CAPITOLO IX. L'ITALIA. — CADUTA DEL REGNO DEI LONGOBARDI.
Condizioni del re Desiderio. — Papa Adriano. — Nuova occupazione del territorio di San Pietro fatta dai Longobardi. — Resistenza di Roma. — Ambascieria d'Adriano in Francia. — Partenza dei Franchi. — Passaggio dell'Alpi. — Assedii di Pavia e di Verona. — Carlomagno in Roma. — Sua esaltazione al patriziato. — La donazione di Pipino confermata ed ampliata. — Sommessione di Desiderio. — Caduta del regno dei Longobardi. — Rispetto di Carlomagno alle leggi longobardiche. — Incoronazione di lui a Monza. — Ridotti a soggezione l'un dopo l'altro i grandi feudi di Benevento, di Spoleti e del Friuli.
772 — 774.
Aveano i Longobardi cangiato di famiglia regnante alla morte di Astolfo, per l'esaltazione di Desiderio, il Desideratus delle bolle romane. Da semplice conte di schiatta dalmata o istriana fatto re, riconosceva costui l'innalzamento suo da Pipino, ed anche da Stefano papa, il quale avea dato fortemente di spalla alla scelta dei capi lombardi. Se non che tanta era, di necessità, la gara fra Roma e Lombardia, che Desiderio ebbe in breve calde contese con Adriano, succeduto a Stefano nel pontificato. Il re dei Longobardi intitolavasi, per via dell'esarcato, rappresentante dell'impero greco in Italia, rinnovellando così le gare degli imperatori contro i papi, degli esarchi contro i vescovi di Roma, delle basiliche greche di Ravenna, Verona e Milano contro il Vaticano e la Sede apostolica. Ma papa Adriano sosteneva con invitta fermezza i diritti e privilegi del pontificato, chè egli non era un papa venuto d'altronde, ma nato appiè del Coliseo, e nodrito, per la famiglia sua e per la sua educazione, di quello spirito di patriziato che avea sopravvissuto alle grandezze della città eterna. Figlio com'egli era di Teodulo, duca di Roma e console imperiale, ereditato avea la gara politica che sussisteva tra la città del Tevere e la metropoli di Costantino sul Bosforo, onde, avendo i Longobardi per successori dei Greci, nè aderir volendo ad alcuna soggezione di Roma inverso Desiderio, manteneva in tutta la forza sua la donazione di Pipino a favor della Chiesa. Quel re dei Franchi, protettor della Santa Sede, più non viveva, e i Longobardi avevano con ansia tenuto d'occhio le prime brighe del regno di Carlomagno per farne lor pro ad assicurarsi la signoria dell'Italia, nè sì antica essendo la donazione di Pipino da tenerla oramai per irrevocabile, essi miravano ad annientarla all'uopo di ristabilire la pericolante podestà loro. Desiderio facevasi quindi ad invadere il patrimonio di san Pietro, senza rispetto alle immunità sue, e movea, senza starvi a pensar sopra, contro di Roma, con lo stesso vigore dei re longobardi della prima progenie. Nelle vene di Adriano scorrea, già dissi, sangue romano, e nudrito dell'eroiche ricordanze della storia di Roma, superbiva al contemplare il Coliseo, quelle reliquie dei templi e dei palagi, quelle sante chiese dei martiri, sì che all'avvicinarsi dei Longobardi, e al vederli coprir con le loro tende le sterili campagne di Roma non si lasciò punto atterrire, ma fatte armar le mura, e chiuder le porte, risolse, all'uso antico, di morire in mezzo ai cittadini alla guisa dei consoli.
