e gli annali di quei secoli attestano che i re dei Franchi chiedevan titoli pomposi agli imperatori di Costantinopoli[33], e mandavano più d'un'ambasceria a sollecitar dai Cesari la porpora, il consolato, o il patriziato. L'ordinamento amministrativo di Bisanzio, e le forme sue di governo furono altresì, per più d'un rispetto, il fondamento e il principio delle prime instituzioni di ordine e di gerarchia che contrassegnarono il regno di Carlomagno[34].
Accanto alla greca preminenza si vien manifestando il corso sagliente delle provincie moresche. I settatori di Maometto stanno per aver sì gran parte negli avvenimenti, ch'egli è impossibil sceverarli dall'istoria e dalle civiltà contemporanee. Fino al secolo ottavo il loro corso è tutto di conquiste: sono popoli armati che si spargono rapidamente dall'Asia e dall'Africa fino entro la Spagna e l'Aquitania, nè leggi altre han che il Corano, altra ragion che la spada. Il califfato, per ben forte ch'ei fosse in sè stesso, non potea servir di modello alla instituzione d'un ordinato impero in Occidente[35]: chè esso era un miscuglio di dispotismo religioso e politico: con amendue le spade in una man sola, e non altro. Quel poco che il califfato aver può di civile, esso lo debbe a Costantinopoli, ai Greci dell'Asia Minore ed all'India, ed ei toglie ai popoli conquistati, anzichè donar loro. Gli Arabi precedono nel medio evo gli Ebrei nel gran monopolio del sapere. I Saracini, torrente distruttore, s'uniscon nel settimo secolo, agli altri Barbari per trinciare il romano impero. Fu solo dopo lo stabilimento loro nelle città dei Goti in Ispagna, ch'essi esercitarono il poter dell'immaginazione e della poesia sui tempi appresso. Furon eglino i Saracini quei che recaron fra' Goti le arti e le maraviglie d'una più inoltrata civiltà? Sarebbe pur bello provare che i Goti, con quel vivo sentir loro, più donarono ai primi che non ne ricevessero[36]. E che avean mai di comune con lo spirito e il progresso cristiano quei popoli che procedevano innanzi con la spada di Maometto in pugno? Vero è che alcune città della Spagna eransi fatte fiorenti sotto i Mori, che ivi sorsero le frastagliate moschee, fino al cielo salirono i minareti, ma qual ebber opera in questo le leggi e le arti della Grecia, di Roma e delle Gallie? I figliuoli del Profeta atterrarono più che non edificarono. Qual maraviglia che in tali città, come son Cordova o Toledo, Siviglia o Granata, sotto a quel sole, le orientali fantasie crear potessero monumenti maravigliosi? Ma le reliquie dell'arti che ancor si veggono sulle meschite, quei fiori, quelle frutta d'oro son tolte per la più parte dagli artefici bisantini.
E d'altra parte i Goti non avean essi pur qualche parte redato della civiltà romana? Tutto il mondo echeggiava del nome di Roma; l'autorità sua era in ogni parte quella d'uno spento ma immenso potere; non v'era città dell'Austrasia, della Neustria o dell'Aquitania che tenacemente non conservasse le vestigia di quel grande rivolgimento; non acquedotti solo, nè ampie vie segnate di tombe funebri, e come a dir vie de' morti, come a Pompei, ma sì pur costumanze, leggi, municipii che avean sopravvissuto alla distruzion dell'impero e al passaggio dei Barbari. Qua e là spuntavano instituzioni: i municipii, le compagnie degli artieri, i procuratori delle città, le leggi sulle annone, sulle magistrature, sui decurioni[37]; Roma e le Gallie avean segnato in ogni parte della profonda loro impronta le franche instituzioni.
E' si vuol dunque far conto di siffatti elementi in ciò che costituisce l'opera di Carlomagno, il quale non si fa a creare altrimenti una cosa nuova, ma si serve dei fatti ch'egli ha sotto la mano, e gli organizza; egli lascia ad ognun la sua legge, ad ogni popolo i suoi costumi: la legge salica ai Franchi, ai Longobardi le loro formole, i codici loro ai Romani. Solo in mezzo a questo sminuzzamento egli pianta un principio di unità, toglie dal cristianesimo la sua forza morale, dai papi la loro perseveranza nei disegni, e nella costituzion del suo grande impero prende Roma per base e la Chiesa per modello.