CAPITOLO XI. CONQUISTE DI CARLOMAGNO IN ISPAGNA. — ROTTA DI RONCISVALLE.

La Spagna e i Saracini dopo la battaglia di Poitiers. — Corrispondenza di Pipino coi califfi. — Gli emiri di Catalogna, di Navarra e d'Aragona. — Gli antichi cristiani. — Discordie civili. — Gli emiri alla corte plenaria di Paderborna. — Carlomagno delibera di conquistare la Spagna. — Convocazione delle milizie — Le due irruzioni per mezzo ai Pirenei. — Assedii di Barcellona e di Saragozza. — Ritorno dell'esercito. — Rotta di Roncisvalle. — I Guasconi e il duca Lupo. — Lugubre suono di questa rotta. — La canzone di Roncisvalle. — Tracce del passaggio de' Franchi ne' Pirenei. — I corpi de' martiri. — La cappella. — La rupe e la spada d'Orlando — Romanza spagnuola di Alda la bella, sposa di don Orlando.

732 — 778.

Le spedizioni di Carlomagno furono, sin qui, in Germania e in Lombardia; il Reno, l'Oder, le Alpi, il Po, avean veduto le lance dei Franchi, folte come le messi estive agitate dai venti[174]; la corona di ferro dei Longobardi ornava la fronte del re dei Franchi; le terre d'Italia erano partite fra i suoi duchi e conti e leudi, e la Germania acclamava il re dalla gigantesca statura che conduceva i Franchi d'Austrasia e di Neustria alla conquista e al dominio della Sassonia e della Baviera. Già fin dal primo istante della sua esaltazione avea Carlomagno compiuto il soggiogamento dell'Aquitania, e la Guascogna ubbidiva alla grande famiglia de' suoi vassalli; a' Pirenei il nome suo era in grido, com'esser dovea quello del pronipote di Carlo Martello, e formidate v'erano la potenza e la forza di questo coronato capitano, benchè ancor veduto non avessero sventolar colà le sue bandiere. Ma ben presto il suono del corno stava per assordar que' forri e quelle valli, e una spedizione già era pronta a varcar quelle alpi dirupate. Or qual cagione mai traeva tanta selva di lance in mezzo alle città della Spagna? Come avvien egli che i Saracini da conquistatori stanno per divenir conquistati? Qual memoria restava di quella sanguinosa irruzione, che Carlo Martello, l'avolo di Carlomagno, arrestava nelle pianure di Poitiers?

Questa terribil giornata di Tours o di Poitiers, fu termine alle conquiste degl'Infedeli al di là de' Pirenei: la vittoria di Carlo Martello, era venuta a raccendere l'invilito coraggio de' cristiani in mezzo all'abbattimento generale degli animi e alle paure sparse pel durare d'un secolo dalle rapide e maravigliose vittorie di quei Barbari, e tanto bastò a mutar la condizione rispettiva dei popoli. Quella sanguinosa disfatta dell'islamismo diede un irresistibile impulso ai conti, ai duchi, alle intiere popolazioni della Gallia meridionale, e i cristiani quasi tutti si levarono per una poderosa crociata nella Guienna e Settimania. Fin dal regno di Pipino più non v'erano se non alcune colonie spartate di Saracini nella Provenza e nell'Aquitania, e quando Abd-Almalek, o Addamelecco bandì la guerra santa, gl'Infedeli non aveano in mano più che la sola città di Narbona. Tutta la potenza degli emiri s'era concentrata in Spagna, e nei monti durava tuttavia un'antica schiatta di cristiani, maschia popolazione, che s'era già liberata del giogo de' Saracini. Coperta di pelli ferine o d'armature fabbricate negli antri delle rupi o in qualche solitaria borgata, quella valorosa schiatta di Leone e di Castiglia scendeva di quando in quando dall'inaccessibil suo ricetto per molestare i Saracini delle città e delle campagne. In mezzo a quella lunga giogaia di monti che si stende dalle Asturie fino alla Catalogna, viveva una maschia e forte nidiata, che dovea coll'andar del tempo cacciar i Mori dalla soggiogata Spagna, e piantar sulle francate città lo stendardo della croce.

