CAPITOLO XIV. L'EPOPEA DELLA CONQUISTA CAROLINGICA.
Indole delle canzoni eroiche. — Origine loro. — Epoca loro. — Le discendenze o lignaggi. — Primissime canzoni eroiche. — Addizioni. — Incremento dei romanzi di cavalleria. — Le canzoni dei pari o baroni di Francia. — Originalità nazionale delle canzoni eroiche. — Tradizione intorno a Guglielmo Corto naso. — La fanciullezza di Viviano. — I Loreni. — I pari di Carlomagno. — L'ultima delle canzoni eroiche. — Effetto dell'epopea carolingica sulla storia.
DALL'VIII AL XIII SECOLO.
Le canzoni eroiche dell'epopea carolingica tutte si riferiscono alle vittorie ed alle conquiste di Carlomagno, e ad altro non intendono che a celebrare ed esaltar lui solo, senza che niuno di quei poeti si dia cura di descrivere l'andamento delle instituzioni, o pensi tampoco al progresso delle leggi o alla formazione degli imperi. In quel tempo di guerre e battaglie un principe non mostrava la sua grandezza se non per le forti spadacciate che dar sapesse, ond'è che i poemi di cavalleria relativi a Carlomagno sono tutti consacrati intieramente alla vita attiva e bellicosa di lui. Il perchè ci sembra cosa essenziale collocarli nella parte di quest'opera dedicata al periodo della conquista.
Chi tratto dall'amore dei tempi poetici del medio evo entra nelle lunghe gallerie dei manoscritti della Biblioteca reale, vede, su quelle ampie scansie fregiate di ricchi dipinti, antichi volumi in folio, quasi tutti coperti di testi o legature a marocchino rosso, in cui si vedono le arme di Francia coi tre gigli d'oro accanto a quelle di Colbert, con la vipera aggruppata; o anche vede manoscritti guerniti di velluto sopra il legno, che recano talvolta i fiordalisi di Francia a ribocco, o i tre leopardi d'Inghilterra, o la banda rossa di Lorena coi tre alerioni d'argento; o ben anco la luna e la mezzaluna su fondo nero, di Diana di Poitiers. Se tu apri quei ricchi volumi, ci trovi spesso, così alla rinfusa, canzoni eroiche, e leggende, e croniche in versi o in prosa, che poi la pazienza degli eruditi cerne e riconosce con sudato lavoro. Colà entro in quei manoscritti a due colonne sono stipate masse di quindici o venti migliaia di versi, tutti di caratteri del decimoquarto e decimoquinto secolo, abbastanza bene tratteggiati e con le abbreviature e i segni di quell'età. Alcuni hanno lettere squisitamente ornate di rami d'alberi intrecciati o di fiori vermigli, e sopravi augelli, il falco dal lungo becco, lo sparviero della castellana o il timido augellino che si nasconde nel nido. Molti di così fatti libri hanno miniature e rappresentazioni che si riferiscono al secolo decimoquarto: qua tornei con aguzze spade, e padiglioni coperti d'arme gentilizie ed imprese, da cui pendono i gonfaloni e le insegne delle grandi case di Francia; colà un varletto o paggio inginocchiato, che presenta un messaggio al suo signore; più lontano una castellana in groppa della bianca sua chinea, vestita d'una lunga roba di colore azzurro e col capo cinto d'un di quegli alti berretti alla foggia di Normandia e di Caux; a tergo un monaco con la tonaca di bigello di San Benedetto o un santo eremita nella sua capanna; poi assedii e battaglie ove si vede rosseggiar il sangue come se fosse versato ieri. Alcune di tali miniature son d'oro, altre di carmino, e ci si vede il gran Carlo con la lunga sua barba, il suo scettro in mano, e col suo diadema in fronte sormontato dalla croce; gli stanno intorno i paladini ed i pari, congregati a corte plenaria per muovere contro i Saraceni, o per difendere il papa nostro santo padre; in un luogo egli sta pellegrinando per Gerusalemme, in un altro ei se ne va a conquistare la Spagna contro il re Marsilio.
Questi ricchi manoscritti, che formano il vanto degli antiquari, comprendono le grandi epopee carolingiche, col nome quasi sempre dell'autore, il quale esser suole un trovatore o cantor di gaia scienza, come sono: Lamberto il Corto, Pietro di Santafiore, Giovanni Bodel, Guglielmo di Bapaume; o qualche cherico di Troyes, un trovator delle Corti d'Amore di Normandia o d'Inghilterra, Benedetto di San Mauro, esempigrazia, o Roberto Wace. Questi canti eroici recano quasi tutti titoli appetitivi:[196] Il romanzo di Lancillotto, o di Girone il Cortese; la canzone di Guiteclino di Sansognia; le imprese di Guglielmo Corto Naso, Fiora e Biancofiore e altri siffatti, tutti componimenti poetici che si riferiscono, qual più qual meno, ai tempi della cavalleria.