L'assedio di Roma continuava, per diecimila longobarde lance che ne stringevan le mura, quando esso papa Adriano elesse una deputazione di vescovi e patrizii romani, che si recassero alla corte plenaria di Carlomagno a chiedere l'aiuto suo contro gl'invasori del sacro patrimonio della Chiesa. Il figliuol di Pipino era succeduto al padre in tutti i titoli suoi, e fra le leggende e inscrizioni che chiamavan purpuree, quella pur trovavasi del patriziato di Roma, che era la titolar magistratura dell'eterna città; onde l'obbligo in lui di proteggere il papa ed il popolo che s'eran posti in una specie di vassallaggio verso i re franchi. Doveano gl'inviati di Adriano gittarsi ai piedi di Carlomagno e supplicarlo di venir a difendere la terra di san Pietro profanata dagli empi Longobardi. Già vedemmo che Stefano erasi in altri tempi calorosamente opposto alle nozze di Carlomagno con la figlia di Desiderio; ora costei era stata pur dianzi ripudiata, e il re dei Longobardi ne avea provato acerbo risentimento insieme co' suoi popoli, che tenevano per un oltraggio il ripudio d'una giovine e infelice consorte. E appresso, la corte di Pavia, di Milano e di Ravenna era divenuta come a dir l'asilo di chiunque serbasse in cuore odio pel re e per la nazione dei Franchi, onde ivi riparato aveano la vedova di Carlomanno co' suoi pargoletti dallo zio Carlomagno spogliati della corona, ed ivi s'erano egualmente rifuggiti i baroni malcontenti, lo sbandeggiato duca d'Aquitania, e se si dee prestar fede al monaco di San Gallo, anche Uggero il Danese, uno dei conti franchi di maggiore fermezza, uno degli eroi della cavalleria, d'origine scandinava, il quale, incorso nella disgrazia di Carlomagno, nè sostener sapendo l'irato e potente splendor del suo sguardo, erasi dato alla fuga.
Giunti gli inviati di papa Adriano a Paderborna dov'ei teneva la sua corte plenaria, il trovarono prontissimo a una spedizione militare in Italia, chè quelle transalpine pianure, quelle ridenti città troppo piacevano ai leudi, ai conti, ai paladini che accompagnavano i re franchi nelle spedizioni lontane, e già in fantasia ne vagheggiavano il bel sole, le ubertose campagne, in cambio delle tetre loro città in riva del Reno, e contemplavan da lungi l'uva spenzolar da' suoi pampini, e le frutta saporose, e le tepide acque dell'Adriatico e del Mediterraneo. La spedizione fu dunque tosto deliberata, e mentre papa Adriano sostenea vigorosamente l'assedio di Roma, mentre i Longobardi non aveano più rispetto ai monumenti cristiani che alle vestigia della grandezza romana, Desiderio seppe per messi la gran diversione che Carlomagno gli preparava dall'Alpi, con un esercito di Franchi, conti, leudi, con quelle pesanti armi loro e con quei loro fortissimi cavalli.
I monti che dividevan le terre di Carlomagno dalla Lombardia non erano a quei giorni altrimenti tagliati da quelle ampie vie che lasciano oggidì liberissimo spazio a condurre gli eserciti; ma sol vi erano poche vestigia delle vie romane, chè avendo il passo tentato da Annibale, mostrata la necessità di congiunger le Gallie all'Italia, domate ch'ebbe Cesare quelle riottose popolazioni, gl'imperatori compier vi fecero alcune opere alla foggia romana, onde agevolare il libero tragitto da Milano fino al cuore dell'Alpi elvetiche. L'ardore indi de' pellegrinaggi al sepolcro degli Apostoli avea conservato alcuna di quelle vie romane, ed a poca distanza l'un dall'altro, ci si trovavano romitorii e monasteri, ed essendo l'ospitalità uno dei precetti del cristianesimo, anche l'Alpi, comechè di difficile accesso, sicuro passaggio porgevano ad eserciti che marciavano lentamente, e quasi senza fardaggio alcuno. Nè a quei giorni ci erano artiglierie; ogni leudo portava da sè l'armatura sua, le sue difese; tutti potevano lasciar andare con la briglia sul collo i loro cavalli, e di questo modo ogni sentiero, buono ai pedoni ed alle bestie da soma, bastava a quelle masse di gente che movean dalla Borgogna, dal Reno o dalla Baviera per far capo a Milano. Il partito di calare in Italia fu preso ivi stesso a Paderborna, si elesse Ginevra a luogo di far massa, e le Alpi si copriron tosto di una infinita schiera di lance che moveano verso Milano, Pavia e Verona, poichè i Franchi avean fatta lor meta queste tre città principali del regno de' Longobardi, il tutto predisposto innanzi, così per la guerra come per l'occupazione, con quell'accorgimento onde chiari erano gli Austrasii nelle conquiste. In un consiglio che i leudi tennero a Ginevra, fu preso a pieni voti di varcare le Alpi, al qual uopo si partirono in due grandi schiere, l'una capitanata da Bernardo, leudo anch'esso e bastardo di Carlo Martello, uomo di grande statura; doveva egli attraversare il Valese, varcare il monte di Giove (ora San Bernardo) per occupare il passo dell'Alpi, e penetrare in Italia, intantochè Carlomagno, il quale avea serbato a sè il capitanato dell'altra schiera, la guidava pel monte Cenisio, l'usata via di Pipino. Così la schiera principale condotta da Bernardo far dovea una potente diversione nel pian di Milano, mentre Carlomagno assaliva di fronte il Piemonte; la qual mossa attraverso delle Alpi fu compiuta con ammiranda fermezza.
