CAPITOLO IV. LA GERARCHIA E LA PODESTÀ NEL DECADER DE' MEROVINGI.

I papi. — I patriarchi di Costantinopoli. — Gl'Imperatori d'Oriente. — I re dei Longobardi. — I duchi del Friuli, di Spoleti, di Benevento. — I re dei Bulgari. — I califfi. — I re o condottieri d'uomini appo i Sassoni. — Gli Scandinavi. — La ettarchia. — I re merovingi dopo Dagoberto. — La dignità dei prefetti di palazzo della Neustria e dell'Austrasia. — I Grimoaldi. — I Martini. — Pipino il Vecchio. — Pipino d'Eristal. — I duchi d'Austrasia, I prefetti di Neustria.

628 — 714.

Difficilissimo sopr'ogni cosa è nella confusion che precede la civiltà disciplinata de' popoli, il tener dietro alla storia della podestà; che se ci troviamo imbrogliati sol quando è da penetrare in mezzo alle razze, sceverarne le origini, stabilirle dall'indole e sembianze loro, come potrem poi esattamente diffinire la via e il progresso della potenza sociale? I conflitti della forza e della violenza hanno un carattere instabile, che non si può cogliere, e nondimeno non v'è cosa che più di questa importi a spiegar l'origine e l'incremento dell'impero carolingico. Egli si vuol in un rapido sunto ristringere il prospetto dei poteri nella società al settimo ed ottavo secolo, e determinare in ispezialtà, in quai mani fosse confidato il reggimento degli uomini e delle idee in quei tempi di scotimenti e di tenebre.

La succession de' papi a questi tempi è rapida al par della morte che abbatte la canuta e debil vecchiaia; Roma sempre turbolenta città, governata dai tralignati suoi patrizii e da' suoi scaduti comizii, straziava i papi, in balía ora de' Barbari, che davano il guasto all'Italia, ed or degli imperadori di Costantinopoli, forse più crudeli ancor dei Barbari perchè più raffinati. Chi legge le vite di san Martino e di sant'Eugenio, che furon papi ambedue nello spazio di men che otto anni, potrà far ragione delle tempeste ond'era di que' dì agitata la navicella di san Pietro. Martino viene a forza condotto via dai greci imperatori, e cacciato nel Chersoneso taurico[95] dove morì di fame; Eugenio, che gli succede, non dura più che due anni[96]; Vitaliano; uom di fermo proposito, provasi a riordinar l'unità della Chiesa scomunicando i vescovi, che vogliono da essa spiccarsi[97]; Adeodato sostiene la dignità papale, e imparte agli imperatori ed ai re la benedizione apostolica con l'autorità di un padre sopra i figliuoli. Tutti questi pontificati durano tre o quattro anni appena, nel qual breve periodo i papi usano mente e zelo a constituir la forza della Chiesa; essi hanno a difendersi contro i re longobardi, contra i conti di Benevento, e contro i duchi di Spoleti e del Friuli, che sovraneggiano l'Italia, e a contrastar continuamente contro i patriarchi ed i vescovi, che disconoscer vogliono i diritti dell'unità cattolica. L'elezione dei papi vien fatta a Roma nelle antiche basiliche, e gl'imperatori di Bisanzio punto non riconoscono il primato dei pontefici italiani; è l'antica gelosia delle due metropoli del mondo, Roma e Costantinopoli, sotto altra forma. I più dei papi sono italiani, e difendono l'antica nazional preminenza dei Romani; se non che a quando a quando i cesari di Bisanzio ottengono di far eleggere alcun Greco al soglio pontificio, e trovano in lui maggior ubbidienza. Così sotto l'impression religiosa viene manifestandosi l'antica gelosia dei patrizii del Lazio verso i nuovi porporati cortigiani che vivon nella città di Costantino.

