CAPITOLO X. GUERRA CONTRO I SASSONI. — RUINA DELLA LORO REPUBBLICA MILITARE.
Indole de' Franchi e dei Sassoni. — Cagioni delle grandi vittorie di Carlomagno. — Le armature. — La tattica. — La discordia. — I capi. — Tentasi la predicazione cristiana. — Irruzione dei Sassoni. — Mossa di Carlomagno oltre il Reno. — Seconda guerra sassonica. — Conquista. — Ostaggi. — Terza sollevazione. — Trattato pe' tributi e per la libertà della predicazione cristiana. — Quarta sollevazione. — Le grandi schiatte messe a morte. — Dispergimento delle famiglie. — I Sassoni nei monasteri di Francia. — Capitolari sulla conquista. — Ordinamento per contadi e vescovadi. — Vittichindo si sottomette e fine della repubblica militare. — Il popolo della Frisia e della Sassonia. — I Danesi ultimi vendicatori della libertà sassone. — La canzone di Guiteclino di Sassonia.
772 — 786.
Le lunghe guerre dei Franchi contro i Sassoni non si riferiscono solo al regno di Carlomagno; ma al par di quelle dei Longobardi, esse cominciano sotto il governo di Pipino, origine e principio delle spedizioni de' Carolingi. Pipino ha cominciato le guerre, Carlomagno le termina, degno figlio com'egli è dell'uomo più valoroso per avventura che mai fosse nella sua breve ed esigua statura[155]. Questa guerra sassonica ha da durare trentatrè anni con intervalli sì brevi di riposo che non si possono dir tregue, nè i Franchi cessano mai di stare in armi finchè non abbiano intieramente domate le tribù dell'Elba e del Visurgo (Veser) sì turbolente come furono nell'ottavo e nel nono secolo.
Or quali eran dunque coteste popolazioni sassoni di cui le cronache continuamente ci parlano? Donde procedea tanto vigor da queste genti spiegato contro Carlomagno, contro quel principe che pur dominava il tempo suo, con la perseveranza del sovrano suo volere, e la potenza del valor suo? Nella mirabil opera da Tacito dedicata ai costumi de' Germani, il grande istorico punto non scevera i Sassoni dall'altra schiatta dell'antico ceppo alemanno. Queste antiche tribù che abitavano in sull'estreme rive dell'Elba, non erano forse ancora conosciute dai Romani, e confondevansi senza nome certo in alcuna delle grandi diramazioni della famiglia, germanica[156]. Gli annali di Roma fanno menzione per la prima volta de' Sassoni verso la metà del secolo IV, quando in mezzo a quel gran commovimento di popoli ed a quella vertigine che colse tutt'a un tratto le tribù accampate al centro ed al settentrione dell'Europa, essi Sassoni cominciano a mostrarsi nella universale irruzione. San Girolamo ne parla in una delle sue epistole dove deplora i guasti delle Gallie fatti dai Barbari.
Nel tempo che l'imperatore Onorio fece far il censo delle diverse popolazioni dell'impero, e ordinò di comporre il libro intorno alle dignità del mondo romano[157], si vede notato un conte del lido sassone[158]; indi, un secolo appresso, i Sassoni formano una schiera di quella guardia germanica onde gl'imperatori di Costantinopoli circondavano la loro persona[159]; e già s'eran renduti famosi per le loro spedizioni marittime, sì che Sidonio Apollinare ce li presenta come i navigatori più ardimentosi di que' tempi, e dal fondo dell'Alvernia il pauroso vescovo già piange i guasti che questi popoli far potranno sulle spiagge della Gallia e della Bretagna; nè andò guari che le sue predizioni furono avverate, e che la conquista dell'Inghilterra fatta dai Sassoni venne a dar prova di quanto potevano quegli arditi navigatori.
In origine i Sassoni si mescolarono a quella massa di nazioni scandinave che abitano dalle foci dell'Elba e dalla quasi che isola della Islanda fino alla Norvegia e alla Svezia[160]. Qualche secolo dopo in mezzo al generale trambusto delle nazioni conquistatrici s'eran eglino stabiliti fin sulle sponde del Reno. E' non si vuol confondere i Sassoni coi Bavari e gli Alamanni che abitavano la Svevia e la Turingia fino al Danubio; nè cogli Unni tampoco e gli Avari, attendati in Ungheria, e di poi traboccati, al secolo decimo, nelle Gallie, coi quali non avevano nulla a che fare. I Sassoni aveano piuttosto qualche identità co' Normanni d'origine scandinava, donde la lega loro co' Danesi e Frisoni, popoli marittimi dell'Europa settentrionale, fra cui trovavano soccorsi ed ausiliari; vinti, riparavano nelle terre loro; vincitori si facevano spalla della Iolanda o Giudland e della Frisia; avevano costumi consimili, la mitologia loro appressavasi a quella dell'Edda, ed in capo a ogni rito i Sassoni ponevano l'adorazione che grande aveano per Irminsul, unico dio che differenziavasi dalla mitologia scandinava: lo adoravano sotto grandi alberi, gli sagrificavano vittime umane, e l'invocavano nei giorni di battaglia, a lui ascrivendo il dare e il tôr la vittoria[161].
Le sole notizie giunte insino a noi intorno al culto dei Sassoni d vengono dai pellegrinaggi scritti dai santi vescovi, che tentarono di convertirli al cristianesimo[162], e ci dicon che que' Barbari innalzavano sopra sterminati massi i loro altari, e che sullo spazzo del tempio i sacerdoti trafiggevano in cuore le vittime umane. Il Dio loro apparteneva alla razza del gallico Teutate, torva divinità che rappresentava il Tempo e Saturno in mezzo a sanguinosi olocausti. Eresburgo era centro del culto de' Sassoni e di quella repubblica militare, in cui ogni uomo libero era soldato all'uso antico dei Germani. I pontefici loro eran potenti al pari dei druidi appo i Galli, e il tempio era ornato di spoglie sanguigne. Il sagrificio delle vittime umane era consuetudine presso le nordiche nazioni, e nei riti de' Galli troviamo appiè degli altari la morte dell'uomo come simbolo di riscatto e d'espiazione. La predicazione cristiana fu santa cagione che queste fatali opinioni si mutassero, e l'Agnello di Dio in croce venne a sbandir le viscere delle vittime e ad annunziar che gli olocausti eran finiti col sacrificio di Gesù Salvatore.