All'aspetto di queste due formidabili osti Desiderio provò un certo terrore, pur nondimeno il figlio suo Adelgiso, o com'altri lo chiamano, Adelchi, raccolse un grosso di gente appiè dell'Alpi per difendere i passi del monte Cenisio. Quelle cime eran tutte irte di fortificazioni alla foggia dei Greci e dei Romani; sovr'ogni rupe erano torri difese da vigorosi balestrieri e da agili scorridori che si arrampicavano di balza in balza, sì che Carlomagno avrebbe trovato insuperabili impedimenti, se non fosse stato aiutato dalla diversione del conte Bernardo, che calando pel monte di Giove veniva ad alloggiarsi fra le Alpi e Pavia, per modo che, presi a tergo i Longobardi, furono costretti d'abbandonare i loro alloggiamenti, e Carlomagno potè venir ad unirsi con Bernardo nelle vicinanze del lago di Como. Adelgiso prese la fuga, e Desiderio, che avea posto il campo al di là di Milano, si vide forzato a ritirarsi precipitosamente verso Pavia, la città forte del regno, in cui dovea sostener poi un lungo assedio, intanto che ed essa e Genova venivano incontanente accerchiate da migliaia di lance, ed i Franchi, per ogni dove irrompendo, correvano il Milanese.
Grande era già il terrore che il nome di Carlo inspirava, e il concetto che di lui s'eran formato i Longobardi, onde e conti e vescovi s'affrettavano di sottomettersi, e tutto fu soggiogato, salvo le dette due città di Pavia e di Verona. La prima di queste non era a que' giorni per anco ridotta a quella condizione, comechè di nobile reliquia, in cui la vediamo oggidì. Vasta e bella città vedeva sorgere i grandiosi suoi monumenti di marmo alla foggia lombarda e romana, e le sue mura innalzarsi a ben settanta piedi romani, e diciassette porte aprirle l'adito alla campagna, e settantadue torri cignerle la fronte a guisa d'antica Sibilla. Ivi era la sede dei re longobardi, che se Milano le contendea quest'onore pel suo episcopato, per le sue corrispondenze con Bisanzio, per le basiliche sue, per le sue spaziose vie, e pe' suoi passeggi; che se Monza era il luogo dove i re cinti venivano della corona di ferro, Pavia era pur sempre la città militare insiem con Verona, la sorella sua dalla corazza d'acciaio.
