CAPITOLO XVI. ULTIMO PERIODO E CONSOLIDAZIONE DELLA CONQUISTA CAROLINGICA.

Cambiamento nello spirito delle guerre. — Termine della conquista. — Raffrenamenti. — Solerzia inaudita di Carlomagno. — Suoi viaggi al settentrione e al mezzogiorno. — Vigilanza dei campi. — I Sassoni. — Moti loro e sedizioni. — Entrano in campo i Danesi. — Cambiamenti nei mezzi militari. — Forza marittima. — Punto debole dell'Impero di Carlomagno. — I Saracini. — Le frontiere dell'Ebro. — Lodovico d'Aquitania in Ispagna. — Apparizion dei Mori d'Africa. — Flotte saracine al mezzogiorno, e flotte danesi al settentrione. — Raffrenamento in Italia. — I popoli delle montagne e della Puglia. — Ricapitolazione generale e ordine cronologico delle guerre e delle conquiste. — Per qual cagione le non potevan durare. — Azione e riazione. — Accoramento di Carlomagno sul destino avvenire dell'opera sua.

790 — 814.

Il principio di Carlomagno fu, come vedemmo, un patrimonio in comune, e quasi confuso col fratel suo Carlomanno; ma quale smisurato avanzamento fu quindi il suo! però che eccolo imperator di Occidente, con la porpora e gli onori dei Cesari e la corona d'Italia! Signor quasi barbaro testè di alcune tribù di Franchi, egli ha rimesso in piedi l'antico impero, e i Romani l'hanno gridato Augusto, a gloria e trionfo suo! Egli ha seguito in ciò la naturale inclinazione e tendenza dei suoi predecessori: le dignità dell'antica Roma allettan pur sempre quei popoli conquistatori; Pipino e Carlomagno furon prima patrizii; poi il patrizio divenne imperatore[217], in quella guisa che Augusto fu consolo e dittatore prima d'assumere il titolo d'imperator. Così tuttavia splendeva la memoria di quest'impero già spento; i re, a simiglianza di Clodoveo, chinavano la fronte dinanzi alle rimembranze della civiltà, ed a quel modo che lo sposo di Clotilde s'era fatto romano, accettando il cristianesimo, così Carlomagno faceasi romano accettando la porpora degli imperatori.

Ma l'opera non è altrimenti compiuta; chè una dignità, per ben grande ch'ella sia, non vale a porger la forza materiale, quand'è a condurre e governar le tribù erranti; fatiche ci vogliono e continui sudori; ci vuole il capitanato della guerra con tutta la podestà sua, nè un manto, sia pur di porpora e d'oro, ci dà punto d'autorità sui nostri compagni di guerra. Chi è nato dall'armi dee mantenersi con l'armi, e ad un conquistatore non è conceduto fermarsi a mezzo. Frequente è il rimprovero d'ambizione a coloro che si gittano per questa via di rischi e di gloria; ma per essi la guerra divien necessità: i capi, che accomunaron con essi il pericolo, sono insofferenti del riposo e dell'ozio infruttifero; e dopo, una vittoria si vuol guidarli ad un'altra, chè una generazione non muta così a ogni poco; nata tra 'l ferro, del ferro si piace, e più che altro è a lei necessario il trambusto delle battaglie. Onde Carlomagno, al par di tutti gli altri conquistatori, comprimer non potea quel mare in tempesta, costretto a soddisfar le giuste ambizioni dei guerrieri che seguito l'aveano nelle conquiste; egli avea fatto bollire il sangue negli umani cervelli, nè or lo poteva a grado suo racchetare. La necessaria condizion sua era quella di guerreggiare e di vincere, come fatto avean Carlo Martello e Pipino; tale il duro retaggio suo.

E non pertanto intorno a questo tempo nuova indole pigliar sembrano le spedizioni militari di Carlomagno. Di terre non ha difetto, chè anzi ne possiede il suo bisogno per un'estensione di parecchie migliaia di leghe quadrate, ed a legger la geografia dell'edifizio carolino, si vede che le frontiere sue sono più ampie dell'impero occidentale d'Onorio, e si perdono e confondono in mezzo alle popolazioni germaniche, non mai vinte da Roma. Egli non ha dunque bisogno più d'ampliar questa già sterminata estensione di territorio, ma sì solo di tenerla nello stato d'ubbidienza e di reprimere le sue sedizioni. La guerra cangia quindi d'aspetto, più non si combatte per conquistare e aggiunger nuovi dominii agli antichi, chè l'impero è già sì vasto da saziar qualunque ambizione: la Francia nei termini d'oggidì, poi una gran parte della Germania, poi l'Italia, poi la Spagna fino all'Ebro; che si può desiderare di più? Ma questi territorii sono abitati da popoli riottosi ed indomiti, onde si vuole aver sempre l'occhio aperto su loro e assoggettarli all'ordine, alla gerarchia; questo si è d'ora innanzi l'intento gravissimo della faccenda caroliniana.

Re o imperator ch'egli fosse, quasi in ogni luogo instituì conti e governatori delle marche e frontiere, i quali sono come capi degli accampamenti militari, e si alloggiano all'estremità dei confini con numerose bande di soldati franchi, germani, lombardi, tutti elementi che l'imperatore adopera nella conquista; ivi edificano borghi e villaggi ed alcuni hanno terre, cui fan coltivar da coloni militari, a imitazion di Roma, quando le legioni rizzavano città ed are in onore d'Augusto e di Tiberio. Cotesti conti e governatori richiedono un'attentissima vigilanza del padrone, ond'è che Carlomagno non ha un momento mai di riposo, nè può averlo, chè il sonno non è fatto pe' fondatori delle grandi istituzioni. Cosa veramente stupenda e meravigliosa, chi legge le croniche di quei tempi, è questa incomprensibile solerzia dell'imperatore, anche attempato; egli è da per tutto; i suoi capitolari son promulgati dai Pirenei fino alle frontiere della Frisia e della Gotlandia; pellegrino com'egli è della gloria, non prende sosta, e corre a tener suoi parlamenti militari dall'una all'altra regione; e chi badi alla difficoltà delle vie di comunicazione a quei tempi, avrà certo per miracolosa nella vita di Carlomagno quest'alacrità sua.

