CAPITOLO XVII. SVOLGIMENTO DELLE CONQUISTE FAVOLOSE DELL'IMPERATORE CARLOMAGNO.
Le due maggiori propaggini delle conquiste favolose. — Gerusalemme. — Sant'Jacopo di Compostella. — Spirito dei pellegrinaggi. — Relazione di Turpino. — Persecuzione de' cristiani d'Oriente. — Il patriarca di Costantinopoli. — Sue lettere a Carlomagno. — Consiglio co' baroni pel santo viaggio. — Partenza per Costantinopoli. — Liberazione di Terra Santa. — Traslazione delle reliquie più famose. — La santa corona e il santo chiodo. — Miracolo. — Il tesoro di san Dionigi. — La visione di Carlomagno intorno a Sant'Jacopo di Compostella. — Enumerazione delle città prese da Carlomagno in Ispagna. — I prodigi. — Le battaglie contro i Saraceni ed Agolante lor capitano. — Rassegna dei baroni che seguono l'Imperatore al pellegrinaggio. — Agolante ed i Saraceni sconfitti. — I Mori d'Affrica e Ferracuto o Ferraù. — Senso e fine di tutte le leggende favolose delle conquiste.
800 — 814.
Di mano in mano che le conquiste di Carlomagno imperatore vanno pigliando un andamento rapido e universale, anche le leggende amplificano la poesia dei loro racconti; già esse hanno accennati i punti del mondo, sui quali egli rimbombar fece lo strepito dell'armi sue, ma dappoi ch'egli ha vestito la porpora imperiale, i cronisti, con le loro ciarlerie, s'impadroniscono più che mai di questo nome per esaltarlo e portarlo sempre più a cielo. Questi racconti a fantasia non han più misura, e tale si è la potenza della opinione in onor di quell'eroe, che le cronache più autentiche raccolgon le dicerie favolose, come fossero verità, e sei secoli appresso non si mette pur dubbio che Carlomagno non abbia davvero compiuto le imprese che la leggenda gli attribuisce.
I due episodii che la Cronica di san Dionigi attende principalmente a svolgere, seguendo la relazione di Turpino, sono la conquista del Santo Sepolcro e la liberazione di Sant'Jacopo di Compostella. Le quali due imprese si compiono in dipendenza de' due pellegrinaggi, l'uno al Sepolcro di Gesù Cristo, l'altro all'arca del Santo protettore de' Cristiani in Ispagna. Il pensiero del pellegrinaggio collegavasi a que' dì con quello della conquista; prima veniva il pellegrino tutto solo per adorare il Santo Sepolcro, poi una banda, poi finalmente un esercito che invadeva il paese; tale si era il procedimento dei voti di pellegrinaggio, che a quella irrequieta generazione, era necessità di muoversi e fare; starsi ella non potea così cheta, dentro il chiuso delle sue mura, e avea bisogno di respirar l'aria aperta del paese lontano, in cima de' monti o nelle valli, alla caccia, per le scure foreste o in romeaggi alle regioni straniere. Queste favolose spedizioni ai sepolcri di Gerusalemme e di Sant'Jacopo, che troviam nella vita di Carlomagno, preparano due grandi fatti della storia, le crociate del secolo undecimo e la liberazion della Spagna, sottratta al giogo de' Mori.
Il falso Turpino, il poeta cronista, l'arcivescovo di Reims, fu quegli che primo narrò le meraviglie di questa doppia conquista; nè si vuol credere altrimenti che questa epopea sia una creazione degli ultimi tempi del medio evo, chè ella si collega invece con un'epoca quasi contemporanea, e la troviam come una santa tradizione nei manoscritti del secolo decimoterzo[231], e ognuno ne può seguire le tracce anche al secolo undecimo. Così pure, alla quarta generazione dell'epoca carolingica, teneasi per cosa certa che Carlomagno avesse liberato il santo sepolcro di Cristo, e conseguite maravigliose vittorie contro i Saraceni ed i Mori. E perchè la storia non renderà ella conto di queste due tradizioni che si mantennero nell'età più rimote? E non formavano esse il diletto dei nostri padri, e il vanto delle antiche generazioni? Per qual ragione non racconteremo le imprese e le gesta che i nobili cavalieri attribuiscono al poderoso braccio ed al senno del magno imperatore? Le sfrondi pur la critica severa, quando chiama a sindacato la cronaca delle morte età; quanto a noi che andiam cercando le vestigia delle credenze già spente e delle passate grandezze, facciamo anzi di rammentare, gloriando, questi racconti degli alti baroni, massime se rivelin lo spirito d'un tempo: chè in tutte le età la nobil nostra patria ebbe le sue gloriose credenze, il suo culto alla gloria, i suoi simboli di grandezza e di patria devozione.