La guerra più formidabile, più ostinata che Carlomagno ebbe a sostener nell'operosa sua vita, fu certo, e la storia il conferma, quella dei Sassoni, che si rinnovella ad ogni tornata di militar parlamento, e scoppia ad ogni minimo accidente; i Sassoni si sottomettono, poi di nuovo insorgono; vengono sino al Reno, e son quasi sempre ributtati fino alle spiagge littorali del Baltico. Ogni volta che essi veggon gli eserciti di Carlomagno occupati in lontane spedizioni, in Italia, esempigrazia, o in Ispagna, e' corron da tutte le parti, e inondano le provincie del Reno ed anche della Mosella, rizzano i loro templi, spogliano le chiese cristiane, o atterrano le merlate torri da re Carlo erette nel territorio loro; accanite ostilità di vagabonde ed indomite popolazioni.
Di mezzo a questa continua guerra un fatto emerge tuttavia, ed è la continuità de' trionfi degli eserciti franchi condotti contra i Sassoni da Carlomagno. Questi popoli si gittano come uno sciame sino alle frontiere dei Franchi, saccheggiano, guastano, via cacciano i conti, i vescovi, ma non sì tosto appar Carlomagno e' son vinti, e fuggono in faccia a lui, come se fulminati fossero dal balenare degli occhi suoi. Egli scorre trionfalmente il loro paese, impone leggi, vince battaglie, e li domina da signore quasi assoluto. Or donde un tale effetto? I Sassoni e i Franchi hanno a un dipresso la stessa origine, la stessa forza di corpo; biondi e torosi, sanguigni e collerici, questi due popoli uscirono entrambi dalla Germania. Vittichindo è un capo di guerra fiero altrettanto almeno quanto Carlomagno; nondimeno, il torno a dir, questi popoli della Sassonia sono sempre rotti e fugati innanzi alla vittoriosa razza degli Austrasii. Il che veniva dalla potente civiltà dai Franchi acquistata poi che si furono stabiliti nelle Gallie. Quivi aveano ereditate le armi e i modi strategici dei Romani; le legioni traevano le loro armature dalle fabbriche di Lione, di Say e d'Auxerre; esse erano coperte di ferro; ed i Franchi che veduto aveano le maraviglie operate dalla disciplina unita con la fermezza degli antichi signori del mondo, accettato avevano i loro strumenti da guerra. Apparivano quindi in campo coperti di corazza, di scudi, di usberghi; i leudi ed i conti bardavano i loro cavalli, e li faceano muovere secondo certi principii dell'arte militare. Se i Sassoni serbavano l'audacia, l'impeto de' loro antenati, aveano tuttavia il disordine delle soldatesche indisciplinate; vero è che eglino avventavansi a rotta, spargendo il terrore ne' punti più lontani, ma se si trovavano aver a fronte un esercito ordinato, e modi d'assalto e di difesa di studiata e ponderata gagliardia, erano fatti tosto inetti al resistere. Carlomagno tenne, a quanto si vede, con loro l'osata sua scaltra e tortuosa politica, la quale consisteva sempre in dividere le tribù, i capi, i popoli fra loro, di che nulla era più facile appo i Sassoni, repubblica errante che quasi contava un capo per ogni villaggio. Questa politica del re dei Franchi con loro era quella stessa dei Romani quando conquistarono le Gallie; col seminar la discordia domò gli uni con l'opera degli altri.
Fino dal principio del regno di Carlomagno, tentossi la prima prova di introdurre il dominio franco e cristiano fra i Sassoni. Già san Bonifazio avea stabilito una sedia episcopale a Magonza, centro cattolico, donde la predicazione potea stendersi lontano, e morto lui martire ne' Frisoni, un altro semplice prete, di nome Levino, lasciò, come Bonifazio, la sua solitudine d'Inghilterra, per andare ad annunziare il Vangelo ai Sassoni. Le missioni destinate a convertire le popolazioni scandinave partivano quasi sempre dall'Inghilterra, perchè intendevano la lingua di questo paese, ed i predicatori aveano con quelle comune l'origine. San Levino ricevette quindi l'anello sacro e l'imposizione delle mani dal vescovo d'Utrecht, e varcato il Reno venne ad annunziare la divina parola sull'Issel, dove battezzò neofiti, ed edificò chiese con cappelle ed oratorii, che erano come le prime piantagioni della conquista cristiana. Poi non sufficiente parendogli questa prima missione, si risolse d'andar a predicare all'adunanza generale dei Sassoni che teneasi sulle sponde del Veser, e mentre quelle ardenti e bellicose tribù stavano terminandola con alcuni sacrifizii al patrio Iddio, ei comparve in mezzo a quell'armato tumulto con una croce in mano, il libro dei Vangeli sul capo, e ornato de' suoi abiti sacerdotali, gridando: «Ascoltate, ascoltate colui che vi parla per bocca mia: non v'è altro Dio che il creatore del cielo e della terra, il vero Dio che ha compassione della vostra cecità, a voi m'invia; ricevete il battesimo, ed egli vi libererà da tutti i mali. Se le mie parole non vi toccano, prestate orecchio almeno a questi miei salutari avvisi. Non lungi da voi vive un re valoroso che si avanza come un rapido torrente per dare il guasto alle vostre terre. Badate bene; ei condurrà in ischiavitù le mogli e i figli vostri, una parte di voi perirà per le armi sue o per la fame, e a tutti vi sarà forza piegar il capo sotto il giogo di questo uomo possente». Queste parole, che accennavano alle conquiste di Carlomagno, commossero a ira siffattamente que' Sassoni, che i più impetuosi fra loro correvano già alle siepi vicine a strapparne pali per battere il pio missionario, il quale scampò quasi per miracolo di mano a quella tempestosa assemblea. Quando Dio fece insorgere in modo, si può dire, miracoloso, un capo di nome Butone, che parlò in questi termini: «O voi, uomini tutti di senno, non vi ricordate dei tanti messi venuti a noi da' Normanni e dagli Schiavoni, e da noi sempre accolti con onore e regalati? E perchè vorrem noi ora cacciare ignominiosamente il messo di Dio?» Le quali sagge e pacifiche parole calmarono la torba in tempesta, e Levino potè così sparger tra i Sassoni i primi germi della predicazione cristiana[163].