In questi viaggi, ch'ei facea cavalcando, non andava però solo, chè dopo di lui venivano grosse schiere di lance, le quali seguivano il signor loro alla guerra e alle diete, che tener si solean quasi sempre in sulle frontiere, affin d'indi più prontamente scagliarsi sui popoli da serbare in devozione. Se non che in breve il carico suo si fece talmente greve, che ei si tolse ad aiuto i due suoi figliuoli, Lodovico[218] e Pipino: confidando all'uno le guerre d'Aquitania, le spedizioni in Ispagna, il raffrenare i Saracini, la parte meridionale dell'impero, con l'appoggio dei conti franchi da lui deputati a guidarlo; all'altro, le guerre di Pannonia e di Baviera, pur sempre con l'appoggio dei conti franchi e di Adalardo, abate di Corvia, figlio del conte Bernardo, datogli a guida[219]. Egli, come re e imperatore, serbava per sè le spedizioni di Sassonia, che, siccome pare, a lui più gradivano, forse perchè le vedea più difficili e più minaccevoli per le frontiere dell'Austrasia; e ad esse moveva in persona, insiem col diletto suo bastardo Carlo o Carlotto. Le fatiche non lo trattengono, e sia ch'ei vada cacciando nelle Ardenne, o per la Selva Nera, o ch'ei venga nell'inverno a riscaldar le intirizzite sue membra nei tepidi lavacri d'Aquisgrana, ei pensa pur sempre e dispone le sue forti spedizioni sulle rive dell'Elba e del Veser, spedizioni rese indispensabili dalle incessanti sollevazioni dei Sassoni.

Agevol cosa è seguire e abbracciar, nel periodo carolingico, le guerre di conquista, però ch'elle sporgono fuori dal tutto. Altre spedizioni ci sono che si diramano a guisa di maestose fiumane, e son quelle di Lombardia, di Sassonia e di Spagna, delle quali si può vedere il principio, il mezzo ed il fine, con l'aiuto delle cronache; ed hanno tutte e tre un colorito sì proprio che servir potrebbono di argomento a grandi epopee. Altrettanto non è a dirsi di quelle, che chiamar si possono guerre di raffrenamenti militari, operate da Carlomagno su tutta la superficie del vasto impero suo; gli eserciti suoi più non traboccano al di fuori, ma girano per le terre acquistate a tener in dovere le popolazioni; nè i parlamenti son più convocati per iscagliarsi sulle lontane contrade fin oltre i termini dell'incivilimento, ma sì per serbare in obbedienza le già sottomesse. La storia di queste oscure guerre, appena accennata, è tal che non viene sotto la mano a metterla per tempo e per ordine, e tuttavia le cronache ne son piene, e formano episodii, qual più e qual men curioso nella vita del sovrano. Quei conti che vedete accampar sulle marche o frontiere, han per uffizio di reprimere i Sassoni, i Bretoni, i Saracini e i Visigoti di Spagna, i Longobardi e i Greci d'Italia; ogni volta che questi popoli non vogliono ubbidire, non pagano i tributi, o negano il servizio militare, essi conti si precipitano sul loro territorio, e spengono le ribellioni nel sangue.

La parte epica della guerra ebbe termine con Vittichindo, e la conversione di questo capitano, la fede e l'omaggio da lui prestati, operarono un notabil cangiamento nello stato politico e militare dei Sassoni; essi non han più questa grande individualità intorno a cui raccogliersi; già ci son conti belli e stabiliti, ed i vescovi a lato dei conti, i primi con la forza militare, i secondi con la podestà coercitiva e morale; gli uni sopravveggono le tribù, gli altri le istruiscono e aggentiliscono. I quali due ordini sono validi sì, ma pur niente ancora risolvono, però che lo spirito sedizioso, inquieto dei Sassoni continuamente si manifesta, e le croniche il dicono ad ogni tratto; in prova ecco quanto leggesi negli annali contemporanei, sette anni e non più dopo la conversione di Vittichindo (793): «Mentre il re facea pensiero di terminar la guerra incominciata, ed avea deliberato d'invader di nuovo la Pannonia, gli venne avviso come le milizie condotte dal conte Teodorico, erano state sorprese e tagliate a pezzi dai Sassoni, vicino a Rastringen sul Veser. Saputo questo il re, ma dissimulando la gravità del male, rinunziò all'impresa di Pannonia (794). Il re deliberossi di assaltar la Sassonia con un esercito diviso in modo che egli stesso v'entrasse con una metà di quello per la parte meridionale, mentre che suo figlio Carlo[220] passando il Reno a Colonia, vi penetrasse con l'altra metà per la parte occidentale. Il qual disegno gli venne compiuto non ostante che i Sassoni, fatta fronte a Sinfeld, ivi aspettassero il re per combatterlo. Ma poi disperatisi della vittoria, che pur dianzi tenevano vanamente per sicura, si arresero a discrezione, e vinti senza colpo tirare, si sottomisero, dando statichi, e giurando solennemente fedeltà ed obbedienza. (795) Quantunque i Sassoni avessero, l'anno scorso, dato statichi, e prestato ogni sorte di giuramento ad essi imposto, il re, non dimentico della perfidia loro, tenne, secondo le forme, la dieta generale nel palazzo di Kuffenstein, a riva del Meno, oltre il Reno, rimpetto a Magonza. Egli entrò quindi in Sassonia con l'oste sua, e la corse quasi tutta, predandola; poi giunto a Bardenvig, vi rizzò il suo campo ad aspettar l'arrivo degli Schiavoni, a cui aveva dato ordine di venire; ma avuto avviso che Vilzano, re degli Obotriti, nel passar l'Elba era caduto negli agguati dei Sassoni a lui tesi presso quel fiume, ed era stato morto da essi: questa perfidia aggiunse nell'animo del re nuovo stimolo ad assaltar, più presto che potesse, i nemici, e nuova ira contro quella misleale nazione. Diede il guasto ad una gran parte del paese, ebbe gli statichi da lui richiesti, e ritornossene in Francia. (796) Il re assaltò in persona la Sassonia con l'oste dei Franchi, e dato il guasto ad una gran parte del paese, tornò a passar l'inverno al palazzo suo d'Aquisgrana. (797) Il re entrò in Sassonia per conculcar l'orgoglio di quel popolo infido, nè si fermò prima di aver corso tutto il paese, perch'egli si spinse fino agli ultimi confini, al luogo dove la Sassonia è bagnata dall'Oceano, tra l'Elba ed il Veser. (798) Il re, forte adirato conto i Sassoni, perchè aveano morto Gotscalco, uno de' suoi uffiziali, e parecchi altri conti, ch'ei mandava a Sigifredo re dei Dani, raccolse l'esercito suo nel luogo chiamato Minden[221], e posto il campo sulle rive del Veser, assalì i felloni che avean rotta la fede, e vendicando la morte de' suoi inviati, mise a ferro ed a fuoco tutta la parte della Sassonia che giace tra l'Elba ed il Veser. (799) Il re tenne il suo general parlamento a Lippenheim, presso il Reno; varcò questo fiume, con tutta l'oste, si condusse fino a Paderborna, dove pose il campo, ed ivi aspettò l'arrivo di papa Leone, che veniva alla sua volta. Intanto mandò suo figlio Carlo verso l'Elba, con una parte dell'esercito, per dare assetto a certe bisogna fra i Vilzi e gli Obotriti, e ricevere in fede alcuni Sassoni del settentrione. (803) Il re, durante la state, attese a cacciar nelle Ardenne, mandò un esercito in Sassonia, e fece dare il guasto a quel paese fino al di là dell'Elba. (804) L'imperatore passò l'inverno ad Aquisgrana; al ritornar della state condusse un esercito in Sassonia, e trasportati in Francia tutti i Sassoni che abitavano oltre l'Elba, con le loro donne e fanciulli, donò il paese loro agli Obotriti».

