CAPITOLO III. SUNTO DELLE CONDIZIONI DELLE LETTERE, SCIENZE, ARTI E DEL COMMERCIO PRIMA DEI CAROLINGI.
Letteratura. — Canti recitati. — Poemi. — Leggende. — Grammatica. — Lingua romanza, germanica. — Scrittura. — Diplomi. — Scienze naturali, astronomiche. — Calendario. — Arti romane, bisantine, franche, longobardiche. — Immagini. — Miniatura. — Arche de' Santi. — Gemme. — Commercio. — Fiere. — Mercati. — Usure — Gli Ebrei nel medio evo.
SETTIMO ED OTTAVO SECOLO.
Sì forte erasi stabilito nelle Gallie il dominio romano che ivi, fin dal quinto secolo, regnar solo si vide l'autorità della grande sua letteratura. Sotto il governo d'Onorio, le Gallie fiorir videro rinomate accademie, ed ognuna delle tredici provincie ebbe le sue scuole, i suoi insegnamenti foggiati sulle norme generali che Roma diede al mondo[76]. In breve anche le accademie galliche salirono in fama. Lione, Arli, Sens, risonarono per gran tempo delle grammaticali disputazioni; la Gallia narbonese ebbe i suoi poeti ed i suoi prosatori al pari della lionese e della belgica, e videro i lor portici popolati da migliaia di scolari, che si destavano al canto del gallo, a simiglianza de' clienti di cui parla il Venosino. I Romani aveano ai Galli ceduti gli usi e i costumi loro, e l'imperator Caracalla, col dare a tutti il titolo di cittadini, avea distrutte le distinzioni della conquista. I Galli aveano tradizioni lor proprie, e storie ed annali della patria che si conservavano nei templi[77]. Le instituzioni e le lettere druidiche venner di questo modo a mescersi cogli insegnamenti di Roma, e quando i Franchi si stabilirono alla volta loro nelle provincie soggiogate, quando i figli di Clodoveo allargaron dappertutto intorno il loro dominio, anch'essi recarono i canti dei loro antenati, e le tradizioni germaniche sì comuni fra i popoli settentrionali.
Nella Gallia quindi tu trovar puoi tre letterature ad un tratto, l'una di rincontro all'altra, le quali tutte a vicenda si prestano lingua, parole, pensieri. La prima gallica unicamente, coll'impronta della religione e dei costumi de' Druidi; la seconda classica e romana, però che i conquistatori per ogni luogo spargevano la lingua e i libri loro; nelle città galliche divenute municipii, si studiavan Cicerone, Lucrezio, Virgilio, e nelle scuole di Lione, di Bordò e di Lutezia[78] leggevansi e recitavansi i papiri della Grecia e di Roma, a tutto che si aggiunser da ultimo le tradizioni franche e i canti della Germania che raccontavano i gloriosi fatti dei guerrieri conquistatori. Questo mescuglio di letterature appar nel settimo secolo e nell'ottavo; nulla v'è di chiaro, nulla che tenga d'un'origine sola; nei monasteri, nelle scuole, si commentano i Padri della Chiesa, gli autori di Grecia e di Roma, ed a persuaderli che il clero di que' tempi era molto innanzi nello studio dei classici greci e romani, ti basta lo scorrere i testi di Gregorio di Tours e di Fredegario, dove frequenti sono le citazioni di Omero e di Virgilio; qualche volta pare i filosofi dell'antichità vi son citati insiem co' santi Padri, e chiamati con le loro sentenze in sussidio della religione. I vescovi e i cherici, poco men che tutti Galli, addomesticati com'erano con gli studi graditi del foro romano, da sè sdegnosamente gittavano il nome di Barbari, ogni monastero era una scuola di sapienza in cui insegnavasi la grammatica, la filosofia e la storia. L'incivilimento, nel passar ch'esso fa sopra un popolo, vi lascia profonde vestigia, ond'è che i cherici de' Galli andavan superbi della sapienza di Roma, e i popoli de' medesimi conquistatori si addomesticavano cogli studi dell'antichità.