Oltre di che la Spagna non era già sottomessa ad una sola signoria, chè non bastando ai Saracini, vincitori dei Visigoti, d'essersi separati dal califfato di Bagdad, e dalla podestà del Commendator dei credenti, intestine discordie regnavan anco nella penisola fra città e città, e quasi ogni provincia aveva il suo emiro[175], e in mezzo alla guerra civile, gli uni invocavano il braccio dei conti cristiani e delle popolazioni visigote, potenti ancora sotto il vescovo loro a Cordova o a Toledo; gli altri ricorrevano per aiuto agli antichi Castigliani ed agli Asturiani delle montagne. Già fino a' tempi del regno di Pipino alcune Ambascerie degli emiri di Spagna eran venute a visitare il re di Francia nelle sue corti plenarie, ed egli mentre dava loro udienza, ponevasi pure in corrispondenza coi califfi di Bagdad, ricevendone ricchi presenti, e mandando loro in contraccambio cani da caccia usi correre il cignale delle Ardenne e della Turingia. È cosa incontrastabile che Pipino ebbe pratiche politiche col califfo Almanzor[176] e che alcuni conti de' Franchi dimorarono per tre anni a Bagdad, donde poi toccarono, sbarcando a Marsiglia, la città del traffico.

L'ordinamento delle provincie meridionali, qual Carlomagno ebbe a compierlo, piantava sulla frontiera di Spagna due grandi vassalli militari della corona di Francia, ed erano i duchi dei Guasconi e degli Aquitani, i quali Guasconi, per la loro dimora rimpetto a' Pirenei si trovavano continuamente in commercio coi Saraceni, così come i duchi loro con gli emiri, e mescolavano spesso i sangui loro; indarno i concilii vietavano questa comunanza di nozze, che più d'una fanciulla cristiana vedeasi andare sposa ad un miscredente, e più d'una nera saracina di Barcellona, di Cordova, di Granata o di Toledo pigliarsi a marito un figlio della Guascogna o dell'Aquitania. I Saracini aveano moschee nelle città meridionali a Narbona ed Arli, e i cristiani aveano chiese e fin vescovi a Siviglia; praticavan gli uni cogli altri pel commercio, per l'industria, per le arti; le antiche animosità s'eran venute cancellando, e bene spesso era più facil trovar nimicizie e gelosie fra emiro ed emiro, o fra conte e conte, che astii veri d'una credenza contro l'altra.

I re Franchi seppero giovarsi di queste discordie per vantaggiar le loro spedizioni e conquiste in quel paese. Nel tempo che Carlomagno teneva una dieta in Paderborna attorniato da conti e vescovi, vide venire a lui alcuni emiri o alcaldi saracini, avvolti in larghe vesti, come a que' dì usavano al di là de' Pirenei, il più ricco dei quali chiamavasi Soleyman Ebu-Jaktan-Alarabi, o Mofras-Ebu-Alarabi, governatore, come dicevano, di Saragozza. Venivano questi emiri da lontani paesi, per prestar fede ed omaggio a Carlomagno, profferendo di consegnargli le chiavi di essa Saragozza e di Valenza ch'essi aveano in poter loro come vassali d'Adelramo. Carlomagno rimase meravigliato alla vista di quegli emiri, e la superbia de' conti ne fu lusingata; la conquista ch'essi offrivano tale era da solleticar l'appetito de' Franchi, e Carlo accettò fede ed omaggio da quei Saracini. Laonde in quella medesima corte plenaria, Abiatar, governatore di Huesca e l'emiro Ebn-Alarabi, si dichiaravan vassalli della corona di Francia, e si obbligavano a consegnare i quattro passaggi dei Pirenei, di Barcellona cioè, di Puicerda, di Pamplona e di Tolosa, donde il suo esercito avrebbe potuto allargarsi fino alla Stretto e liberare i cristiani della Penisola. Oh come cangiati s'erano i tempi! Un secolo appena era trascorso dal dì che il conte Giuliano aveva aperto la Spagna alle conquiste degli Arabi, e già gli emiri davano in mano i Pirenei ad un esercito di Franchi! Il qual esercito trovar dovea spalla in una massa ragguardevole della popolazione. A primavera tutto sarebbe presto per una spedizione oltre i Pirenei, e gli emiri traditori se ne tornavano a Saragozza e a Barcellona, ivi attendendo l'effetto delle promesse del gran Carlo, d'ora innanzi loro alto signore.