Il pensare ad una durevol pace co' Franchi punto non si affaceva coll'indole delle fiere e vagabonde tribù che occupavano le terre del Veser, benchè già ridotte a tributo da Pipino, a cui favore erasi dichiarata la vittoria in più scontri. I Sassoni vesfalici principalmente, che erano i più vicini alle terre di Francia, insorsero spesso a molestare i conti e i difensori delle marche che proteggevano le frontiere, e cogliendo il tempo che Carlomagno trovavasi lontano, si precipitavano sul Reno, ed anche oltre i limiti della Mosella, non senza profittar delle discordie surte fra quello e il fratel suo Carlomanno, per francarsi del tributo ad essi imposto da Pipino. La prima guerra sassonica ebbe principio all'esaltazione di Carlo al trono di tutta la nazione dei Franchi; perchè appunto egli trovavasi a Vormazia, dove erasi congregato un parlamento di leudi e conti a gridarlo re e riconoscerlo, quando fu dal parlamento stesso risoluta la guerra contro le tribù che continuamente molestavano la quiete della Francia orientale.
Il poeta sassone, che tenne dietro con grande diligenza alla vita di Carlomagno, ci descrive la prima di queste guerre, e poichè egli apparteneva per patria alle nazioni del Norte, e per la stanza sua in mezzo ai monasteri or della Neustria ed or dell'Austrasia, conservar potè le impressioni e le rimembranze dell'antica terra sassone, lascierò che parli egli stesso di questa breve spedizione dei Franchi: «Re Carlo (così egli), convocato in Vormazia un congresso generale de' suoi signori, decretò, d'accordo con loro, di muover guerra ai Sassoni, però che quantunque la terra di questi popoli tocchi quella dei Franchi, sì che i confini non sono ancor tra loro bene distinti, quanto più stretta era la vicinanza loro, e tanti più erano i motivi di discordia tra i due paesi, da cui con vicenda continua traevasi, sulla vicina frontiera, la strage, l'incendio, il saccheggio. Ben altro che mostrarsi degni di portare il soave giogo di Cristo, i Sassoni, in balìa a tutta la foga della salvatica loro natura, e alla rozzezza delle menti loro, ancor vivevan sotto l'imperio dell'errore e del demonio. I Franchi, all'incontro, cristiani da lungo tempo e difensori ferventi della fede cattolica, dominavano sur una gran quantità di popoli, col cui sussidio appunto, e soprattutto col potere di Dio, del quale scrupolosamente osservavano i comandamenti, si confidavano sottometter quella nazione. Simili alle membra di un corpo che fossero qua e là sparse, e non congiunte a formarlo, in vece d'ubbidire ad un re che solo fosse a capo del governo e della milizia, i Sassoni erano divisi in varii piccioli stati, e aveano quasi altrettanti capi quanti villaggi. Pur tuttavia le regioni da essi abitate partivansi in tre parti distinte, e i popoli che le occupavano, erano un giorno rinomati pel valor loro, ma di presente d'essi non riman più che il nome, ed il valor se n'è andato. Quelli della parte occidentale aveano loro confini presso il Reno, e chiamavansi Vesfalii; gli Osterlindi, Osterlingi od Ostvali abitavano il levante, infestati alla frontiera dai perfidi Schiavoni. Gli Angarii, finalmente, la terza popolazione dei Sassoni, occupano lo spazio compreso fra i due antedetti paesi, e co' lor meridionali confini fronteggiano le terre di Francia, intantochè verso settentrione il territorio loro si stende fino all'Oceano. Tali sono i popoli che Carlo erasi deliberato di guerreggiare, e però senza por tempo in mezzo, corse con tutte le forze dei Franchi a predare ed ardere il loro paese. Prese, cammin facendo, una rocca, da quei Barbari chiamata Eresburgo[164], fortificata dalla natura e più ancora dall'arte, ed ivi stesso atterrato un idolo, adorato da loro sotto il nome d'Irminsul, che era una colonna squisitamente lavorata e tutta carica d'ornamenti[165], il re pose il suo campo vicinissimo a questo luogo. I lunghi calori della state senza pioggie, ardevano le campagne; le fonti asciutte altro non contenevano che arida polvere, e la sete già cominciava a travagliare il campo del re, quando l'Altissimo, in rimunerazione d'aver distrutto quell'idolo profano, mostrò il poter suo, sgorgar facendo di bel meriggio, improvvisamente dall'arido letto d'un vicin torrente, una fonte che bastò ai bisogni dell'esercito[166]. —