I Franchi invasori trovavan così, dopo le Alpi, forti città atte ad oppor dura resistenza, e il nome di Carlomagno, sì grande fra tutti, rimbombava entro quelle mura, ed egli apparia loro quasi uomo di ferro sotto il ferro. Il monaco di San Gallo ci lasciò descritti i tremendi approcci del potente signore sotto le mura di Pavia, nè meglio che quivi aver si potrebbe la prova della viva e profonda impressione che la sua presenza produceva. — Pochi anni prima un conte del regno, di nome Uggero, essendo incorso nello sdegno inesorabile di Carlo, erasi ricoverato appresso di Desiderio, e quando l'uno e l'altro seppero che il formidabil prence avanzavasi, salirono su una torre altissima, donde veder lo potevano da qualunque si fosse parte egli venisse. Videro da prima tante macchine da guerra, quante bastate sarebbero al bisogno degli eserciti di Dario e di Giulio Cesare, e Desiderio chiese ad Uggero: — Carlo è forse con questa grande oste? — No, rispose l'altro. Poi vedendo venire una schiera infinita di soldati raccolti da tutti i luoghi del nostro impero, il Longobardo disse ancora ad Uggero: — Carlo vien certo trionfante in mezzo a quella moltitudine? — Non anco, rispose Uggero, nè egli verrà sì tosto. — E che potremo noi fare, ripigliò Desiderio, cominciando già ad invilire, s'ei viene accompagnato da maggior numero ancora di guerrieri? — Tu lo vedrai com'è al giunger suo; rispose Uggero, che poi debba esser di noi non te 'l so dire. — Mentre dicevano queste parole, ecco apparir la schiera de' paladini, la quale non sa che sia riposo, alla cui vista atterrito il Longobardo, prorompe: — Per Dio! ecco Carlo! — Non anco, ripigliò Uggero. Poi vennero i vescovi, gli abati, i cherici della regia cappella ed i conti; allora Desiderio, più sostener non sapendo tanta luce, nè sprezzare la morte, si fece a dir singhiozzando: — Scendiamo e nascondiamoci nelle viscere della terra, lunge dal cospetto e dal furore d'un sì tremendo nemico. Ed Uggero, che già sapea per prova la potenza e la grandezza di Carlo per la lunga pratica che n'avea fatta in tempi migliori, disse allora tutto tremante: — Quando tu vedrai le messi agitarsi per terrore nei campi, e il Po torbido e il Ticino inondar coi loro flutti tinti di ferro le mura della città, di' pure allora che Carlo viene. Nè avea finito queste parole, che incominciossi a veder da occidente come una scura nube sollevata da Borea, la quale mutò il chiarissimo giorno in paurosa oscurità. Se non che, all'accostarsi dell'imperatore, lo splendor delle armi facea sulle genti chiuse in città rilucere un giorno più tetro di qualunque più tetra notte. In quella apparve Carlo in persona, uomo tutto di ferro, coperto il capo d'un elmo di ferro, le mani armate di guanti di ferro, il petto di ferro e le marmoree spalle difese da una corazza di ferro, e la mano sinistra armata d'una lancia di ferro ch'ei reggea ritta in aria, poichè la destra ei la tenea sempre sull'elsa dell'invitta sua spada. Le coscie pure, che gli altri, per esser più spediti a montar a cavallo, sguernivano anche de' cuoi, egli avea tutte cinte di lamine di ferro. —
Tale si era la paurosa impressione che in tutti facea l'accostarsi di Carlomagno; non vedevasi che ferro; un colosso egli era che arricciar facea di paura chi lo vedeva. — I suoi sandali, segue il cronista, erano pure di ferro, di tali usandone altresì tutto l'esercito; ferro era lo scudo, e del colore come altresì della forza del ferro aveva il cavallo. Tutti coloro che lo precedevano o fiancheggiavano, o seguivano, insieme con tutto il grosso dell'esercito, avevano, per quanto ciascun poteva, di simiglianti armature; sì che il ferro correva le strade maestre e le campagne, e al riflesso del sole toglieva la vista, e spargea lo spavento per le vie della città, però che quel durissimo ferro era portato da gente di cuore ancor più duro. Quanto ferro, o Dio, quanto ferro! gridavano atterriti; e al vedere tanto ferro cedè per terrore la saldezza delle mura e della gioventù, e il ferro crollò la prudenza dei vecchi, di che io povero balbuziente e sdentato scrittore, m'ingegnai di far una viva descrizione. Uggero lo conobbe al primo sguardo, e disse a Desiderio: — Eccoti colui che cerchi sì ansiosamente. — E detto questo cadde tramortito al suolo. —
Lo sdegno di Carlo era dunque come la morte per chi osava sostenerne il vampo, e la voce sua recava il terrore negli animi, onde il monaco di San Gallo, a significar questa fiera immagine, altro miglior modo non trova che la parola ferro, ripetuta ben venti fiate in due pagine della sua cronaca, però che il povero cronista ha raccolto le deposizioni dei veterani che seguirono il signor loro in Italia, ed udite le tradizioni di que' pochi monaci lombardi che passarono l'Alpi, e serbarono memoria delle conquiste di Carlomagno. L'assedio di Pavia fu un dei periodi più memorabili della vita di lui; quella città, ultimo riparo della monarchia de' Longobardi, cader doveva insieme con la corona di ferro. Carlomagno stringeva, incalzava l'assedio, e i Franchi celebravano la festa di Natale sotto le tende loro, intanto che le bande degli Austrasii sottomettevano le città e i borghi dei dintorni, e così tutta spendevasi in fazioni di guerra la vernata, conservando sempre i Franchi l'incontrastabile superiorità loro sui Longobardi, protetti questi non più omai che dall'alte mura di Pavia e dal valor personale di Desiderio.
