CAPITOLO I. CORRISPONDENZE DIPLOMATICHE DI CARLOMAGNO RE E IMPERATORE.
Pratiche con Roma. — Ragioni della lega. — Papa Stefano. — Papa Adriano. — Carteggio. — Epistole di Adriano. — Vigilanza sull'Italia. — Papa Leone. — Nuovi legami con la santa sede. — Condizioni respettive dell'impero e del papato. — Corrispondenza cogli imperatori di Costantinopoli. — Costantino Copronimo. — Leone IV. — Costantino ed Irene. — Disegno di accostamento fra i due imperi. — Lega e proposta di nozze. — Niceforo. — Trattato de' confini. — Negoziati diplomatici coi califfi. — Arun-al-Raschild. — Pratiche cogli emiri saraceni di Spagna. — Colle tribù erranti. — Coll'ettarchia anglo-sassone e i re di Scozia.
768 — 814.
I re merovingi aveano concentrato il politico loro commercio nella nazion franca, nella salica e nella ripense, chè assorti nelle discordie e guerre intestine, furon rare volte in commercio co' popoli dell'antica civiltà. I re di Neustria o d'Austrasia, e quei d'Aquitania o di Borgogna, tra lor contendevansi il possesso delle città e delle provincie, ma quanto alle loro comunicazioni col grande impero d'oriente, con Costantinopoli e col califfato, appena è che se ne trovino di lontanissime e irregolari. Ei sono, come dire, altrettanti capi barbarici, che chieggono dall'imperatore questa o quella dignità di palazzo; popoli appena iniziati nella civiltà, che imitano le forme e le pompe dei principi più inoltrati nel lusso e negli splendori del trono. Il medesimo dir non si può della schiatta carlinga dopo Carlo Martello, chè questo lignaggio conduce a fine una grand'opera; Carlomagno fonda un impero che può per ampiezza contendere col califfato e colla monarchia dei Greci: e come re e come imperatore attiva è la sua corrispondenza, nè solo ei riceve gli omaggi e i tributi dei vinti, ma tiene ancor pratiche regolari co' papi, cogli imperadori d'oriente e coi califfi.
Le pratiche dei Carolingi sono innanzi tratto naturalmente co' papi, tanto che il pontificato e il nuovo lignaggio hanno stretto fra loro quasi un patto inviolabile, da cui, esso secondo lignaggio, riconosce il suo colore di civiltà e di legislazione romana. Stefano I, che consacrò Pipino, intimava la scomunica contro chiunque osasse portare la mano sulla costui corona, mentre in rincambio, Pipino donava alla santa sede ampie e ricche possessioni temporali, le sue città, il suo esarcato, Ravenna, Rimini e Bologna. Stefano II poi andò debitore a Carlomagno dell'ampliazione de' suoi dominii e della protezione conceduta alla cattedra di san Pietro contra i Longobardi; schiatta sì spesso a quella infesta, che fu dai Franchi domata; e questa continuazione di buoni uffizi fra Roma e Carlomagno si fa più grande ancora e più calda dopo l'esaltazione di papa Adriano.
Uscito quest'ultimo dalle grandi famiglie romane, discendeva da senatori e da consoli, e il suo palazzo risplendeva delle imagini loro[1]; astiava i Longobardi, e i Longobardi astiavano lui, ed erede come egli era delle antiche opinioni romane sul principato della città eterna, avrebbe voluto domar l'Italia con le chiavi di san Pietro, come un tempo gl'imperatori l'aveano domata con le insegne dei centurioni e dei tribuni; la mitra pontificale succedeva alla corona d'alloro dei Cesari. Adriano e Carlomagno vivono fra loro in istretta e confidente intimità; e poi che quest'ultimo è consacrato re dei Longobardi, prende gli stati della santa sede sotto la protezione della sua spada, nè alcuno osa più toccarli, Greco, Italiano o Saraceno ch'ei sia. A rincontro Adriano, esercita pel re de' Franchi attentissima vigilanza sull'Italia; gli notifica i fatti tutti che posson turbare la possanza sua in questa parte; se un conte o un vescovo lombardo prepara qualche sedizione, Adriano tosto s'affretta di darne avviso all'amico; egli è il vigile agente della monarchia de' Franchi; gli interessi sono fra loro comuni. Le epistole dal papa indiritte al figliuolo e protettor suo il re de' Franchi, sono molte e tutte relative all'ordinamento dell'Italia e allo spirito sedizioso e impaziente dei Longobardi, i quali egli ora denunzia come sciolti da ogni freno di costumatezza, ed ora come nimici della religione cattolica, e avversari implacabili di san Pietro, e del vessillo suo che splendeva sul Vaticano. Adriano testifica in una di esse a Carlomagno, l'esultanza sua per tutto il bene che egli fa alla Chiesa, e per le sue buone intenzioni verso di lei: «Mio buono ed egregio figliuolo e re signore, instituito da Dio. Io ti prego istantemente, come s'io fossi dinanzi a te in persona, di far dare compimento a ciò che tu hai promesso al principe degli Apostoli per salute dell'anima tua, ed affinchè Dio protegga il tuo regno; e il principe degli Apostoli ti assista di maggior patrocinio presso Sua Divina Maestà. Solo per l'aiuto di san Pietro, guardiano del paradiso, tu se' venuto a capo di tutti i desiderii tuoi; ad egli t'impetrò da Dio la vittoria ed il possesso del regno dei Longobardi; però abbi sempre fede grandissima in lui chè a sua intercessione, il Signore farà inchinar sotto a' tuoi piedi tutte l'altre barbare nazioni ecc.»