Quest'irruzione oltre il Reno precedette la guerra contro Desiderio, re de' Longobardi, e la ruina di questa dinastia. Vero è che durante la guerra di Lombardia, le forze dei Franchi non poterono tutte esser adoperate contro la Sassonia, ma pure questa fu sempre il maggior campo delle imprese di Carlomagno, e par ch'ei se ne compiacesse, chè quel paese rammemorava ai Franchi la prima loro origine, e le due nazioni si rassomigliavano in più d'una fattezza. Domati per un momento, i Sassoni ripigliarono le armi tosto che videro il re affaccendato oltre monti; abilissimi per istinto a coglier le buone occasioni, essi varcavano il Reno, e si precipitavano sopra i suoi confini, ogni volta che sapessero aver egli da fare altrove; mentre pagavano puntualmente i loro tributi, di armenti, di lane, di danaro quando il sapevano alla sua corte di Magonza, di Vormazia, di Colonia o di Aix. E di che avean eglino infatti a temere quand'ei trovavasi insiem co' suoi paladini al di là delle Alpi o de' Pirenei? Onde allora tumultuariamente correvano a vendicarsi in libertà e ad abbeverare i loro cavalli nelle acque del Reno. «Mentre il re stava in faccende in Italia,» dice il poeta cronista da me più sopra citato, «i Sassoni tornaron sulle frontiere dei Franchi, e vennero a predare un borgo chiamato Hassi, ponendolo tutto a ferro e fuoco, spinti a tali eccessi dalla lontananza del re e dal pensiero di vendicarsi così delle perdite fatte lor sostenere dai Franchi, e di porsi in condizione di non averne a sostenere più mai. S'innoltraron pure fino a Frideslar, ed ivi fecero lor potere d'appiccare il fuoco a una chiesa, che il martire Bonifazio, diletto sacerdote di Cristo, ci aveva edificata; ma vedendo riuscir vana ogni opera loro, furono ad un tratto colti da tanto terrore, che si misero a fuggir verso la patria loro, senz'essere a ciò costretti dalle armi nemiche, ma solo per divino potere. Intanto Carlomagno presa Pavia, e avute in soggezione tutte l'altre città, tornò nel paese de' padri suoi, conducendo seco Desiderio, e fece entrar a un medesimo tempo tre eserciti sulle terre dei Sassoni, empiendole di rapine, di sangue e di ruine; poi convocato a Carisio un congrego dei grandi e nobili franchi, ivi, fra le altre deliberazioni intorno alle cose e ai bisogni dello stato, fu preso di fare a' Sassoni guerra perpetua, certi oramai che con loro non potevasi aver più pace; onde Carlomagno deliberò di non volerli più lasciar quieti un sol istante, finchè abbandonato il culto degli idoli, non fossero divenuti cristiani; o altrimenti tutti fino all'ultimo distruggerli. O santa misericordia di Dio che tutti ci vuoi salvi! L'Eterno, che avea conosciuto come niuna cosa del mondo avrebbe potuto ammollir le dure cervici di costoro, a scuoter la naturale caparbietà loro, ed a costringerli a sottomettersi al dolce giogo di Cristo, diè loro per maestro e dottore il gran Carlo, il quale, domandoli con l'armi e con le ragioni, li fece così quasi a forza, entrar nella via della salute».
Si vede qui che nell'animo del poeta s'è cancellata la natura del Sassone antico, e ch'ei dimentica la prima patria, rammorbidato oramai e devoto al pari d'un Neustro. Poi, pur sempre servendo alla politica di Carlomagno, il cronista del monastero prosegue: «Quest'util disegno fu da fatti straordinari favoreggiato; poichè entrato il re nel territorio nemico, guidando il fiore della gioventù, che avea convocato a Duria, s'impadronì tosto d'Eresburgo e Sigisburgo, lasciandovi presidio, e continuò il suo cammino fin al Visurgo appiè del monte Brunesberga[167]. Quivi raccoltasi una gran massa di popolo, voleva contendergli il passo: inutili sforzi! al primo scontro quella densa turba è sgominata, e moltissimi cadono uccisi. Di quivi re Carlo si conduce nel paese degli Osterlindi; Hesso, un de' loro principali signori, accompagnato da quasi tutto il popolo, prostrasi supplichevole dinanzi a lui, e consegnando gli ostaggi addimandati, gli giura eterna ubbidienza. Intanto quei che Carlo avea lasciato a Lisbacco, presso il Visurgo, vollero essere oppressi da un tradimento dei nemici. Era l'ora del tramonto, quando i soldati tornando da foraggiare, s'incontraron nei Sassoni che s'accompagnaron con loro chiamandoli amici, e coprendo sotto questo nome, l'animo di fieri nemici. Essi accomunan la fatica coi Franchi, gli aiutano portare i pesanti fasci d'erba onde son carichi, e con le loro cortesie vie più accrescono la confidenza che avevasi in loro. Finalmente, Franchi e Sassoni entran tutti insieme nel campo; ma non sì tosto i primi cominciano a chiuder gli occhi al sonno, i crudeli loro nemici si levan tutt'a un tratto, e fanno orribile scempio di quelle povere disarmate ed assonnate genti. Se non che alcuni de' Franchi, scosso il grave letargo, danno di piglio alle armi, e cominciano ad opporsi vittoriosamente al nemico che viene in breve cacciato dal campo. Al primo annunzio che n'ebbe il re, fu tale il suo affrettarsi per correr co' suoi soldati sul luogo del combattimento, ch'ei fu ancora in tempo di calar sui Sassoni, e di farne macello.»