Ecco dunque succedere una gran persecuzione contro la cristianità nella terra d'oltremare, i Saraceni penetrar nelle contrade della Siria, insignorirsi di Gerusalemme, e contaminare il Santo Sepolcro, sì che il vecchio patriarca, costretto alla fuga, viene a trovar Costantino imperatore di Bisanzio, e suo figlio Leone. «Con pianti e lagrime raccontò loro il grande strazio e la gran persecuzione che erano nella terra oltremare, come gl'infedeli Saraceni aveano presa la città, contaminato il Sepolcro e gli altri luoghi santi della città diserta, prese pur le castella e le città del reame, guaste le campagne, e il popolo, parte ucciso e parte menato schiavo, e fatto tanto vitupero a Nostro Signore, e tanta persecuzione al suo popolo, da non esservi cuor d'uomo cristiano che non debba andarne mesto e corrucciato.[232]»
L'imperator Costantino medesimo non poteva non contristarsi a questa novella del Sepolcro contaminato; ma non poteva egli solo guerreggiare in Palestina, e non avea forze bastevoli ad opporsi agli Infedeli. Ora tutti sapevano a quei giorni che in Occidente veniva sorgendo un grande impero, e che la stirpe austrasia maggioreggiava mercè la potenza sua ed i suoi leudi; onde Costantino mandò suoi ambasciatori a Carlomagno, con una lettera, suggellata per lui, del patriarca Giovanni, sargente dei sargenti di Dio[233] in Gerusalemme; e con essa lettera un'altra di Costantino e di Leone, tutta in seta ricamata d'oro, da cui pendeva un bel suggello; la qual lettera così diceva: «Costantino e Leone, suo figliuolo, imperatori e re delle parti orientali, infimi fra tutti, ed appena degni d'essere imperatori, al famosissimo re delle parti d'Occidente, altissimo Carlo, potenza e signoria sempre felice. Dilettissimo amico Carlo il Magno, quando tu avrai vedute e lette queste lettere, sappi che io non ti scrivo per diffalta di cuore, nè di gente nata da cavalleria, però che alcune volte io ebbi vittoria de' pagani con manco cavalieri e gente ch'io non ho, e li cacciai da Gerusalemme da essi presa e ripresa due o tre fiate, e ben sei volte gli ho vinti e cacciati dal campo con l'aiuto del Signore, e presine ed uccisi ben delle migliaia. Ma che t'ho a dire? E' bisogna che tu sia ammonito da Dio per mezzo mio, non per li meriti miei, ma sì per li tuoi, a compiere questa grande impresa. Però che una delle passate notti, mentr'io stava pensando al modo di cacciare i Saracini, ebbi questa visione: In quella, dissi, ch'io stava in questo pensiero, e pregava Nostro Signore, che mi mandasse alcun aiuto, mi apparve d'improvviso innanzi al letto un damigello che mi chiamò assai leggiadramente per nome, e scossomi così un poco, mi disse[234]: — Costantino, tu hai chiesto aiuto a Nostro Signore nella tua impresa, ed ecco ch'egli ti comanda, per mezzo mio, di chiamare in tuo soccorso il Magno Carlo di Francia, difensore della Fede e della pace di Santa Chiesa. — E allora mi mostrò un cavaliere tutto armato d'usbergo e di cosciali e schinieri, con uno scudo al collo, la spada al fianco con elsa vermiglia, e una lancia bianca in pugno, che parea mandar fiamma dalla punta. Nell'altra mano aveva un elmo d'oro, e all'aspetto era vecchio con lunga barba. Era bellissimo di volto, grande della persona, avea bianco e canuto il capo, e gli occhi splendevano come stelle. Non è adunque da dubitare che queste cose non sieno fatte e ordinate per volere di Nostro Signore, ed avendo noi di certo luogo saputo qual uomo tu sei, e quali sono i tuoi fatti e costami, ce ne rallegriamo nel Signore, e gli rendiamo grazie nelle tue gesta meravigliose, nell'umiltà tua e nella tua pazienza. Io fermamente mi confido, che l'impresa avrà felice compimento pe' tuoi meriti e per l'opera tua, però che tu sei il difensor della pace, e la cerchi con gran fervore, e quando l'hai trovata, sì la conservi e mantieni con grand'amore e carità.