Tale si era l'usanza delle nazioni conquistatrici; la terra non era per esse altro che una passeggera possessione, ed a somiglianza delle tribù tartare, non aveano mai territorio stabile: lo tenevano finchè avean la forza in mano, e quando un altro vincitore se ne impadroniva, o erano da lui ridotti in servitù, o dispersi in altri paesi, od egli dava la terra conquistata ad altre tribù, alla foggia degli Egizii o dei Sirii. Le nuove guerre sassoniche, quali ci son dalle croniche narrate, non hanno cosa più che somigli alle prime e potenti spedizioni guidate da Carlomagno; quando Vittichindo capitanava quella gran militare confederazione. Alla conversione di questo valoroso capo parve andarne in dissoluzione quella soldatesca repubblica; nè più vediam la massa intera dei Sassoni accorrer dalle rive dell'Elba e del Veser per combatter Carlomagno ed i Franchi, ma solo alcune sparse tribù venir l'una dopo l'altra ribellanti a combattere contro l'imperatore, come se si confidasser di logorarlo così e spossarlo nella canuta età sua.

Questa guerra vien terminata con un partito da fiero conquistatore, il dispergimento delle tribù militari della Sassonia, alcune delle quali vanno a congiungersi coi Danesi, per indi tornar, pochi anni appresso, ai danni dell'impero carolingico[222], mentre le altre sono come vane spoglie trapiantate sullo stesso territorio dei Franchi, tanto che dir si può i trentatrè anni delle guerre di Carlomagno contro quelle popolazioni, aver avuto per risultamento l'esterminio per le armi, per la cattività o per la fuga dei fieri e generosi Sassoni.