Venuta Pasqua insieme con le sue pompe, Carlo non potè più resistere alle vive istanze d'Adriano, che gli facea calca perchè andasse a passar la settimana santa a Roma sul sepolcro degli apostoli; la settimana santa, tempo di lutto e di penitenza per un cristiano! Gli annali della città di san Pietro dicono che: «A dì due di aprile, il sabato santo, il gran Carlo giunse alle mura di Roma», e assegnossi il giorno della Risurrezione pel suo solenne trionfo[146], però che i Carolingi erano patrizi e protettori del pontificato, e Adriano volle che quest'augusta pompa fosse per sempre memorabile nei fasti romani. Venendo Carlomagno per la via di Toscana, egli mandò ad incontrarlo vescovi e patrizii, discendenza de' consoli e tribuni antichi, infino a Novi. Alle porte della città fu ricevuto a bandiere spiegate, come costumavasi co' trionfatori; legionarii armati all'uso antico gli portavano la lancia e la corazza, e un trionfo di putti imitante i bassirilievi della villa Medici, veniva dintorno al suo cocchio agitando palme e ramoscelli d'ulivo. Mille e mille croci altresì splendevano fra quelle bandiere a significar l'indole al tutto religiosa della cerimonia.
Adriano aspettava Carlomagno sul primo scaglione della basilica di San Giovanni, donde quest'ultimo rendevasi incontanente al sepolcro di Pietro apostolo, non già a quel gran tempio di Leone, quale il vediamo oggidì, ma sì alla santa e prima basilica di pietre quadrate, opera della scuola bisantina e lombarda, già logorata dallo stropiccío de' piedi e dai baci dei pellegrini. Il papa ed il re fraternamente si abbracciarono, indi Carlo baciò ferventemente tutti gli scaglioni della basilica al canto del: «Benedetto colui che viene in nome del Signore;» poi giunti all'altare si prestavan pontefice e re vicendevolmente giuramento di protezione e di guarentigia. Quest'ultimo visitò indi co' suoi leudi tutte le chiese ridondanti di reliquari, e fece con gran fervore orazione nella chiesa di Santa Maria Maggiore, chè il pellegrinaggio a que' giorni consisteva nel salutar tutte le basiliche. Dopo la comunione trattossi delle pubbliche faccende, e Adriano rammemorò i titoli d'amore dati già da Pipino alla Chiesa romana, e sopra ogni altra cosa la donazione contrassegnata del suo monogramma, che gelosamente custodivasi negli archivii della chiesa, coperta d'uno splendido ricamo di seta, e guernita di borchie d'oro. Carlomagno la rilesse in più fiate, indi al cherico Flavio, suo protonotaro dettò egli stesso un nuovo atto di donazione per le medesime terre[147], il quale fu più esplicito che non quel di Pipino, chè già si stabilivano le formole romane, ed ogni terra v'era nominatamente enumerata, insieme con la natura d'ogni mensa, e il suo reddito ed ogni città colla sua giurisdizione. Scritta di questo modo la carta di donazione alla Santa Sede, fu indi letta, e re Carlo, i vescovi, gli abati, e tutti i grandi che l'accompagnavano, vi posero il loro sigillo[148]; dopo di che si condussero al santo sepolcro, e tutti giurarono sulle reliquie dell'Apostolo di osservarle in presente e in avvenire. In contraccambio papa Adriano riconosceva in Carlomagno la qualità di patrizio e protettore di Roma, privilegio gentilizio che i re franchi doveano d'ora innanzi inscriver nei loro diplomi.