«Ora, i detti ambasciatori trovarono Carlo imperatore nel suo palazzo, ed egli pure fu dolentissimo a questa novella dei disastri di Palestina, e versò largo pianto, udendo il doloroso messaggio. I messaggeri, questo pure si vuol sapere, venivano accolti nella badia di San Dionigi in Francia. L'imperatore, rotti i suggelli, fece in più d'un tratto per legger le lettere, chiedendogli i baroni: «Sire, che cosa cantar possono quelle carte?» Allora, fatto chiamare a sè il prudente arcivescovo Turpino, che era sapientissimo, il richiese d'interpretar quegli scritti, numerosissima essendo la corte dei baroni d'intorno a lui, però che era quasi un parlamento: «Orsù, miei fedeli, disse lor Carlomagno, che consiglio mi date?» ed essi ad una voce risposero: «Re, se tu pensi che noi siam sì stanchi e travagliati da non poter sostenere la fatica d'un sì gran viaggio, noi siamo qui, e protestiamo che, se tu, signor nostro in terra, nieghi di venir con essonoi, nè vuoi condurci, noi moveremo domani, al sorger del giorno, insiem con questi messaggeri, parendoci che nulla ci debba esser grave, se Dio si fa nostra guida.» Immaginate come l'imperatore fu lieto di simile risposta; egli fece dunque mandar grida per tutte le terre che: «quanti, e giovani e vecchi, marciar volessero contro i Saracini, tutti pigliassero le armi». E la moltitudine fu sì grande che più non si sapea come albergarla.
«Ecco dunque Carlomagno ed i suoi baroni, che si mettono in via con tutta l'oste loro. Niuno raccontar potrebbe le avventure accadute per viaggio; attraversati boschi e monti, giunsero, cammin facendo, ad una selva, che trovaron tutta piena di grifoni, tigri, orsi, lioni e d'altre maniere di belve; e più d'una volta smarrirono la via diritta, nè sapevan dove andassero, o se dovessero tornare indietro, e allora il gran Carlo si pose a leggere nel suo salterio: «Messere Iddio, guidaci tu con la voce de' tuoi comandamenti». Ed a gran miracolo s'udì la voce di un augellino gridar tutto giubilante: «Franco, Franco, che di' tu, che di' tu?» E i Greci anch'essi ne rimasero maravigliati, perchè ci avean bene tra loro certi uccelli che cantavano Cara Basilon Anichos (salute, re invitto), ma niuno che avesse mai parlato come il detto augellino, che guidò l'imperatore per la via da seguire.
Chi resister poteva a questa grand'oste di gente a cavallo? Gerusalemme fu liberata, i Saracini giacquero sul campo, e Carlomagno tornossene a Costantinopoli, dove rimase tre giorni colmato di presenti e d'ogni maniera di ricchezze: «Destrieri, palafreni, uccelli da preda, pallii e drappi di seta, di varii colori, e tutta la gloria delle pietre preziose. Carlomagno non volle niente accettare, e il medesimo i suoi baroni, però che essi eran venuti da pellegrini, e per liberare il Santo Sepolcro; quando Costantino, l'imperatore d'Oriente chiamò Carlo, l'imperatore di Francia, e gli parlò in questo modo: «Sire, diletto amico, re di Francia ed imperatore augusto, io ti prego umilmente, per amore e per carità, che tu e l'oste tua vogliate prendere e scegliere a grado vostro di queste ricchezze, che sono qui raccolte per voi e per le vostre genti, e molto più ci gradirebbe che le pigliaste tutte.» A che l'imperator Carlo rispose che nol farebbe in modo niuno, perchè egli e le sue genti eran venuti colà per l'acquisto delle cose celestiali, e non delle ricchezze terrene, ed aveano di buon cuore sofferte quelle fatiche e quel viaggio per meritarsi la grazia di Nostro Signore, e non mica la gloria di questo mondo».