E qual secolo nascer vide questo grande ammasso di monumenti dell'antica età? Venner eglino tutti spontaneamente e d'un sol tratto, o per una lenta e progressiva formazione, al pari d'ogni altra cosa prodotta in quel tempo? L'arte bisantina e longobarda si trasformò, nel secolo duodecimo, nelle cattedrali frastagliate, e così le prime canzoni eroiche, recitate dai Franchi nelle antiche foreste, divenner solo a poco a poco e progressivamente que' bei poemi di cavalleria che formavano il passatempo delle corti sotto i regni di San Luigi e di Filippo il Bello, il che val quanto dire, che quei poemi non appartenevano altrimenti, per sè stessi, all'età carolingia, non più che le cattedrali a sesto acuto appartenessero all'arte longobarda o bisantina.
E tuttavia non è da dubitar che gli Austrasii, seguaci di Carlomagno, non avessero lor canti e grida di guerra, e ricordi di vittorie o di sconfitte; le cronache antiche ci hanno conservato alcuni informi versi d'una canzone che i soldati cantavano nei campi di battaglia sotto Lodovico il Germanico, ed Eginardo e il Monaco di San Gallo fanno menzion di poemi in barbarico idioma de' quali faceva diletto suo Carlomagno. E non era questa, d'altra parte, l'usanza delle nazioni boreali? E la poesia degli scaldi non era forse giunta sino in Germania, dove ancor duravano i canti nazionali antichi? Al decimo secolo recitavasi la canzone di Roncisvalle e la leggenda di Guglielmo Corto Naso, in lingua volgare d'oil o di oc, che le grandi spedizioni e le lunghe guerre dan sempre origine a qualche canto poetico.
Così l'età primitiva di Carlomagno non ebbe in fatto se non queste canzoni guerriere, e non punto poemi, chè ancor non sono se non tradizioni che si vengono perpetuando: il gran nome del sovrano signore non passa d'età in età, e quando già i Carolingi sono caduti, quando già regna un nuovo lignaggio, al tempo o in quel torno, di Filippo Augusto, questi poemi sono ricomposti per frammenti o discendenze. Tornato è il tempo delle grandi imprese, Filippo Augusto incomincia a distrigare la matassa feudale, a quel modo che Enrico II viene a suo tempo a ingentilir le corti plenarie degli Anglonormanni, e allora la generazion dei trovatori raccoglie le tradizioni, i canti antichi, e gli abbellisce e ricama in quella forma che la regina Matilde, chiusa le lunghe sere nel suo castello, tessea di mille colori le imprese di Guglielmo il Bastardo. Questi tre secoli, che abbracciano il periodo da Carlomagno a Filippo Augusto, son fecondissimi; poichè certamente il tempo che creò l'organo per la musica, le cattedrali per l'architettura, sì gran copia di canzoni eroiche per la poesia, non era povero d'ingegno nè d'immaginazione.
I maggiori poemi intorno a Carlomagno, quali ora ci durano con loro discendenze e lignaggi, non furono scritti se non dopo le crociate, che sì grande impulso diedero alla cristianità quando Goffredo di Buglione andò a piantar i suoi vessilli appiè di Gerusalemme. Non è punto maraviglia che in quell'età, sì piena essa medesima di prodigi, tornasse a quelli di Carlomagno: le cronache d'altro non risonavano che del suo nome; la sua imagine era in tutte le corti plenarie, egli avea dietro a sè lasciata quella lunga traccia di gloria, che una strepitosa fama lascia sempre dopo di sè; l'imagine del grande imperatore era per tutto; e le canzoni eroiche, in prima recitate solo da qualche cantore, divennero grossi volumi che leggevansi nelle corti bandite in presenza delle dame e dei varletti[197].