Il papa donò pure, in segno d'affezione, al re i canoni scritti de' pontefici dall'origine della Chiesa in appresso, quasi un seguito delle leggi romane, e que' grandi codici servir indi doveano ai capitolari di Carlomagno, trasfondendosi così a poco a poco nelle istituzioni romane lo spirito romano. Cotesto libro de' canoni fu dal papa dedicato a Carlo, quale liberatore di Roma, con quarantacinque versi scritti di sua mano, che formano quest'acrostico o anagramma che dire si voglia. «All'eccellentissimo suo figlio re Carlomagno, Adriano papa». Poi lo chiamava difensor della Santa Chiesa, ad esempio di suo padre perchè, imitando i trionfi di questo, egli con l'aiuto di Cristo atterrate si aveva le nazioni nemiche, e seguiva il lume della viva fede che splendea sul suo trono, e impugnate l'armi sue sante avea conculcato le superbe nazioni, e restituiva gli antichi donativi alla Santa Madre Chiesa, e avea vinto i Longobardi e gli Unni, onde la sua grande prosapia sarebbe celebrata pel mondo intero. «Da ultimo,» proseguiva il papa, «eccelso, nobile e splendido signore, egli impera sui regni; egli è venuto dopo gli apostoli, e da questo popolo fu accolto con acclamazioni e con inni, e papa Adriano, il pontefice di Cristo, gli predisse i suoi trionfi, e Pietro e Paolo lo avranno sotto il patrocinio loro».
Da quel giorno si strinse intima lega fra Carlomagno ed Adriano mercè di continui scambievoli favori, e il patrimonio di san Pietro ne venne più ancora ampliato. In tutti gli atti e le relazioni di questa età si vuol distinguere il dominio materiale dalla giurisdizione pontificia; tutte le donazioni di Carlomagno, quanto al dominio materiale, ebbero un senso limitato, ed applicaronsi a territorii assegnati, a città indicate negli atti; quanto alla giurisdizione dei papi, essa fu universale, e il re dei Franchi riconobbe la supremità pontificia in tutta l'interezza sua. Una nobile e sincera amicizia si stabilì quindi fra il papa e Carlomagno, ed a renderne testimonio fu coniata una curiosissima medaglia rappresentante il re e il pontefice, col libro, innanzi ad amendue, del Vangelo, sopra un altare, e scolpitavi questa iscrizione: Con te come con Pietro: con te come con la Gallia, e sul rovescio: Fede consacrata[149]. Era questo un trattato alla foggia degli antichi Romani, quando stringevan lega con qualche popolo; però che i pontefici, come dicemmo, aveano serbato le formule imperiali. Ogni volta che al papa facea mestieri dell'aiuto degli Austrasii e del loro signore, egli ricorreva a Carlomagno, e Carlomagno ricorreva pur esso a Roma per avervi le reliquie dell'arte, l'orma delle leggi e della civiltà; e quando innalzar vuole la basilica di Aix, dimanda al pontefice alcuni mosaici di Ravenna; Ravenna, la città greca d'Italia, la capitale dell'esarcato, dove anche oggidì si calpestano marmi antichi e colonne spezzate! Vuole la tradizione che quei medesimi tronchi di granito, che si veggono ad Aquisgrana, venisser da Ravenna la bisantina.
