CAPITOLO VIII. CAGIONI CHE AGEVOLANO A CARLOMAGNO LE SUE CONQUISTE.

I Franchi tutti sotto il medesimo scettro. — I compagni di Carlomagno secondo le cronache. — Bernardo. — Orlando. — Rinaldo. — Uggero il Danese ed altri. — La baronia secondo le canzoni eroiche. — Gli eroi de' poemi epici. — Franchi. — Borgognoni. — Aquitani. — Bretoni. — Austrasii e Neustri. — Ordinamento militare. — Prese d'armi. — Tattica. — Armi tolte dai Romani. — Il bottino. — Composizione dell'esercito. — Fortificazioni. — Cavalli. — Armature. — Cognizioni di Carlomagno.

771 — 780.

In questa società tutta armigera non v'è quasi spazio tra la puerizia di Carlomagno e le sue conquiste; non sì tosto egli si sente forte abbastanza, entra in lizza, non sì tosto ei possiede un po' di vigoria e di scienza militare, ei le pone in opera per accrescer di nuovi popoli il suo retaggio. E non è già senza grande studio e fatica ch'ei giunge a farsi conoscer degno discendente di Carlo Martello e di Pipino il Breve; entrambi questi capi avean principato col rendersi famosi per le geste loro, e Carlomagno anch'esso pagar dee il debito suo, e gli convien conquistare, e reprimere e ributtare le invasioni altrui, chè la stirpe carolingica non è ancor tanto antica da potere scioperarsi in ozio molle come i Merovei. Ond'è che appunto niun intervallo v'ha tra la puerizia di lui e la guerra contro gli Aquitani, poichè egli non avea più di trentun'anno quando calò dalle Alpi a conquistare il regno dei Longobardi[133].

Se non che Carlomagno si trova avere in mano forze assai più ragguardevoli che non i deboli re della schiatta merovingica, i quali appena regnavano sopra frazioni di popoli, essendovi a' tempi loro re d'Austrasia e di Neustria, e altri capi che governavano l'Aquitania e la Borgogna, e la guerra civile struggeva la forza di quelle razze, che si premevano e incalzavano senza traboccare al di fuori, e il sangue scorreva a fiumi in quelle guerre di famiglia contro famiglia e schiatta reale contro schiatta reale, sì che i tempi dei Merovingi rinovavan l'esempio delle guerre fra tribù erranti sulla terra ch'elle si contendean fra loro. Carlomagno si trova in condizione più agiata; egli ha tutte raccolte sotto il suo freno le sparse membra della gran famiglia de' Franchi; Carlomanno, che avea una parte del retaggio, è morto anch'esso, ed egli s'è impadronito de' suoi dominii; non vi sono più re, nè capi fra i Neustri, i Borgognoni o gli Aquitani che contrastar gli possan lo scettro; ognuno che ha nome di Franco muove sotto le insegne sue; egli è di tutti capo, di tutti supremo signore, ed ei pone suoi Conti a governar que' paesi, i quali senz'alcuna renitenza ubbidiscono[134]. Carlomagno, or ch'egli è re solo di tutti, ben sa che gli è d'uopo impiegar continuamente la nazion bellicosa ch'ei regge; se non la guidi alla conquista essa userà la forza sua nella guerra civile, non altramente che fece già sotto i Merovei; sono uomini valorosi ed ardenti, che vogliono esser condotti attraverso di fiumi e di monti su nuove terre, onde por debbe ogni studio, ogn'arte sua a scagliare i suoi compagni d'armi sui popoli e sui territorii vicini, però ch'ei saziar li dee di preda, di terre, di dominii, a evitar ch'ei si divorin fra loro.

