CAPITOLO XV. RESTAURAZIONE DELLA DIGNITÀ IMPERIALE IN OCCIDENTE.

Finita la prefettura del palazzo. — Il titolo regio nella persona di Carlomagno. — Patriziato. — Consolato. — Istituzione dei regni d'Italia e d'Aquitania. — Pipino e Lodovico. — Andamento e progresso delle idee romane. — La porpora. — Lo scettro. — Il manto. — Viaggio di Carlomagno a Roma. — Cambio del patriziato nella dignità imperiale. — L'impero d'occidente. — Diete militari. — Diete per la guerra e giudizio. — Triplice ordinamento del governo. — I duchi e difensori delle marche. — I conti uffiziali civili. — I Missi Dominici. — Natura dell'opera di Carlomagno, quanto alle sue conquiste.

780 — 800.

Nel progresso e incremento d'un'opera politica sempre si tratteggiano e rivelano dell'epoche parecchie, essendochè, per bene ardimentoso che un uomo sia, egli non va mai diritto al suo fine nè tutto stringe ad un tratto il potere, ma procede lentamente e con risguardo, per tema di non sollevar contro a sè l'opposizion degli spiriti, scossi, spaventati, inquieti della nuova grandezza d'un solo. Il medesimo avvien sotto Carlomagno, dal dì ch'egli accomuna il titolo regio con Carlomanno, fino alla esaltazion sua alla dignità imperiale, intervallo di lungo e penoso lavoro, che vien ad essere spiegato dagli intoppi della conquista. Prima che un capo si pianti alto e forte in una società, egli dee, con grandi servigi, meritar l'ammirazione e la confidenza delle moltitudini; in che curioso appunto è studiar la storia della sovranità nel periodo carolino.

Un dei primi frutti dell'amministrazione dei Carolingi si è l'abolizione assoluta della prefettura del palazzo, quella sterminata dignità merovingica. Non se ne vede più orma, ed è facil comprendere che con uomini attivi quali eran Pipino e Carlomagno, la podestà dei maestri o prefetti palatini scemasse dell'assorbente supremità che avea ne' tempi della prima schiatta; ma in che modo spiegare l'assoluta sua sparizione? Non se ne trova più indizio veruno negli atti pubblici e nei diplomi, ed è come una dignità abolita[204]; i duchi d'Austrasia, e i prefetti del palazzo di Neustria, possessori della podestà regia, confuser, nel titolo loro di re, tutta la possanza e l'autorità dei duchi e dei prefetti; la prefettura, che i Merovingi avean tolto dalle forme imperiali di Bisanzio, viene assorbita nella rivoluzione germanica che fa trionfare i duchi dell'Austrasia; torna quindi la tempera degli usi antichi, e la podestà reale anch'essa ne ritrae. La consacrazione vien indi ad imprimere alla dignità regia un carattere più augusto e più santo, l'unzione dei re, solennità ebraica, è rara, quasi anzi un'eccezione, sotto la prima schiatta, laddove a principiar da Pipino, tutte le forme ecclesiastiche son chiamate a consacrare e affortificar l'autorità dei capi austrasii, che assumono la corona; Carlomagno è sagrato tre volte, prima come erede di Pipino, poi come re di Lombardia, e per ultimo come imperatore; così i principi carolingi in sè congiungono, la doppia condizion della forza che difende e del diritto che santifica.

Carlomagno, alla sua esaltazione, esercita l'autorità regia insieme con Carlomanno, e di qui ha principio la podestà sua; la spartizion delle terre, che compongono i due reami, non è punto stabile; nè la Neustria è altrimenti la porzion dell'uno e l'Austrasia dell'altro, chè elle vanno perpetuamente confuse nei diplomi; ond'è che questo periodo di tempo non è segnato da capitolare, nè da statuto di legge alcuna; gli è un conflitto morale tra i due fratelli; vero è che Carlomanno non è il più forte, ma pur ei comprime l'indole usurpatrice di Carlo, nè il potere divien, per via della conquista e dell'ordinamento, una vigorosa instituzione, se non quando la monarchia tutta si concentra nelle mani di quest'ultimo. Nel primo periodo di questo regno, Carlomagno ha d'uopo di far prevalere la sua preminenza per un gran vampo di vittorie, e si fa a debellar le popolazioni che accerchiano i suoi dominii; di mano in mano ch'egli ottiene qualche trionfo, egli assume qualche nuovo titolo, e questi titoli son quasi tutti romani o bisantini.