Gli apparecchi di questa guerra furono grandissimi: tutti i conti possessori di terre fiscali, convocati per bando reale, doveano tenersi pronti a marciare. Il grande accorgimento di Carlo quello era di calar sempre sui nemici con forze talmente formidabili, che gli avviluppava prima che si fossero ordinati a resistergli; così avea fatto contro i Longobardi, quando le sue schiere disceser dall'Alpi con la rapidità d'un torrente, così a forza d'uomini avea vinto i Sassoni, e così preparavasi a far ora nella spedizione in Ispagna, congregando tutta la sua gente, non solo della Neustria, dell'Austrasia e della Borgogna, ma sì pure chiamando i suoi vassalli di Baviera e di Germania, insiem coi conti della Provenza e della Settimania. I Longobardi appena erano soggiogati, e nondimeno una schiera dei loro univasi all'esercito, presto a varcare i Pirenei. A simiglianza degli altri grandi conquistatori, Carlomagno adoperava i popoli domati a domar l'altre nazioni, alla foggia dei Romani. Non sì tosto primavera comincia a metter le foglie ed i fiori, che già, come narrano i romanzieri, si vede il gran re alla sua villa di Casseneuil, nel contado di Agen, dove celebra la Pasqua; poi visita la Guascogna e la Settimania per esser sicuro che le mura son forti e salde le torri. L'esercito suo è diviso in due schiere, l'una delle quali, destinata ad invader la Catalogna pel passo di Perpignano, dovea muover da Narbona, proceder lunghesso il mare fino a Girona e a Barcellona e far alto all'Ebro; l'altra calar dai Pirenei per la via della Navarra, e precipitarsi sovra Pamplona, la chiave dei monti, e di questa seconda schiera, Carlomagno avea riserbato il comando a sè stesso, col fiore de' suoi conti e paladini, e per più rinforzarsi dovea passar per mezzo all'alpestre paese de' Guasconi, forti e torosi balestrieri, che conducevano gli armenti su per quelle rupi. Giunto all'Ebro, avrebbe poi visto se gli conveniva di proseguir la conquista fino allo Stretto.

Amendue le schiere o spedizioni furono simultaneamente condotte con l'usata vigoria di Carlomagno. L'esercito che mosse da Narbona componevasi di Longobardi e d'Austrasii guidati dal conte Bernardo, fortissimo paladino, che gran riputazione erasi acquistata nel passaggio dell'Alpi, e sottomessa Girona e Barcellona con tutte l'altre terre fino all'Ebro, per una mossa militare a cerchio, venne a congiungersi con Carlomagno dinanzi a Pamplona. L'assedio di questa piazza fu lunghissimo e fierissimo; vinta che l'ebbero i Franchi, vennero a campeggiar Saragozza, per aver con essa tutta la fronte dell'Ebro. Dopo vigorosa resistenza i Saracini chiesero i patti; si offrirono statichi ed omaggi al re, il cui esercito, dominatore e vittorioso, si traeva dietro gli alcaidi e gli altri Infedeli già debellati. Tutto il paese che si stende dai Pirenei all'Elbro, fu soggiogato, e Carlomagno l'ordinò alla forma delle marche militari sulle frontiere, il che val quanto dire ch'ei pose suoi conti e leudi nelle città a difenderle. Da questo momento i Pirenei più non servono omai di confine alle sue possessioni; ma ben l'Ebro diventa frontiera sua, e Pamplona e Saragozza sono gli antemurali della fronte sua militare.