Gregorio II, fu tra quei papi latini il più illustre. Romano di nazione, ed uomo di scienza, da bibliotecario e da custode ch'egli era delle bolle e degli archivi, fu eletto papa dal popolo, e volgendo ogni cura sua alla predicazione evangelica fra le nazioni barbare, empiè d'intrepidi missionarii la Germania. I Bollandisti ci hanno conservata la vita di san Corbiniano, nativo di Chatres, nelle vicinanze di Parigi, il quale precedè nell'apostolato in Germania san Bonifazio, ed ebbe il sacro suo mandato da san Gregorio papa. Corbiniano scorreva la Sassonia, intantochè Bonifazio convertiva la Turingia e la Baviera. San Gregorio fu un de' pontefici più operosi e più dotti, e l'epistole sue a Carlo Martello, prefetto del palazzo, sono un modello della fermezza ed insiem della grandezza che aver debbe un pontefice. Nemico a lui violentissimo sopra tutti fu Leone l'Isaurico, quel barbaro soldato che seppe recarsi in mano il fren de' Greci protestandosi altamente iconoclasta. San Gregorio si fece a difender le immagini, divoto oggetto della pubblica venerazione; e Romano com'egli era, e tenerissimo della sua italiana patria, patir non volle che l'antico Lazio si sottoponesse al principato de' Greci, e i discendenti de' patrizii, le prische famiglie dei Paoli Emillii e dei Marii[98] conservarono l'indipendenza loro appiè dei circhi e dei templi, avanzi della grandezza romana.

Il patriarcato fu instituzione orientale ed antichissima per le chiese di Costantinopoli, d'Alessandria, d'Antiochia e di Gerusalemme. I patriarchi nascevano in un con l'apostolato, però che i metropolitani d'Egitto e della Siria furon contemporanei degli apostoli. Il patriarcato d'Alessandria, che comprendeva l'intiero Egitto, fu fondato da san Marco, e si distese in breve fino agli ultimi confini dell'Abissinia. Quello d'Antiochia abbracciava la Siria, la Palestina e l'Arabia, e se ne attribuisce la fondazione a san Pietro. San Marco fu dannato al martirio in Alessandria, tra le sfrenatezze d'una festa di Serapide, e san Pietro lasciò Antiochia, per venir a morire in Roma, dove fondò il papato, quell'instituzione che poi dovea incivilire il medio evo. Irrepugnabile era l'antichità della Chiesa di Gerusalemme, il cui primo patriarca fu san Jacopo il Minore, d'origine israelitica. La cattedra patriarcale di Costantinopoli saliva essa pure al quarto secolo. Laonde tutti questi vescovi metropolitani potevan contendere d'antichità co' papi, in quella guisa che Bisanzio avea conteso con Roma; pure alla fine la tanta unità papale uscì vittoriosa; ma un lungo conflitto ci volle a sbrogliar questa anarchia nella Chiesa, finchè il genio di Gregorio VII, all'undecimo secolo, venne a ordinarla sotto una sola mano, con cui domò sicuramente la barbarie feudale.

Durava in Costantinopoli l'impero dei cesari, ma dopo Eraclio, da governatore dell'Africa innalzato dai soldati all'onor della porpora, non v'ebbe più alcun imperatore che facesse mostra d'una tal qual vigoria in quel supremo comando; e in quella lunga lista di cesari non troviamo se non uomini sollevati dalla fortuna, e dal capriccio con la medesima prontezza giù precipitati dal trono. L'impero greco intanto resiste in mezzo alle forti e barbare invasioni dei Saracini governati dai califfi, dei Longobardi d'Italia e dei Bulgari, che accampano quasi alle rive del Danubio. Il fuoco greco salvò l'impero, e fu di sostegno alla sua fiacchezza; ora un soldato di brutal forza, ora l'altro sorgea dal mezzo de' campi o de' circhi, e impadronivasi dello scettro, o, più spesso, gl'imperatori non regnavano se non per la protezione dei Barbari, come appunto Giustiniano II, il quale ottenne la corona non altrimenti che per aiuto del re dei Bulgari; più tardi un Armeno assunse la porpora, e le bende imperiali, e la famiglia d'Eraclio si trovò in preda alle persecuzioni di questi coronati avventurieri, che temevano i prìncipi d'antica ed imperiale origine.