L'influenza degli usi e delle consuetudini romane e delle dignità della corte di Bisanzio, fu pari a quella dei capolavori d'arte della grand'epoca; i Barbari, abbagliati da tanto splendore, ben potevano rovesciare i regni, e ridur le popolazioni allo stato di servitù, ma pur conservavano la corona raggiante di carbonchi, e lo scettro di maraviglioso lavoro, e il trono tutto fregiato d'oro e di smeraldi di queste società distrutte, e sì oltre va questo rispetto e quest'ardore per le arti e per le dignità degli antichi, che spesso d'altro sigillo non servonsi per gli atti loro, che di quel con l'effigie degli imperatori romani[205]. In moltissimi de' suoi diplomi, Carlomagno prende il titolo di patrizio, e i papi gli scrivono come a loro protettor naturale. Alla quale dignità ei fu innalzato in un de' suoi viaggi in Italia, e in mercè dei servigi ch'egli aveva resi alla cattedra di san Pietro, dai capi delle famiglie senatorie che ancor vivevano sul monte Aventino, e conservavano le memorie dell'antica costituzione dei Cesari; poichè a Roma tuttor durava il mescuglio delle idee cristiane, con la prisca forma delle instituzioni repubblicane. In alcuni diplomi Carlomagno prende altresì il titolo di console, però che il consolato ancor vivea di nome al settimo secolo. Vero è bene che in questa gran dignità romana, più non vi avea nulla della gloria antica; ma serbavansi, a Roma, come venerande reliquie, le memorie dei tempi vetusti, e il popolo transteverino, i figli di quei cittadini che abitavano il Campo Vaccino, si ricordavan dei consoli e dei tribuni, ed ogni volta che qualche grand'uomo sorgea nel mondo, i Romani gli decretavano alcuni di quei titoli che avean fatto già la potenza della costituzione repubblicana. Al quale proposito notar si dee che i capi de' Barbari stessi riceveano riverenti, così il nome di Roma era grande, queste insegne di dignità d'un impero scaduto, tanto è vero che la memoria delle forme sempre sopravvive alla distruzione dell'opera.

Carlomagno, avuto il patriziato e il consolato di Roma, agogna un'altra dignità; chè l'impero d'Oriente e d'Occidente era pur una di quelle tali ricordanze che duravano anche in mezzo alle depredazioni dei Barbari. L'impero d'Occidente era caduto sotto le tante irruzioni de' popoli conquistatori, che a guisa di fiumi aveano rotte e divise in cento diversi regni le terre. Or che Carlomagno ha conquistato e misurato lo spazio occupato già dall'impero d'Occidente, e raccolto sotto il dominio suo i popoli che abitavano dall'Ebro fino all'Elba, dalla Bretagna al Danubio, ei volge in mente di ricostruir l'opera degli Augusti e dei Cesari[206]. Nè credasi già che fosse papa Leone solo, nell'ardente sua devozione per Carlo, a intuonar nella basilica di Roma il Vivat Imperator; gran tempo è già che l'uom germanico vuol farsi romano, quest'è il pensier suo, il suo sogno; le razze barbariche vogliono anche imitar Costantinopoli, le sue pompe, le sue dignità; i re merovingi stessi portavan già il manto di porpora come gl'imperatori di Bisanzio, la corona loro era foggiata su quella degli imperatori, lo zaffiro e lo smeraldo vi splendeano, vi signoreggiava la croce, essi calzavano come quelli il coturno di porpora, e come quelli aveano il trono coperto di lamine d'oro. Tutta questa magnificenza par che faccia meglio spiccare il lustro e la forza dell'autorità loro, e il patrizio vuol diventare imperador dei Romani.