Ordinata ch'egli ebbe così la sua conquista, ripigliò il cammino verso Francia, traendosi dietro carra piene di ricchezze, e mule cariche di spoglie, e gli emiri saracini che seguivano il cocchio del vincitore. Le folte lance marciavano in massa, e la scorta di battaglia era sì coperta di ferro, che nessuna punta l'avrebbe potuta toccare, e Saracini e Guasconi sarebber del pari venuti a rompersi contro quelle corazze e usberghi di Sassonia, di Lombardia, d'Austrasia e di Neustria. Alla coda poi dell'esercito, e come schiera spartata, seguiva un retroguardo composto di prodi cavalieri condotti dal conte Orlando, valoroso guardiano delle spiaggie di Bretagna. Partitisi da Pamplona, procedevano tutti in gran sicurtà, per mezzo a quelle strette, a que' monti, a quegli scoscesi dirupi e precipizi che formano il varco da Francia in Ispagna, e Orlando, gli uni addosso agli altri, li guidava con perizia di ottimo capitano. Avevan essi ad attraversare il paese de' Guasconi, popolo di arditi e rozzi valligiani; i Guasconi e Navarresi ritraevano della durezza de' monti loro, e sapevano con nerboruto braccio maneggiar l'arco e la freccia, e popoli pastori e bellicosi com'erano, non temean punto d'affrontarsi cogli uomini del Nord. E non vivean forse anch'essi in mezzo alle nevi e alle ghiacciaie?

Ora è da saper che in quel tempo i Guasconi aveano appunto per loro duca Lupo, nipote per figlio di quell'Unnaldo, che le carte antiche dicono uscito della schiatta merovingica. E' non si vuol perder d'occhio mai quest'odio naturale che i duchi d'Aquitania portavano a Carlomagno. Procedea questo dall'esser eglino i discendenti d'un lignaggio proscritto ed erede del trono di Clodoveo; e Carlomagno n'avea fatti impiccar due o tre sotto pretesto che fossero rei di ribellione e sedizione, ma più ancora per ispegnere i Merovei. Che se pur Lupo ha ottenuto le terre di Guascogna, come vassallo di Carlomagno, egli ha tuttavia serbato in cuore i lunghi astii di famiglia contro di lui, e comanda ad una robusta popolazione che ha in odio la razza dei Franchi; vede Lupo con ispavento questa dominazione degli uomini del Norte stendersi già fin sopra la Spagna; i Pirenei non son più confini, e benchè egli sia cristiano, ama piuttosto di conservare il commercio suo cogli alcaidi di Pamplona, di Saragozza, di Valenza che sottomettersi a Carlomagno. I Guasconi videro passare, senz'ardirsi di toccarle, le innumerevoli masse della cavalleria franca, e le lance che luccicavano in cima dei Pirenei; ma qui è una retroguardia sola, separata, che conduce un ricco bottino atto a solleticar l'ingordigia di quei poveri montanari, abitatori di caverne e di rupi, onde composta com'è di poche lance guidate dal conte Orlando e da qualch'altro paladino, vien d'improvviso assalita fra que' burroni, e Lupo di Guascogna si fa partecipe di questo repentino assalto di cristiani contro a cristiani[177]. Al passo appunto di Roncisvalle, dove le rocce pendono sospese sul tuo capo quasi trinciate dalla durindana d'Orlando, i Guasconi arrestarono il retroguardo di Carlomagno. In vano i paladini si difesero valorosamente, in vano Orlando eccheggiar fece il suono dell'eburneo suo corno per quelle profonde valli, in vano la poderosa sua spada ne spezzò i macigni, tutti que' prodi, oppressi dal numero, perirono nelle terribili gole de' Pirenei, e la dolorosa memoria n'è pietosamente conservata nelle croniche, e riempie tutto il medio evo. La rotta di Roncisvalle è scritta in tutti i monumenti della cavalleria; i trovatori la cantavano nelle corti plenarie a muover l'esercito a vendetta contro gl'Infedeli, perchè a questi principalmente attribuivasi il tradimento ed il macello della cavalleria cristiana; le matrone e le donzelle piangevano a quel racconto, e i cantori avean caro di ripetere in versi lugubri la catastrofe d'Orlando e d'Oliviero suo cugino morti a Roncisvalle[178].