E di simil tenore son tutte l'altre epistole; tutte congratulazioni con Carlomagno pe' suoi gloriosi trionfi; egli è l'ottimo figliuolo, il re d'Italia per volere di Dio; egli è colui, sotto la cui grande spada ripara il patrimonio di san Pietro. Se vi ha qualche malvagio, qualche iniquo che turbi la sicurtà pontificia, Adriano tosto ne scrive a Carlomagno per ottenere ch'ei sia cacciato dall'Italia, invocando pur sempre i diritti di Roma in nome del principe degli Apostoli, affine d'imprimer negli uomini, con questa prosopopeia, un maggiore rispetto per gli uomini potenti e bellicosi. «Noi abbiamo a dolerci con la magnificenza tua, dolce e caro figliuolo, di Reginaldo, uomo iniquo che semina zizzania, e muove gli uomini al male. Costui cerca per ogni modo di fare offesa alla Santa Chiesa di Dio ed a noi, e fa ogni poter suo per ispogliare empiamente san Pietro di quanto tu gli fosti liberale per salvezza dell'anima tua, e vorrebbe farselo suo; egli è pur venuto co' suoi nella città nostra[2], e n'ha menati via gli abitanti. Non credendo io che tu n'abbia fatto dono per l'esaltazione di questo duca Reginaldo, ti prego istantemente che, per amor del buon apostolo san Pietro, tu non lasci a costui fermar piede in Italia[3].»
Nè solo Adriano si tien contento al corrisponder per lettere, ma sì ancora egli fa continua istanza a Carlomagno perchè gli mandi i suoi missi dominici, saper volendo ogni pensiero e volere del caro suo figliuolo, il re dei Franchi; e insiste pure per avere suoi deputati, nè venendo essi, il papa stesso gli manda egli alcuni vescovi in legazione per conferire con lui[5].
Appresso papa Adriano invita Carlomagno, amico suo, a venir prestamente in Italia, ch'egli ha uopo di vederlo, e conferire con lui. Desiderata è la presenza in Roma di Carlomagno, tanto più che il pontefice si vede minacciato da molti malevoli, fra i quali gli addita pur sempre i Greci, i Longobardi, i Napolitani che stringono e accerchiano il patrimonio di san Pietro, per usurparselo[6]. «Salutando la tua benevolenza, noi ti annunziamo con queste lettere come i rei Napolitani, collegatisi coi Greci odiati da Dio, ascoltando i mali consigli d'Arigiso, duca di Benevento, si sono di furto impadroniti della città di Terracina, soggetta dianzi al dominio di San Pietro ed alla podestà tua. Noi non abbiamo voluto far nulla in simil contingenza, senz'aver prima i consigli tuoi, e però supplichiamo l'eccellenza tua[7] d'inviarci, al più presto, Volfrino, sì che trovandosi qui verso le calende di agosto, egli possa, mercè gli ordini tuoi, muover coi Toscani, cogli Spoletini, ed anche coi tristi Beneventani, e ricuperar la detta città di Terracina, ed insiem con essa Gaeta o Napoli, affin di rendere a san Pietro quanto appartiene al suo patrimonio nel territorio di Napoli stessa. Abbiamo nel giorno di Pasqua avuto un parlamento con Pietro, l'inviato degli scaltri Napolitani, e chiestogli quanto appartiene a san Pietro in quel tenitorio, gli abbiam significato il desiderio nostro di veder quei popoli soggettarsi alla potenza tua, e dimandato quindici statichi tra i figliuoli dei più nobili fra loro e della città di Terracina; ed egli vi aderiva a patto che fossero confidati alle mani del patrizio di Sicilia. Se non che non abbiam voluto nulla conchiudere senza il consiglio tuo, volendo noi solo trattare per util tuo, e sapendo quanto infidi son costoro nei loro disegni, però che pur sempre hanno pratiche vive con Arigiso, duca di Benevento, il quale riceve messi ogni giorno dal patrizio della Sicilia. Oltre di che, io so di buon luogo che essi aspettano i figliuoli del reo Desiderio, per combatter poi tutti uniti contro di noi e contro di te. Ti scongiuriamo adunque di venire in aiuto nostro, chè da te solo e dall'apostolo san Pietro aspettiam forza e valore. Poco c'importa della città di Terracina, ma non vorremmo che diventasse occasione ai Beneventani di sottrarsi all'impero tuo. Laonde noi ti preghiamo di aiutarci al più presto, affinchè così tu meriti di regnare eternamente coi santi».