Nel corso delle quali guerre ha pur principio lo scontro di Carlomagno cogli Scandinavi, e in ispezialtà coi Danesi che abitavano la quasi che isola della Giutlandia, ed erano governati da un re, chiamato dalle cronache Sigifredo, il fido amico e aiutatore in guerra di Vittichindo. La Giutlandia era, siccome la Lombardia, il rifugio di tutti i malcontenti dell'impero, di chiunque volea sottrarsi alla man grifagna e ponderosa di Carlomagno, nè i Sassoni sì intrepidi furono e sì pronti a correre a ricorrer sulle terre dei Franchi se non perchè avean la spalla dietro dei Dani e di tutta la gente scandinava. Ogni volta che essi s'arretrano innanzi alla possa dell'imperatore, ecco avanzarsi come ausiliarii i Danesi, però che le terre loro sono in pericolo, onde i conti franchi, stanziati da Carlomagno a difender le marche e frontiere, vanno a rizzar loro accampamenti fin sulla terra scandinava. Le cronache fanno spesso anche menzione di quel Gottifredo che regnava sopra i Danesi, e qui pure bene sta di recar le relazioni di quel buon tempo antico. «(804) Gottifredo, re dei Dani, venne con un'armata navale e tutta la cavalleria del suo reame al luogo chiamato Schleswig, sui confini delle sue terre e della Sassonia, e promise di recarsi ad un parlamento coll'imperatore, ma impauritone dal consiglio de' suoi, non venne innanzi più di così, ed acconsentì per ambasciadori a quanto da lui si volle. L'imperatore, fermatosi vicino all'Elba, gli avea spedito suoi mandati affinchè restituisse i disertori. (808) All'entrar della primavera, avendo l'imperatore avuto avviso che Gottifredo, re dei Dani, era entrato con sua oste nelle terre degli Obotriti, inviò, con grosso nerbo di genti franche e sassoni, all'Elba, Carlo suo figlio, con commissione di opporsi a quello stolto re, se osasse trapassare i confini della Sassonia; se non che costui dimorato pochi giorni su quelle rive, ed assediata e presa qualche fortezza agli Schiavi, se ne tornò a casa con gran perdita de' suoi. (809) Gottifredo, re dei Dani, mandò certi mercatanti dicendo all'imperatore aver udito ch'egli era contro di lui adirato, per cagion dell'esercito da sè condotto l'anno innanzi nelle terre degli Obotriti a vendicar le proprie offese; però volere scusarsi dell'imputazion fattagli d'aver lui primo rotto i patti, e chiedere che si tenga, al di qua dell'Elba, e sui confini del suo regno, un congresso dei conti dell'imperatore e de' suoi, affinchè si ponga di reciproco accordo rimedio alle cose fatte. L'imperatore accolse la dimanda, e il congresso coi grandi della Dania fu tenuto nel luogo appellato Badenstein. Quivi furon recate innanzi da un parte e dall'altra molte bisogna, e l'adunanza fu sciolta senza nulla conchiuder di proposito. L'imperatore, avuta quindi a più d'un segno certezza dell'ardire e della tracotanza del re dei Dani, ordinò di edificare una città al di qua dell'Elba e stanziarvi un presidio franco; al qual uopo fatta leva di gente in Gallia ed in Germania, la fornì d'armi e d'altre munizioni, dando ordine che fosse per la via della Frisia condotta al luogo assegnato. Intanto Trasicone, duca degli Obotriti, veniva a tradimento ucciso nel porto di Revich dalla gente di Gottifredo. Determinato il luogo dove rizzar la città, l'imperatore diè il carico di questa bisogna al conte Egberto, commettendogli di passar l'Elba, ed occupar quel terreno che giace sulla riva della Stura, e porta il nome di Esselfeld. Egberto e i conti sassoni ne preser possesso verso il mezzo di marzo, e cominciarono a fortificarlo. (810) L'imperatore, stando in Aquisgrana, meditava una spedizione contro Gottifredo, quando appunto gli giunse repentinamente avviso, come un'armata di duecento navi, venuta dal paese dei Normanni, avea approdato in Frisia, e dato il guasto a tutte le isole adiacenti e alle terre littorali, e come poi, penetrata in terra ferma, era già venuta tre volte alle mani co' Frisoni, i quali avuta la peggio, erano stati sottoposti a tributo, e seppe di più ch'essi avean già sotto questo nome pagato cento libbre d'argento, e che il re Gottifredo era dopo tutto questo ritornato al suo paese. La qual novella irritò siffattamente l'imperatore, ch'egli spedì legati per tutte le parti a raccogliere un esercito, ed egli stesso recossi immantinente alle navi, e varcato il Reno al luogo chiamato Lippenheim, deliberò d'ivi aspettar le milizie che ancor non erano arrivate. Raccolta indi l'oste, si condusse, quanto più prestamente potè, sul fiume Aller, e rizzò il suo campo vicino al luogo dove questo si versa nel Veser, aspettando colà l'esito delle braverie di Gottifredo; però che costui, montato in superbia e tenendosi stoltamente sicuro della vittoria, vantavasi di voler misurarsi coll'imperatore. Ma dimoratosi quest'ultimo per alcun tempo nel detto luogo, ebbe avviso come la flotta che avea predata la Frisia, era tornata in Dania, e come il re Gottifredo era stato ucciso da uno de' suoi.»

Questi moti dei Danesi già davan molto da pensar all'imperatore, il quale fin da ora si studia di frenarli all'Elba, ponendovi un antiguardo d'alcune migliaia di lance, e facendo sulle frontiere accampare i conti sassoni a lui devoti, certo così di porre un argine alle correrie loro. Ma con quell'occhio suo che tutto vedeva e abbracciava, Carlomagno ha scorto che i mezzi militari, tanto per l'assalto come per la difesa, vogliono essere mutati, e dando maggior ampiezza alla guerra territoriale, varca i monti, i fiumi e le contrade più lontane, e imita i Romani così nella composizione degli eserciti come nelle marcie e contrommarcie loro. Se non che le irruzioni dei Danesi vengono a mutar gli elementi della guerra, chè essi non son già solamente valorosi soldati sul campo di battaglia, come i Sassoni, ma, insiem con tutte le altre nazioni scandinave, si dan con ardore alle spedizioni marittime, e hanno flotte e migliaia di navigli che trasportano arditamente grosse schiere d'armati sulle spiaggie più lontane, come si vide nella conquista della Gran Bretagna.

Carlomagno ben sa che quella è la parte da cui l'impero suo può esser ferito; egli ha sempre combattuto in istrette ordinanze sulla soda terra, e i suoi conti guidar sanno boschi di lance e cavalli bardati di ferro, ma questo non vale a fermar le spedizioni marittime. Che opporre a quella gente quand'ella si presenterà sulle spiaggie della Frisia e della Neustria?[223] No, non v'è modo a combatter contro queste flotte che penetreranno da tutte le parti; l'impero suo è simile ad un uomo tutto loricato di ferro, colto nella giuntura del cosciale, e a leone che indarno rugge e si dibatte quand'ha il pungolo della vespa entro le carni. Carlo è già troppo innanzi negli anni per creare una marineria; ci si prova, ma invano; quest'è il motivo onde tanto si accora sul destino avvenire dell'impero suo ogni volta ch'ei vede in mare il naviglio danese, chè ognun di noi è conscio dentro di sè delle cagioni che distruggeranno un dì l'opera sua.

Lo stesso modo di coazione e raffrenamento copre tutta la frontiera dell'impero, così a ostro come a settentrione; sol Carlomagno a sè riserba il carico di ridurre i Sassoni e i Danesi, e muove a questa guerra con la sua gente più bellicosa e col caro suo figliuolo Carlotto, quel Carlotto sprezzato dalla baronia, e dalle canzoni eroiche tanto svilito, confidando nel tempo medesimo a Lodovico re d'Aquitania quanto è da fare nelle provincie meridionali. Nella spedizione ch'ebbe per termine la funesta rotta di Roncisvalle, Carlomagno ebbe a combattere due grandi popolazioni, l'una disgiunta dall'altra; prima i Saracini o Infedeli, che avean varcato i Pirenei; poi quell'indomita schiatta de' Guasconi, che celebrò gloriando il fatto di Roncisvalle. E' pare anche fuor di dubbio che la più parte de' Visigoti, onde componevasi la popolazione della Spagna, si fosse disaffezionata al dominio dei Franchi e principalmente dalla stirpe austrasia. Ci erano gelosie naturali e nimicizie di razza, e i Goti accostavansi per via di nozze ai Musulmani[224]. Lodovico trovavasi dunque aver questi tre popoli a fronte, quando suo padre gli confidò il governo e il regno dell'Aquitania, sotto la tutela dei conti e governatori delle marche, quasi tutti d'origine franca.