In opera sì difficile e lunga come questa è, Carlomagno non può far da sè solo, onde sotto lui ed intorno a lui s'aggroppano capi e conti esperti in guerra; impossibil sarebbe ad un sol uomo imprendere ad eseguir tante cose, ed intorno a ogni grande intelletto, vediamo uomini di seconda schiera, che son come la mano e il sostegno dell'opera sua. Ora, da due fonti attigner si dee, per chiarire le imprese dei conti che seguiron Carlomagno nelle lontane sue spedizioni, e son le cronache e le canzoni eroiche. Le prime così sterili come sono in sostanza, ricordano appena qualche nome proprio, e Carlomagno è quel solo ch'ivi muove e si agita per le battaglie, siccome principio e fine; Eginardo non cita più che tre o quattro prodi che fan corteggio al suo signore, e se il monaco di San Gallo offre qualche più prezioso documento, si è perchè questa cronaca fu scritta sulle tradizioni e sulle canzoni eroiche medesime. La seconda delle fonti da me accennate, sono a proprio dire i grandi poemi di cavalleria in cui trovansi in copia nomi propri, e famiglie e baroni che aiutarono, tradirono o esaltarono Carlomagno; ivi il principe non è mai solo, ma circondato dal consiglio de' suoi leudi, de' suoi guerrieri: consigliasi con loro, nè mai muove alla battaglia se non dopo la deliberazione di tutta l'alta sua corte, e ci son famiglie intere che si danno alle gesta eroiche, o al tradimento. Cotesti racconti fanno di questo modo muovere intorno a Carlomagno una moltitudine di conti e di baroni che gli servono di corteo.

Nelle cronache maggiori sono citati parecchi nomi di paladini, Orlando primo di tutti; esse il fanno conte, soltanto, e guardiano delle marche di Bretagna, e gli danno il nome di Rudlando[135], e dicono ch'egli era un uomo di gran gagliardia; a lui è commesso più volte di ridurre al dovere il popolo di Bretagna, e muore a Roncisvalle[136]. Nelle cronache si parla pure d'un conte di nome Bernardo[137], zio di Carlomagno, paladino esperimentato e dotto in guerra, a cui il nipote affida il comando d'una parte dell'esercito che cala in Italia contro i Longobardi, e suo fu il consiglio di partirlo in due schiere, l'una da scendere pel Monte Cenisio, l'altra pel monte di Giove nel medesimo tempo. V'è altresì parola d'un altro paladino di nome Rinaldo o Regnoldo[138]; ma ei si rimane oscuro, senza niente avere che suggerir possa al pensiero esser egli il Rinaldo di Montalbano delle antiche leggende poetiche.

Sono pur dalle cronache nominati fra i conti di Carlomagno, un Amberto ch'esse fanno conte di Bourges, ed a cui sostituiscono Stormino; un Abbone o Alboino, conte di Poitieri; un Guibaldo, conte di Perigueux; un Ittieri di Chiaramonte; un Bollo di Puy; un Orsone che piglia il governo di Tolosa, un Amone d'Albi, un Roardo di Limoges; i quali tutti dovevano esser uomini di grande affare, e di valentia, da che Carlomagno partì fra loro il governo delle Aquitanie. Finalmente il monaco di San Gallo ci ha conservato alcune tracce della vita di Uggiero il Danese, un di quei capitani nati senza dubbio fra le nazioni scandinave, che vennero ad offerire il braccio loro a Carlomagno. A quanto ne dice il cronista di San Gallo, quest'Uggero, fuggitivo, ricoverossi tra i Longobardi, temendo la presenza e il corruccio dell'adirato suo signore.

Tutte queste narrazioni delle cronache son povere di nomi propri, e spoglie, in generale, di grandi caratteri storici. Così non è delle canzoni eroiche, nelle quali anzi spiegasi tutta la pompa delle epopee carolingiche, e intere famiglie di baroni risplendono. Il semplice conte Orlando delle cronache diventa ivi quel valente paladino che scuote i monti e affetta i giganti saraceni, con Rinaldo di Montalbano allato e la famiglia del vecchio Amone nel suo castello di Dordogna, e con Uggero il Danese, anch'esso grande ammazzator d'Infedeli. Poi tu vedi comparir Guglielmo Corto naso[139], Garino il Loreno, Lamberto il Corto, Gualtieri di Cambrai, e già si mostrano i Bracci di ferro, le Lunghe Spade, i Girardi di Rossiglione[140] e gli Amerighi di Narbona. I quali baroni tutti si accerchiano intorno alla gran figura di Carlomagno, lo servono coi loro consigli, colla forza del loro corpo, col valore del braccio loro, nè possono andar separati da questo signor sovrano, di cui formano, come a dire, l'aureola.