Adriano è il Romano antico che si affatica d'ampliare e consolidare il patrimonio di san Pietro, però che, erede com'egli è delle memorie del patriziato, altro non vuole in fine che assicurare il dominio di Roma sopra l'Italia; questa preminenza è la meta dei desiderii suoi; egli è tutto invasato in Roma, ne' suoi monumenti, nei suoi circhi, nelle sue basiliche; Roma fu l'antica metropoli del Lazio, e tale esser dee ancor sotto i papi. Dalle grandi cose Adriano discende alle più minute, tanto che ei dimanda pure a Carlomagno i materiali a innalzar le sue basiliche; la costruzione dei monumenti pubblici era cura, come si legge nella storia romana, dei consoli e degli imperatori, come uno dei doveri dell'edilità, onde il pontefice pur vi pon cura, e scrive: «Poi che ci hai fatto sapere, carissimo ed eccellentissimo figliuolo, esser tu contento di aderire alla dimanda nostra in proposito dei travi necessarii ai ristauri della santa chiesa, noi ti preghiamo di far ch'essi giungano belli e ammanniti alla chiesa di San Pietro verso il tempo delle calende d'agosto. Quanto alla volta o cornice, che vuol pure essere ristorata nella basilica del detto apostolo, converrebbe innanzi mandar un maestro che vedesse qual genere di legname richieggasi a ripristinarla nello stato che era anticamente; il qual maestro si renderà dappoi a Spoleto, e cercarvi questo legname, perchè non ne abbiamo in paese di acconcio all'uopo. Ma il santissimo fratello nostro, l'arcivescovo Volcaro, non si dia fretta di venire fino a che il legname non sia ben secco, perchè se fosse ancor verde non sapremmo che farne».
Ampie, ricche e fruttuose terre, e vaste e popolose città sono i doni che Adriano, il romano patrizio, procacciar vuole all'eterna sua città; egli è il papa più devoto che mai fosse alla potenza ed alle memorie dei Romani, e quindi, alla foggia di un console antico, egli a chieder si fa a Carlomagno ch'ei liberar voglia la terra dei Sabini, mentre i malvagi gl'impediscon di prenderne possesso[8].
Adriano manda poi reliquie, bandiere conteste di seta e d'oro, e ossa di martiri a Carlomagno, a cui pur sta a cuore l'innalzamento delle basiliche. Padrone, com'egli è, delle grandi selve della Turingia, e del settentrione dell'Europa, egli possiede di forti travi, senza dei quali rizzar non si possono gli edifizii di Roma. Noi lo vediam quindi mandar legname e stagno e marmo per ristaurare la chiesa di San Pietro che tanto fu danneggiata dagli acquazzoni di primavera, intanto ch'ei pure chiede per sè, come fu detto, alcuni mosaici, avanzi della civiltà greca in Ravenna, per le barbare sue città della Gallia. L'Italia tutta invoca la presenza di Carlomagno; i Beneventani si ribellano, e turbar possono di nuovo la pace del pontificato. «Se i Beneventani ricusano di sottomettersi agli ordini tuoi, manda l'esercito alle calende di maggio, e vieni a fare una correria contro di loro. Che se un esercito non li tiene in dovere dal mese di maggio fino a settembre, quel tristissimo di Arigiso si proverà a qualcosa contro di te, mosso, come sarà, dalle suggestioni dei Greci, però che ha seco, come ognun sa, i legati loro, ed altri ne tiene a Napoli. A te spetta il risolvere sul da farsi, e noi siamo confidentissimi nel tuo potentissimo giudicio. Piacciati dunque di por mano all'opera con la maggior celerità che puoi, così per la tua come per la nostra salute».
Ogni buona ventura di Carlomagno, le sue vittorie, i suoi trionfi, son celebrati a Roma come festa del pontificato medesimo. Carlo ha vinto i Bavari, e il papa se ne congratula di cuore con lui. «Ma e i Greci infidi non saranno anch'eglino posti a dovere, e castigati delle tante insidie che tendono a Carlomagno? I Greci sono sempre d'accordo coi duchi o coi conti longobardi o beneventani, gli assecondano nelle sediziose lor mire, ed assaltano il pontificato e la podestà di Carlomagno in Italia. Di grandissimo contento ci furon le tue lettere di vittoria, e abbiam reso grazie a Dio, leggendovi che la tua salute e quella della regina, nostra signora, e de' tuoi figli, è pur sempre buona. Caro ci fu soprattutto l'intendere la soggezion dei Bavari, che noi ti avevamo già predetta e augurata. Ora, io credo che ti ricorderai di quanto ti dicevamo nelle precedenti nostre lettere intorno a certi Capuani venuti a noi, ai quali giurar facemmo innanzi all'arca di san Pietro d'esser fedeli all'apostolo di Dio ed alla regale eccellenza tua. Or bene, dopo fatto il giuramento, un di loro, Gregorio prete, ci chiese di parlarci in disparte, dicendo che dopo fatto un simil giuramento ei non poteva più nulla tenerci celato. Lo interrogammo a farlo spiegare in modo più chiaro, ed egli allora ci raccontò come in quella che il gran re Carlo si partiva da Capua, l'anno scorso, Arigiso duca mandasse legati a Costantino imperatore, dimandandogli aiuto e protezione, e nel medesimo tempo l'onore del patriziato, e tutto intero il ducato di Napoli; e il pregasse inoltre di mandar con forte schiera di armati il cugino suo Adelgiso, promettendo di sottomettersi all'autorità dell'imperatore, ed anche agli usi dei Greci, così nella tosatura dei capelli, come nel vestire».