Con l'unica spedizione che fece Carlomagno oltre i Pirenei, prima di cinger la corona imperiale, non avea portato il suo dominio più in di là dell'Ebro; ben è vero che i romanzi della cavalleria fingono la conquista feudale in lui di tutta la Spagna fino a Cadice e al Portogallo (portus Galliæ); ma essa non oltrepassò Saragozza e Pamplona. Su quella meridional frontiera venne quindi instituita una specie di reggimento feudale, pur sempre foggiato sulla forma romana dei campi militari; furon creati conti delle marche di Spagna in sull'esempio dei conti sassoni, che tener dovessero in dovere le popolazioni moresche, i Visigoti e i Sassoni stessi; nella quale occasione le conquiste di Carlo in Ispagna furon divise in due marche; la marca della Gotia o Settimania, che corrispondeva alla Catalogna d'oggidì, ed ebbe Barcellona per città capitale, e la marca di Guascogna, che comprendeva le città francesi della Navarra e dell'Aragona[225]. Indi s'erano quasi dappertutto stretti vincoli di vassallaggio tra gli alcaidi governatori delle città prossime alle frontiere e Lodovico re d'Aquitania. Il governo dei Saraceni in Ispagna erasi ridotto in brani, la guerra civile regnava colà in ogni luogo, i figli del profeta si combattevano città contro città, uomo contro uomo, e i conti franchi approfittar seppero di queste intestine discordie per procacciarsi nuovi vassalli e conquistar nuove città. Lodovico seppe bene sdebitarsi di questo incarico da Carlomagno addossatogli, e rintuzzar con vigorosa mano quelle popolazioni fino all'Ebro.

L'Aquitania avea di que' giorni un sistema regolare di tenimento feudale e di governo, e san Benedetto d'Aniano ci avea favorita la civiltà. Al quale san Benedetto si dovea in ciò dar più merito che non gli fu dato, essendo egli stato per l'Aquitania quel che fu Bonifazio per la Germania. Da conte militare nell'esercito che fece la spedizione di Lombardia, ei s'era quindi convertito a penitenza, e dato a edificar per ogni dove magnifici monumenti e chiese, tutte splendenti d'arte lombarda e bisantina. Il governo dell'Aquitania potea di que' giorni servir di modello, e Lodovico ci ponea gran cura e più d'una volta mosse contro la Spagna per consolidare il poter suo e aggiunger nuove conquiste all'antiche. Lasciate le belle sue tenute dell'Agenese, del Saintonge e del Poitù, se ne andava egli, una volta fra le altre, seguito da gran moltitudine de' guerrieri suoi, perchè era da conquistar Barcellona, sopra di che ascoltiamo ancora gli antichi annali del Mezzogiorno. «(800) Il re Lodovico venne per la seconda fiata a Tolosa, e di qua si mosse verso Spagna. Or mentre ch'egli accostavasi a Barcellona, Zaddone, duca di quella città, riconoscendosi già vassallo suo, gli venne incontro, ma senza tuttavia dargli in mano la città. Il re passò oltre, e calando sopra Lerida, la prese e smantellò, dopo di che e d'aver guaste ed arse parecchie altre piazze forti, innoltrossi fino ad Uesca, le cui campagne, tutte coperte di messi, furon dalla man del soldato falciate, e arse e guastate; tutto che trovar si potè fuor della città, fu consunto dalle fiamme. Terminata la spedizione, tornossene all'appressar dell'inverno in Aquitania.»

Indi a pochi anni, il re vuol di viva forza rappiccar Barcellona stessa all'Aquitania, necessaria essendogli questa città a compier la fronte dell'Ebro; e d'altra parte convien correre ad impedir l'irruzione minacciata dagli Arabi condotti da Acammo, i quali hanno già dato il guasto ai Pirenei. Re Lodovico ed i suoi consiglieri (son sempre parole degli annali) stimarono di dover ire a por l'assedio intorno a Barcellona, onde, partito l'esercito in tre schiere, ei rimase con la prima nel Rossiglione, mandò l'altra sotto il comando di Restagno, conte di Girona, ad assediar la città e ad evitar che gli assedianti non fossero alla sprovvista assaliti, ordinò alla terza di andar ad alloggiarsi dall'altra parte della città. Gli assediati intanto mandavano a Cordova a sollecitare gli aiuti, e il re de' Saraceni ponevasi tosto in via con un esercito. In questo mezzo la terza schiera di Lodovico, in cui combattevano Guglielmo, prima insegna e Ademaro, e cappate milizie, giunta a Saragozza, avuta spia che i nemici si avanzavano, gittossi nelle Asturie, e fece, in due repentini assalti, e principalmente nel secondo, gravissima strage, dopo di che, posto in volta il nemico, tornò a congiungersi con quelli che assediavano Barcellona, e stringendola tutti d'accordo, non permisero a persona viva d'uscire della città, la quale trovossi ridotta a tal termine, che gli abitanti si videro costretti di sveller dalle loro porte le aridissime coreggie di cuoio per farne duro e sozzo pasto; intantochè altri di quegli sciagurati, preferendo la morte ad una sì misera vita, si precipitavano dall'alto delle mura. I più ancora si confortavan colla vana speranza, che i Franchi verrebbero dal rigor dell'inverno costretti a levar l'assedio; ma questa speranza pure andò delusa per la prudenza e accortezza de' nostri, i quali, raccolti materiali da ogni parte, si diedero a rizzar tende e capanne, come deliberati a passar la vernata colà; onde gli abitanti, a tal vista, disperatisi di più lunga resistenza e ridotti agli estremi, consegnarono il principe loro, di nome Amur, ch'eglino aveano sostituito a Zaddone, parente suo, e resero la città, non altro chiedendo, che di potersi ritirar dove loro piacesse. Ma prima che ciò avvenisse, prevedendo i nostri che la città, stanca da sì lungo assedio, avrebbe per amore o per forza ceduto, aveano già, dopo matura deliberazione, mandato ad invitare il re, affinchè la caduta di tanta città, sotto gli occhi ed ordini suoi, gli procacciasse gloria maggiore; ed egli arresosi all'invito, recavasi fra l'esercito degli assediati, e vi rimaneva sei settimane, in capo alle quali la città davasi per patti al vincitore. Aperte ch'ella ebbe le porte, facevala egli occupare il primo giorno dalle sue guardie, ma quanto a sè, non volle entrarvi prima di aver ordinato le feste in rendimento di grazie al Signore, con le quali intendeva di consacrare al suo santo nome quella vittoria, di cui nulla più avea desiderato[226]. L'appresso mattina quindi, preceduto da tutto il suo esercito, dai sacerdoti e tutto il chiericato, entrò con solenne pompa nella città in mezzo ad inni festosi, e si rendè al tempio della santa e vittoriosa Croce, per ivi ringraziar Dio della concedutagli vittoria; dopo di che, lasciato in Barcellona, col conte Bera, un presidio composto di Goti, tornò a passar la vernata ne' suoi stati. Carlomagno, suo padre, intanto, udito il pericolo che sovrastavagli dal canto de' Saraceni, aveagli mandato Carlo suo figliuolo in aiuto; ma incontrato questi a Lione un corriere, che gli annunziò la presa di Barcellona, senz'andar più oltre, tornossene dal padre alla sua corte d'Aquisgrana.