Questi poemi di cavalleria si dividono in più epoche, nè io adoprerò pei tempi antichi la prosuntuosa parola di cicli. Che mai direbbono i cantori di gaia scienza, se alzando il capo dal sepolcro, vedesser l'opere loro incastrate nelle inflessibili cerchie della scuola, essi che recitavano i bei fatti e le imprese con la viola o la ghironda tra mano, come il fedel Biondello di Riccardo I.... Che direbbon essi di quelle invariabili misure, tra cui chiuder si vogliono le semplici e cicalatrici lor poesie. Certo, quand'essi riceveano dalla mano dei baroni la pelliccia di fine armellino, o il mantelletto, o il tôcco ornato con piume di falco, quei semplici cantori di prodezze non credeano che un giorno verrebbon tenuti in conto di tutt'altri che nobili trovatori, chiamati dal barone e dal cavaliero a vegghiare nella sala del convito. I modesti nostri antecessori nella scienza dell'erudizione, i Lacurni Sainte-Palaye, nobili gemelli, che passaron la vita loro a studiar gli antichi costumi della patria, simboli dell'anima loro schietta ed affettuosa; il marchese di Paulmy, quel gran ricoglitore di biblioteche, il marchese di La Valliere che avea tutta mossa la polvere dei manoscritti; e il grande d'Aussy, e la Revelliere, e Freret, e Ginguené, con le loro filosofiche opinioni, ben maggior lume gittarono sull'antica epopea francese, già rivelataci dal Pasquier e dal Fauchet, che non tutti i nomenclatori dei sistemi e dei cicli, i quali spesso anche non han pur letto le opere dei tempi de' quali magistralmente ragionano. Nè a te, immenso Ducange, nell'ammirabil tuo Glossario; nè a voi, pazienti Benedettini, nelle vostre prefazioni alla Storia letteraria di Francia, nè a voi tampoco, modesti giovani, che sedete nella Biblioteca reale, copiando ad uno ad uno i versi di quelle grandi epoche, certo è mai passato pel capo di ordinar per cicli questi semplici trovatori dei tempi mezzani, amici vostri e confidenti, che vi accompagnano nelle notturne vostre vigilie!
L'epopea carolingia non appartien tutta alla stessa epoca, nè alle stesse idee; tre soggetti formavano il consueto racconto de' canti poetici, le canzoni dei pari o baroni di Francia, i romanzi della Tavola Ritonda, e perchè facea d'uopo mescolarvi per sempre l'antico, si contavano ancora le storie di Troia, di Roma e d'Alessandro il Grande. Ciascuna delle canzoni eroiche traeva l'origine sua da qualche personaggio, i poemi intorno ai baroni di Francia si riferivan tutti a Carlomagno, ed erano a fior d'evidenza, l'espression delle diverse nazioni. Girardo di Rossiglione, all'incontro e Guglielmo Corto Naso erano epopee provenzali; i Loreni appartengono al Nord, e i romanzi della Tavola Ritonda all'Inghilterra ed alla Bretagna. Tutti narrano le grandi avventure e prodezze cavalleresche di Orlando, di Rinaldo e d'Uggiero il Danese, che fece tanti prodigi.
Una grande quistione fu posta in campo: i trovatori del mezzodì precedettero essi i trovieri del nord nell'epica narrazione dei patrii avvenimenti? V'ebb'egli qualche influenza della letteratura orientale per mezzo delle crociate sui romanzi della cavalleria che si riferiscono a Carlomagno? Le son quistioni di parole, inutili per lo meno, a parer mio, perchè indissolubili; ognuno in questa sorta di guerre d'erudizione, si tiene il suo sistema, le sue preoccupazioni succhiate insiem co' suoi studi: questi, nato sul suolo della Provenza, sostiene appassionatamente che ogni cosa vien da' trovatori, che nulla s'è fatto da altri se non da loro, che in ogni luogo son le orme della vivace e splendida loro immaginazione, che essi soli andavan con l'arpa tra mano di castello in castello, essi soli possedevano la scienza gaia; mentre quegli che nacque nell'antica Normandia, all'ombra della vetusta cattedrale di Caen o di Rouen, sosterrà che tutto si dee alla letteratura anglonormanna; che la corte aggentilita di Enrico II diede l'impulso, che le più ridenti ispirazioni dei trovieri e dei trovatori nacquero fra le nebbie del Tamigi[198].