Papa Adriano non sa darsi pace all'udir questa lega dei Greci con Arigiso, il rappresentante dei re longobardi. «O diletto mio figliuolo, egli scrive a Carlomagno, Costantino ha mandato due suoi domestici del palazzo a conferire il patriziato ad Arigiso, i quali portavan seco vesti d'oro, una spada, un pettine ed un par di cesoie, per dar effetto a quanto costui avea promesso, dicendo che si sarebbe sottomesso a farsi tosare i capelli ed a vestire all'uso dei Greci. Essi domandaron, di più, Romoaldo, figliuol d'Arigiso, in ostaggio. Quanto ad Adelgiso, l'imperatore adduceva non avere potuto mandarglielo, perchè avviato l'avea con un esercito contra Trevigi o Ravenna. Se non che, al giunger loro, e' trovarono sconciati i loro disegni dalle mani di Dio e dall'aiuto degli Apostoli, perchè Arigiso, ed insieme con lui suo figlio Valdone, erano morti, e i Beneventani non vollero in alcun modo riceverli, mentre Azzone, tuo fido legato, stava in Salerno. Partitone poi questo diacono, se ne andarono a prenderli per terra sul tenitoro greco, e gli ammisero in città, dove passarono tre giorni in parlamenti con Adelberga, vedova di Arigiso, e coi Beneventani, i quali dicean loro: — Noi abbiamo mandato deputati al re Carlo per chiedergli che ei ci dia Grimoaldo per duca, e fattagli la medesima istanza per mezzo del diacono Azzone; rimanetene dunque a Napoli fino a che Grimoaldo arrivi, e quel che suo padre Arigiso non potè fare, sì il farà esso Grimoaldo, come sia in possesso delle dignità che gli pervengono; si assoggetterà all'autorità imperiale, come promise suo padre, e adempirà tutte l'altre profferte sue. Ond'è ch'essi ricondussero i due messi imperiali per terra e in gran pompa fino a Napoli, e che i Napolitani gli accolsero a processione, recando in fronte stendardi e pitture[9]; ed ivi essi dimorano, godendo in fantasia della vittoria che speran d'ottenere, e tramano insidie contro gli stessi Napolitani, insieme con Stefano vescovo e Costantino, al quale mandarono avviso della morte d'Arigiso e di suo figlio, aspettando gli ordini suoi intorno a ciò che far deggiano. Nelle quali cose tutte, figliuolo eccellentissimo, che Dio abbia in custodia, risplender fate la saggia potenza vostra, tanto per la esaltazion della madre vostra spirituale, la Santa Chiesa romana, e per la nostra salute, quanto per la sicurtà del vostro reame[10].»
Tali sono i sensi, quasi sempre, del carteggio di Adriano con Carlomagno; sono due podestà che se l'intendon tra loro, due interessi che si collegano, due menti che procedono di concordia a ristaurar l'unità della Chiesa e dell'impero. E però alla morte di Adriano, Carlomagno lo piange come amico suo, e detta i versi del suo epitaffio, scolpito in lettere d'oro sulla sua tomba, e il capo, il gran re degli Austrasii, diventa poeta latino:
Lagrimando sul padre, io Carlo questi
Versi dettai. Te piango,
Mio amore, e mio consiglio,
E i chiari nomi nostri ho insiem contesti.
Adriano e Carlo; io re, tu padre. Ah! il figlio
Ti rimembra, te 'n priego, e fa che tosto
Ei venga al padre accosto[11].
Adriano papa apparecchiò l'esaltazione di Carlomagno all'impero, e Leone la compie; Leone che ha maggior uopo ancor d'Adriano della protezione di lui, però che l'altro avea per sè il popolo romano, i patrizii, i discendenti dei senatori; la famiglia sua era potente, e sui gonfaloni leggevasi la lista de' suoi antenati. Papa Leone, all'incontro, è in avversione al popolo di Roma, ond'egli invoca in aiuto suo il patriziato del signor dei Franchi, e l'antica città vede sventolare i vessilli della gente boreale. Leone viene a trovar re Carlo fino in mezzo alle sue corti plenarie del Reno, della Mosella e dell'Elba, e prostrasi dinanzi al monarca che passa tosto in Italia per proteggere il papato. In quegli ultimi parlamenti decretata è la ricostruzion dell'impero d'Occidente; questa dignità lusinga l'orgoglio di Carlomagno, chè per essa è innalzato al grado dei Cesari e degli Augusti, illustre pur tuttavia per tutto il mondo, intanto che Leone si vede protetto dall'impero d'Occidente, da lui posto e acclamato nelle mani di Carlomagno, il quale, fatto oramai principe e signore di Roma, può co' suoi Franchi raffermare il pontificato contro le turbazioni e le sommosse popolari sì frequenti per lo spirito sedizioso dei Romani.