La letteratura franca si ristringe, al pari di tulle le tradizioni primitive, in canti narrativi, racconti dei guerrieri e dei poeti. Egli si volea ben conservar la memoria degli antenati, dei gloriosi fatti d'armi che aveano illustrata la conquista; quindi gli scaldi sono in ogni luogo, chè in ogni luogo dove sono foreste e are sacre, e popoli conquistatori, sono anche sempre bollenti fantasie che trasmettono ai posteri la memoria dell'eroiche azioni[79]. Nessun grande poema abbiamo che si colleghi a quest'epoca, ma solo brani spicciolati di opere più compiute. Le leggende non furono se non canti narrativi più specialmente monastici; gli studi giaceano confinati entro le celle; ivi manoscritti, pergamene, papiri venuti da Roma e da Costantinopoli; ivi si scrivean le cronache nazionali, ivi consacravasi la memoria del passato; la scienza venne dagli studi monastici. Tutte le opere di quel tempo danno a divedere una mescolanza d'idee romane e di germaniche; non v'è cosa che abbia interamente serbato il suo carattere; le prime orme della civiltà si confondono naturalmente e calcan fra loro.
Questo tramestio accade in ispecialità nella lingua e nella grammatica. Niuno dubita che i Galli non avessero un idioma con le sue regole e i suoi principii; questa lingua celtica fu parlata su tutto il territorio della Gallia, dalla Somma fino al Rodano, e i Romani che la trovarono stabilita nelle provincie, la rispettarono come eran usi di fare con ogni antica instituzione dei popoli; ma pure il latino diventò la lingua usuale di tutte le amministrazioni, del pretore e dei tribunali stabiliti nella Gallia. L'idioma celtico fu lasciato al popolo, e il latino divenne la lingua delle genti civili, nè guari andò che a questi due idiomi venne anche a mescolarsi la lingua germanica parlata dai conquistatori; ond'è che allor si vide la medesima confusione che nella letteratura; v'ebbe un parlar volgare, composto di tutti gli idiomi; la lingua latina si corruppe, e vi si mescolaron franche desinenze, e vocaboli celtici. I diplomi e le croniche di quel tempo comprovano questa confusione, che precedette la formazione d'una lingua regolata[80].
La scrittura soggiacque alla medesima alterazione, onde i diplomi merovingici a stento si possono leggere, mal formati sono i caratteri romani e i corsivi, nè più vi si scorge orma di quella regolarità che addita e distingue la scrittura carolingica, nei manoscritti principalmente, finchè anche questa si perde in una nuova confusione ai tempi rozzi e feudali. I diplomi merovingici si trovano scritti sovente sopra il papiro, già principia l'uso dei monogrammi, e i sigilli consistono generalmente in pietre antiche; i caratteri sono lunghi e male segnati, numerose e imbrogliate le abbreviazioni. Questa forma di scrittura de' tempi merovingici, tu l'incontri sulle lapidi sepolcrali, nelle iscrizioni del pari che nei diplomi; essa è contrassegnata d'un carattere suo particolare, e prova il poco progresso degli usi civili. Un picciol numero di diplomi è sopravvissuto alla gran distruzione del tempo, e si vede che all'età de' Merovei primeggiano i caratteri cubitali.