Questo nobil rifiuto d'ogni mercede per parte dell'imperatore e de' suoi baroni, non comprese tuttavia le reliquie. Le reliquie erano la gloria e il tesoro di tutta quella generazione; le chiese ne facean raccolta come di stupendi trofei; Costantinopoli ne era piena; ivi i reliquari erano lavorati con arte squisita e indicibil perfezione; la porpora v'era mista con la seta, i topazii e gli smeraldi incastonati nell'oro; l'arte romana erasi conservata nella sua perfezione; e nondimeno, a dir dei cronisti, queste non eran le ricchezze che più agognassero i baroni; le sacre reliquie bensì erano agli occhi loro più preziose di tutti questi vani ornamenti. A Carlomagno stava più che tutt'altro a cuore d'aver la corona di spine, che già toccò la fronte a Cristo; santa corona che spandeva intorno un dolce olezzo, come di paradiso terrestre; egli si pose in ginocchio dinanzi a quel reliquario, e colui che fondato aveva lo sterminato impero d'Occidente, si mise a pregar Dio come l'ultimo dei pellegrini, dicendo: «Io ti prego dunque, messere Iddio, ti prego di cuore umile e devoto, in cospetto della tua maestà, di concedere che io possa portare una parte delle tue sante pene, e di voler visibilmente mostrare a questo astante popolo i miracoli della tua gloriosa passione, sì ch'io possa far vedere al popolo d'Occidente il vero segno delle tue pene in modo che niun miscredente possa dubitar più che tu non abbia patito e tribolato corporalmente sulla santa croce sotto la spoglia della fragile nostra umanità!» E detta ch'egli ebbe questa preghiera, scese una dolce rugiada dal cielo, e le spine della corona fiorirono.
«Meravigliando tutti del miracolo, e tutti gittandosi su quei fiori, Carlomagno affrettassi d'avvolgerli in un lembo del purpureo suo pallio, poi mise tutto questo nel guanto della sua mano destra (che guanto e che mano! ecco pur sempre l'idea del gigante!). Quanto magnifiche, o Dio, sono le opere tue! e tutta la schiera dei baroni, inginocchiatasi, rendè grazie a' Gesù Cristo. Essi stavano ancora orando, allorchè il vescovo Daniele recò il vero chiodo che aveva servito alla passione di Nostro Signore. Carlomagno partissi, portando le reliquie in un sacchetto di bufalo appeso al suo collo, le quali reliquie erano la Santa Croce, il sudario di Nostro Signore, la camicia di Nostra Donna ch'ella vestiva nell'ora che partorì senza doglia Nostro Signore, la benda con cui lo fasciò in culla, il braccio destro di Simeone, con cui prese nostro Signore il dì che fu offerto al tempio in Gerusalemme. E il fondatore del grande impero era tutto glorioso di portare al collo questi avanzi della morte, queste polveri, quest'ossa del sepolcro.
«L'imperator d'Occidente pigliò dunque commiato da quel d'Oriente, e portando egli sempre al collo, senza mai da sè dipartirlo, il sacrosanto deposito, ebbe perciò, cammin facendo, il dono di far miracoli; toccava gli infermi e guarivano, nelle città dov'era moria, all'appressar dell'imperatore tosto ella cessava. La via di questa grande cavalcata fu lunga e per mezzo a mille pericoli, finchè Carlomagno giunse alla sua città d'Aquisgrana, dove da tutte le parti accorrevano per vedere e adorare le reliquie, nè ci vennero solo i vescovi, ma papa Leone ancora co' suoi cardinali, tutti attoniti in veder cose tanto miracolose! Quand'essi furon ivi così radunati, l'imperatore fece ad essi una dimanda, dicendo loro in questa forma: «Signori tutti, che qui siete adunati, e voi primieramente, ser papa di Roma, che siete capo di tutta la cristianità, e tuttissimi[236] voi, signori prelati, arcivescovi, vescovi, abati, io vi prego che mi facciate un dono». A che, rispose Turpino, l'arcivescovo di Reims, a nome di tutti. «Dolcissimo imperatore e sire, chiedi pure quel che ti piace, che noi lietamente e di buona voglia tel concederemo. — Io voglio, ripigliò l'imperatore, che voi scomunichiate dalla communione di Dio e di Santa Chiesa tutti coloro che impedissero o turbasser, dovunque io passi di vita, che il mio corpo sia trasportato ad Aquisgrana, ed ivi sepolto; però che io desidero di esser deposto qui, che deposto in qualunque altro luogo, onorevolmente, come si conviene alla sepoltura di re e imperatore». E tutti risposero al grande imperatore, che in mezzo alle vittorie già pensava al suo sepolcro: «Sire, così sia».