Ed a qual pro queste contese di preminenza? Per qual ragione ogni popolo non avrà conservato la sua propria indole, ed ogni poesia la propria originalità sua! che bisogno v'ha dell'effetto d'una fantasia sull'altra? qual rassomiglianza ci ha egli fra i trovieri di Piccardia, gli Anglonormanni, i Sassoni e i trovatori della Linguadoca e della Provenza? Ogni nazione ha le sue poetiche tradizioni; gli scaldi cantavano l'Edda e l'Olimpo mitologico di Odino; i Sassoni e gli Alemanni recitavano i loro canti nazionali, i Nibelunghi della patria, e i Provenzali aveano i loro poeti a quel modo che i Normanni i loro trovieri. Quanto all'influenza orientale dove trovare al secolo decimo e all'undecimo, in Siria e nella Spagna medesima, que' fiori d'immaginazione, quelle arabe novelle, dove in palagi di cristallo si veggono il visire Yafar ed Arun-Al-Rascid, parti poetici nati in tempi assai posteriori?[199] A legger le croniche arabe del secolo decimo, ed anche le relazioni orientali intorno alle crociate, null'altro ci troviamo che una tal quale aridezza di forme, e un modo di narrar sì misero e spolpato come nelle più povere cronache dei monasteri di Francia. Or che avrebbero potuto levar da tali monumenti i trovieri ed i trovatori? Dov'è questa vantata fantasia orientale? In tutte le opere d'arte ci sono forme consimili, e una consonanza che vien di più alto, un tipo comune, ma conchiuder da questo, che la letteratura sanscrita e l'araba ha influito nei poemi di cavalleria, e prescriver così una genealogia all'immaginazione, è grossissimo errore[200].
E per qual ragione lo spirito francese non avrebb'egli potuto, per impulso del genio nazionale, crear da sè solo questi grandi poemi che rimaser come testimoni dei costumi di un tempo? Siam noi forse una nazione che viva d'accatto? le nostre magnifiche cattedrali non sono forse opera nostra? E queste leggende di marmo, significanze delle leggende scritte, non lascian forse inferire una immaginazione vivace, profonda, sì da potere spontaneamente produr le opere della poesia carolingica? E perchè insieme con le compagnie de' muratori che innalzarono quegli egregi lavori di marmo, esser non vi poterono eziandio compagnie di poeti a celebrare i fatti gloriosi della patria? Tutte le cose, in una civiltà, si pongon fra loro in armonia, ed al tempo che l'organo mormorava nelle cattedrali, e il canto fermo risonar faceva i solenni inni di morte, ben esser ci potevan poeti sì ricchi di fantasia lor propria da celebrar le prodezze di Carlomagno.
Una tra le più antiche creazioni della scuola romanzesca evidentemente appartiene al Mezzogiorno, ed è il poema o la canzone eroica di Guglielmo Corto Naso[201]. Guglielmo dal corto naso, o d'Orange, è fra gli eroi uno di quelli che i poeti della gaia scienza più celebrarono; come la vita sua meritava. Egli era contemporaneo di Carlomagno, e forse ch'ei fu quel medesimo Guglielmo d'Aquitania, che sotto Carlo Martello, assalì gagliardamente l'esercito dei Saracini; ed infatti la presente canzone lo addita come il flagello degl'Infedeli; egli è santo insieme e prode paladino, e abbiamo intorno a lui una lunga leggenda, però che la pietà al tempo della cavalleria aveva pur essa le sue epopee, ed accanto alla storia romanzesca veniva la divota leggenda, che raccontava le religiose maraviglie e i miracoli degli epici eroi; e l'uomo celebre trovavasi sempre così tra due grandezze, quella del cielo e della terra. Varie discendenze ci sono di questo romanzo di Guglielmo Corto Naso, che conducono da Carlo Martello fino a Lodovico il Pio, creato re d'Aquitania, che la generazion dei trovieri non lasciava così un pio paladino senza mescolar la sua vita in tutti gli avvenimenti di qualche rilievo onde scosse erano le immaginazioni. Ognuno famigliarizzavasi con la storia di quei nobili personaggi: le donne, i cavalieri, che ascoltavan queste canzoni, volevano innanzi tratto sapere la prima età di colui che aveva lasciato sì alto grido di sè, donde la Fanciullezza di Carlomagno, d'Orlando, d'Uggero il danese; poi veniva l'età più operosa della vita, venivano i combattimenti, le gesta degli affettatori di giganti, i pellegrinaggi armati, e per ultimo dopo la vita focosa, il pentimento, e, come allora dicevano, il monacato (moinage).