In questi annali bisantini si leggono crudeltà inaudite: ora tu vedi cavar gli occhi a' fanciulli su cui splendesse il diadema imperiale; or darli in preda alle fiere del circo o farli calpestar dai cavalli nell'ippodromo; finalmente, un soldato di dura tempra strinse con ferrea mano lo scettro di Costantino, e fu Leone III, figlio d'un operaio di Seleucia, che levandolo sugli scudi fu dall'esercito greco gridato imperatore. Uomo costui di barbari costumi, e rapace come esser sogliono tutti coloro che nascon dalla forza, fece guerra alle immagini solo per far suo profitto della spoglia de' reliquiarii, e convertir in moneta le statue d'oro; donde la distruzione dei capolavori della scuola bisantina: avea l'Isaurico tolto i costumi suoi da' Saracini che non pativano figure intagliate, nè statue, nè disegni di sorte alcuna. I Greci di fantasia sì calda nell'arti, i discendenti degli Apelli e dei Fidii, sdegnati agli inconclastici decreti del Barbaro, si levano qua e là a rumore, ed egli allora, ad imitazione del califfo Omar, fa dar le pubbliche biblioteche alle fiamme, migliaia di manoscritti con preziose pitture son ridotte in cenere! Papa Gregorio indarno gli scrive per indurlo ad avere in rispetto le immagini che conservano e perpetuano la venerazione pe' Santi, chè Leone per tutta risposta comanda di deporre Gregorio, il difensore dell'arti. Fu in quel tempo che Costantinopoli e la Grecia soggiacquero a un tremendo flagello: le città furono scrollate da un terribile tremuoto, che aperse in varii luoghi la terra, e rovesciò le mura di Costantinopoli; le lettere pastorali, ricordano questo castigo fulminato contro gli empi iconoclasti.

Nemici implacabili degli imperatori di Costantinopoli erano a oriente i Saracini e ad occidente i Longobardi. Questi ultimi, che discendevan dagli Unni, ebbero lor capi o re fin dal primo loro stabilimento in Italia. Ancor si veggono in alcune immagini o pietre intagliate, l'effigie loro: raso il capo dietro la nuca essi portavano i capelli divisi sull'una e l'altra gota, sì che scendevano a confondersi con la prolissa barba, e a coprir loro il viso della negra capellatura, onde aveano, secondo che dice Paolo Diacono, terribile aspetto. I re e i grandi portavano abiti succinti, nè altra calzatura che i sandali; in guerra, eran coperti fino ai ginocchi da pelli ferine. S'erano stabiliti al settentrione dell'Italia, e quivi attendevano a sottrarne le città al dominio degli imperatori d'Oriente; aveano in rispetto il re, come capo militare che guidava i compagni alla conquista. Il più fiero e valoroso di questi re fu Luitprando, Bavaro di nazione, il quale, vedendo i popoli d'Italia inaspriti contro Leone Isaurico per la sua persecuzione alle immagini, approfittando del mal contento di quelli, e del discredito in cui caduta era l'autorità dell'esarcato, muove contro Ravenna, e se ne impadronisce, insieme con tutte le altre città della Pentapoli[99].

A volersi fare un giusto concetto del dominio de' Longobardi in Italia, scorrer si vuole le triste città che fronteggiano l'Adriatico da Rimini sino ad Ancona, e veder le ruine di Ravenna, e la silenziosa Pavia[100]. Miravan essi all'assoluta sovranità di tutta la penisola, e a quest'effetto Luitprando combatte contro gl'imperatori greci, contro gli esarchi, contro i papi; egli è destro in politica al par che intrepido capitano, ed al governo suo si riferisce la caduta della sovranità greca in Italia; nè gli sarebbe manco riuscito di domar materialmente il papato, se i Franchi non fosser venuti indi appresso in aiuto dei pontefici. I duchi o esarchi di Ravenna, delegati che erano dell'impero greco, furono stritolati dai Longobardi, a cui la sorte serbava la signoria delle città sull'Adriatico, fino al grande impero di Carlomagno.