I Sassoni formavano dunque un accozzamento di picciole tribù sotto mille diversi capi, in virtù dello stesso principio e della stessa consuetudine che ad essi avea fatto crear l'ettarchia in Inghilterra, chè ogni popolo ha il suggello della sua propria natura, e la porta seco anche nelle sue trasmigrazioni. In mezzo a questi oscuri regoletti, un capo s'era innalzato di più maschia, più sublime, più vigorosa tempra, e chiamavansi Vittichindo, celebre nelle cronache e nelle ballate del Nord. Dove nasceva egli quest'uom valente? qual era l'origin sua? Lo stesso avvien dì Vittichindo che di Carlomagno; niun sa dir la città che gli diede i natali. Il nome suo, essenzialmente germanico, veniva da due parole dell'antico idioma sassone With-Kind (il figliuol bianco) o a dir più proprio, il giovin biondo dalle belle forme. Alcune fra le leggende alemanne il fanno figliuolo di Vernechingo re o capo delle tribù sassoni stanziate tra il Reno e l'Elba, e certo al veder la grandissima autorità da lui esercitata nelle deliberazioni di quei popoli bellicosi egli doveva essere uscito da qualche grande schiatta, però che i privilegi di famiglia regnavano con grand'ordine appo i popoli tramontani. Ogni volta che Vittichindo appariva tra i Sassoni, essi pigliavano le armi per la patria, quasi ricordasse loro l'antico Ermanno, l'Arminio degli Annali di Roma, quel forte difensore della libertà germanica. Ermanno e Vittichindo, due nomi che suonano ancora ogni volta che l'Alemagna insorge per la integrità sua, o la sua libertà! Il dio Irminsul medesimo, quel monumento di cui sì spesso favellano i cronisti di Francia, altro forse non era che il simbolo dell'Ermanno germanico, il vincitor di Varo, che protegger parea con la sua memoria i gloriosi sforzi dei Sassoni[168].
Le discordie e le gelosie delle tribù favorivano le imprese di Carlomagno contro i Sassoni; il quale com'ebbe finita la guerra coi Longobardi, e si fu cinto della corona di ferro, calò con maggior forza che mai sulle popolazioni che abitavano le rive del Veser, inoltrandosi i Franchi vittoriosamente sino a quelle dell'Oder. In questa rapida conquista ci si fa incontro un capo di nome Esso o Elgi, il quale capitanava i Vesfalii. Forse che a costui debban l'origine e il nome loro gli Essiani o Assiani, quel popolo sì valoroso? Questa tribù venne ad offerire ostaggi per pegno di sua fede a Carlo, dopo di che, dalle rive dell'Oder egli tornossene rattamente in Vesfalia, dove pure i popoli gli danno pegni di fede, e si obbligano a pagargli tributo d'armenti, di lana, e a lasciargli il reddito d'alcune miniere d'argento e di rame: sì che credendo, almen per poco, sottomessi que' popoli, se ne va, nè sì tosto se n'è andato, che piglian di nuovo le armi, e gli ostaggi più non bastano; ma vinti in una nuova invasione, corrono in frotta, sulle rive della Lippa a prestar omaggio al vincitore; il quale rimette in piedi e fortifica il castello d'Eresburgo, posto a tener in dovere i Sassoni, come quel di Fronsacco a reprimere gli Aquitani.
I Franchi tenevano in obbedienza ogni popolo vassallo con torri merlate, ond'è che tutta quella terra è ancor seminata di queste rovine del medio evo. Su quelle bertesche, ora coperte dal musco e corrose dal rovaio, sorgevano un tempo fieri e superbi uomini di guerra, e su quelle pietre spezzate viveva, or fa dieci secoli, una generazione di largo petto che si abbeverava dei vini del Reno e della Mosella nella tazza del convito, e in cima a quella torre logorata dagli anni piangea forse qualche nobil donzella di Svevia, sposa prima diletta, poi ripudiata dall'implacabil Barone. Ma il tempo ha tutto calpestato con lo struggitore suo piede, e ormai più non s'ode colà se non il vento che fischia per mezzo a quelle fenditure, come un organo toccato dalia morte ad animar la fantastica ronda dei conti antichi, usciti per poco dalle tombe loro.
Dopo aver vinto i Sassoni, Carlomagno indusse i capi loro ad abbracciare il cristianesimo, giogo morale che afforzar doveva la sua sovrana signoria. Tutto inteso a vederne la fine, piantò nella vernata gli alloggiamenti suoi in un luogo che prese il nome di Heerstal, che suona campo di guerra, e ivi tenne la sua corte plenaria fino a primavera. Indi un editto suo reale intimato avendo una dieta di leudi, conti e vescovi a Paderborna, alcune tribù sassoni v'accorrono per rinnovare il giuramento loro di fedeltà, ma non il fiero Vittichindo, che fuggitosi fra i Danesi, è ito a cercare un rifugio nella Giutlandia, dove accampano alcune tribù alleate dei Sassoni; Vittichindo, l'eroe della gente veramente germanica. In mezzo a queste guerre del Reno, dell'Elba e del Veser, tre popolazioni muovono con comune accordo di resistenza contro Carlomagno, e sono i Sassoni, i Danesi e i Frisoni, che tutti mostrano di appartenere al medesimo sangue, alla medesima causa, e di mano in mano che egli incalza i loro avanzi gli uni sugli altri, essi popoli si concentrano nella Scandinavia fino alla reazione de' Normanni, che a vendicar poi verranno i loro maggiori sull'impero dei deboli successori di Carlomagno. Le leggende dicono che Vittichindo ebbe per moglie Geva, sorella d'un capo danese dello Sleswich, che nella lingua franca nomasi Sigifredo e nella danese Sivardo. Una parte dei Sassoni seguì il loro capo Vittichindo appo i Danesi, mentre l'altra venne per trattare con Carlomagno alla dieta di Paderborna; e dopo lunghi parlamenti, a lui questi si soggettarono, conservando per patto molte franchigie sotto la dominazione dei Franchi. Essi serbarono, a simiglianza de' Longobardi, le leggi loro, le radunanze dei capi nei campi di guerra, e soggettati a tributo, altro non fecero che un atto di vassallaggio, acconsentendo insieme alla propagazione della religion cristiana in mezzo alle tende e città loro[169], onde a' vescovi e preti fu libero lo scorrer le città e borghi per annunziarvi la verità della fede. Per ultimo fu conceduto che tutti que' capi delle tribù sassoni, che sottomettersi non volessero al trattato conchiuso con Carlomagno, potessero ritirarsi dove lor meglio paresse o piacesse. Tale si era la regola generale di quelle tribù erranti: anzichè sottoporsi al giogo esse fuggivano, però che il suolo per esse non costituiva altrimenti il domicilio, ma in ogni luogo dove piantar potessero la tenda ivi era la patria loro. Laonde parecchi di quei Sassoni andarono ad unirsi con Vittichindo in Danimarca.