In que' tempi d'agitazione e di conquiste, la scienza si riduce a pochi, primordiali elementi; il mondo antico non è gran fatto innanzi negli studi speciali della natura, e nella cognizion delle cause che muover fanno gli enti animati; niun vestigio si trova di matematica, la scienza del calcolo non esce dalle semplici operazioni usuali; si conta alla maniera dei Romani, e si misura secondo la consuetudine dei Galli. Gli ordinamenti ecclesiastici soli obbligano i cherici e i fedeli a qualche studio, a qualche astronomica cognizione; le feste mobili son regolate sulle vicende della luna; è mestieri saperne il corso per determinare le quattro Tempora, fondamento di tutti i calcoli dell'anno; i calendarii muovono dalle due feste di Pasqua e di Natale; si contano meno i giorni che le solennità; le cronache fanno perpetuamente menzione dell'epoche cristiane, e le riferiscono alla vita degli uomini[81]. «Carlomagno passò a Fulda la Pasqua, il Natale a Magonza, la Pentecoste a Quercy o a Compiegne». Tali son le ripetizioni delle cronache; pochi i calendarii regolari, tutti sono composti per istrane forme, e i segni dello zodiaco tolti a prestito da Roma e dalla Grecia. Le ore si contano con l'aiuto dei taciti oriuoli a polvere che divengono i misuratori del tempo. Gli studi degli astri sono reminiscenze quasi tutte delle scuole alessandrine, e la meccanica principalmente, nel progredir ch'ella fa, è piuttosto una scienza di destrezza, che un calcolo di sapiente geometria.
Le arti, la musica, la pittura, l'architettura, prendon anch'esse la sorgente loro più pura negli studi di Roma e della Grecia. Lo studio solenne del canto fermo, è impresso d'un carattere germanico; se un concerto di voci soavi nella Chiesa romana e pontificale, produce maggior varietà, e dona di maggior dolcezza i sacri cantici; il canto fermo, grave, appartiene in essenza a un'origine franca; il falso bordone che sembra la voce del tuono, i punti di contrabbasso, e il fagotto non vennero da costumanze italiane, greche o longobardiche, ma di origine franca com'ei di necessità sono, anche austeri sono come il grigio cielo del Nord, come le selve druidiche, come il freddo marmo delle cattedrali. Lungo tempo durò la contesa del canto germanico contro il canto romano; le cattedrali franche sostenner come proprietà loro il canto fermo e le antifone dei loro maggiori, e i canti romani ebbero assai da fare a introdursi nelle basiliche della Gallia[82].
L'epoche differenti dell'arti architettoniche non posson mai, nè debbono essere insieme confuse; i monumenti gallici, informi quasi tutti, ti presentan l'immagine di templi appena scalpellati, di are druidiche seminate qua e là in vaste pianure, in mezzo alle lande, nelle mobili arene. La grande scuola romana che fa mostra di sè ne' bei monumenti delle città di Arli, di Nimes, d'Autun e di Sens, sparisce nella distruzion dell'impero, e altre idee soprarrivano insiem coi conquistatori. Al cristianesimo ripugnan le forme dei templi dedicati agli Dei del mondo antico, vuole aver un concetto suo proprio, e crea la basilica quale ancor la vediamo in qualcuna delle primissime chiese di Roma[83]. Questa è l'età dell'arte che sorge fin dal terzo e dal quarto secolo, la forma bisantina, è la prima fonte di tutte le inspirazioni; non si vede ancor l'arco a sesto acuto cogli aguzzi suoi marmi, ma le son masse di colonnette stiacciate sovra basse cupole, e sotto vôlte inclinate.
Pare a me che le basiliche cristiane abbian tre epoche; la prima, che collegasi coi tempi in cui la croce usciva delle catacombe per presentarsi alla luce del mondo, quando l'architettura è tutta semplice come la fede che lanciasi verso Dio; un edificio sol tanto o quanto ornato, vôlte senz'archi, facciata senza colonnette qual ci appare agli antichi vestigi che se ne veggono in Roma; o se pur qualche rottame v'è ancor di colonna, questo è perchè la basilica fu innalzata su qualche tempio pagano consacrato agli Dei immortali. Il secondo periodo appartiene all'arte bisantina: i pronai a colonnette, senz'archi a sesto acuto, la facciata con porte basse, il tempio semplice e nudo che va in breve a confondersi nello stile lombardo. Vien finalmente il terzo periodo, il periodo dell'arte cogli archi a sest'acuto, che non trovasi oltre il secolo undecimo. Ivi cominciano i frastagli, gli ornati, i campanili e le cupole librate in aria: fino ai Carolingi, e per tutta la lor dinastia non si veggono che forme romane, bisantine e lombarde.