Di questo modo andavan succedendosi le spedizioni contro la Spagna, e la presa di Barcellona era venuta a raccender sempre più lo spirito bellicoso delle franche popolazioni. Ora vogliono aver Tortosa, nè son più guidate da Lodovico; ma i conti loro s'avanzano da sè verso l'Ebro, ed ecco un di quei pellegrinaggi armati che prepararono le crociate. Carlomagno avea comandato di sorprendere e cacciar i Mori dalla detta città, ma non si potè fare, e il cronista contemporaneo ingenuamente racconta il motivo di quest'improvviso ridestarsi delle genti musulmane. Mentre «Abaid (così il cronista), duca di Tortosa, difendeva da un lato le rive dell'Ebro, per impedire il guado ai nostri, che già stavan più sopra varcandolo; un Moro, entrato nell'acqua per bagnarsi, vide passar vicino a sè lo sterco d'un cavallo, e tosto messosi a nuoto (i Mori sono finissimi) coglie quanto ne trova a galla, lo fiuta, poi grida: «Badate, compagni, e state in sull'avviso, che questo non è d'asino nè d'altro animale che si pasca d'erba, ma si è sterco di cavallo, perchè composto d'orzo che suole essere il cibo de' cavalli e de' muli. E però stiamo all'erta che certo più su lungo il fiume ci si tende qualche agguato. — Onde tosto i Mori salgono a cavallo, e vanno alla scoverta, e veduti i nostri, corrono a darne avviso ad Abard, il quale, colto da spavento, abbandona il campo insieme con tutti i suoi, dandosi alla fuga, e i nostri, predato quanto trovano intorno, passan la notte sotto le tende dei Mori[227]

Tortosa non s'arrese prima dell'anno vegnente, nè fu sola a contrassegnar questo periodo di conquista in Ispagna, chè Uesca pure riconobbe con essa la signoria dell'imperatore, quasi a dar compimento all'ordine di difesa e custodia da lui posto verso l'Ebro, dove i conti franchi colà accampati, oltre agli antichi acquisti, ebbero così Barcellona, Tolosa ed Uesca.

In queste spedizioni i Franchi furono fiaccamente anzichenò secondati dai discendenti della razza visigota, popolazione attigua della Spagna. In sulle prime ed al tempo della prima spedizione di Carlomagno, i Goti gli aiutarono, per verità, fortemente, per sottrarre sè stessi al giogo dei Mori; ma poi che videro i conti franchi stabiliti fermamente sull'Ebro, entrarono in sospetti e gelosie. Essi pure aveano i loro capi nazionali, rozzi cavalieri che, usciti della schiatta de' Visigoti e di quella prima famiglia di conquistatori, dal conte Giuliano tradita col chiamare i Saraceni dall'Africa, viveano nelle Asturie e nei monti della Navarra e della Castiglia; onde ingelositi de' Franchi padroni de' Pirenei, eglino non vollero più aiutarli per tema di non passar sotto un altro giogo. La conquista dunque di Carlomagno non si stende, come si vede, gran fatto al di là dell'Ebro, mal grado gli sforzi del figlio suo Lodovico; tre sole città a lui si sottomettono con alcuni emiri che tradiscono la religion del Profeta; intanto che Acammo, re di Cordova, riman pur sempre il dominator della Spagna.

L'alpigiana razza di Guascogna serba tuttavia le radicate ripugnanze sue e gli astii suoi vivissimi contra gli Austrasii ed i Neustrii. Già veduto abbiamo per Roncisvalle quanto potessero i duchi guasconi in quelle inaccessibili loro dimore, e ancor ne parlano le insanguinate rupi della Navarra; benchè sempre col piè sul collo, pur non mai costoro rimangono cheti un istante sotto la dominazione di Lodovico. Lupo, duca loro, era morto, lasciando due figliuoli, Adalrico e Lupo Sancio, che diviser fra loro il ducato di Guascogna, come feudo dipendente da Carlomagno. Ma qual doveva essere mai la fede di quegli indomiti alpigiani? Imbaldanzivano alla memoria del fatto di Roncisvalle, e le cronache antiche pur sempre toccano dell'irosa indole loro e della loro inclinazione a levarsi in capo.