La tomba è un pensiero che preoccupa tutti coloro che hanno a compiere un gran destino! Essi preparan la loro dimora, il gelido letto per la spoglia loro mortale; godon d'additarla dall'alto d'una peritura grandezza, e Carlomagno sceglie Aquisgrana per metropoli dell'impero suo, ed insieme per la città capitale de' suoi funerali. Ad Aquisgrana infatti egli istituì il primo landitto o fiera, al digiuno delle Quattro Tempora, con perdono e indulgenza per quanti ci verrebbono, chè in tempo di agitazioni e turbazioni era d'uopo ricoverare il commercio sotto la protezione d'un pio pensiero, e le merci così stavano all'ombra delle reliquie.
«Or come fu, soggiunge l'antico cronista che scrive impressionato dalle solitudini di San Dionigi e dalle tradizioni della badia, or come fu che le reliquie e il landitto vennero di poi trasportati sotto la giurisdizione del nostro monastero? Fu, dice la leggenda, che, avendo un imperatore, o re ch'ei fosse, bisogno di denaro, e possedendo noi un reliquario e alcuni altari tutti coperti d'oro, ce li chiese, e ci diede in cambio le reliquie e il landitto d'Aquisgrana.» Di questo modo già principia la gara fra Aquisgrana, la città di Carlomagno, e Parigi, la città dei Capeti, San Dionigi di Neustria e la gran basilica d'Austrasia si contendono il primato; finchè Carlomagno abita Aquisgrana, la preminenza è per la marmorea sua basilica; essa è il tesoro suo, egli ha caro di soggiornarvi, di bagnarsi in quelle tiepide linfe; ma poi, morto lui, i suoi successori aman d'abitare più spesso le selve d'intorno a Parigi, e allora San Dionigi vince il primato, e le sue reliquie, le sue fiere ottengono privilegi. Aquisgrana riman pur sempre carlinga anche dopo spariti dal mondo gli ultimi avanzi di questa schiatta; Parigi è la città dei Capeti, e dee il suo lustro ad un nuovo lignaggio di re. Ma ecco qua un'altra storia che ci racconta il buon arcivescovo Turpino, e forma il quarto dei libri dei fatti e delle gesta del forte re Carlomagno, inserito nelle Croniche di San Dionigi. «L'imperatore, compiute ch'ebbe tutte le sue conquiste, avea giurato dinanzi a Dio che per l'appresso avrebbe dedicato la vita alla Chiesa di Gesù Cristo; ed ecco che una notte, mentr'egli stava nella foresta di Compiegne, guardando il cielo, gli venne veduta una via di stelle, la quale, come gli parve, principiava dal mar di Frisia, e dirizzavasi tra Lamagna e Lombardia, tra Basco e Guascogna, e tra Spagna e Navarra, dirittamente in Gallizia, colà dove riposava, senza nome e memoria, il corpo di messer Sant'Jacopo. E veduto per parecchie notti questo sogno, cominciò a pensar fortemente in cuor suo, che significar potesse, e mentre stava così fra sè pensando, ecco apparirgli un uomo di maravigliosa bellezza, e dirgli: «Bel figliuolo, che fai tu?» E l'imperatore gli rispose: «E tu, sere, chi sei tu?» Allora il bell'uomo gli disse che era sant'Jacopo, il cui corpo stavasi in Gallizia, senza nessuna memoria in mano dei Saracini.