Da per tutto tu trovi queste tradizioni popolari; i romanzi le raccontano, e nelle stesse Cronache di San Dionigi è inserita la supposta relazione di Turpino sulla morte di Orlando e dei paladini del gran Carlo[179]. Ma i prodi cavalieri non recitavano altrimenti, prima di combattere, le pie e divote esortazioni di Turpino, nè i versi che «Tagliaferro assai bene cantava andando di gran passo alla battaglia d'Hastings,» e nè tampoco le canzoni guerriere intorno a Carlomagno, Orlando ed i suoi vassalli che morirono a Roncisvalle; ben altri poemi ebbero quei tempi sulla catastrofe de' Pirenei, che oltre alla cronaca di Turpino, venivano per ogni dove nelle gran corti dalla cavalleria recitati, e ripetuti nei racconti del tempo di Filippo Augusto. Carlomagno, Orlando, Oliviero ed i suoi vassalli, furono pure argomento ad una gran canzone eroica, prediletta lettura del medio evo, che comincia:

Carles, li reis, nostre emperiere magne, ecc.[180]

La quale canzone eroica intorno ai casi di Roncisvalle è uno dei maggiori poemi di cavalleria che ancor ci rimangano di quei tempi antichi, e comechè mista di favolosi episodi, almen ci prova, insieme con la Cronaca di San Dionigi, come luttuosa era la memoria della disfatta di Roncisvalle; uno fu questo dei maggiori disastri della cristiana cavalleria, e quindi ne fu serbata la ricordanza attraverso dei secoli. I trovatori del secolo XIII composero una compiuta azione drammatica sulla morte di Carlomagno, nè dicono altrimenti che i Paladini di Carlomagno morirono per mano dei montanari Guasconi, guidati da Lupo, cristiani come loro; sarebbe stato un affligger troppo i fedeli, ad essi raccontar dovendosi come tanti valorosi conti, erano periti sotto i colpi di perfidi e traditori cattolici, onde voller piuttosto attribuire la morte d'Orlando ai miscredenti e Saraceni, ed alla fellonia di Ganellone da Maganza. Tornando poi alla storia vera di questo fatal disastro della cavalleria, dir si dee essere stati i Guasconi e Lupo duce loro, quelli che ne' Pirenei furono addosso alla retroguardia di Carlomagno, e questo è sì vero che le croniche stesse raccontano il supplizio di Lupo, che fu impiccato come fellone e sleale per aver tradito l'oste dei Franchi, e un diploma di Carlo il Calvo ricorda il nero tradimento della razza meridionale, e scaglia eterna maledizione su Lupo di Guascogna, il quale ben si meritò il nome di Lupo per la sua perfidia verso i paladini di Francia.

Anche nelle valli de' Pirenei durò per lungo tempo questa dolorosa memoria di Roncisvalle, ed un canto dl que' montanari in lingua basca celebra la vittoria dei loro antenati sui guerrieri dì Carlomagno[181]; esso è come dire l'espressione dei sentimenti e degli odii di quella popolazione contro gli uomini del Norte che venivano a turbare la pace de' Pirenei. Ivi non è alcun lamento per gli uccisi paladini, non compianto per Orlando, ma solo la cara memoria della vendetta contro que' guerrieri che abbandonarono il Reno e la Mosella per venir a piombare sull'Ebro. Ecco quel canto antico, selvaggio in uno e sublime. «Un grido sorse dal monti, e il pastore dimanda: Chi va là, chi mi vuole? E il cane, che appiè dormiva del suo padrone, si sveglia, ed empie la valle de' suoi latrati. È il sordo mormorio d'un'oste che si avanza, a cui rispondono i nostri dalla vetta dei monti soffiando nei loro corni bovini. Vengono! vengono! o che selva di lance! quante bandiere! o che lampi mandano le armi loro! Quanti sono! Contali bene, figliuolo: venti e migliaia d'altri ancora. Orsù uniamo le nerborute nostre braccia, strappiamo questi massi, gittiamoli dalla cima dei monti sui loro capi, schiacciamoli, ammazziamoli. E che vengono a far questi uomini del Norte nelle nostre montagne? le montagne sono fatte da Dio a frenare il corso degli uomini. — E i massi rotolano, il sangue scorre: oh quante ossa peste! oh che mare dl sangue! Fuggite, fuggite, voi che avete ancor lena e un cavallo!.... Fuggi, re Carlo, con le tue piume nere e con la rossa tua cappa; il tuo nipote, il primo de' tuoi prodi, il tuo caro Orlando è laggiù steso morto. Fuggono, fuggono! Tutto è finito; e voi, montanari tutti, forbite le vostre frecce, e riponetele insieme col vostro corno di bue; a notte le aquile verranno a divorar quelle peste carni, e tutte quell'ossa biancheggeranno in eterno!»