Lodovico altro non era in Aquitania che il prefetto di Carlomagno, ed a così dire, il braccio meridionale del potente imperatore a tener i vassalli in devozione. Ecco parole ancor dell'antico cronista. «(787) In questo tempo, un Guascone, di nome Adalrico, avuto nelle mani, per inganno, Corsone duca di Tolosa, gli fece prometter, con giuramento, fede a lui stesso, poi lo lasciò andare. A castigar la quale insolenza, i re ed i grandi, col cui consiglio governavasi il reame d'Aquitania, convocarono una dieta generale in certo luogo della Settimania, chiamato la Morte dei Goti, innanzi cui fu citato Adalrico; ma egli conscio a sè della sua colpa, non ci volle venire finchè non fu rassicurato da reciproci ostaggi, e pel rischio ch'essi correvano, non gli fu fatto male alcuno, anzi largamente presentato, renduti i nostri statichi e riavuti i suoi, gli fu concesso d'andarsene. Re Lodovico, convocata una dieta generale della nazione, vi deliberò intorno alla presente condizion delle cose. Poi che Borgognone era morto, il contado di Fezenzac fu dato a Luitardo, ma i Guasconi partir non potendolo, si sollevarono, e uccisa col ferro una parte degli armigeri del nuovo conte, condannaron gli altri a morir nelle fiamme. Chiamati quindi in giudizio, sulle prime ricusaron d'ubbidire, ma costretti a comparire, soggiacquero alla pena che tant'audacia si meritava, e parecchi di coloro, condannati alla legge del taglione, furon fatti morire sul rogo. (813) Convocata una dieta generale, re Lodovico vi annunziò aver avuto avviso della sollevazione d'una parte della Guascogna, la quale volea spiccarsi da' suoi stati, a cui da lungo tempo apparteneva; il pubblico bene richiedere che si castigasse quello spirito di ribellione. Applaudirono tutti al partito del re, persuasi di non dover altrimenti sostenere tanta tracotanza da parte di quei sudditi, e aversi a troncare il male dalla radice. Raccoltosi dunque e ordinato l'esercito, il re mosse fino a Dax, dimandando che gli fossero dati in mano i motori della sollevazione, nè obbediendo essi, entrò nelle loro terre, e consentì ai soldati di far man bassa d'ogni cosa. Finalmente quando i rei si videro dato il guasto a tutti i loro averi, vennero a pregar perdono, e l'ottennero a prezzo di tanta ruina. Dopo di che il re, superato il difficil varco de' Pirenei, calò a Pamplona, ma poi, quando fu a ricalcar que' burroni, i Guasconi si provarono a esercitar la solita perfidia loro, ventura però ch'essi furono antivenuti e delusi dalla prudenza e destrezza dei Franchi. Un dei loro, che s'era troppo innoltrato, fu preso e impiccato per la gola, intantochè agli altri si toglievano le donne e i figliuoli. Insomma sì ben si provvide, che in questa volta la iniquità de' Guasconi non fu di pregiudizio alcuno nè al re nè alle sue genti[228]».

Carlomagno dunque imponeva di questo modo anche a' Guasconi la legge di dispergimento che avea per sempre disfatta la nazione dei Sassoni; tale si era il sistema di unità politica che quel conquistatore a' popoli imponeva. Ciascun anno era di questo modo contrassegnato d'una sollevazione di quegli alpigiani, se non che Carlomagno, fermo ne' suoi castelli e poderi del Settentrione, se ne dava, quanto al domarli con l'arme, poco fastidio e lasciava fare a Lodovico re d'Aquitania, suo figlio. Appena ei fece in persona due corse e rapidissime nelle provincie meridionali, e sia che gli cuocesse in cuore la memoria di Roncisvalle, sia che, figlio di schiatta germanica, non si dilettasse alla vista delle australi campagne della Gallia, ad altre mani confidava il raffrenar que' popoli meridionali, e contenta va si delle relazioni dei missi dominici e della valida soprintendenza dei conti franchi da esso instituiti nell'Aquitania.

Senzachè, noi siamo già in tempi che i Saraceni o Mori d'Affrica o di Spagna mostrano di ristarsi dalle tumultuose loro irruzioni per mezzo a' Pirenei, nè più compaiono a torme innumerevoli, come già faceano sotto Carlo Martello e Pipino; anzi nè indizio pure abbiamo d'alcuna un po' rilevata spedizione contro i Franchi, nè di veruna di quelle guerre sante comandate da Maometto a' suoi ardenti settatori. Dopo la predicazione di Acammo nelle moschee e la rapida sua correria nella Settimania, noi li vediamo starsi continuamente in sulle difese, nè mai primi ad assalire; anzi beati per quel poco di riposo che l'attempata età di Carlomagno da pochi anni ad essi concede, conchiudono paci e tregue a dispetto di quella inesorabil sentenza di Maometto: «Combattete gl'Infedeli, finchè sola domini sulla terra la religione di Dio».

Ma se i Saracini di Spagna s'accostavano per trattati a Carlomagno, così non faceano i Mori d'Affrica; se non che le forme della guerra mutavano. Già fin dall'ottavo secolo, arditissimi navigatori, costoro si danno, al par de' Normanni, alle spedizioni marittime, armano flotte, e abbiam dalle cronache antiche com'essi depredarono le isole Baleari, la Sicilia, la Sardegna, la Corsica; tutte le coste di lor paventavano, e il Mediterraneo era pieno delle armate barche loro che giù pe' fiumi penetravano fino alle città principali, e ben lo seppero la Provenza, la Settimania, da que' barbari disertate, sì che le città loro anche più floride videro violati i monasteri, disperse le reliquie, spogliati gli altari, e il convento di San Vittore a Marsiglia, per salvarsi, fu costretto di cingersi d'alte mura a guisa di rocca.