Di questo modo passavan le cose a Roma nella visita solenne che collegava Carlomagno col papa, i Franchi coi Romani, intantochè proseguivasi accanitamente l'assedio di Pavia. La resistenza fu ostinata, e Desiderio, chiuso entro le sue mura, si difendea valorosamente, respingendo varii assalti del nemico, mentre la fame e la pestilenza travagliavano la popolazione. Carlomagno, dopo parecchi combattimenti[150], accerchiò la città da ogni parte fino a che, dopo sette mesi d'assedio, fu costretta sottomettersi, e il re longobardo, asperso il capo di cenere, venne ad inginocchiarsi come un vassallo, nella tenda di Carlomagno, il quale l'accolse in atto d'inesorabil vincitore, con le fiamme in viso e negli occhi. Desiderio fu indi tonsurato a par degli altri re vinti, e rinchiuso nel monastero di Corbeia, dove fra poco il troveremo pio ed umile cenobita, sotto il nome di frate Desiderato, però che i più di quegli uomini ardimentosi e fieri finivan di questo modo la vita. Carlo insieme con Pavia ebbe in mano Gerberga, la vedova di Carlomanno, ed i due suoi nipoti che eran venuti cercare rifugio appo i Longobardi, e amendue furon parimenti chiusi nel chiostro; dell'un d'essi abbiamo ne' cartolari che fu vescovo di Nizza, per la santità sua serbato nella memoria de' tempi. Sottomesse che furon Pavia e Verona, più non si fece parola del regno di Desiderio e della sua corona di ferro; e qui si vuol notare che Carlomagno si guardò bene dal rinchiudere il re captivo nel monastero di Montecassino, chè avrebbe risvegliato in Italia troppe memorie.
Il conflitto tra i Franchi e i Longobardi aveva avuto principio all'esaltazione al trono de' prefetti del palazzo, e già due volte i Carolingi aveano varcato le Alpi, quando Carlomagno venne a dar compimento all'opera. Il modo d'invasione e di conquista da esso posto in opera fu certo superiore a quel di Pipino, e ci si vede la tattica romana congiunta a non pochi stratagemmi e a una certa cognizione dei luoghi e delle vie militari. Movendo da due diversi punti le schiere de' Franchi si trovarono insiem congiunte agli assedii di Pavia e di Verona, e grande fu la fermezza spiegata da Desiderio; ma nulla ci aveva di nazionale appo i Longobardi, nessuna concordia tra i vassalli[151]; l'antico lignaggio degli Astolfi aveva lasciato pur sue impressioni e ricordanze, onde i Longobardi non sostenner tutti d'un animo la causa di Desiderio, fatta a svegliar gelosie tra loro; e Carlomagno ebbe ad approfittarne, chè forte qual era in battaglia, destro era pure a metter discordie e divisioni, di questo pizzicando anzichenò la politica sua; così in Ispagna, in Germania, in Aquitania, in Sassonia, quando bene aveva fiaccato, dividendolo, il nemico, gli si avventava addosso con l'armi, e tutto terminava con la vittoria. Nella sommessione dei Longobardi bisogna anche dar la parte sua all'autorità di Roma, all'azione religiosa, alla politica dei papi, coi quali collegato, Carlomagno trovava appoggio in tutte le forze del cattolicismo, ed appunto a questo mutuo concorso di circostanze andò egli debitore del regolare ordinamento del regno d'Italia, una delle sue politiche creazioni. La monarchia dei Longobardi non soggiacque già, col cadere di Desiderio, ad un'assoluta rovina, ma sì altro non fece che passar sotto il dominio de' Franchi e l'alta signoria di Carlomagno, nè la conquista lasciò più che una certa impressione sui Longobardi, senza amalgamar un popolo con l'altro: la dazione conquistata conservò le sue leggi, i suoi costumi, i suoi feudi, e lieve fu la modificazione nello stato delle persone e degli averi, salvo la concession d'alcune grandi possessioni ai leudi franchi[152].