La basilica di prima origine ha pochi ornamenti, laddove più prodiga n'è la scuola bisantina. L'Occidente e l'Oriente erano divisi per lo scisma sul culto delle immagini; gl'Italiani dalla viva immaginazione e i Greci, eredi della grande scuola d'Atene, amavano le statue e i dipinti che ritraevano i santi ed i martiri, la Vergine dagli occhi soavi, il povero che soffre, il martire che si rassegna. La quistion delle immagini è la maggiore che mai avvenisse nella storia, quanto all'arte, non altro essendo ella, di fatto, che il gran conflitto fra l'entusiasmo degli artisti e il freddo puritanismo, a così dire, dei raziocinanti. Se prevaluto avessero le austere dottrine, se la Chiesa proscritto avesse le rappresentazioni delle immagini di Dio e de' suoi Santi, delle storie divote de' patimenti della vita e del trionfo dell'anima, noi privi saremmo dei capolavori de' secoli del Risorgimento, nè Michelangelo e Raffaello nati sarebbero a popolare il mondo cristiano delle magnifiche opere loro. Gli artisti debbono grande e viva riconoscenza ai cattolicismo, e principalmente alla podestà pontificia, in cui esso cattolicismo è sovranamente personificato; i papi prevaler fecero questa bella teologia scolpita e colorata nei capolavori della scultura e della pittura.
Poche immagini troviamo nei primi tempi della Chiesa; sol poche ed informi statue degli Apostoli qua e là corcate accanto alle colonne della scuola greca e romana[84]. Talvolta tu scorgi le vestigia dell'arte antica nei monumenti cristiani, e nelle rare tombe del terzo e del quarto secolo, quali si veggono al Vaticano, o nella chiesa di San Massimino in Provenza[85]; Cristo e gli Apostoli vi son figurati con ornamenti di pretta scuola romana[86]. Si vedrà che in questi monumenti Cristo è rappresentato sempre in figura da giovane, dell'età di venti anni appena; venuto il medio evo, anche Cristo fu fatto vecchio, però che il tempo è infelice, e Cristo patisce come il popolo, che egli è popolo pure; le fattezze della Vergine soggiacciono invece ad una modificazione al tutto contraria; a' primi tempi essa è vecchia come una madre addolorata, con le rughe e il pallore che il Rubens riprodusse nella sua Deposizion di croce; ma di mano in man che ci accostiamo al medio evo ella ringiovanisce, come si vede nelle miniature del secolo duodecimo. La scuola bisantina è più prodiga di statue, d'ornamenti, di arabeschi; sul marmo del battistero e in fondo al santuario si veggono immagini d'un azzurro e d'un rosso vivissimo; su que' freschi o su que' dipinti in legno, risplende il volto di Cristo con occhi fissi e penetranti; san Pietro, san Paolo, san Bartolomeo, sì spesso riprodotti nelle opere della scuola bisantina, gli fanno corteo nella sua predicazione, mentr'egli stende a loro le braccia. In tutte queste reliquie della scuola di Costantinopoli si vede chiaro il martirologio delle basiliche greche, e l'impronta del Basso Impero: e a Ravenna, a Roma, a Milano, dappertutto si veggono impresse l'orme dell'arte bisantina.
Queste chiese primitive son semplici in generale, e vi si entra pel pronao, scoperto e circondato di basse gallerie, ove si veggono avanzi di statue e d'immagini; il battistero è situato sotto il portico, essendochè a que' giorni, prima d'entrare in chiesa, era bisogno vestir la tunica di neofito. Accanto del battistero sorge una cattedra di marmo, donde annunziare al popolo la parola di Dio. Il tempio è nudo, semplice nelle sue navate, e nelle sue vôlte inclinate, dietro all'altar maggiore si trovan quasi sempre quelle cotali figure di Cristo su fondo d'oro, insiem con gli apostoli che ti seguono pur tuttavia coi loro occhi fissi, e splendidi di potenza e di vita[88]. Nelle antiche provincie delle Gallie ci son chiese ancora col triplice loro carattere romano, bisantino, e ad arco a sest'acuto; gli avanzi della badia di San Vittore a Marsiglia, ti danno un'immagine di ciò che era una chiesa primitiva ai tempi delle persecuzioni, co' suoi sotterranei e le sue catacombe che passano sotto le acque del porto, per congiungersi alla Maggiore edificata sur un antico tempio di Diana[89]. Quasi per tutta l'estension delle Gallie le chiese ad archi a sesto acuto furono costrutte sulle ruine delle prime basiliche.