Nè appena son corsi due anni dal parlamento di Paderborna, che veggiam quest'ultimo sollevar di nuovo i Sassoni, e condurre i Danesi insiem con le tribù riparatesi nella Giudlandia; d'onde ei muove in gran forze, ricevuto a grandi acclamazioni dalle antiche tribù soggette a Carlomagno, e si avanza vittorioso fino al Reno, distruggendo le borgate dei Franchi ch'ei trova sul suo cammino, atterrando i castelli e le torri poste a vedetta, ed ardendo i segni militari della dominazione di Carlomagno, intento a que' giorni nella spedizione di Spagna. Ordinava questi in un capitolare di ributtar col terrore e con la forza quelle masse di gente; onde tutti i possessori de' terreni, le guardie dei confini ed i leudi dovean pigliar le armi, e questa leva de' Franchi arrestò per poco le depredazioni dei Sassoni sul Reno, e la mossa del vittorioso Vittichindo. Arriva quindi fra breve il gran Carlo medesimo, disperde gl'invasori, pianta di nuovo i suoi alloggiamenti nel campo di Heerstal, e vi passa l'inverno per quindi scagliarsi addosso a' Vesfalii. Nulla più resiste a questo fortissimo uomo, a questo re giganteo, la cui sola parola porta lo spavento per ogni dove; parecchie di quelle tribù corrono a dimandargli la pace, ed egli si fa consegnar da esse gli statichi, come era uso; ma non vuol trattar più spartitamente con una o più popolazioni, bensì chiede che i Sassoni vengano tutti ad un parlamento per trattar le condizioni della pace; Vittichindo, sempre irremovibile, non vuol assistere, vedendo l'umiliazione della sua patria, a questo congresso, e ritirasi una seconda volta in Danimarca.
Durante l'inverno, Carlo raccoglie tutte le sue forze ad Heerstal, alloggiamento suo prediletto, ed ivi, in fronte di sì grosso esercito — che niun resister gli potrebbe, impone senza colpo di spada ai Sassoni le sue leggi. L'atto che nacque dal parlamento quivi da lui convocato, si è quello che reca il titolo: De partibus Saxoniæ, costituzione vera della Sassonia. I vescovi che in quantità intervennero al detto parlamento, si fecero a predicar ivi nel campo stesso, ed i Sassoni ricevettero in gran folla il battesimo. Aveva il re provato il metodo de' tributi con lasciare independente ogni vassallaggio, ma essendogli male riuscito, stipulava ora che i Sassoni sarebbero quindi innanzi governati da conti della nazion franca; onde sottomessi così ad un ordinamento comune, ad essi rapita veniva l'independenza loro natia. Tutti ubbidir dovevano a questi conti, e chiunque manomettesse o ingiuriasse i delegati regi, sarebbe in pro del fisco spodestato delle sue terre; nè più i Sassoni tener potrebbero nè adunanze nè diete, se non previo il beneplacito del re e alla presenza di commissarii da lui disegnati.
A quest'ordinamento di polizia militare, Carlomagno aggiunse alcuni articoli risguardanti specialmente il cristianesimo. Edificar doveansi in certi luoghi del paese de' Sassoni diverse chiese, le quali aveano ad esser sacre, e più sacre ancora dei templi dell'idolatria; chi uccidesse un prete cristiano o sagrificasse vittime umane alle antiche deità della patria, fosse punito di morte; e dovendo il battesimo esser quindi innanzi il segno dell'ubbidienza, quelli fra i Sassoni che si nascondessero per sottrarsi al santo lavacro della Chiesa, o mangiassero carni nei giorni di magro, sarebbero tenuti per ribelli e come tali dannati a morte. Il tornare all'antica religione del Norte, era pur segno di ribellione. Ogni pena tuttavia redimer potevasi con la penitenza ecclesiastica, però che a quei tempi la legge cristiana va pur sempre confusa col governo politico.
A questo periodo della conquista e suggezione delle tribù sassoni, si riferisce in Germania l'instituzione degli otto vescovati di Brema, Verden, Minden, Alberstat, Hildesheim, Paderborna, Munster ed Osnabruch, sedi cristiane che divennero indi sorgente di civiltà e di sapere per l'Alemagna. Dalla predicazione cattolica ebbe fondamento la dominazione dei Carolingi in Sassonia. Al parlamento d'Orleim i Sassoni passarono dal sistema di vassallaggio independente alla costituzione per contadi e vescovadi, nè furon più solamente vassalli, ma una parte del gran tutto sottomesso al governo dei conti e dei vescovi. Così abbiam già tre periodi in questa storia della conquista dei Sassoni; 1.º il vassallagio per tribù; 2.º l'aderimento alla predicazione cristiana; 3.º la costituzione uniforme per contadi e vescovadi, e la sommessione all'ordinamento amministrativo del re.