Prima di rifabbricar quest'impero d'Occidente, antica meta dell'ambizion sua, Carlomagno, a simiglianza degli imperatori, instituir vuol nuovi re, e procacciare all'autorità sua una preminenza politica sulle semplici dignità regie. Egli ha conquistato terre sterminate, nè può tutto vedere e governare; vero è ch'egli abbraccia pur sempre nelle sue grandi corse i Pirenei, le Alpi, il Tirolo; ma nondimeno ha più caro di riseder nelle città del Reno, dove la natura sua, la sua educazione lo traggono; ama Colonia, Magonza, Vormazia, Spira e le foreste delle sette montagne; scorre talvolta le città del Mezzodì; Milano e Saragozza ondeggiar vide le sue bandiere, e tuttavia ei si riman l'uomo del Reno e della Mosa; imperatore ch'ei sia, porrà la sua sede in Aix, dove edificar fece una grande cappella da cui sarà dato un soprannome cristiano alla diletta sua città, che egli ornerà coi mosaici di Ravenna.

Nelle ampie terre da lui fatte sue per la conquista, vi ha due popoli, ciascuno de' quali forma un complesso atto a costituire un reame; i Sassoni, i Bavari, gli Alemanni non hanno territorii stabili, e, anzichè comporre uno stato, sono, a così dire, attendati nelle città loro; e d'altra parte Carlomagno riserva a sè stesso il particolar governo di quei popoli germanici, chè egli è così nella sua beva, ed in mezzo alle sue costumanze. Colà ei può coprirsi della sua pelle di lontra, delle invernali sue pelliccie, ha suoi palagi e sue tenute, ch'ei medesimo regge con quella cura, quella vigilanza, che caratterizzano pur sempre l'autorità sua. I due popoli più stabili, che formano governi spartati, sono i Lombardi e gli Aquitani, egli crear può per entrambi due regni separati con istituzioni pur separate, e vuole investirne Lodovico e Pipino, figliuoli suoi, e farà dei re perch'egli anela ad una dignità più sublime, a quella d'imperatore. Il regno d'Italia dee dunque la sua fondazione a Carlomagno, ed è una trasformazione che si vuol ben determinare nella storia, però che la corona lombarda non ci ha oramai più nulla a che fare. La costituzione del regno d'Italia è un concetto romano, pontificio, instituito in più larghe proporzioni dell'antica monarchia lombarda di Monza; esso non si stende già solo dalle Alpi alla Toscana, ma tal qual fu ordinato da Carlomagno, comprende tutto il Milanese, la Toscana, l'Esarcato, i gran feudi di Benevento, del Friuli e di Spoleti, quella porzione della Calabria che più non trovasi sotto il dominio dei Greci, la Venezia, la Dalmazia, l'Istria, per modo che tutto l'Adriatico è cinto da questo reame d'Italia, conferito da Carlomagno al figlio suo Pipino. Al che aggiunger si dee, risultar, come si pare dal carteggio dei papi, che il patrimonio di san Pietro, avvegnachè independente e separato dal regno d'Italia, non per questo cessa dall'esser sotto la protezione del re, non già come feudo, ma come territorio diverso e ordinato, e quindi bisognevole del costante appoggio e della protezione d'un potentato militare. Infatti nelle turnazioni di Roma, e nelle rivolte delle legazioni, o dell'esarcato, i pontefici continuamente invocano la spada del signor de' Franchi e la protezione del reame d'Italia da Carlomagno sostituito alla corona longobarda.