L'idea dei dodici baroni che risiedono alla corte di Carlomagno, è, si vede chiaro, posteriore al suo regno; noi la troveremo da per tutto nelle canzoni eroiche, ed è un anacronismo che rinasce a ogni poco. Il titolo di barone altro non può quivi significare che un capo di quelle famiglie, o d'alcuna di quelle nazioni che si aggreggiano intorno al trono dei carolingi. Ci sono Borgognoni, Aquitani, Franchi della Neustria e dell'Austrasia; paladini che abitan le rive del Reno, della Loira, della Garonna, della Dordogna, e già regnano le antipatie di razza, e i Maganzesi non possono patir gli Aquitani. I Franchi sono anch'essi fra loro divisi per certe lievi disparità di costumi e di consuetudini, le quali trapelano dai canti e dai romanzi di cavalleria che ci narran le gesta dei paladini di Carlomagno. E quanto tempo ci volle per cancellar queste lievi disparità fra razza e razza, fra popolo e popolo!

Fra gli uomini prodi e valenti, fra i paladini di Carlomagno son misti i traditori e felloni, e poichè ogni affetto dell'anima vuol essere personato, questi ultimi appartengono alla famiglia maganzese, al lignaggio dei Ganelloni, o alla razza guascona di Olderigi, di cui tanto suonano le canzoni eroiche. A quel modo che si magnificarono le vittorie di Carlomagno, così scusar si vollero le sue sconfitte; chè quando un grande nome risplende sulla terra, i disastri che gli succedono, non sono mai, per opinion dei popoli, procedenti da cause naturali, ma sì da fellonia e tradigione. La conquista del regno de' Longobardi, è tanto rapida, tanto intera da non lasciar punto supporre che tradimento umano ci avesse luogo; in sei mesi i Franchi passan le Alpi, e tutto è finito; all'incontro nella guerra oltre i Pirenei, dove accadde la funesta rotta di Roncisvalle, le canzoni eroiche ti schieran da bella prima dinanzi tutta la famiglia dei paladini leali, di quei prodi e valenti che combatterono a fianco dell'imperatore; poi, dopo questa nobile schiera, vengono i felloni, coloro che vendono gli eserciti, e sono, come dissi, rappresentali nella persona di Ganellone. Il pio arcivescovo Turpino è il cantore di tutta questa epopea; egli si mescolava fra' combattenti, armato di mazza, poichè, cherico qual era, non dovea versar sangue; pugnava, orava, confessava vero simbolo del chericato, tal quale a noi lo additano le leggi di quei tempi e i capitolari.

I compagni d'armi di Carlomagno pigliano tutti il nome di Pari e Baroni dell'imperatore; i poemi dei trovatori confondon pur sempre le date; scritti come furono nel secolo duodecimo, e nel decimoterzo, verso i tempi di Filippo Augusto e del suo successore, essi portan l'impronta delle instituzioni dei secoli in cui furon composti. Nè sotto Carlomagno, nè sotto alcun de' Carolingi vi ebbero mai pari, nè ancor nato era il baronaggio insiem col feudo dipendente[141], nè ci eran pari laici, perchè ancor non v'erano nè duchi di Normandia, di Guienna o di Borgogna, nè conti di Sciampagna, di Fiandra e di Tolosa; nè tampoco ci eran pari ecclesiastici, perchè la gerarchia degli arcivescovi e dei vescovi non s'era punto ordinata nelle condizioni feudali. I trovatori, col trasportar le idee di un tempo in un altro, facevano, sott'altre forme, lo stesso che i miniatori delle immagini, i quali abbigliavano coi vestimenti del secolo in cui viveano essi medesimi, personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Laonde il titolo di barone o di pari nelle antiche conquiste dei Carolingi, non dee interpretarsi se non nel senso di compagno d'armi del capo signore[142], nè il conte Orlando fu altrimenti un pari del re, com'ebbe ad essere il duca di Normandia sotto san Luigi e sotto Filippo il Bello, ma un graff di origine germanica o bretona alla foggia dei Franchi di Clodoveo e dei Merovingi. Carlomagno raccoglieva sotto il suo freno le tribù franche tutte quante: Borgognoni, Neustri, Austrasii, Bretoni, Aquitani, e ognuna di queste razze era rappresentata da alcuni particolari eroi, divenuti poscia i soggetti dei poemi epici e nazionali.