Anche la scultura tolse il suo splendore dall'arte bisantina, e rimase informe fino a che non invocò ad aiuto suo le memorie di Roma e della Grecia. Ebbe essa, è incontrastabile, di esperti artefici. I reliquiari, tesori veri delle chiese, fecer progredire innanzi l'oreficeria e l'arte statuaria; le arche sacre del secolo ottavo son quasi tutte ornate di pietre preziose. La forma loro è per lo più quella d'una cattedrale sostenuta dagli angioli, sorta di cariatidi cristiane, in mezzo a corone di smeraldi, topazii e rubini. Sur alcune di queste arche, splendono bassirilievi, rappresentanti soggetti storici: le vite dei Santi, le leggende della vita e della morte, e memorie tratte dall'antico e nuovo Testamento, quali esempigrazia sarebbero: Eva che coglie il pomo, Cristo che predica, gli Apostoli che insegnano alle turbe. Le pitture, o sieno per la chiesa, o sieno nel lastrico del coro o nel soffitto, son contrassegnate dal medesimo suggello; sono tutte dipinte su fondo d'oro, e fanno mostra di vivacissimi colori; le carnagioni han sembianza d'una maschera levata dal cadavere, d'un gesso foggiato sul morto, rassomigliano insomma alla carne umana sì, ma quando morta, e al colore dei Cristi d'osso o d'avorio, o anche alle figure di cera. Ivi il Padre Eterno ti guarda con occhi terribili, nell'atteggiamento in cui ti apparirà il dì del finale giudizio; mentre Gesù è mite come la parola del perdono ch'ei manda dall'alto della croce. A imitazione di tutta la scuola bisantina, Cristo qui non è ignudo ma vestito d'una lunga tunica, nella forma che il veggiamo nella cattedrale di Amiens. D'onde vien'ella questa sacra e curiosa immagine, e chi l'è venuta a riporre in una cattedrale antichissima delle Gallie?
L'oreficeria procede verso la sua perfezione; che se gli artefici di quel tempo non sanno ben ritrarre le umane fattezze, e dan loro quel carattere di secchezza che contrassegna il nascer dell'arte, essi hanno all'incontro perfezionato il disegno e il colore delle cose inanimate. Pochi sono i manoscritti, salvo alcune bibbie o messali che precedon l'epoca carolingica; nella pittura e nella scrittura manifestasi l'arte bisantina: quella legatura che chiamavasi testo (textum), perchè fatta a coprire e difendere il libro, presentava bassirilievi d'avorio, di squisitissimo lavoro, pari a quello dei reliquiarii incastonati di gemme e smeraldi[90]. In queste mirabili fatture dell'arte la porpora e la seta s'intrecciavano e mescevano i loro colori; il messale ha borchie d'oro o d'argento ai quattro canti; apri il manoscritto, raccolto diligentemente dall'amanuense, e il trovi per lo più scritto in caratteri cubitali; le miniature son rade, ma quasi sempre su fondo d'oro a simiglianza dei dipinti delle chiese; gli arabeschi vi appaiono più ricchi e meglio ricamati. Ancor ci si scorgono le tradizioni dell'arte greca e romana nei bei modelli, e l'orefice sant'Eligio ornava il palazzo del re Dagoberto con una finitezza ch'ei certo avea studiata a Roma; il sepolcro di san Martino di Tours era un capolavoro di oreficeria[91], che a que' tempi fregiavansi d'oro e d'argento le tombe, però che il sepolcro era il palazzo di quella pia generazione. In ogni monastero quindi ci aveano artefici, che s'impratichivano delle arti speciali, essendochè la scienza e ben anco i mestieri avevano origine ed incremento appunto nelle badie. I più degli artefici erano monaci e solitarii di San Benedetto; tutti i lavori d'intelletto venivano dalle lor mani, e questo spiegasi co' lunghi ozi della vita monastica: che far altro nelle notturne vigilie, e al gemer dei venti autunnali e invernali, se non pregare, meditare e lavorar per Dio e per gli uomini!