La costituzione del regno d'Aquitania è pur essa una creazione politica, contemporanea a quella della monarchia d'Italia. Il nome di Carlomagno ha lasciato di grandi memorie nel Mezzogiorno; le torri e i monumenti pubblici serban ivi le sue ricordanze, e più d'una reliquia dell'età carolingica porta il suo soprannome di Magno; e pure a lui non danno troppo nel genio quelle città e quelle genti meridionali; appena ei vi passa correndo per andar in Ispagna, nè vi soggiorna, ch'egli è pur sempre l'uomo del Settentrione. Egli crea dunque pel benamato figliuol suo Lodovico il regno d'Aquitania, e questi è il re vero del Mezzogiorno, da lui seminato de' suoi cartolari, delle sue patenti e de' suoi diplomi, e ne troviam con la data di Narbona, di Mompellieri, di Nimes, di Tolosa. Lodovico governa tutte le popolazioni che si stendono dalla Loira fino all'Ebro, nè solo gli Aquitani propriamente detti, ma sì pure i Navarresi, i Baschi, i Guasconi, i Provenzali, che formano pel regno d'Aquitania i medesimi grandi feudi e le medesime marche militari, che formano pel regno d'Italia Benevento, Spoleti e il Friuli. Lodovico non ha residenza stabile, comechè molti de' suoi diplomi sien dati da Tolosa, chè anzi non è badia che non conservi l'orma di lui ne' proprii archivii. Carlomagno, attempatosi, vuol riposare sull'opera sua, e allora Pipino e Lodovico, l'un fatto re d'Italia, l'altro d'Aquitania, fanno essi la guerra contro le popolazioni che fronteggiano i loro stati. Pipino guida i suoi leudi contra i Greci e gli Schiavoni; Lodovico ributta verso i Pirenei le correrie dei Saracini, spesso troppo baldanzose, però che tuttavia minacciano Narbona e la Settimania.

Al superbo Austrasio che sta per ricevere la corona imperiale, convengon dunque re per luogotenenti, ond'è che re tuttora egli stesso, ha fatto due altri re, poi s'avvia verso Roma, dove cinger dee la corona imperiale. La ristaurazione dell'impero d'Occidente è un de' fatti principali dei tempi di mezzo; più di tre secoli erano scorsi da che Agustolo, l'ultimo di quegli imperadori, avea veduto spegnersi in sua mano l'impero; i Barbari avean messo in brani le sue terre a par del suo manto di porpora, e se l'eran partito in limbelli come la pelle del bue. Al concentramento, che i Romani recaron per ogni parte, era succeduta una conquista per frazioni, e mille diverse genti avean divorato l'impero: il tempo de' Franchi, sotto la signoria de' Merovingi, è il tempo appunto di maggiore smembramento e sfacelo; i Barbari fanno della terra a ruffa raffa. Ora quale smisurata modificazione recar non dovea nello spirito delle popolazioni germaniche questa creazione per opera d'un sol uomo: d'un impero in una sola mano? Fu egli, cotesto, spontaneo pensiero di Carlomagno, o piuttosto gli venne inspirato dagl'intimi suoi legami e dalle continue sue pratiche coi romani pontefici? Forse che il papato, gran principio d'unità, abbia voluto imprimer così della natura sua la monarchia francese? L'instituzione dell'impero d'Occidente fu, sì come pare, un'ispirazione romana di Adriano e di Leone III papi; ella è cosa naturale, sì, che in mente a Carlomagno sorgesse il bisogno d'una dominazion materiale, d'uno spirito di conquista e di preminenza; ma pure il rinnovamento dell'impero d'Occidente vien da papa Leone III; l'unità nel governo politico siccome nelle dottrine, fu l'opera di Roma[207].

Nella città eterna erano surte popolari turbazioni e sedizioni come a' tempi antichi de' comizii; aveano lor bandiere, e colori differenti, i quartieri di Roma erano divisi dall'anarchia, e i Transteverini del ceffo antico, rinovellavano i disordini del Foro. Nè i greci imperatori erano punto netti di queste guerre civili: spogliati per forza dell'Italia, essi riconquistar la volean per inganno, onde prezzolavano il popolo della campagna e dell'antico Lazio per sollevarlo contro i papi, ed alla morte d'Adriano, la famiglia sua, che era di nobilissima stirpe romana, non volle riconoscere nè gridare per papa Leone, che non usciva altrimenti da famiglia patrizia. V'ebbero quindi rumori e sedizioni nelle piazze pubbliche; il nuovo papa fu tratto pe' capegli, sottoposto a indegni trattamenti, e gli annali raccontano che, sottrattosi miracolosamente alla furia di que' comizii, venne a chiedere aiuto e protezione a Carlomagno.