Di questo modo le condizioni della guerra vanno mutando. Carlomagno è certamente il principe più formidabil che sia nelle grandi spedizioni di terra, niuno può tenergli fronte quand'ei muove guidando i suoi leudi alla guerra; i popoli sono gli uni su gli altri incalzati e ributtati con rapidità quasi miracolosa; ma ecco in breve operarsi contr'essi la riazione; tu diresti che, al veder sorgere questo gigantesco edifizio, i nemici della razza austrasia ne indovinino quasi per istinto e preconoscano il lato debole, onde e Danesi e Saraceni si gittano al mare, e si danno al corseggiare, al predar la marina. Essi contender possono l'impero a Carlomagno e render vane le forze sue, quella germanica sua cavalleria, bardata di ferro, è fatta impotente; nulla può l'arte sua militare; le animose flotte lo sfidano sul Mediterraneo e sull'Oceano; a settentrione già si mostrano i Danesi sulle barche loro costrutte nel Baltico; a mezzodì i Saraceni di Spagna e d'Affrica già stanno per penetrar fino al Rodano.

In Italia il tener in devozione le razze vinte è cosa più facile che altrove, e le conquiste son ivi più durevoli, perchè a tutto si pon rimedio con una spedizione militare, e il varcar le Alpi è cosa da nulla per quei tanto intrepidi eserciti austrasii. Pipino, re d'Italia, è luogotenente colà dell'imperatore, in quella guisa che Lodovico ha questo titolo alla frontiera de' Pirenei; nè Carlomagno per altro attende a questa guerra, se non perchè l'Italia si congiunge col Tirolo e coll'Alpi, che sono le chiavi della Germania, e padron come egli è della Pannonia e della Dalmazia, gli convien serbare la Lombardia insiem co' feudi che gli danno il dominio dell'Adriatico. Le guerre d'Italia divengono dunque il suo campo d'esercizio dov'ei trovasi a fronte non che dei Greci, degli Unni ancora, degli Avari e dei Bulgari, che accampano nel mezzo dell'Europa; ond'è che le sue guerre italiche van di conserva con le germaniche, e quando Pipino si parte dal regno di Lombardia a condursi per la via del Tirolo e dell'Alpi venete fino in Lamagna, anche l'imperatore si parte dal Reno e dal Danubio, per venire a congiungersi con suo figlio, e muovere di concordia contro le tribù erranti che vivono sotto la tenda, dal Danubio fino alla Bulgaria.

Gli Unni e gli Ungheri sono i primi contro i quali fa impeto Carlomagno, che avendo essi spalleggiata la sollevazione dei Bavari, tanto bastò ad accender contro di loro la collera dell'implacabile Austrasio. Questa guerra contro le tribù erranti e questi scontri tra i Franchi ed i Barbari, ebbero principio di buon'ora, però che si legge nelle cronache: «(792) Il re si trattenne in Baviera a cagion della guerra cogli Unni, e rizzò sul Danubio un ponte di barche per giovarsene in essa, e celebrò la festa del Natale e quella di Pasqua. (795) Nel tempo che il re stava a campo sull'Elba, furono a lui alcuni inviati, venuti dalla Pannonia, l'un de' quali era un capo degli Unni, da' suoi chiamato Tudone, che promise di ritornare e farsi cristiano. Il re tornò quindi ad Aquisgrana, dove passò il suo tempo come al solito, e celebrò le solennità di Natale e di Pasqua. (796) Pipino cacciò gli Unni oltre il Tibisco, smantellò il palazzo del re loro, al quale palazzo gli Unni danno il nome di ring e quel di campo i Longobardi, predò quasi tutte le ricchezze degli Unni; poi si rese ad Aquisgrana per passarvi l'inverno con suo padre, a cui offerse le spoglie del regno che seco avea portate. Tudone intanto, colui di cui detto è più sopra, serbando la sua promessa, recossi dal re e fu battezzato con quanti lo accompagnavano, e avuti di bei presenti, tornò al suo paese, giurando prima fedeltà; ma non la tenne gran tempo, nè gran tempo andò ch'ei fu castigato della sua fellonia. (805) Il cagano[229], o principe degli Unni, venne all'imperatore pe' bisogni de' suoi popoli, e gli domandò un luogo da abitarvi tra Sarvaro ed Amburgo, però che quei popoli durar più non potevano nelle loro prime dimore a cagion delle continue irruzioni degli Schiavi, chiamati Boemi. Infatti codesti Schiavi, il cui capo avea nome Lecone, correvan le terre degli Unni, il cagano de' quali era cristiano, e chiamavasi Teodoro. L'imperatore lo accolse benignamente, esaudì le sue dimande, lo presentò largamente e l'accomiatò. Tornato al suo popolo, poco tempo dopo uscì di vita, e il nuovo cagano inviò uno de' suoi grandi a dimandar la conferma dell'antica dignità sopra gli Unni in lui pervenuta; e l'imperatore fu contento, e ordinò che il cagano avesse la signoria di tutto il reame, secondo la consuetudine de' loro antenati».

Queste guerre con le tribù erranti e questi trattati di pace con barbare nazioni, van seguitando per un lungo tratto di tempo sino a finito il regno dell'imperatore. Certo la fama di Carlomagno doveva esser ben grande, se da ogni parte venivan così a fargli omaggio; non v'era nazion barbara che non s'inchinasse al suo piede, chè il nome d'un conquistatore, avea per quelle selvagge nazioni ben più potente prestigio, che non il nome d'un legislatore o d'un supremo intelletto; quella che più d'ogni altra cosa sbalordisce i Barbari, si è la forza prepotente che mostrasi nelle battaglie, e si fa ubbidir dalla terra; Alessandro, Cesare, Carlomagno e Tamerlano, sono i nomi ch'elle serbano nella memoria, e raccontano sotto la tenda; questi nomi vivono al sicuro dai guasti del tempo, benchè sfigurati, come i bronzi dalla ruggine dell'età. Ora niun di così fatti nomi può a quel compararsi di Carlomagno; perchè in qual contrada non risonò egli? e qual è il paese che non serbi memoria di lui? qual è l'opera del nono secolo che non porti impresse le orme sue?