Da questo momento le pratiche fra gl'imperatori e i papi vanno acquistando forma più regolare; nell'ordine materiale l'imperatore è tutto; nell'ordine morale il capo è il papa; i concilii governano il mondo cattolico; l'imperatore regna su tutte le terre che compongon l'impero, e le bolle medesime recan la data della sua esaltazione. Carlomagno e Leone si dan mano, si spalleggiano scambievolmente, e siffatta è l'union loro, sì costante l'intimità, che le canzoni eroiche e i romanzi di cavalleria fingono che Leone fosse un bastardo di Carlomagno; idea tutta feudale, tradizione germanica fatta a giustificar tutti quegli infiniti donativi di terre che l'imperatore fece al pontefice. Questa confusion dell'impero e del papato fu in appresso la cagion movente delle grandi contese fra gl'imperatori germanici ed i successori di Leone al pontificato. Come infatti sceverar ciò che era d'ordine spirituale da ciò che era d'ordine temporale nel patto dei Carolingi coi pontefici? Ond'è che i discendenti della casa di Svevia si fecer più volte a rivendicare i diritti di Carlomagno, ed i papi a rintuzzar le pretensioni di quegli Alemanni che, coperti di ferro, calavano dal Tirolo fin sotto le mura di Roma. Il decimo secolo e l'undecimo furon tutti pieni di queste contese fra papi e imperatori, originate dalle donazioni di Carlomagno.
L'inconcussa dignità degl'imperatori di Costantinopoli e la porporata vanità loro avean per più secoli tenuto a vile la famiglia dei Merovei, siccome quella che regnava sui Barbari in una parte lontana dalle loro frontiere; e quei greci regnanti, ricevendo a ogni poco umili memoriali di questi capi franchi, con che chiedevano il pallio del consolato o qualche dignità di palazzo, concedean loro i titoli di capi e re tributarii, a dir degli scribi, coperti d'oro. Quindi è che, allo stabilirsi del lignaggio carlingo, gli annali dell'impero appena ne parlano nella quistione delle immagini, al tempo che Leone l'Isaurico e Costantino Copronimo scrissero a Carlo Martello ed a Pipino, stimolandoli a mettere in pezzi quei falsi simboli, ed a fare, ad esempio loro, man bassa dei reliquarii d'oro. In tutto il resto i Franchi andavano confusi con gli altri Barbari ond'era cerchiato l'impero, e con tutte le altre torme di popoli e di tribù. Appena è che si trovi orma della corrispondenza dei Carolingi coi Greci, ed appena uno o due storici toccan di quel Carlo che era succeduto ai prefetti di palazzo dei Franchi. Più tardi tuttavia, fu ben forza fare stima della possanza di questo Barbaro, che già sovrastava, per le sue conquiste, alle possessioni dei Greci.
A Costantino Copronimo era succeduto Leone IV, nè l'esaltazione di questo nuovo imperatore fu contrassegnata da alcun rivolgimento di palazzo, chè la quistion delle immagini tutte assorbiva le menti. Leone IV metteva in pezzi i bassorilievi d'oro e i reliquarii d'argento per levarne le pietre preziose che ornavano i santuarii, e le leggende raccontano ch'egli s'impadronì d'una corona d'oro, di smeraldi e di brillanti, appesa all'altare di Santa Sofia, e che, all'accostarsi questa corona alla fronte, essa lo scottò come un carbone acceso. Leone IV morì, lasciando a succedergli nell'imperio un fanciullo, di nome Costantino, e l'imperatrice Irene, che lasciò gran memoria di sè negli annali del Basso Impero. Donna forte costei e inesorabile, dopo aver, secondo l'uso dei Greci, fatto senza pietà mutilare i parenti di suo marito, competitori di lei nella corona, tenne il figliuol suo in grandissima suggezione, poi quando fu divenuto maggiore, il fece deporre per regnar sola. Amante delle arti, anzichè intimar guerra alle immagini ne allargò ed accrebbe il culto, e a lei si debbe la conservazione dei monumenti bisantini.
Al regno d'Irene si vuol pur annodare i primi vincoli d'intimità fra Carlomagno e l'impero d'Oriente, chè, senza dubbio, essi ebbero principio alle invasioni delle provincie lombarde e dell'esarcato di Ravenna, e all'occupazione dei feudi del Friuli, di Benevento e di Spoleti per parte dei conti franchi; se non che allora tenean della conquista e della guerra, chè queste terre eran prima possedute dai Greci, e formavano, un secolo innanzi non intero, altrettante pertinenze dell'impero d'Oriente, insieme con l'Adriatico greco, e solo le avevano svelte alla corona d'oro degli imperatori, le conquiste dei Longobardi. Irene ebbe pratiche d'amistà con Carlomagno re dei Franchi quand'egli fu incoronato a Monza, e gli annali dicono ch'ella profferse per isposo il figliuol suo Costantino ad una delle figlie di quello, chiamata Geltrude, e che anche celebrate furono le sponsalizie. Le canzoni eroiche narran pure che Irene, imperatrice di corona, profferto avea la sua mano a Carlomagno, il quale avrebbe così aggiunta una figlia della Grecia all'altre sue donne franche e germane, e congiunto le due corone imperiali. Leone III fu l'ardente promotore di queste nozze, però che i papi, simboli veri del principio d'unità, cessar voleano le contese di religione tra l'Oriente e l'Occidente, e l'unione o mistica o naturale d'Irene con Carlomagno sarebbe stata come il termine dello scisma mercè la reintegrazione del mondo romano.