Egli è a presumere che appunto in siffatta contingenza, il pontefice, a corroborar la propria autorità sua, concepisse il gran pensiero di ricostruir l'impero d'Occidente sotto la spada di Carlomagno. La qual esaltazione alla suprema dignità romana, far maggiore dovea la grandezza del re de' Franchi, lusingare l'ambizion sua, ornar la sua porpora e il suo diadema; poichè, come dissi, tutto che da Roma veniva, avea pe' Barbari stessi un'impronta solenne. Leone lasciò l'Italia per andare a trovar Carlomagno, e il cronista, conosciuto sotto il nome di poeta sassone, espose quest'abboccamento seguito fra loro nella città di Paderborna. Chi sa che non fosse appunto fra quelle intimità che il papa e il re concertassero la politica ricostruzione dell'impero d'Occidente?

Il poeta sassone ama in quest'occasione di ricordar le tribolazioni del papa e i disordini di Roma. «In quella che Leone, dal suo palagio recavasi a piedi alla chiesa di San Lorenzo, il popolo romano, scagliandosi addosso di lui, l'oppressò di percosse, poi gli cavò gli occhi e troncò la lingua; se non che Dio gli restituì con un miracolo la vista e la parola[208]. Dopo di che fuggì dal carcere dove l'avean chiuso, e si mise in via per venire da Carlomagno a Paderborna, dov'egli allora trovavasi, mandando innanzi un legato a raccontargli i mali da lui sofferti, all'udire i quali, Carlo, rattener non potendo il suo sdegno, tien tosto una concione al suo popolo, per esortarlo a recare aiuto al pontefice. Nè sì tosto ha egli finito di parlare, che un lungo fremito si diffonde per l'adunata moltitudine, tutti accorrono all'armi, e in brevissimo tempo, ecco pronto un formidabile esercito a pro del pontefice. Carlo intanto scorre lento per mezzo al campo, protetto il capo da un elmo d'oro, il petto di splendida corazza, e recato in groppa da un destriero di straordinaria grossezza. Innanzi al campo si spiegano in folla i sacerdoti partiti in tre schiere, co' sacri vessilli della croce in fronte, e tutti, cherici e laici, aspettano impazienti il pontefice. Odesi quindi tosto ch'ei s'avanza in compagnia di Pipino, e Carlo allora fa formare un gran cerchio, divide il suo campo in forma di città, e collocando sè stesso nel mezzo, attende lieto l'arrivo del pontefice; egli sopravanza con l'alta sua statura quanti gli sono d'intorno, e domina tutto il popolo. Ma già il papa giunge alle prime schiere, le cui vesti, la lingua, gli ornamenti e l'armi diverse lo riempiono di stupore[209]; eran esse le schiere formate coi soldati venuti da tutte le parti del mondo. Carlo affrettasi tosto d'andarlo a salutare con gran riverenza, ed ei lo abbraccia e bacia in bocca, si stringon per mano e camminano a pari, framezzando di cortesi parole i loro discorsi. Tutto l'esercito si prostra per tre volte dinanzi al sommo pontefice; anche il minuto popolo per tre volte curvasi nella polvere a' piedi suoi, ed altrettante il papa innalza a Dio mentalmente le sue preghiere pel popolo stesso. Giunti il re e il papa in mezzo al cerchio, parlan fra loro di cose diverse; Carlo vuol sapere i mali patiti dal venerabil prelato, ed a grandissimo suo stupore intende com'egli ha ricuperato gli occhi e la lingua, strappatigli da un empio popolazzo. S'avviano di poi verso il tempio, dove sulla soglia i sacerdoti intuonano un inno di grazie in lode del Creatore; il popolo acclama, mentre passa, il pontefice, ed innalza la sua gran voce fino alla volta de' cieli. Condotto da Carlo, l'apostolo entra finalmente nel tempio, e vi celebra con l'usata pompa il divin sacrifizio; dopo del quale il re induce Leone a seguirlo nel suo palazzo, e in quella magnifica sede, con pareti tutte addobbate di tappezzerie dipinte e sedili tutti splendenti d'oro e di porpora, godono infinite e svariatissime delizie; poi comincia il convito, aspettando già sulle mense il falerno in vasi d'argento. Carlo e Leone mangiano e bevono insieme, poi, dopo il pasto, il pio re colma l'ospite suo di magnifici presenti, e si ritrae alle sue stanze, intantochè il sommo pontefice riacquista il suo campo. Tale si fu l'accoglimento che Carlo fece a Leone in tempo che quest'ultimo fuggiva dai Romani e dalla patria.