Questo governo dei conti e dei vescovi riuscì, in sulle prime, odiosissimo ai Sassoni; i primi amministravano la giustizia, e governavano in nome di Carlomagno; i secondi si travagliavano d'ampliar l'autorità della Chiesa e di sottomettere le barbare nazioni ai giogo della religione, cose tutte che a distrugger miravano la libertà delle popolazioni germaniche. La presenza di Carlomagno, e il terror del suo nome potean solo conservar la dominazione dei Franchi colà, ed egli costretto di correr continuamente l'Europa, dalla Spagna all'Italia, dalle Alpi ai Pirenei, non potea sempre aver l'occhio sulle terre germaniche, onde i Sassoni più d'una volta profittaron di quest'assenza del sovrano, per ripigliare le armi. Eccoli dunque di nuovo sollevati, recarsi in massa sulle rive del Reno, e scuotere il giogo dei conti e dei vescovi.
A grande inquietudine mosse l'animo di Carlomagno questa presa d'armi universale, che avvenne all'occasione dell'invocar che fecero i conti franchi la fedeltà dei Sassoni per respinger l'irruzione dei popoli slavi. Vittichindo ricomparve allora tra' suoi, e disse loro: «Ecco giunto il momento di vendicarvi de' vostri oppressori.» I Sassoni lo seguono, si raccolgono appiè d'un alto monte sul fianco destro dell'esercito di Carlomagno, capitanato dai tre conti maggiori Adalgiso, Geilone e Volrado, e quando questi arrivaron sul Veser, anzichè trovarvi i Sassoni in loro aiuto, li vider apparecchiati a scagliarsi su loro. Il conte Teoderico, accorso dal Reno, non esitava intanto a cominciar la guerra contro i fedifraghi Sassoni stessi, e la zuffa fu sanguinosa. Il gran Carlo non v'era; i Sassoni, pieni di astio contro i conti, diedero dentro con gran forza, ed in breve quasi tutti i capitani de' Franchi furono uccisi sul campo, gli altri messi in volta, ed i Sassoni intuonaron l'inno della vittoria di Vittichindo, ributtando gli oppressori fino al Reno. Carlo accorse indi tosto per vendicare l'affronto dell'armi sue, con fitto in mente il pensiero che i Sassoni non fossero altrimenti nemici da combattere, ma sì popoli ribelli da sterminare. Venne dunque a tener la sua dieta a Paderborna, e citati dinanzi al campale suo parlamento i principali fra i Sassoni, dimandò loro perchè avessero rotta la guerra, perchè ribellati si fossero contro i conti? Tutti ad una voce risposero: Aver ubbidito ai voleri di Vittichindo, ed egli solo esser colpevole di quella ribellione. — Ma non per questo il re placò l'ira sua, chè anzi fece proponimento di vendicare i suoi leudi trucidati in campo, ed i vescovi delle chiese di fresco edificate, martoriati o cacciati da Vittichindo.
I Sassoni aveano infranta la legge di vassallaggio, dunque eran ribelli: Carlomagno ordinò quindi un grande esempio, e ad imitazione di tutti gli altri conquistatori, non esitò punto a versar fiumi di sangue, onde lasciar lunghe orme di terrore e di sommessione. Si fece dare in mano tutti i capi e gli uomini più ardimentosi della nazione, e comparve in mezzo a loro, con la spada in mano, girando sovr'essi il corrucciato suo sguardo, a guisa di un gigante che scuota la sua clava sopra i vinti; poi dal suo campo di Ferden, a riva dell'Aller, comandò che tutti i Sassoni ribelli avessero mozzo il capo; le cronache ne sommano il numero a quattro mila cinquecento; fu una beccheria che durò tutto un giorno. Terribile rappresaglia dei conti e vescovi uccisi dai Sassoni, e dell'aver inseguito i Franchi fin sul territorio loro; ma era pur forza muover terrore in que' popoli, e Carlomagno si trovò costretto a colpirli con la tremenda sua spada[170].
Se non che il sangue di questi supplizii punto non valse a spegnere l'astio dei Sassoni, ed altre tribù pigliaron le armi, nè appena era domata questa, insorgeva quella; le erano popolazioni gelose, indipendenti, tutte situate a' confini di genti naturalmente nimiche di Carlomagno; i Danesi, gli Slavi, i Frisoni, istigati dai Sassoni pigliavan le armi al primo segnale per far causa comune co' nemici degli Austrasii; guerra infinita di popoli e di razze. Ma le genti di Carlo aveano veramente il primato militare, nè i Sassoni mai vennero a campal giornata se non per essere vinti e sconfitti; nessuna rilevante vittoria ottennero essi mai contro a Carlomagno, cui essi temevano come un Dio; parendo loro aver sempre addosso quella sua mazza ferrata.
Intanto Carlomagno, fatta sua dimora d'una delle germaniche sue ville, attende a soggiogar per sempre i Sassoni, riedifica la fortezza d'Eresburgo, e tiene in mezzo a' suoi guerrieri corte plenaria a Paderborna; e ad ogni tratto spedisce grosse schiere di Franchi a guastar ben oltre le terre de' Sassoni, ed a piantarvi accampamenti alla foggia de' Romani. Ma vedendo di questo modo non aver più fine la guerra, deliberossi di rivolgersi dirittamente allo stesso Vittichindo per trattare con lui a tu per tu della pace. Vittichindo ed Albione, i due capi di maggior grido tra i Sassoni, dimandarono salvocondotto, e vennero a trovar Carlomagno nella sede sua di Paderborna, accoltivi a grande onore, festeggiati dai conti, e catechizzati dai vescovi. Carlomagno profferse a Vittichindo il titolo di duca di Sassonia, e gli onori della sua corte, purchè abbracciasse il cristianesimo, segno di soggezione appo i Sassoni, essendochè un giogo era per essi la religione dei Franchi, e giogo spesso odiosissimo. Vittichindo accettò la profferta, e con lui altri più capi di quella nazione ricevettero il battesimo. Grande vittoria fu questa, e il termine, a così dir, della salvatica indipendenza di quelle tribù. Prive del valoroso capo che le guidava alla guerra esse oramai più non s'avventurarono che a spartate sollevazioni, le quali furono anche tosto compresse dalla ferrea mano di Carlomagno.