Tutti questi racconti legavansi l'un dopo l'altro, e il capriccio del cantore li veniva con incessante volubilità disvariando. Quanti non furono i poemi su Guglielmo Corto Naso da Girardo di Rossiglione fino alla Fanciullezza di Viviano, una delle più graziose fra l'eroiche canzoni! Ed a che ripetere a voi la fanciullezza di un eroe, a voi, generazione tutta intesa a materiali interessi, e sì aliena dalle semplici impressioni di quel tempo? Trattasi pur sempre della trista e fatal rotta di Roncisvalle, che gravò per sì lunghi anni sul cuor dei Francesi[202]. «Guerino, fatto prigione, si vede intimata la morte fra' tormenti se non dà il proprio figlio in ostaggio, ond'egli manda una scritta a' suoi baroni, i quali si stringono a consiglio per deliberare se sia da mandar Viviano fanciullo, il figliuolo del prigioniero Guerino. Guglielmo Corto Naso è d'avviso che Viviano si sagrifichi per salvare il padre suo, chè non v'è albero dell'orto il quale prestar non debba l'ombra sua al suo padrone: ecco dunque il fanciullo che va a trovar la madre sua tutta in lagrime: pietosissimo abboccamento! — Vanne, Viviano, gli dice la madre, io spiccherò de' tuoi capegli e della carne delle tue unghie e delle dita, più bianca che ermellino, e mi porrò ogni cosa come ricordo attorno la persona. — Nè questa nobil madre si fa punto a stôr Viviano dal pietoso dover suo, chè troppo a cuore gli sta la liberazione del diletto suo sposo. Viviano, armato cavaliere da Guglielmo Corto Naso, il miglior uomo nato da donna, giura di non mai fuggire dinanzi ai Saraceni come farebbe un vile e malnato cavaliere. — Tremendo voto! gli dice Guglielmo, e tuttavia questo Guglielmo non è forse il più impetuoso dei cavalieri? Talvolta, soggiunge indi, la fuga è buona quando è a conservare la propria persona. — Partesi Viviano dopo aver ripetuto il suo voto di cavaliero, e lo compie bravamente, però ch'egli manda a Guglielmo Corto Naso una barca, in cui stanno più di cinquecento Saracini, quali con le braccia, quali con le gambe, quali coi nasi tronchi dal fendente della poderosa sua spada. I Saracini vogliono vendicarsi, e vengono senza numero appiè della città d'Arlephaus o di Arli, e assediano il luogo dove riposan le ossa cristiane. Viviano si precipita su loro, ma che può un solo contro cento, contro mille? Egli sta per soccombere, e già presso a morire richiama le memorie, della sua giovinezza, il suo zio Guglielmo e la nobil sua dama Gibora, che lo nutrì al suo seno. La mischia divien sì folta che più non si conoscon fra loro. Viviano è alle mani con Ordovano, uno dei re saracini, e scampato per un miracolo, ripara nell'antico castello a sopraccapo della città, ed ha il tempo di fare avvisato Guglielmo d'Orange.
«Or ecco il messo entrar nell'antica città dei conti d'Orange, ove si veggono officine in esercizio per ogni parte; chi fa scudi o maglie d'acciaio, e chi selle e chi staffe. Il messaggero trova Guglielmo che giuoca agli scacchi, e n'ha promessa di pronto soccorso. Ahi che Viviano n'ha troppo bisogno! S'ode da lungi il suono del suo corno: già perde a fiumi il sangue, e il nobil cavaliero si muore. Mentre se gli fanno i funerali, i Saracini assaltano Guglielmo d'Orange, sì che il prod'uomo è pur costretto a fuggire sul suo buon cavallo Bucento, col corpo del giovin Viviano, freddo morto. Obbligato a lasciare indietro il prezioso suo carico, egli scappa e scappa fin dentro ad Orange, la sua città, dov'ei trovasi tosto assediato». Un'altra discendenza del gran poema segue Guglielmo fino alla tomba, essendochè, come dissi, l'epopea non era compiuta, se non quando la schiatta era spenta. Di questo modo e cantori e trovieri si appigliavano ad una sola vita, la presentavan sotto tutti gli aspetti dall'infanzia fino alla morte, e cavalieri e castellane abituavansi a tutte queste memorie e a questi nomi propri d'eroi. Era la cronaca delle grandi schiatte, il patrimonio glorioso di questo o quel castello; sapevasi com'erano nati Orlando, Rinaldo, Uggero il Danese; si tenea dietro ai degni figli loro, e nipoti, e cugini; vivean della loro vita, famigliarizzavansi con le loro imprese, ed ognuno vi cercava la sua genealogia, la sua origine, la sua discendenza e gli esempi suoi. Un prode castellano avrebbe descritte, come se le avesse avute dinanzi agli occhi, le arme dei paladini del gran Carlo, e i bisanti d'oro su fondo rosso del duca Namo o del traditore Ganalon di Maganza.