In Italia eran pure i duchi del Friuli, che precedon d'oltre a un secolo la costituzione dell'impero carolingico, e i cui nomi ritraggono dell'origin loro germanica e dell'affinità loro co' Longobardi; sono una stessa famiglia, e vi si trovano gli Astolfi e gli Anselmi, tipi della razza longobarda. Il medesimo è da dirsi dei duchi di Spoleti che governavano la Toscana e l'Umbria, vassallaggi del reame de' Longobardi, i quali furono i primi a posar sopra solide fondamenta il sistema feudale. Da questo deriva pure il gran feudo di Benevento, che originariamente instituito dai Greci, cadde nella famiglia dei duchi del Friuli, per quindi confondersi nella corona di ferro che in Monza cingevano i re longobardi. Il Friuli, Spoleti e Benevento furono i tre maggior cerchi di questa corona, e in quest'origine e con questo privilegio di feudi imperiali durarono anche sotto i Carolingi.

I Bulgari, di origine scitica, ebbero fin dal tempo che si stabilirono sul Danubio lor principi o re, con nomi di sarmatica desinenza, se non che Anna Comnena, vana pur sempre delle memorie sue, parlando nel duodecimo secolo del fondatore di quella barbarica monarchia, gli presta il nome greco di Mocro; ma troppo evidente è nella dinastia di quei popoli la schiatta tartara. Tarbaglo, da cui principia la serie dei re Bulgari nel secolo ottavo, avendo aiutato Giustiniano II a racquistare Costantinopoli, gli dimandò che cosa gli avrebbe dato in ricompensa. «Quel che più vuoi,» gli rispose l'imperatore; e Tarbaglo allora, gittato in terra il suo amplissimo scudo e lo scudiscio che adoperava a stimolare il cavallo. «Riempi, gli disse, questo spazio di monete d'oro;» indi alzata la picca volle che tutto intorno fosse ripieno di seriche stoffe, fino alla punta, e ognun de' suoi Bulgari ebbe la man destra colma di monete d'oro e la sinistra di monete d'argento. Un fiero uomo era cotesto Tarbaglo, ed anzichè rassegnarsi ad esser vassallo dell'impero, volle esserne il protettore; ma pur sì fatta era la potenza delle arti e della civiltà, che i Barbari, benchè vittoriosi, non si appressavano altrimenti che rispettosi alle rive del Bosforo, e ancor non si ardivano di stender la mano alla splendida città di Costantino, tanto ancor da lontano raggiava il suo lume.

Ma ben sorgevano maggiori nemici all'impero sulle rive asiatiche del Bosforo, dove il califfato, che riconosceva l'origin sua da Maometto, univa insieme, sotto la sua spada, la podestà civile e la religiosa. Aveano i successori di Maometto, nel secolo ottavo, compiuta con gloriosa perseveranza l'opera sua, e quel periodo ha principio col famoso califfato di Valido, sotto il cui regno vediam soggiogata la Galazia, terminata dai Musulmani la conquista dell'Affrica, ed i Berberi fuggire atterriti per le mobili arene del deserto. Su quegli scogli che prospettan di rincontro la penisola ispanica, sorge intanto un impero, sotto Musa governatore dell'Affrica, tremendo conquistatore che traripa da tutte le parti, «somigliante, come dice un poeta arabo, all'onde del Mediterraneo, che si precipitan come figlie nelle braccia del padre, per lo stretto verso l'Oceano». Tarifo discende indi in Ispagna, e in quindici mesi le infiacchite popolazioni dei Visigoti s'inchinano sotto la spada del luogotenente del Califfo. Valido fu un de' più ardenti settatori, ed a lui debbono le moschee di Damasco il loro splendore. Costui non volle saper nè di lingua nè di architettura greca, ma edificò suoi minareti, d'onde i Musulmani, al triplice e monotono grido del Moezzino, venivano invitati alla preghiera. A Valido succedè Solimano, il quale inaugura il suo regno, col far da un'armata di mille e ottocento vele assediare Costantinopoli; ma i Greci, esperti marinai, a somiglianza de' loro maggiori, ardono, col fuoco greco quelle navi, e Solimano muor di crepacuore alla trista novella. Omaro e Iezzido, furono anch'essi ardenti nella fede come Valido, e la barbara avversion loro alle immagini, gli spinse a ordinar di distruggere i dipinti nelle chiese ed i bei mosaici sopra le pareti, a simiglianza di quanto operato aveano i Greci iconoclasti. Perdite irreparabili per le arti!