Se non che tutto questo fu sconciato per le segrete mene dei principi longobardi rifuggiti alla corte di Costantinopoli; anzi vi ebbe un'intimazion di guerra fra i Greci ed i Latini; e Giovanni, logoteta della milizia greca, dalla Sicilia venne ad approdar nel regno di Taranto e di Napoli, per indi cacciare i Franchi dall'Italia; ma nelle prime schermaglie, i Greci, sgominati, la diedero a gambe innanzi alle lance dei Franchi, e Giovanni fu preso e messo a morte per ordine di Carlomagno. I Greci, sì culti, sì snervati dalla civiltà, non valevan più nulla per soldati, ora come avrebbon essi potuto combattere contro gli uomini del Nord, contro quei Franchi d'Austrasia più valenti dei Bulgari ond'era minacciata la loro metropoli? Irene, la protettrice delle immagini, la donna artista, non rinunziò punto per questo al disegno di sposar suo figlio Costantino Porfirogenito a Geltrude, e mandò un'ambasceria greca che venne a trovar Carlomagno ad Aquisgrana, dove furon celebrate nuove sponsalizie, e tanto è vero che queste nozze furono convenute indi a breve tempo, che gl'inviati greci lasciarono a Geltrude un eunuco dottissimo per istruirla dei costumi e degli usi di Bisanzio, e così della lingua ch'ella parlar doveva ai ministri del palazzo. Le quali pratiche fra Irene e Carlomagno continuarono fino a che una nuova rivoluzione abbattè l'autorità dell'imperatrice, e lo storico Teofane afferma che ancora trattassi di congiungere i due imperi. «Alcuni apocrisarii, egli dice, furono inviati affin di congiungere Irene in matrimonio con Carlomagno, e unire in un solo gl'imperi d'Oriente e d'Occidente; ma Azzio, cui stava a cuore d'assicurar l'impero al proprio fratello, sconciò questo disegno». Un fecondissimo avvenimento sarebbe stato questo maritaggio dell'imperator d'Occidente coll'imperatrìce d'Oriente, poichè per esso sarebbe stato ricomposto il romano impero negli ampli suoi confini, e i Barbari distrutto non avrebbero gli ultimi avanzi dell'antica civiltà. Se non che nel corso dei tempi raro è che le cose si ricompongano sotto le medesime forme: ciò che cade più non risorge, e quando un edifizio è crollato, niuno può far di raccorne sì a punto i rottami da rifarlo grande e forte in tutto come prima, nè più ridonar si può la vita a chi è spento.
La rivoluzione del palazzo di Bisanzio, che spezzava lo scettro in mano ad Irene, sollevava all'onor della porpora un uom di guerra, Niceforo, che fu dai soldati alzato in sugli scudi, come si vede nelle miniature dei tempi, e fu dal patriarca coronato in Santa Sofia. Irene, trattata prima con riverenza, siccome sposa di Leone e madre di Costantino Porfirogenito, fu indi chiusa in un monastero, e colei che pur dianzi avea grado e podestà d'imperatrice, andò a finir cattiva e confinata nell'isola di Lesbo. Una lettera dei legati franchi a Costantinopoli narra questa revoluzione domestica, nella quale sostennero Irene finchè poterono, siccome alleata di Carlomagno, ma poi terminato il moto, abbandonaron Costantinopoli per venire a riferir di presenza all'imperatore gli avvenimenti che agitato aveano l'impero d'Oriente, e i motivi politici ond'era stata mossa l'esaltazione di Niceforo.
La possanza di Carlomagno era tale che Niceforo ben comprese dover egli cercare, innanzi tutto, l'amistà sua;le frontiere dell'uno toccavan quelle dell'altro e grande era il timor delle irruzioni dei Franchi coronate sempre dalla vittoria. Per acquistarsi quindi l'amicizia e la grazia di Carlomagno, Niceforo gli mandò una solenne ambasceria; ed esperti oratori, com'eran quei Greci, giustificar doveano l'esaltazione del signor loro, e i motivi ond'era stato svelto lo scettro di mano ad Irene, amica dell'imperator dei Franchi. Il monaco di San Gallo, vivace cronista, segue, passo per passo, gli ambasciatori greci, che vengono a salutar Carlomagno a nome di Niceforo. I Franchi aveano grandemente in dispregio questa razza bisantina; i vescovi da Carlo mandati a Costantinopoli raccontavan mille istorie intorno alle bizzarre usanze dei Greci, e queste istorie giravano di bocca in bocca, e il buon monaco di San Gallo le racconta a questo modo: «Nel tempo della guerra contro i Sassoni, Carlo mandò suoi legati all'imperatore di Costantinopoli, il quale si fece a dimandar loro se gli stati di Carlo suo figliuolo[12] erano in pace, o turbati dalle nazioni vicine; e avendo il capo dell'ambasceria risposto che tutti erano in pace, salvo un certo popolo, chiamato i Sassoni, che infestava con le sue depredazioni le frontiere di Francia: — Oh cielo! rispose quel principe che marciva nell'ozio, e non era punto fatto alla guerra, e perchè il diletto figliuol mio si affatica egli a combattere sì picciol nemico, senza fama nè valore? Io dono a te stesso questa nazione con tutto ciò che possiede! — Tornato in patria, l'ambasciatore riferì questo discorso a Carlo, il quale gli rispose queste parole: — Ben più avrebbe fatto per te quest'imperatore, se t'avesse donato un buon mantello per un sì lungo viaggio».