Guglielmo dal corto naso è una tradizione meridionale, a simiglianza del romanzo o della leggenda di Filomena e della cronica di Turpino, di origine supremamente spagnuola. Turpino non iscrisse alla fin fine se non una leggenda, nè il suo racconto è altro più che la semplice tela d'un pellegrinaggio a Sant'Iacopo di Compostella, e non mica una di quelle grandi pitture delle prodezze cavalleresche: egli è, posto a paragon delle maggiori canzoni eroiche, quel che la leggenda di Guglielmo Corto Naso esser può a paragon dei romanzi che furono scritti sul prode conte d'Orange. I pellegrinaggi avevano a quei tempi vivissima efficacia sull'immaginazione altrui, e masse intiere di gente si moveano per correre ad un sepolcro, e questo spesso risveglia i vivi, e l'entusiasmo circonda le memorie di tutti coloro che consegnano un gran nome alla tomba.
Ed oltre questa fervente pietà, altri motivi ancora ci avea che rendevan più frequenti e rinomati i pellegrinaggi. All'udirsi esaltare i miracoli d'un'arca santa, d'un pio monumento, tutti vi accorrevano, come se a versar gli affetti del cuore fosse proprio bisogno di andar in terre lontane; i pellegrini vi recavano le loro offerte d'oro, d'argento e di zaffiri. Il più ricco di questi sepolcri era quello di sant'Iacopo di Compostella, e niuno veniva a visitarlo senz'accrescer di qualche cosa la dovizia de' suoi tesori. Questi devoti pellegrinaggi servivano altresì di pretesto alle grandi imprese militari, e quando Carlomagno meditava qualche spedizione, facea prima un pellegrinaggio a questo o quel santo sepolcro. Ivi, protetto dalle immunità dei pellegrini, niuno poteva toccarlo; esaminava quindi sicuramente i luoghi, le vie romane ancora intatte, le posate, le forze che oppor potevansi ad una prossima irruzione, confidandosi pur così di conoscere più esattamente la geografia dei siti, onde poi aggregarli a' suoi dominii. I pellegrini erano come grandi viaggiatori che vanno a scoprir nuove terre; parecchi aveano già esplorato il monte di Giove e il monte Cenisio prima di tentare il passo alle guerre di Lombardia, e il pellegrinaggio dell'imperatore a Sant'Iacopo di Compostella fu senza più un pretesto per saper la cima dei Pirenei, e assicurasi un varco attraverso di quei sentieri, e fra quei mal noti burroni.
Le canzoni eroiche dunque compongono un certo numero di discendenze o diramazioni che ne formano come alberi genealogici, ma egli è da notare altresì che quando celebrano il gran nome di Carlo o di Karll, elle non si riferiscono solo a Carlomagno, ma a tutti i Carolingi in generale. I trovatori mescono continuamente insieme e confondono Carlo Martello, Carlomagno e Carlo il Calvo o il Semplice, a quel modo che insiem confondono Lodovico il Pio e Luigi il Balbo, d'onde una confusione di nomi proprii, e quel continuo scambiar l'un per l'altro tutti questi rappresentanti della schiatta carolina. Le grandezze e le picciolezze sono accumulate sur un medesimo capo, in una medesima vita, onde avvien poi che Carlomagno è talvolta sì mal certo, sì prostrato a petto de' suoi eccelsi baroni.
Queste tradizioni della cavalleria furono quasi tutte scritte al tempo delle guerre feudali tra il signore e i vassalli, quando la superba effigie di Carlomagno era già cancellata e la monarchia in guerra coi feudatarii maggiori. I romanzi cavallereschi rappresentano continuamente i baroni in atto di negare il servizio loro, o i sussidii che ad essi i sovrani domandano. I trovatori che andavano di castello in castello a sollazzar le corti e i superbi siri, lusingar doveano l'inclinazione di questi a resistere all'autorità regia, onde, allorchè parlavano di Carlomagno, nol dipigneano altrimenti come il supremo e potente signore, innanzi a cui tutte le volontà s'inchinavano; ma nei loro canti, i baroni gli tengono fronte, ed egli è costretto a far la guerra co' suoi vassalli. Qua egli è messo in campo contro i quattro figli di Amone e il castello di Montalbano; colà cacciato sull'orme di Doolino di Maganza, tanto ch'ei ti pare Luigi il Grosso, quand'è costretto a combattere i castelli che attornian Parigi, e ad assediar la torre di Monmorencì e di Monterì.