La ricchezza degli ornamenti ecclesiastici, il lusso dei re e dei conti, diedero a fare al commercio. Le ampie vie aperte dal dominio romano in mezzo a quell'impero, che abbracciava il mondo, favorivano il baratto delle derrate, e sui mercati delle Gallie e dell'Italia si trasportavano le merci della Siria e dell'Egitto, le pellicce della Sassonia e della Polonia, le ferrerie della Scandinavia. Il traffico durò così attivo anche dopo che i Franchi ebbero occupata questa parte dell'imperio romano, ed anche di questo commercio tra popolo e popolo è da cercar le vestigia nelle Vite de' Santi, dove i Bollandisti descrivono le ricche offerte d'incenso, di mirra e delle pietre preziose, che venivano accumulate sull'arche dei santi nei monasteri. Le carovane conducean le derrate dell'India ai porti della Siria, e i mercatanti ebrei le sbarcavano indi a Marsiglia e sulle coste dell'Italia, poi le si trasportavano a dorso di mulo fino alle fiere e ai mercati della Neustria o dell'Austrasia, con patenti di privilegio. I re della prima progenie reser famosa la fiera di San Dionigi, a cui venivano Lombardi, Sassoni, Spagnuoli, Greci e anche Saracini: e in queste fiere facevasi baratto delle più svarie derrate di tutte le contrade del mondo; i mercanti vi accorrevano a carovane esenti di ogni gabella, del telonio pure e del portico, di cui parlano le antiche cronache e sicuri dai signori feudali, sì formidabili ai mercatanti che giravano soli. In que' grandi bazarri cristiani i cattolici non eran distinti dagli ebrei, ma tutti posti sotto la stessa immunità e guarentigia. Col principiar della fiera ogni processo rimanea sospeso; il mercatante deponeva liberamente le cose destinate alla vendita, e ne facea spaccio a tutto agio suo; i contratti faceansi di reciproco accordo. Se ad alcuno facea bisogno di danaro, ecco l'ebreo ivi pronto a prestar ad usura, ad un interesse non punto determinato dai diplomi; egli non si facea quindi scrupolo alcuno di stipolare il frutto di due denari al soldo per settimana, e indarno gli abati assordavano il mondo, di vivissime querele contro questi miscredenti[92]. Ci si facea pure mercato di schiavi, quasi tutti bretoni, a dispetto dell'insorger di più d'un santo contro questo traffico scellerato, condannato dal cristianesimo. I regi diplomi dichiaravano le franchigie delle fiere, sorta di saturnali, in cui il guadagno era il dio: a San Dionigi, principalmente, il pastorale dell'abate copriva tutti gli atti dei banditi, e favoriva il concorso de' mercatanti ebrei, lombardi, greci e bretoni.
I fiumi navigati dalle pesanti barche dei nanti o ballettanti, erano i modi di comunicazione pel commercio, e i capitolari della prima schiatta obbligano i possessori dei beni a riva di essi fiumi di lasciarli sgombri al passaggio dei cavalli sulla Loira, sulla Mosa e sulla Mosella. Vi si trasportavano i vini più rinomati per la bontà loro, e principalmente quei d'Orleans, de' poderi della prima schiatta, e i re attendevano a piantare strade maestre e altre ampie vie sugli avanzi de' monumenti romani, e l'argine di Brunechilde serba tuttor questo nome dalle opere intraprese sotto quella potente regina. I mercatanti, a que' giorni, formavano una comunità, e avevano in Parigi loro mercati e quartieri speciali vicino a Sant'Andrea delle Arti, che poi divenne il parlouer aux bourgeois. Ivi teneasi tutti i giorni un mercato dei profumi e delle stoffe più fine provegnenti dall'Asia e dalla Grecia, e un'antica cronaca parla dell'ardimento de' mercatanti parigini, i quali aveano banchi e magazzini fino in Siria, e un giorno essendosi scontrati con certi mercanti veneziani in una città dell'Egitto, eran venuti coi medesimi a gran contesa ed all'armi.