«Dopo questo solenne abboccamento, Carlo passa le Alpi seguito da' suoi leudi e da alcune migliaia di lance; visita Milano, Ravenna, Rimini, Pavia, nè guari va che le bandiere sue si spiegano nella campagna di Roma, e ch'ei saluta da lunge le mura della città. Investito, com'egli è, della dignità di patrizio, i senatori, i tribuni, i comizi vengono ad incontrarlo, e l'accolgono con tutte le pompe dell'antica Roma e della Chiesa. Egli è ivi come arbitro sovrano; papa, vescovi, patrizii e plebe a lui ricorrono per ottener giustizia e ragione; egli sentenziar dee sulle sanguinose questioni che dividevano papa Leone ed i patrizi di Roma. Carlomagno ascende dunque il tribunale degli antichi pretori[210]; Leone, accusato di colpe segrete, protesta con solenne giuramento dell'intera innocenza sua, e la sentenza ricade addosso de' suoi accusatori. Il papa venne quindi esaltato e condotto processionalmente alle basiliche, dov'egli inginocchiossi dinanzi al re de' Franchi, figliuol di Pipino, protettor del triregno[211]

Le feste di Natale eran vicine, solennità della Chiesa cristiana che Carlomagno godea di celebrar, come la Pasqua, nei monasteri o nelle basiliche, e la festa del Natale era ancor più dell'altre magnifica, perchè a que' tempi da essa principiava l'anno, e il popolo a turbe correva alle chiese, chè la nascita di Cristo, la risurrezion del mondo apriva le porte del nuovo anno. Al tocco della campana che suonò l'ora dei pastori sul monte, Carlomagno recossi alla basilica di San Giovanni Laterano, ove celebravasi, dopo mattutino, la messa del presepio, con tutte le pompe del pontificato; l'altare fumava innanzi, e le croci greche e latine risplendevano in mezzo ai piviali e alle vesti dorate dei vescovi e dei diaconi. Carlomagno pregava Dio, inginocchiato dinanzi alle reliquie, quando il popolo, agitato come l'onda del mare, proruppe in acclamazioni, e mille voci si confusero per esaltare il gran re dei Franchi, e gridarlo imperatore. Nel santo giorno in cui nacque il Signore, dice Eginardo, mentre Carlo, assistendo alla messa, levavasi da orare dinanzi all'altare del beato Pietro apostolo, papa Leone gli pose in capo una corona, e tutto il popolo romano si fece a gridare: Vita e vittoria a Carlo Augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore de' Romani! Dopo l'elevazione fu quindi adorato dal pontefice, secondo la consuetudine praticata co' principi anticamente, e lasciato il nome di patrizio, fu chiamato imperatore ed augusto.

Così, in quella solennità del Natale, giorno in cui nacque il Redentore del mondo, ristaurato fu l'impero d'Occidente. Ma il pensiero ne veniva di lunga mano; il patriziato altro non era che una preparazione all'impero, ed i papi che avean bisogno d'un protettore, d'un aiuto per difenderli contro gl'imperatori d'Oriente, esaltarono Carlomagno, contrapponendo così spada a spada, sì che Leone non aveva oramai più da temer i sediziosi Romani nè gl'imperatori d'Oriente, che agognavano pur sempre l'Italia. Una specie di patto fermossi tra gl'imperatori d'Occidente e i pontefici di Roma, conforme si vede nel gran mosaico del palazzo di Laterano, dove Leone e Carlomagno a ginocchio si pongono entrambi sotto la comun tutela di San Pietro[212].