Il califfato scese in basso nel secolo ottavo, e gli Ommiadi furono oscurati dagli Abbassidi, i quali ebbero per secondo loro califfo Abu-Giafar o Almanzorre. Formarono gli Ommiadi una monarchia independente in Affrica, prima, poscia in Ispagna dove fondarono il regno di Cordova. Almanzorre edificò Bagdad, la città degli aromi, delle rose e del pesco, di che indi le crociate regalaron l'Europa; Bagdad fatta residenza dei califfi, nemici eterni dell'impero greco, e per legge di religione, signori assolati d'ogni cosa che portasse nome musulmano; ma come suol sempre avvenire colà dove la conquista allarga il dominio suo, i luogotenenti del califfo, ambiscono l'independenza sovrana, quale in Affrica e quale in Ispagna. Le maggiori invasioni dei Saracini avvennero nel secolo ottavo, e li vediam nelle Gallie, attraverso de' Pirenei, nella Provenza, nel Delfinato, dappertutto; inondano essi città e regioni, e si mostran con l'erranti orde loro fino alla Loira, distruggendo monasteri, città, con tutti gli avanzi dell'antico incivilimento. Ma non precediamo i tempi di Carlo Martello, in cui essi verranno ad occupare il luogo loro nella nostra cronaca de' secoli andati.

Quest'è il tempo che i popoli continuamente si muovono al settentrione ed al mezzogiorno del mondo; il tempo delle invasioni! Per ogni dove sorgono capi, a cui gli Orientali danno il nome di emiri, e le nazioni scandinave e i Sassoni quello di heretog ed herskonoung, a significar coloro che li conducono alla battaglia, chè niuno qui intender dee la dignità regale nel suo senso monarchico, altro in questo caso la parola rex non significando che condottier d'uomini, e capo di squadre vittoriose, e alcuna volta pare capitan de' pirati[101]. Negli annali del Nord, ogni uomo che guidi una spedizione, ha qualità di rex, di governatore, come specialmente si vede al tempo che i Normanni traboccarono nelle Gallie, dove un semplice capo che guidasse poche barche luogo i fiumi della Loira o della Senna, a saccheggiar le città e i monasteri avea titolo di rex, e ad ottenerlo gli bastava brandire in alto l'asta, o agitare vigorosamente la chiaverina. Chi studii bene addentro la storia dell'ettarchia vedrà che tra i Sassoni principalmente tutti questi reami altro non erano che scompartimenti territoriali, i quali si vennero, coll'andar del tempo, trasformando in contadi. L'ottavo secolo è tempo di sminuzzamento, e dall'unità papale in fuori non ci ha che smembranamento di terra e di potere, ed eccone il perchè. A concepire alcuna idea di universalità è mestieri d'una certa potenza d'intelletto, d'una gran forza di volere, d'una tal quale vastità di mente; ora i Barbari nulla posseggon di tutto questo; ei posson sì applicar l'animo a grandi conquiste, ma poi che le abbian compiute, le trinciano in coregge come la pelle del bue, nè l'autorità fra loro resta intera mai sotto una sola mano. Tutto dividono in tribù e famiglie, patrimonio la terra, e quando i figli sono parecchi, lo dividono come una eredità, e tagliano in brandelli. Poi viene una mente sovrana, che, come Carlomagno, raggruppa tutti questi ritagli, e passa rapidamente, e l'opera torna in brani, e ricade nel caos; chè una civiltà non dura se non colle condizioni che a lei si addicono, e quando si vuole anticiparla, essa torna da sè medesima ad allogarsi nella sua vita naturale, foss'anco barbara: è meteora che illumina un istante per quindi ceder tosto il campo alle tenebre vincitrici.