Quanto all'epopee che si riferiscono al Mezzogiorno, altro havvi motivo a giustificar ivi questo svilimento di Carlomagno, ed è l'odio contro la razza del Nord, che evidentemente ci si vede; che, se le provincie meridionali conservaron qualche memoria del passaggio di Carlomagno, esse conservarono più ancora gli odii loro e risentimenti contro di lui, e in quasi tutti i romanzi di cavalleria l'invecchiato Austrasio è vituperato come il leone infermo della favola; il fanno marito deluso, principe imbecille; Malagigi lo mette in un sacco; pien di puerili debolezze pe' suoi bastardi e per Carlotto suo figlio prediletto, non ha più volere in cosa che sia, e tutti si fan giuoco di lui. Il Mezzogiorno parea vendicarsi così col dileggio del passar che egli aveva fatto colà, conquistando la razza austrasia, e quanto l'Aquitania erasi affezionata al pacifico governo di Lodovico il Pio, fattosi tutto meridionale, altrettanto conservava la mala sua preoccupazione contro gli uomini del Nord ed i conti che la governavano, e se la pigliava con Carlomagno, l'imperatore di schiatta germanica.
Allato alle discendenze meridionali dell'epopee carolingiche por si dee la canzon de' Loreni, che essenzialmente appartiene all'epoca del Nord. Numeroso n'è il lignaggio, e tutto rannodasi al principal tronco di Lorena. I trovatori hanno a raccontar prima i fatti e le gesta del conte Ernigi di Metz, di Garino il Loreno e di Begon di Belino, suoi figli; poi di Gerberto, figlio di Garino, e della sua lunga discendenza che vien a finire all'epopea più moderna di Guerino di Mongrana. Il qual corpo di gran canzone intorno ai Loreni sembra così antico, per lo meno, come i canti eroici accumulati d'intorno ad Orlando, a Guglielmo d'Orange o a Rinaldo di Montalbano; anzi creder si può che la canzon dei Loreni sia di prima origine, però che il trovatore non allude a nulla d'antecedente, nè cita, secondo l'uso de' poeti, le antiche canzoni, le tradizioni o le croniche. Essa è l'epopea della Francia settentrionale, traslatata in appresso nel dialetto di Sciampagna, di Lorena, di Piccardia, di Normandia, epopea ch'ebbe un altissimo grido, perchè il lignaggio suo si mantien ragguardevole pel corso di ben tre secoli; il primo de' suoi rami è quello d'Ernigi, che nel blasone si dice essere lo smalto e il sostegno dei Roani, dei Monmorenci, dei Talleyrand e dei Ferenzac. Il manoscritto è del secolo XII, e questa data v'è segnata con un carattere particolare. La gente di stato mezzano principia quivi ad entrare in campo, che Ernigi non è uomo da cavalleria, ma figlio d'un semplice borghese chiamato Teoderico, e giovin di mestiere qual è, ha nondimeno sposata la figliuola del duca di Metz, con le quali nozze egli ha contratto le inclinazioni cavalleresche. Suo padre vuol ch'egli continui ad esercitare il traffico, e vada a vender le sue mercanzie alle fiere di Laguy, di Provins e di San Dionigi; ma egli, giovin liberale, anzichè venderle, davale in dono ai baroni e ai cavalieri alla foggia de' gran signori. L'intento di questa canzone eroica, quello si è, come chiaramente si vede, di stabilir la differenza che era di que' dì, tra l'ordine liberale de' cavalieri e la borghesia tutta lesina e povera in canna. La canzone d'Ernigi finisce al tempo in cui Carlo Martello è assalito dai Saracini, i quali il cantore confonde cogli Ungheri, e però comincia il romanzo di Garino il Loreno, che rannodasi, come detto è, col suo primo canto all'epoca di Carlo Martello, e finisce alla morte di Begon di Belino, toccantissimo episodio del romanzo. Questa massa sterminata di versi, che sommano a ben sessantamila, può essere con pro consultata a conoscere gli usi e le consuetudini della cavalleria, e principalmente ad apprendere e seguir le invasioni dei Goti, degli Unni e dei Saraceni dal settimo fino al nono secolo, lugubri avvenimenti che aveano lasciato profonde impressioni; esso è il racconto epico di quei tempi di conquista, fatto dai trovatori, entro ai castelli, a' tempi di Filippo Augusto e di San Luigi[203].