I vescovi mandati da Carlomagno nell'impero di Costantinopoli, essendo stati, come vedesi, male accolti, se l'avean legata al dito, e il monaco di San Gallo non manca di soggiunger appresso, come i Franchi se ne vendicarono. «Poco di poi l'imperator greco mandò anch'esso suoi ambasciatori al glorioso Carlo, e si abbattè appunto che in quell'occasione si trovasser con lui il medesimo vescovo ed il duca di cui è detto, i quali, all'udir annunziare la venuta di quei legati, suggerirono al saggio monarca di farli condurre attraverso alle Alpi per vie impraticabili tanto che logorato e consumato avessero al tutto quanto seco portavano, e fosser così obbligati di presentarsi a lui già ridotti in pessimo arnese. Poi, quand'ei furono arrivati, il vescovo e il compagno suo fecer sedere il conestabile in mezzo a tutti i suoi dipendenti, e sovra un seggio elevato per modo che far non si potea di non prendere quest'uffiziale per l'imperatore. Onde gli ambasciatori, come tosto lo videro, si prosternarono a terra per adorarlo, ma ributtati dai servitori di Carlo, furon costretti a passar nelle altre stanze più innanzi, ove, avvisato il conte del palazzo che parlava ai grandi raccolti intorno a sè, credendolo il principe, di nuovo si precipitarono a terra. Cacciati più innanzi e schiaffeggiati dagli astanti, che andavan loro dicendo: — Questi non è l'imperatore, — andarono oltre, e trovarono il siniscalco della tavola reale attorniato da tutti i famigli, coperti di abiti ricchissimi, nè più dubitando che colui non fosse il re, eccoli di nuovo a terra. Cacciati anche da questo luogo, videro in un salone tutta la gente di servigio della camera reale intorno al loro capo, e per allora si tennero certi che quello esser dovesse veramente il primo dei mortali. Ma quell'uffiziale li tolse da questa credenza, e promise loro di fare ogni poter suo in un coi primi della corte, per ottenere ad essi, se far si potea, la grazia d'essere ammessi alla presenza dell'imperatore augusto. Alcuni di quelli che trovavansi con lui, ebbero intanto commissione d'introdurli in gran cerimonia.
«Carlo, il più illustre dei re, sfolgorante come il sole al suo sorgere, e tutto splendiente d'oro e di gemme, stavasene assiso presso una finestra che mandava gran luce, appoggiato ad Ettore, che tale era il nome del vescovo da lui già mandato a Costantinopoli. Intorno all'imperatore erano schierati a cerchio, a simiglianza della milizia celeste, i suoi tre figliuoli da lui assunti a compagni già nell'impero, le sue tre figlie con la madre loro, splendide di virtù in uno e di bellezza; e prelati d'aspetto e di merito senza pari; e abati illustri per la nobiltà del pari che per la santità loro, e duchi, appetto dei quali tal non fu in antico lo stesso Giosuè nel campo di Galgala. Questa schiera, al par di quella che ributtò Ciro e gli Assirii suoi dalle mura di Samaria, avrebbe potuto, come se avesse avuto Davide nel mezzo, giustamente cantare: O re e popoli tutti della terra, o principi tutti e giudici della terra, garzoni e donzelle, vecchi e fanciulli, lodate tutti il nome del Signore! — Gli ambasciatori greci, colti da stupore, si sentirono venir meno; e usciti di conoscenza, caddero muti e svenuti al suolo. L'imperatore, con tutta benignità, li fece alzar da terra, e procurò di rincorarli alquanto con parole di conforto; ma quando poi videro colmato di tanti onori quell'Ettore che i Greci trattato aveano con tanta sgarbatezza e disprezzo, presi da nuovo spavento, ricaddero a terra, nè si levarono finchè il principe ebbe giurato loro, pel re de' Cieli, che non sarebbe lor fatto male alcuno. Rassicurati da questa promessa, cominciarono a mostrar maggiore fidanza; ma, ritornati che furono alla patria loro, non posero mai più piede nel nostro paese[13].
«Qui è il luogo di raccontar come l'illustre Carlo avea intorno a sè uomini sapienti in ogni cosa. Dopo celebrato il mattutino in presenza dell'imperatore, quei Greci, nell'ottava di Natale, cantavano in segreto e nella lingua loro alcuni salmi in onore di Dio, quando il re, che stava nascosto in una stanza vicina, rapito dalla dolcezza della loro poesia, impose a' suoi cherici di non por cibo in bocca finchè recato non gli avessero quelle antifone voltate in latino; quindi è che tutte son d'uno stile, e che in una di esse trovasi scritto conteruit in luogo di contrivit. Quegli stessi ambasciatori avean portato seco istromenti d'ogni sorta, che veduti furtivamente insiem con le altre cose rare che coloro aveano, furon dagli artieri del sagace Carlo, con gran diligenza imitati. Segnalaronsi essi principalmente nella contraffazione d'un organo, quel mirabile istromento che, per mezzo di vagelli di rame e mantici di pelli taurine, cacciando l'aria, come per incantesimo, in canne pur di rame, eguaglia co' suoi ruggiti il rombo del tuono, e con la sua dolcezza i lievi suoni della lira. Non è questo il luogo nè il tempo di raccontare dove fu posto quest'organo, nè quanto ei durasse, nè come andasse a male insieme con mille altre cose preziose che lo Stato perdette».