Ragguardevoli erano tutte queste forze in mano di Carlomagno; e quanto alle prese d'armi, facevansi esse tumultuariamente dopo qualche deliberazione delle corti plenarie; però che a due tempi dell'anno, Natale e Pasqua, il capo signore dava una specie di militar convegno a tutti i capi della nazione o franca o romana, conti o vescovi che essi fossero: a Natale deliberavano intorno alle leggi generali, a Pasqua concertavano le spedizioni lontane della primavera e la conquista di questa o quella uberifera terra, come dir la Sassonia, la Lombardia, la Spagna. Tutta quella generazione non aveva altra passion che la guerra; lo squillo della tromba saltar li facea come destrieri; i paladini non potevan più contenersi nelle lor grosse e murate torri; chi parlava lor di conquiste era il bene ascoltato: onde il rinomo di Carlomagno a lui tutti tirar doveva i capi dell'armi, i conti bramosi di nuovi dominii; anche i leudi più lontani accorrevano alle sue chiamate. Tutto questo facea che le forze sue fossero superiori di numero a quante altre gli erano opposte; chi seguiva le sue bandiere, chi accorreva allo squillo delle sue trombe era certo di guadagnar qualche terra, era certo della vittoria; e però a lui correvano in frotta; Carlo Martello e Pipino avean lasciato alto grido di sè, e il figlio loro ancor più l'innalzava. Fin dal principio del suo regno egli spiegava la medesima attività, la medesima militar sapienza dell'avolo e del padre, onde tutti in lui s'affidavano, ed egli guidava i vecchi commilitoni che avean guerreggiato sotto Pipino, e i veterani che avevan veduto Carlo Martello; la razza degli Austrasii mostrava d'aver conquistata una potentissima superiorità sa tutta la famiglia dei Franchi; essa durava nella sua prepotenza, e Carlomagno appariva come il simbolo di quella vigorosa famiglia: sì che appena egli fa la chiamata, tolti si affollano intorno a lui, alle sue bandiere, a' suoi pennoni, alla sua orifiamma, e i suoi capitani sono uomini anch'essi il cui nome suona lontano.

Nè questi capitani e uomini d'armi chiedono paga di sorta alcuna, chè la guerra in loro è natura: e nessuno ha bisogno di scriversi per aver sussidio in denari o soldi d'oro, chè tutti si forniscono e armano a proprie spese[143]. Il capo supremo ascende l'Alpi, e di colassù dice a' suoi soldati: «Ecco terre nostre! avanti!» e queste parole maggior animo infondono che non la speranza d'una paga o d'un'agiatezza regolare. Così fan sempre i Barbari, e così a loro imitazione i capitani venuti in tempi di eccezione e di fanatismo!

Annunziata questa o quella spedizione, leudi e liberi compagni tutti accorrevano, e assentivasi a quella al suon dell'armi ed allo strepito dei carri. Debito era di chi possedesse alcuna terra d'accorrervi alla più breve, ed indi i capitolari lo imposero per obbligo indispensabile, e tutti coloro che possedevano alcun bene del fisco. Le armi eran la cura principale dei conti e dei capi militari; con esse ottenevano la vittoria, e però ben eran solleciti di dar loro tempra forte; quanto ai monumenti d'arte, pochissimi ne abbiamo che riferir si possano ad un'età sì remota, e le poche armature che ci durano, in modo autentico provate dei secoli decimo ed undecimo, sono in parte divorate dalla ruggine, quel dente distruttore dei secoli, quella vecchiarda che lacera con l'ugne sue corpi che altri creduto avrebbe non poter perire giammai. L'antiquario che fruga e cerca il vero, ammetter dee che i Franchi tolsero quasi tutte le armi loro dai Romani: infatti, quando una nazione barbara e conquistatrice accostasi ad una gran civiltà, prima di tutto e ardentemente, accetta di quella le armi omicide più raffinate e distruttive, e imita, tosto e per bisogno, i modi perfezionati di uccidere e di conquistare.

Cotesto si fu evidentemente uno dei primi studi dei Franchi nelle Gallie; pigliavano la picca e il giavellotto in luogo della chiaverina troppo corta; allo scudo rotondo della nazion loro preferivan lo scudo romano, come più atto a coprire il corpo, e l'elmetto insiem con la visiera, perfette armature sì ben congegnate che i dardi non vi passavano, furon parimenti sostituite a quella specie di berretto di cuoio bovino, del quale i Barbari armavano il capo. Robusti di corpo, com'erano, accettaron pur l'uso del piastrone o giaco di ferro, e la lunga ed aguzza spada, sì ben temperata che la sua celebrità passava di generazione in generazione, e serbavasene la genealogia fra le tende del campo. I Longobardi e i Greci conoscevano anch'essi certamente queste armi formidabili, ma non aveano a gran pezza i corpi giganteschi dei commilitoni di Carlomagno, nè quella forza loro appena credibile, chè gli elmi del decimo secolo pesan bene centoventicinque libbre, e a grande stento ora sollevar possiamo con due mani quella spada che i paladini maneggiavano come fosse una verga[144]. Portavano essi anche la mazza, l'arma favorita dei cherici, perchè non versava sangue; le quali mazze eran quasi tutte d'un tronco di cerro a nodi appuntati, e talvolta tutte di ferro: con questa terribil arme alla mano l'arcivescovo Turpino stramazzava gl'infedeli, e obbligavali a confessarsi ed a ricevere l'assoluzione.