Divenuto fedel vassallo a quest'ultimo, Vittichindo lasciò al tutto le armi, ed andò a ricoverarsi in un monastero. Quasi tutti i più nobili lignaggi della Germania discender vollero da questo ceppo; chi non potea dirsi della schiatta di Carlomagno, gloriavasi d'aver Vittichindo per antenato, chè un prod'uomo ognuno il vorrebbe per suo progenitore. La stirpe che più ragion d'ogn'altra potea gloriarsi d'essere uscita da Vittichindo, quella fu di Capeto, recando infatti le cronache che Roberto il Forte, il poderoso conte di Parigi, fu pronipote del Sassone glorioso[171]; chè fra que' battagliatori v'era sempre, come a dire, una misteriosa catena, che univa gli uni cogli altri, di gloria in gloria, di forza in forza, e bello certamente era l'aver principio da Vittichindo. Il quale, fatto quindi piissimo, fu onorato per santo e nominato nelle antifone, cantico d'onore e panteone del medio evo. Ad esempio di lui, gli altri Sassoni convertiti, si danno sinceramente al cristianesimo.
La rinomanza di Vittichindo, e la gloria della spedizione di Sassonia, doveano naturalmente somministrare ampio soggetto alle canzoni eroiche; infatti sotto il titolo della canzone di Guiteclino di Sassonia, un trovatore di nome Giovanni Bodel, nativo di Arras, compose in sull'entrar del secolo XIII un intero poema epico sopra Guiteclino ed i Sassoni, che ritrae de' tempi feudali, i più vivi e coloriti di quel periodo di confusione in cui i tracotanti baroni comandavano ai re. Eccovi lo spirito di questa canzone eroica. «I Sassoni minacciano l'impero de' Franchi, ci vogliono dunque aiuti, sussidii, modi a far la guerra, onde Carlomagno dimanda quattro denari ai suoi baroni urepi o urepedi (hurepés)[172] dell'Angiò, della Bretagna e della Neustria; gli Scozzesi, gl'Inglesi, gli Alemanni e i Bavari pagano questo tributo, e togli qua che i baroni urepi di Carlomagno non vogliono pagare, dicendo che si fa per avvilirli, che addio alle immunità loro se fossero sottoposti a un tributo. Che fanno dunque i superbi feudatari? Pigliano il partito di chiudere quattro denari nel pennone d'ogni lancia, poi vengono così innanzi a Carlomagno, alla sua corte plenaria d'Aquisgrana, e gli dicono: «Imperatore, vien tu stesso a prendere, se tanto ardisci, il tributo». Qui il poeta gode di abbassar Carlomagno, e segue a raccontar come al sopravvenir dei suoi baroni, ei si fa incontro ad essi a piè nudi, senza corona in fronte, e rinunzia all'imposta promettendo di non mai più dimandar loro tributo alcuno. Ecco pertanto la libertà feudale in tutta l'ampiezza sua; il barone deve il suo corpo, ma non il danaro mai; il pagamento del denaro è solo un dovere pel villano, e per l'uomo di podestà, cioè in poter d'altrui.
Carlomagno ed i suoi baroni muovono indi da Aquisgrana per la guerra di Sassonia, e qui mille descrizioni di combattimenti; un abbassar di lance, un mescolarsi di pennoni e il duca Guiteclino è ucciso in battaglia. Qui pure s'intrecciano gli amori di Berardo e d'Elisandra, di Baldovino e della regina Sibilla; le crociate hanno siffattamente riscaldate le fantasie, che si trovan per ogni dove le rimembranze di Gerusalemme. Ma ecco i fratelli di Guiteclino che insorgono a vendicar la sua morte, e atterrano Berardo e Baldovino, niuno resiste ai colpi loro, e qui un'altra rimembranza viene a collocarsi nella mente del poeta; quella dell'invasion dei Normanni e degli Ungri al secolo decimo: la stessa confusione, solo che vi è in ogni parte celebrato il nome di Vittichindo. La guerra dei Sassoni, fu la grande impresa del regno di Carlomagno, ed ebbe ad esser soggetto di poema come Roncisvalle, e come ogn'altro tema che ricordasse le grandi gesta militari.
Il modo che tenne Carlomagno nel terzo periodo delle sue guerre sassoniche, fu più efficace che non il suo primo ordinamento del vassallaggio. Veduto che le popolazioni erranti non si affezionano al suolo, ei fa trasportar le principali famiglie sassoni nell'interno della Francia, e il paese loro fu dato ad altri popoli (gli Obotriti) a Carlomagno più ubbidienti e fedeli. Così le famiglie sassoni più riottose ed audaci, tramutate in Francia, ebbero in retaggio le terre del fisco, o furono cacciate nei monasteri e condannate alle solitudini del deserto; ond'è che sotto Lodovico Pio troviam di queste cotali famiglie nelle badie, e ardenti religiosi ed eziandio santi di origine sassone[173], e cronisti e poeti che attendono a scriver gli annali del paese.
Se la guerra sassonica fu la più crudele, la più sanguinosa che mai avesse a sostener Carlomagno, essa rende pur testimonio della grandezza e della fermezza sua, della forza e della destrezza ch'ei vi pose; ma era un'opera di conquista, che dovea col tempo trar seco la sua reazione. Avea Carlomagno rincacciate, stipate le popolazioni nel Nord, nella Danimarca, nel Giudland; e da chi fu rovesciato l'impero suo? Da quelle popolazioni medesime che vennero alla volta loro ad assalire i Franchi. La storia del mondo è azione e reazione; i conquistatori cacciano le nazioni, e queste ritornano più forti a spezzar trono e spada di coloro che sognaron l'impero universale del mondo!