«Dio ha fatto sì potente Carlomagno appunto perch'egli compier possa la liberazion della Spagna: quella traccia di stelle significava la nuova via che i pellegrini dovean seguire.[237] Carlomagno inginocchiasi, e fa orazione; poi, convocati i suoi baroni, come fece nella spedizione di Palestina, parte e s'impadronisce di Pamplona. I principi saracini s'inchinavano e umiliavano dinanzi a lui; le città si arrendevano, e le lontane gli mandavano messaggeri di pace, per modo che fece tributaria a sè tutta la gente di Spagna. Visitò indi con gran devozione la sepoltura di sant'Jacopo, mio signore, poi passò oltre, senza impedimento, fino al monte; piantò sua lancia nel mare, e veduto che non poteva andar oltre, rese grazie a Dio e a sant'Jacopo, mio signore, per aiuto ed assentimento de' quali era venuto[238]».
Qui il cronista novera tutte le città di cui s'insignorì Carlomagno, da Pamplona fino a Lamego. «Nulla resister seppe alla furia delle sue conquiste, non pur Gibilterra. E di questo modo Carlomagno conquistò tutta la terra di Portogallo, di Navarra e di Catalogna. A Cadice trovò quell'idolo famoso in figura umana sopra una colonna larga e quadrata, con una chiave in mano rivolta verso il mezzogiorno, la quale cader dovea il giorno in cui la Spagna fosse libera dagl'infedeli.[239] Ma quel giorno non era sì presso ancora, però che non sì tosto Carlomagno avea tocca la terra di Francia, un pagano, di nome Agolante, usciva, guidando un potentissimo esercito, dalle terre d'Affrica, e scagliavasi sulla Spagna. Al quale annunzio Carlomagno ripassa i Pirenei, e vola in Andalusia; il Saracino non si spaventa, vuol combattere corpo contro corpo, e manda a chiedergli battaglia in quella guisa che più gli piace: venti contro venti, quaranta contro quaranta, cento contro cento, mille contro mille, duemila contro duemila, o uno contro uno. Carlo mandò cento cristiani contro cento Saracini, e questi furono tosto morti, poi Agolante ne mandò altri cento, che furon pur tosto uccisi, poi dugento contro dugento, ed anche quelli uccisi. Da ultimo Agolante ne mandò duemila contro altrettanti dei nostri, e parte furon subito morti, parte fuggirono; (così fatti eran gli usi della cavalleria, uomo contro uomo, corpo contro corpo), poi Agolante intimò la giornata, ed ella fu sanguinosissima, che ben quarantamila cristiani vi perirono, ed oh miracolo! le lance loro fiorirono come le palme dei martiri. Carlomagno stesso versò in gran pericolo di sua persona, chè gli fu ammazzato sotto il cavallo; ma, rosso il volto di sdegno, trasse Gioiosa, e precipitatosi con grand'animo addosso dei Saracini, si pose ad affettar pagani, e fece intorno a sè una maravigliosa uccisione.»
Nè tutto è ancora finito; Carlomagno ripassa in Francia per convocare i baroni e cavalieri suoi, intantochè Agolante raccoglie anche esso tutti i vassalli suoi, Mori, Moabiti, Etiopi, Saracini, Turchi, Affricani e Persiani, e tanti re e principi saracini, quanti potè avere da ogni parte del mondo. Questi Infedeli calano sulle città cristiane, nulla resiste loro, e vengono fino alla città di Agen. Carlomagno non è vinto per questo, e adoperando l'inganno viene ad esplorar trasvestito il campo di Agolante; niuno lo riconosce così con lo scudo in ispalla, senza lancia nè mazza; ma invano ei tenta d'ingannare Agolante.