I cavalli degli eserciti di Carlomagno erano di razza migliore di gran lunga dell'altre d'Italia, di Spagna e d'Inghilterra, e quasi tutti venivano tolti dai pingui pascoli del Reno, della Baviera e della Germania. Grandi di corpo, di gagliardo aspetto, e' serbavano per gran tempo la natía loro salvatichezza, come i tori ferocissimi delle Ardenne; poi domati, venivan bardati di ferro, e difesi così dai dardi, dai giavellotti e dalla punta delle spade; la vita del paladino era congiunta con quella del suo destriero, così come la vita dell'Arabo con quella del suo corridore; tutti questi cavalli aveano lor nomi, a simiglianza del Baiardo dei quattro figli d'Amone; e quanta esser dovea la forza di questo cavallo, se fu detto ch'ei il portò in groppa tutti e quattro ad un tratto! Tutto ferro parean quelle osti a vederle, splendean da lungi come l'incendio o la meteora, e la terra tremava sotto i passi loro.

Se non che questa forza era pur sempre indisciplinata e salvatica, nè i popoli che ubbidivano a Carlomagno si sarebbono punto distinti dai primi Franchi, se quegli eserciti non si fossero appropriata la gran tattica dai Romani, ed è cosa irrefragabile che esso Carlomagno fu costante imitatore di Roma non solo nell'ordinamento dell'impero suo, ma sì ancora nella condotta de' suoi eserciti; nè le sue erano avventurose scorribande d'un capo di guerra, nè inondazioni a guisa di torrente, senz'ordine, senza consiglio, senza tattica, ma in tutte e tre le maggiori sue guerre contra i Longobardi, contra i Saracini e contra i Sassoni il vedremo seguire gl'insegnamenti della scuola greca e romana. Nè queste spedizioni con tanta vigoria di mente concepite, furono tampoco una sola ispirazione del genio suo, chè anche assai tolse dalle tradizioni dei capitani antichi; Annibale avea varcato le Alpi prima di lui, e Scipione i Pirenei; le coorti aveano oltrepassato il Reno, le legioni guerreggiato in Pannonia e in Dalmazia, e Cesare insegnato i modi a compiere e a conservar le conquiste.

Egli non è punto a dubitar che questi principii, queste tradizioni non giungessero fino a Carlomagno, e non l'aiutassero a svolgere i pensamenti suoi militari; il vediamo tener lunghi assedii intorno a Ravenna ed a Pavia, dunque aver dovea le macchine sì ben da Vegezio descritte: l'ariete che abbatteva le mura, il corbo che le forava, e quelle torri volanti che quasi per incanto innalzavansi al ragguaglio de' più alti bastioni[145]. Al decimoterzo secolo già si vede l'arte delle macchine di guerra tutto togliere dai Romani, chè i Barbari stessi progrediscono naturalmente nei mezzi di distruzione, fanno la guerra con entusiasmo, e son per istinto fecondi in maravigliosi trovati. Carlomagno divide gli eserciti suoi in più corpi; ha una tal quale cognizione della geografia, del paese; conosce i passi dell'Alpi, e i luoghi deboli del regno dei Longobardi a quel modo che ei sa la topografia dell'Ebro e dei Pirenei. Ei non è più un capo barbaro, ma sì un uomo di gran mente, che pondera con sagacia, ed i compagni ch'egli trae seco intorno a sè, sono educati alla sua scuola, sono valenti soldati più disciplinati che quelli di Clodoveo non erano, e padrone ch'egli è di tutte queste forze, il gran capitano intraprender può l'opera sua militare, nè si arretra dinanzi ad alcuna difficoltà. Andiamo di presente a vederlo nella prima delle sue spedizioni, in atto di scender dalle Alpi per assalire la gagliarda nazione dei Longobardi; tutto fia chiaro in breve, e principalmente la ragion di quelle rapide conquiste, che nello spazio di quindici anni gli pongono in mano il più vasto impero del mondo.