Ragguardevoli eran le gabelle sul traffico, e i battelli andavano soggetti a mille tributi, che sono nei capitolari specificati: tasse di sanità, pedaggi dei ponti, approdo, ancoraggio, sbarco delle merci[93], tutto è ivi stabilmente regolato. I mercanti erano esenti di tutte queste gabelle in tempo e luogo di fiera, nè ad altro tenuti che al pagamento de' livelli particolari alle chiese, proprietarie delle piazze e terreni; a San Dionigi, la badia esigeva dodici denari, nè alcuno potea nulla di più domandare a' mercatanti che da ogni parte accorrevano sotto la franchigia della chiesa. Laonde il concorso era numerosissimo: i Sassoni recavano sul campo della fiera il piombo ed il ferro; gli ebrei gli aromi dell'Oriente, l'incenso, la mirra; i mercatanti della Neustria e dell'Armorica, il mele e la robbia; i Provenzali l'olio fino d'oliva e le derrate della Siria; i trafficanti d'Orleans, di Bordò e di Digione, vino, cera, sego e pece; gli audaci Schiavoni andavano fin dentro a' paesi nordici per indi recarne a San Dionigi i frutti delle loro miniere.
Nè men ci volea di quest'operoso commercio per soddisfare a tutti i bisogni di quella nascente civiltà. Il lusso veniva l'un di più che l'altro crescendo; si profondea l'oro e l'argento nei mobili, alcuni anche faceansi d'oro massiccio; Dagoberto re, facea far una sedia o un trono a sant'Eligio, tutto, comechè grandissimo, tempestato di perle sino alla cima. La vita di sant'Eligio, scritta da sant'Adoeno, è una curiosissima nomenclatura di quanto possa l'ingegno d'un artefice pel progresso dell'industria. Nelle occasioni che i re tenean loro corti plenarie, ricchissime eran le vestimenta, e abbiamo dal medesimo sant'Adoeno la descrizione del vestito di sant'Eligio, quando era dall'uffizio suo chiamato alla corte. Avea la camicia di lino finissimo, ricamata d'oro agli orli; la tunica o dalmatica era di seta intessuta d'oro e di gemme, che mandavano intorno vivissimo splendore; avea le maniche coperte di diamanti e smeraldi, con braccialetti d'oro, e cintura simile lavorata con mirabile artificio e la borsa ricamata di pietre preziose e sì rilucenti, che splendevan da lungi a pari del sole.
Cotesto lusso importava un gran giro della moneta, e però i capitolari cominciano già a statuir sul valore dei soldi e dei denari; gli ebrei, nelle cui mani era ito a finir quasi tutto il contante, lo prestavano a interesse grossissimo; potentissimi eran costoro sotto Dagoberto, nè mai forse godettero a memoria d'uomini, di più ampli privilegi. La moneta che era d'oro tutta e d'argento, contavasi per marchi, lire, soldi e denari. Noi vediamo nelle vite de' Bollandisti più d'un Santo affaticarsi pure per introdur nel commercio i principii di probità e d'onore. Predicavano essi contro la vendita degli schiavi[94], contro l'usura, sì contraria alla fede cristiana, e contro le rapine della gente da guerra, che impedivano a' mercatanti di professare liberamente il loro traffico. Molto dovettero alla religione cristiana, nelle Gallie, le arti, il commercio, le lettere, e a ben conoscere quella società è bisogno studiarla nelle vite de' Santi: la cronaca non è altro che una copia imperfetta; ma nelle divote relazioni raccolte da' contemporanei ben puoi farti un giusto concetto dei costumi e degli usi del medio evo.