Carlomagno, innalzato all'impero, ricolmò de' suoi doni la Chiesa romana; ornò le arche benedette di pietre preziose e di sfolgoranti gioielli, nè gli annalisti del pontificato si scordano di enumerar le croci fregiate d'amatiste dal nuovo Augusto donate alle basiliche cristiane, e ci furon tavole d'argento e bacili o patene d'oro, ed un calice grandissimo destinato a distribuire al popolo il sangue di Cristo e una croce sterminata adorna di giacinti, belli come le viole di primavera. Una medaglia pur fu coniata per tramandare ai posteri più lontani la memoria della instituzion dell'impero d'Occidente, pur sempre durando tra l'altre, anche la consuetudine numismatica di Roma. Da una parte ci si vede il simbolo della improvvisa esaltazione di Carlomagno alla suprema dignità imperiale, e v'è incastrata l'effigie del vecchio imperatore co' suoi maschi e marziali lineamenti, qualificatovi per nostro signore, Dominus noster; dall'altra parte si vede la città di Roma con l'antiche sue mura e coll'iscrizione in caratteri maiuscoli, Renovatio Imperii. Ad attestar poi con più magnificenza lo stabilimento del nuovo impero e la preminenza dell'autorità sua, Carlomagno, il grande edificator di monumenti pubblici, fabbricar fece, in Roma, ad imitazione dei Cesari, un palazzo dove tenere udienza e ragione. Quind'innanzi tutto si scrive sotto la data dell'impero, più non si parla di Carlo imperatore, se non co' titoli di signore e d'augusto, e patrizii e comizii lo acclamano lor sovrano e lor Cesare. Com'egli ebbe dato assetto alle cose della nuova podestà sua, ripassò le Alpi a riveder le antiche foreste della Germania.

Cotesto rinnovamento dell'imperio romano nei termini antichi imprime d'ora innanzi una gran forma d'unità all'amministrazione delle terre conquistate da Carlomagno. Sotto gli auspizi del suo scettro e della porpora imperiale, due regni son già fondati, l'Aquitania e l'Italia, i quali compongono, come se tu dicessi, il primo grado di quella gerarchia che d'ora innanzi darà forma all'impero d'Occidente: due re sotto lo scettro augustale, poi i popoli tributari che vivono nelle marche e frontiere, e i grandi feudatari, specie di vassalli lontani sotto l'imperial giurisdizione, come sono i duchi di Baviera, del Friuli e di Benevento. Questo modo d'amministrazione, che vien quindi ordinandosi e pigliando forme regolari, addita nel nuovo imperatore un alto intelletto, però che la sua gerarchia poggia sopra tre principali ordini di uffiziali che ricevono comandi immediati dal capo supremo dello Stato. I primi risiedono stabilmente in una città, e magistrati civili in uno e militari, traggon l'origin loro dalle forme romane, con titolo, quasi dappertutto, di conti (comites), e amministrano la giustizia, pigliano le armi quando n'è d'uopo a respingere il nemico od a procedere innanzi alla conquista, di natura tuttavia più civile che militare. I secondi, che governano le marche sotto il titolo di capi e marchesi, hanno all'incontro un mandato militare più che una magistratura[213]; e sono il tipo d'Orlando e d'Uggiero il Danese. Risiedono essi alle frontiere, in faccia alle popolazioni barbare che potrebber disertare l'impero, ed accampano a guisa de' centurioni e tribuni che comandavan le legioni sugli ultimi confini dell'impero. Finalmente v'ha una terza dignità di particolar istituzione dei Carolingi, senza nulla di permanente, nulla di stabile, ma sempre errante, dir vogliamo i missi dominici, che interpreti delle istruzioni imperiali, or si recano in un distretto, ora in una città, in sè congiungono tutti i poteri, radunano i comizii o gli eserciti, presiedono le istituzioni municipali o i consessi che tengono ad ogni tornar di stagione i magistrati delle città, gli uomini liberi, i possessori delle terre, tutti quelli insomma che hanno obbligo di servitù verso la corona. Il ministero dei missi dominici, come vedremo, sta in cima di tutti gli altri.