Ora questi grandi poemi somministraron essi materia a scriver le cronache, o furon piuttosto le cronache quelle d'onde attinsero i cantori? Nel corso de' tempi, i canti recitati precedettero i gravi annali dei popoli; Omero cantava le sublimi sue rapsodie ben prima che i grandi storici della Grecia avessero raccolti i primi annali; havvi dunque tutta l'apparenza che i canti guerrieri, recitati dalle popolazioni germaniche, le saghe, i Nibelunghi delle nazioni scandinave o sassoni, abbiano preceduto tutte le cronache scritte; i fatti e le gesta si narrano prima di confidarle allo scritto, e però le primissime canzoni eroiche esser deggiono anteriori alle croniche de' monasteri.
Se non che quest'influenza d'una letteratura sull'altra, non è guari sì potente come altri crede ed afferma. La cronica veniva da una sorgente tutt'altra da quella del poema epico; i trovatori, che cantavano le grandi prodezze, appartenevano generalmente ad un ordine di persone che pellegrinavano pel mondo, e frequentavano i campi di battaglia, nè punto aveano dello spirito monacale; camminavano con gli eserciti, viveano sguazzando nei castelli, ed erano per così dire, la significazione della parte fattiva e bellicosa della società. Che cosa aver potean essi di comune con quei poveri cronisti, che in fondo alla loro cella scriveano gli avvenimenti d'ogni giorno, i disastri, il turbine fischiante, il tremuoto che agitava le città? Le croniche sono il registro delle esequie anniversarie della badia; le canzoni eroiche il racconto dell'allegra vita de' cavalieri; il vecchio cronista narra come questo o quel re, questo o quell'abate, venne a inginocchiarsi sull'arca del monastero; come il lupo udir fece le sue urla in mezzo al nevaio nella nuda foresta; come nella notte di Natale furono udite le mille grida di gioia de' pastori sorti a celebrar la nascita di Gesù; come a Pasqua di resuressi l'erba intorno era tutta verde; come il contagio, a guisa di cavaliere ardente, s'è mostrato per la contrada; come le reliquie furono insultate; il cronista raccoglie gelosamente tutte queste novelle e le consegna agli annali suoi. Volete ora un saggio del modo loro di raccontar gli avvenimenti politici, eccolo appunto: «Carlomagno s'è ricoverato nel nostro monastero, ed i Sassoni han dato il sacco agli oratorii; il tal conte fu percosso dalla man di Dio, per aver insultato i battisterii.» Queste si erano le grandi novelle pel monastero, per la badia e pei poveri cronisti.
Così non è a dirsi del trovatore: se il signore tiene gran corte, ei te la descrive in tutto il suo sfarzo; tutto è maraviglioso nei natali del figliuol del barone, e la sua vita è circondata di una non so quale aureola fantastica. Le battaglie occupan gran parte di questi romanzi, nè quivi i combattimenti sono altrimenti narrati in due o tre righe, come nella cronaca; il trovatore ne descrive tutti i particolari, ne scorre tutti gli accidenti; è l'aurea leggenda in altra leggenda. Se mai ti avvenne di por l'occhio in questi antichi manoscritti, certo ci avrai notato le miniature di quelle battaglie, dove i cavalieri, con la lancia in resta, colla visiera calata, si mischiano, s'intrecciano, si confondono; il sangue scorre rosso come grana, si veggono le famose prodezze; un paladino affetta i nemici a centinaia. Ebbene ivi è appunto ripetuta l'epopea cavalleresca, ivi è il romanzo disegnato e dipinto, a quel modo che le mille figure della cattedrale ti ridicon le leggende del santo, e queste scene dipinte passano nei mille versi del romanzatore, con tali e sì minute particolarità, che spesso inducono stucchevolezza.
Così, qualunque giudicio facciasi dell'epopea carolingica, s'ella non appartiene all'età che vide il magno imperatore, almeno essa tutta a lui si riferisce, vive dell'immagin sua, del suo splendore, è protetta dal suo nome; e soprattutto comprova la grande popolarità di Carlomagno. E valga il vero: ecco una dinastia scaduta, i suoi discendenti furon sì fiacchi, che bastò il voler de' baroni francesi a metter in pezzi lo scettro loro; e nondimeno, uno o due secoli appresso, questo nome di Carlomagno risplende per ogni dove; in tutte le veglie della cavalleria si rammenta l'antico imperatore dalla lunga barba; di lui trattano le prime epopee, e mentre la stirpe sua cade in dispregio, il nome del fondatore va pur sempre ingigantendo. Le son cose che si veggono talor nella storia, un nome splende grandissimo, poi si spegne e cancella per la dappocaggine o viltà della sua discendenza.