Dopo lo stabilimento loro in Italia, i Longobardi eransi notabilmente inciviliti; essi aveano lor leggi, la vicinanza di Roma e della Grecia gli avea spogliati della barbara loro natura, aveano belle città, grandiosi monumenti, erano alcun po' più innanzi dei Franchi; le leggi loro possono citarsi come reliquie dell'antica sapienza, e conservar le seppero nel governo delle persone e delle sostanze, nè Carlomagno altro fece che sostituire alla monarchia di Desiderio la propria forza sua. Come tosto quegli ebbe finito di sottomettere la città e saputo che l'ultimo re dei Longobardi, avuta la tonsura clericale, rendevasi monaco nel convento di Corbeia, venne a Milano, la Roma de' Longobardi, a quel modo che Ravenna era la Roma de' Greci, per ivi ricever le acclamazioni del popolo. Era uso di cinger la fronte de' suoi re col cerchio o corona di ferro che si conserva nel tesoro di Monza, cella monastica distante poche leghe da Milano[153]. Carlomagno si pose in fronte, togliendola dall'altare su cui posava, questa corona in mezzo alle acclamazioni che assordavano la basilica[154], e da indi innanzi assunse il titolo di re de' Longobardi in tutti gli editti e diplomi suoi, e furon coniate medaglie a perpetuar la memoria degli assedii di Verona e di Pavia, da lui debellate; ed un'altra ad attestar la sua esaltazione al trono di Lombardia: l'epigrafe che d'ora innanzi splende ne' suoi diplomi, quella è di Rex Francorum et Longobardorum, e la Scienza diplomatica dei Benedettini ne conservò più d'uno ai futuri.
Il regno de' Longobardi, divenuto quasi appendice della corona de' Franchi, avea pur esso l'alta signoria sopra certi grandi feudi che dipendevano, qual più qual meno, immediatamente, dalla corona di ferro, come Benevento, il Friuli e Spoleti, e Carlomagno pose ogni poter suo a tenere tutti questi feudatari in ordine e in devozione. Alcuni appartenevano alla famiglia di Desiderio, altri alla progenie degli Astolfi; ed erano bastardi o collaterali. Talun fra loro fu da Carlomagno cambiato, qualora renitente mostravasi a render fede ed omaggio per li feudi e terre da lui posseduti, nè guari andò che il ducato del Friuli fu dato ad un leudo di Francia; il qual modo si tenne ogni volta che l'Italia fu conquistata; i luogotenenti ebbero sempre terre e feudi dipendenti dalla corona. Anche nelle pertinenze del regno longobardo avvenne un cambiamento delle proprietà, e fu che Carlomagno rizzò torri, e pose difensori per le marche e confini, e lasciò che questi cotali grandi feudi si tramandassero per eredità.
Fatto signore di Lombardia, Carlomagno si trovò tosto in comunicazione con Costantinopoli, che anche l'esarcato di Ravenna cadeva in sua mano, e la potenza longobarda in Italia dileguavasi dinanzi a quella dei Franchi, nè più quasi orma ne rimase, dominando già questi così sull'Adriatico, come sulla Lombardia, sì che i papi, con questi protettori, più non paventavano le mosse dei Greci, intantochè dal Friuli e da Taranto minacciavasi la Morea. A Roma si convenne più specialmente collegarsi con Carlomagno, il figliuol di Pipino, chè questa lontana signoria non gravava sui pontefici, e Carlomagno di molto andava debitore alla Chiesa e la Chiesa di molto andava debitrice a Carlomagno. Il nuovo lignaggio avea bisogno della forza morale che la podestà del chiericato imparte, onde Adriano e Carlomagno si stringevan per mano, ed ogni viaggio di quest'ultimo a Roma era un nuovo legame; e quando alcun pontefice vedeasi cacciato dalle sollevazioni del popolo e dall'invasion de' nemici, veniva a riparar ne' monasteri di San Dionigi e di San Martino di Tours, mentre se a Carlomagno facea d'uopo di qualche nuova dignità od indulgenza, ei veniva in persona o scriveva a Roma. Dalla caduta del regno de' Longobardi principia la piena autorità temporale de' papi, i quali divengono, a così dire, i rappresentanti dell'antico spirito di Roma, de' suoi patrizi e de' suoi senatori. La città eterna conserva il suo Foro, i suoi rostri, ed appunto in mezzo a questo Foro Carlomagno vien, pochi anni dopo, a cinger la corona imperiale.