Al principiar dell'ottavo secolo, la schiatta merovingia non esiste oramai più che di nome: Dagoberto è l'ultimo di quei re che splenda di vivo lume tra i figli criniti di Meroveo. Dopo di lui nuove spartigioni; vi sono re d'Austrasia, di Neustria, di Borgogna o di Aquitania: nulla di fermo, tutto fiacco e instabile sotto i Clotarii, i Childerichi ed i Terigi o Teoderici, finchè questa schiatta si spegne interamente assorbita da una nuova dignità di cui è cosa essenziale ben diffinire l'origine, a stabilire le condizioni dell'esaltazione dei Carolingi.

E' non si pose mente troppo, come pur dovevasi, a tutte le cose che i popoli barbari tolsero dalle instituzioni e dai formolarii di Roma e di Bisanzio. Una civiltà, quando fu luminosa, non cessa di gittar qua e là qualche raggio anche nei giorni del suo decadimento e precipizio, e però vediamo i re franchi, Clodoveo per primo, sollecitare il titol di consolo, e chieder la porpora e gli onori di Costantinopoli. Fra le dignità dell'impero una ce n'avea, la prima di tutte, secondo che dice il formolario porporato, ed era quella di gran maggiordomo o maestro del palazzo, il curopalata[102], cui era commessa la condotta delle milizie e il governo delle guardie imperiali; dignità di amplissimi poteri, e in cui stava il reggimento assoluto dell'impero. I maggiordomi, o, come noi diremo, i prefetti del palazzo, appo i Franchi non derivarono altrimenti da alcuna istituzione germanica, che in mezzo a quei popoli boreali era capo chi era forte, e re chi sapea maneggiar da prode la chiaverina, nè v'ha cosa che lasci supporre in quelle antiche foreste l'instituzione di un re scioperato, che fu una degenerazione della podestà nelle terre conquistate. La dignità dunque di prefetto del palazzo fu tolta dai formolari degli imperatori di Bisanzio[103], e fatta essa pure, fra i conquistatori, di diritto ereditario; però che i Franchi, popoli bellicosi com'erano, non poterono assoggettarsi al medesimo reggimento degli effeminati Greci; e ben poteano gli imperatori di Bisanzio chiudersi nei loro palagi, con gli eunuchi e con le donne loro, cerchiate d'aureo collare la gola, ma i Franchi erano uomini da spezzar lo scettro in mano ai fiacchi, e i prefetti del palazzo andavano levandosi sul trono dei Merovingi, in tempi che la forza e la podestà materiale creavano il diritto, e il confermavano. Solo ai Greci era lecito patire un principe effeminato; a popoli vigorosi voleasi una podestà vigorosa.

L'origine dei maggiordomi o prefetti del palazzo discende quasi dal primo stabilimento dei re franchi, e li troviamo nel sesto secolo, chè quando Dagoberto tutto raccolse in man sua l'impero dei Franchi, ebbe anch'egli a sua dipendenza un prefetto del palazzo. Se non che, appunto perchè sotto Dagoberto il governo del re durava grande e forte, i prefetti del palazzo non furono se non un'imitazione dei grandi uffiziali domestici di cui parla il codice teodosiano e il giustinianeo. L'istoria di costoro, assai confusa com'è, si mesce ai rivolgimenti delle corti di Neustria e d'Austrasia; li vediam condurre i Franchi alla guerra; li vediam contender fra loro: esser uomini forti e animosi, portar nomi tutti d'origine germanica, come son quelli di Grimoaldo, d'Ebroino, di Martino o Martello, che si leggono nel lungo catalogo di siffatti uffiziali; dar timore alla infiacchita sovranità; fare e proclamare i re. La storia di costoro viene spesso a intrecciarsi nelle leggende dei Santi; vivono alla corte e in campo, e le cronache aman piuttosto di scrivere i loro annali che non quelli dei re scioperati[104].