Niun rincrescimento si desta in que' valligiani, chè essi punto non sceverano il sangue cristiano dal sangue saracino; nè trovan l'uno più nobile o più puro dell'altro; gli uomini del Norte son venuti a turbare i loro pascoli, a ingombrar le loro valli, a scuoter le loro montagne, ed essi fan rotolar su loro que' massi: è l'espressione d'un odio di cuore, e godono al pensiero di veder l'aquile alpine divorarsi quelle carni ancor sanguinenti, e di contemplar quelle ossa biancheggianti. La rotta di Roncisvalle è un monumento di gloria pe' Baschi, però che da loro furon distrutti gli uomini del Nord in quelle alpestri contrade. Nella Navarra ogni cosa è piena della memoria d'Orlando, e ci si vedon le cappelle espiatorie in onore dell'eroe; i massi spaccati da Durindana, e l'eco de' Pirenei vi ripete Orlando in quella guisa che le onde del Reno scorrendo gorgogliano maestose il nome di Carlomagno[182].

Scorrete la Spagna, e le romanze di Castiglia, le scagne dell'Andalusia, e le ramble di Barcellona vi racconteranno pure le ambasce di Alda la bella, la casta moglie d'Orlando, dopo le gramaglie di Roncisvalle; tradizione che si ripete d'abituro in abituro nell'Alava ed in mezzo alle torri del Mauro, in Navarra, a Valenza, a Badajoz ed a Murcia, dove tuttor l'ho trovata. Eccovi ora la romanza di Alda la bella, tradotta dall'antica lingua castigliana: — Stava donna Alda, la sposa di don Orlando, in Parigi, con seco trecento dame per accompagnarla; tutte vestono un abito simjle, tutte calzano una simile calzatura, e tutte mangiano ad una mensa, tutte il medesimo pane, eccetto donna Alda, la maggioringa fra loro. Cento filavano oro, cento tessevano zendado[183], cento suonavano vari stromenti per divertir la loro signora; ed un giorno ch'ella erasi addormentata al suono di quegli stromenti, ella ebbe un sogno, un tristissimo sogno. Svegliatasi tutta spaventata, mandò grida sì acute che furono udite per tutta la città, e le sue dame le dimandarono: «Che avete, nostra signora? Chi vi ha fatto male? — Un sogno, donne mie, che mi dà molto da pensare. Mi son trovata sopra un monte altissimo, in luogo deserto, e sopra questo monte sì alto ho veduto un astore con l'ali spiegate, e dietro un'aquila che lo inseguiva con acute strida, e l'astore si ricoverò sotto le mie vesti, intanto che quell'aquila grossissima, cogli occhi accesi d'ira, sforzandosi trarlo di là sotto, gli spennacchiava le ali e gli dava di gran beccate». Ora la cameriera le rispose: «Vi spiegherò io subito questo sogno, mia signora». Ma ella cerca in vano di consolar la sua signora, che ha pur sempre fitto in mente quel sogno come un pensiero di morte. Ahimè! un altro giorno di gran mattino si recan lettere scritte a nero di dentro, e fuori tinte di sangue; era morto lo sposo di donna Alda, don Orlando era morto alla rotta di Roncisvalle! —

Questa rotta di Roncisvalle avea dunque in ogni luogo contristato il popolo cristiano, e la raccontavano e recitavano in flebile suono a ricordar la catastrofe della cavalleria e il tragico episodio del regno di Carlomagno. Così ogni nazione ha la sua funebre avventura, la sua gran disfatta ch'essa piange come un funerale della patria; i suoi poeti ne sono concitati, contristati gli storici, e dopo secoli e secoli ancor dura la memoria di quel giorno fatale in cui caddero i più sublimi difensori d'una nazione già spenta!