Anche il re saracino viene al campo di Carlomagno per trattar della tregua, e qui un lungo e caloroso diverbio fra loro[240], in cui Carlomagno si dà a fare il convertitore; non combatte già solo, ma predica e con questa doppia qualità il rappresentan continuamente le Croniche di San Dionigi; egli disputa coi Maomettani, e spiega loro la legge e la verità di Gesù Cristo. I cronisti si deliziano in così fatti racconti, e que' poveri monachelli trionfano nel raccontar la potenza delle cerimonie cristiane e la vittoria ch'esse danno a chi invoca il nome di Dio; e però ci narrano: «Come i Saracini furono tutti sconfitti ed uccisi insieme con Agolante, tranne pochi che si salvarono con la fuga, e come i Francesi furono uccisi per la loro ingordigia, tornando di notte al campo di battaglia; come il re dei miscredenti combattè con Carlomagno, e fu morto insiem con la sua gente. E poi di coloro che morirono fuor di battaglia».
Or credi tu d'aver tagliato a pezzi tutti i nemici tuoi, o valoroso imperatore? Oh no, ti convien vincere ancora. Agolante è oppresso, ma ecco qua Ferraù che giunge cogl'infedeli della Siria; Ferraù non è mica un uom da dozzina, egli è un gigante che piglia con la man destra un cavaliere e te lo getta, come un'arista, parecchie leghe lungi dal campo di battaglia. Sì grande era, ch'egli avea dodici cubiti d'altezza, un cubito la faccia, un palmo il naso, quattro cubiti le braccia e le coscie, e tre sommessi di lunghezza il dorso della mano. Chi manderemo a combattere un uomo tanto gagliardo? Qui torna in campo il fiero conte Orlando, che noi morir vedemmo a Roncisvalle; o che battaglia mai, che spadate! Ferraù si fa innanzi, solleva con una sola mano in collo al proprio cavallo il paladino, e se lo porta via; ma Orlando allora lo prende pel mento, e gli torce in modo il capo che ambedue cascano a terra; poi con un rovescio della sua Durindana, il paladino parte in due il cavallo a Ferraù, indi si afferrano e stringono corpo con corpo, sì che il gigante, spossato, dimanda tregua fino al giorno appresso. Il paladino assale indi il gigante a colpi di mazza, e il combattimento dura parecchi giorni. Or che vuol dire che la spada d'Orlando non fa se non rimbalzare su tutto il corpo di Ferraù? Vuol dire che il pagano è fatato, nè può esser ferito se non al bellico[241].
Negl'intervalli di questo combattimento a tutto transito, ci son sempre discussioni teologiche; Carlomagno convertir volle Agolante; Orlando, buon teologo, vuol convincere Ferraù; a simiglianza degli eroi d'Omero, i combattenti sospendono i rovesci e i fendenti per discorrerla e ricordar le cose loro passate di famiglia e di cavalleria; ma indi tosto la zuffa ricomincia, la mazza di Orlando è tagliata in due dalla spada di Ferraù, il quale gli s'avventa sopra, ma il paladino, cacciatosi fra le sue gambe, afferra la spada e gliela ficca nel bellico, ed ecco in qual modo ebbe fine il combattimento e la guerra di Spagna.
Tanto narran le favolose tradizioni che all'imperator Carlomagno dispensano una gran rinomanza, nè la storia dee altrimenti sdegnarle, facendo esse conoscer gli usi d'un tempo eroico. Qual è il conquistatore, qual è l'uom di gran ventura, che non abbia dopo di sè lasciato qualche cronaca favolosa, qualche leggenda ripetuta dai contemporanei e accolta spesso dai posteri? Noi stessi lunge non siamo da tempi che videro altre maraviglie; quante gloriose credenze non abbiamo accettate, che passano come istoriche verità? Racconti di battaglie, parole dell'imperatore ai soldati, combattimenti epici, detti di grandezza e di maestà gittati a' morienti. Accanto ai fatti storici degli imperi, crescono l'epopeie, nè si vuol rimbrottarne le nazioni, chè quest'è un atto della riconoscenza loro verso chi le innalza e ingrandisce. Tutte queste poesie, tutte queste cronache intorno a Carlomagno, che nelle parti loro ci sembran puerili, si collegano pur nondimeno con due grandi episodii del medio evo, la liberazione di Gerusalemme e la Spagna sottratta al giogo dei Mori. Egli vi ha ne' popoli de' nobili pensamenti e de' generosi istinti, e quando un nome sia venuto, quasi meteora ignita, a risplender nel mondo, il volgo gli attribuisce tutto il passato, il presente e bene spesso ancor l'avvenire.