La prima vita un po' chiara, un po' esatta che negli annali della prima schiatta si abbia di questi prefetti palatini si è quella di Pipino il Vecchio, detto anche di Landen, prefetto del Regno d'Austrasia sotto Dagoberto. La storia sua meglio descritta l'abbiamo in una leggenda, però che egli fu in onore di santo, ne fu altrimenti di que' Barbari che spogliavano i monasteri, chè anzi li protesse e ricolmò di doni. Ebb'egli l'autorità in comune con Arnoldo vescovo di Metz, e con Cuniberto vescovo di Colonia. Sotto Dagoberto, re guerriero com'egli era, i prefetti del palazzo altro non furono che semplici ministri.

Pipino il Vecchio ebbe a successor nella sua prefettura d'Austrasia Pipino il Grosso o d'Eristal, suo nipote di figlio, ma solo per madre: la progenie sua veniva dall'Austrasia, ed ei dovette il soprannome di Eristal ad un piccol villaggio della Belgica dov'era nato. Formavano gli Austrasii la parte germanica più fiera ed indomita del regno dei Franchi, e aveano conservato la prodezza e il vigore della prisca origine loro. Alla morte di Dagoberto, elessero eglino a governarli, col grado di duca, Pipino d'Eristal e Martino o Martello, che non vuol esser confuso con Carlo Martello. Amendue questi prefetti palatini portarono le loro armi in Neustria, dove Martino periva in battaglia, intantochè Ebroino, prefetto di quel regno, veniva ucciso con una mazzata, e Terigi o Teoderico, re di Neustria, vinto anch'esso, era forzato a prender Pipino per suo prefetto. Distinzione curiosa! Pipino d'Eristal, non è sol prefetto, ma duca e signore d'Austrasia, cioè condottiero d'uomini; invade la Neustria co' suoi Germani, da lui guidati alla guerra da vero conquistatore, s'impadronisce per forza della prefettura palatina, ma punto cozzar non vuole co' pregiudizi della razza de' Franchi neustri e borgognoni che vogliono la dignità reale ereditaria nella famiglia di Clodoveo, e rispetta questo principio, chè ei ben si ricorda come suo zio Grimoaldo, prefetto anch'ei del palazzo, avendo voluto innalzar per usurpazione un de' figli suoi sul trono de' Merovei, i popoli non vollero mai riconoscerlo. Pipino d'Eristal è un uom di fermo pensare, ei governa i Franchi come duca d'Austrasia e insieme come prefetto palatino di Borgogna e di Neustria[105], e tanto bastar gli dee. V'ha un momento in cui egli si attenta d'impossessarsi della dignità regale, di por la mano sul diadema, ma invano, chè infruttuosi riescono tutti questi suoi tentativi, però che i Franchi hanno, come tutti i popoli barbari, una certa fedeltà alla famiglia che possiede la podestà sovrana, e la eredità è inerente ad essa, tal come appunto ella si trova in Oriente nei Califfi; ed è una massima tolta dalle sacre tradizioni del tempio d'Israele; l'eredità contrassegna del suo sigillo le più bambinesche del pari che le più deboli fronti.

Molto vi fu da combattere innanzi che la schiatta carolina, tutta germanica com'ell'era, venisse con grado regio a piantarsi nella Neustria e nella Borgogna, e ancor continua il conflitto del principio ereditario colla forza materiale, che risiede nella famiglia dei Pipini; i quali già son duchi d'Austrasia, ma per diventar re dei Franchi hanno ancor molti servigi a prestare, e bisogno d'uno spossamento morale nella dinastia di Meroveo. L'usurpamento dei Carolingi fu come un'irruzione della schiatta germanica in mezzo ai Franchi dell'Austrasia e della Borgogna; i duchi germanici divennero i re di Parigi e dei Borgognoni; punto istorico questo che anch'esso prepara ed avvia la grand'opera di Carlomagno.