Al tutto amministrativo è quest'ordinamento dell'impero di Carlomagno; re o imperator ch'egli sia, e' conserva pur sempre e mantiene le instituzioni inerenti ai costumi ed alle consuetudini germaniche; ci vorrebbe in vero una grande smania di classificare a voler trovare principii regolari nella congregazion delle assemblee de' campi di marzo o di maggio; delle quali troppo s'è magnificata l'importanza, quando altro non erano, aggreggiate intorno ai re carolingi, che consessi militari e adunanze tumultuose, che venivano chiamate dall'imperatore a deliberar insieme intorno a questo o quel soggetto da lui medesimo proposto[214]. Quando trattavasi d'una spedizione militare a cui muover dovessero migliaia di lancie, allora spettava ai leudi ed ai possessori delle terre feudali l'accorrere al campo per marciar sotto il gonfalone del loro signore; quand'era a conquistar nuove terre e a fondar una signoria, ogni leudo montava a cavallo, seguito dalla sua gente, il perchè siffatte assemblee, che prima tenevansi al principiar di marzo, furono prorogate fino al maggio; chè se il sole di marzo era languido, i foraggi scarseggiavano con danno de' cavalli, laddove in maggio i prati eran fioriti, e poteasi stare attendati in mezzo alla campagna. In queste adunate non si discuteva, ma deliberavasi per acclamazione; l'imperatore diceva: «Fedeli miei, ho risoluto questa o quella spedizione, in Ispagna o al di là delle Alpi, contro gli Unni o gli Avari» ed i leudi a gridare: «Noi ti seguiremo, rex o imperator!» La spedizione era quindi tosto apparecchiata, e pronto il sussidio militare promesso per acclamazione nelle diete, e poche settimane appresso ella movea alla conquista.

Quand'era a trattarsi d'un giudizio civile, perchè l'assemblea del mese di marzo o di maggio pronunziava pur sentenze di condanna e d'assoluzione, convocavasi la medesima dieta; se non che composta di leudi attempati, non atti più a marciar con le spedizioni militari, di vescovi e di cherici, e tenevasi, a tempi non certi, qua e là, ora in un castello, ora in un podere del patrimonio reale in mezzo a qualche foresta. L'accusato compariva, come vedemmo far Tassillone duca di Baviera, con dimessa e mesta fronte dinanzi a' suoi pari, i quali lo interrogavano, lo stringevano, e la dieta così composta avea facoltà di deporre un leudo, un conte, un duca ed anco un sovrano, e di confinarlo in un monastero. In mezzo a queste diete di vescovi e di cherici, Carlomagno dettava pure i suoi capitolari[215], grandi forme legislative di quei tempi, mescuglio, confuso anzichenò, di provvisioni civili ed ecclesiastiche, e per le quali era necessario il concorso della forza materiale e della forza morale. I capitolari sono come il ritratto dello spirito e della tendenza di quelle diete, tuttavia superstiti nel diritto pubblico della Germania, dove principalmente son da rintracciare le orme di Carlo imperatore, dove tutto si riferisce a questa grande stampa d'uomo. In Francia, all'incontro, non n'abbiamo che lievi vestigia, a segno che gli editti della terza schiatta non tolgono quasi più nulla dai capitolari[216]; l'epoca importante di Carlomagno è il passar suo dal regno diviso al regno unito, da quest'ultimo al patriziato, e dal patriziato all'impero. Ma fin qui tutto è guerra e conquista, chè l'ordinamento civile e politico solo avvien quando la podestà è ben ferma, e ci convien vivere prima di studiare e assegnare le condizioni della vita.