D'onde sono a notarsi i due sentimenti che inspirava a quei giorni l'aspetto della civiltà bisantina; prima un alto disprezzo per la viltà e doppiezza dei Greci, non avendo gli uomini forti e vigorosi che dimoravan sulla terra di Francia, e nelle cittadi a riva del Reno e della Mosella, stima veruna per quegli sciagurati eunuchi, quei giullari coperti di seta che difender non sapeano con la lancia e la spada la città loro; poi lo stupore e l'abbagliamento quasi, da cui eran presi a quella inoltrata civiltà, a quei mirabili monumenti, a quei progressi dell'industria, a quelle maraviglie della scultura, all'udire un organo armonioso, al vedere un dipinto di vivace colorito, un ricco reliquiario, o la porpora di quelle città loro sontuose. Questi due sì opposti sentimenti si manifestano nelle croniche; se parlano dei Greci come uomini, sono parole di spregio e d'astio di razza contro razza; se parlano all'incontro dello spettacolo ch'offre Bisanzio co' suoi monumenti, co' suoi giardini, con le sue statue, co' suoi vasti ippodromi, allora son tutti entusiasmo, e gli stessi monaci latini non posson far di non restare maravigliati a una civiltà che somiglia ad una bella statua d'avorio, tutta cosparsa d'oro e di gemme. La detta ambasceria di Niceforo a Carlomagno non avea sol commissione di appiccar pratiche per la confederazione tra i due imperi, ma sì ancora di stabilire i confini dell'una e l'altra frontiera in modo esatto e permanente; il che implicava la ricognizion pura e semplice del titolo d'imperatore d'Occidente nella persona di Carlomagno. In alcuni frammenti che ci rimangono, si vede anzi il cambiamento che viene operandosi nella diplomatica corrispondenza del gran principe austrasio cogli imperatori bisantini. Egli non è più rex soltanto, ma basileus e talvolta anche imperator; nè egli chiama più il signore che regna in Bisanzio col nome di padre, ma sì con quel di fratello; egli non è più tributario loro, ma loro eguale, cambiamento decisivo nelle forme, ed a Costantinopoli le forme erano tutto.
I limiti dei due imperi vennero, quanto all'Italia, assegnati sulle frontiere della Puglia, del ducato di Taranto e di Napoli; sull'Adriatico, alla Venezia, alla Dalmazia, all'Istria; verso il Danubio i territorii venner divisi per le nazioni barbare accampate nelle lande dal Danubio fino al Volga. La quale contrazione fu fatta non senza una certa giustizia ed equità, e l'effetto suo più significativo fu la ricognizione d'un impero d'Occidente, salutato dai Cesari di Costantinopoli come un rinnovamento di quel tempo in cui fu diviso il mondo romano, con due sedi in due grandi capitali città, Roma e Costantinopoli. E poichè le idee sopravvivono alle cose, e quest'imperio romano avea lasciato tante gloriose memorie de' suoi Augusti e de' suoi Cesari, non è maraviglia che uomini anche di stirpe germanica ad onor si recassero di ristaurar l'impero con le reliquie della civiltà da esso lasciate in retaggio alla terra. Il titolo d'imperator d'Occidente avea lasciato gran fama anche tra le barbare nazioni, e lo splendor di Carlomagno non ebbe ad esserne che più sfolgorante tra le generazioni.
La rinomanza di quest'imperatore e lo strepito delle conquiste e maraviglie sue, erano pur penetrati in Oriente, dove, l'anno dell'Egira 170 e di Cristo 786, seguì l'esaltazione d'un gran califfo di nome Arun-al-Raschild, o il Giustiziere, e Abulfeda racconta le guerre de' suoi primi anni che gli assicurarono il califfato. Le civiltà dell'India, della Persia e della Grecia operato avevano sulla nazione araba, e se ne trovavano tracce in ogni luogo. Gli Arabi non erano altrimenti un popolo creatore, ma sì imitatore, che ripetea le tradizioni persiane, indiane e greche; traduttori com'essi erano degli studi bisantini, ed esperti copiatori dell'architettura e dell'arti dell'Indostan, o dei monumenti sassanidi, ed eredi della scuola alessandrina, e' non sapevan da sè stessi nulla creare, ma destri erano in contraffare, imitare, tradurre. Dal dì della sua esaltazione Arun era in guerra cogli imperatori, quindi non è strano ch'ei cercasse l'alleanza di Carlomagno, nè questa politica dispiacer doveva ai Franchi d'Occidente[14], sì avversi com'erano ai Greci di Bisanzio. Riferiscon le cronache che il califfo mandò legati a Carlomagno con un presente di nuova foggia, ed era un orologio sul far bisantino, con tutta quella finezza e pazienza di lavoro che gli Arabi in grado supremo posseggono. Il quadrante era composto di dodici porticine che formavan la divisione delle ore; ogni porta restava aperta, poi all'ora duodecima, dodici piccioletti cavalieri, uscendo insieme, facevano il giro del quadrante, e chiudevan tutte le porte, e ogni giorno così. Questo lavoro, tutto d'avorio, ad ammirazione di tutta la corte di Carlomagno, fu collocato nella cattedrale di Compiegne[15].
Il monaco di San Gallo che scrive d'ogni novella, non lasciò di narrar, con tutti i suoi particolari, la venuta degli ambasciatori d'Arun, e le pratiche appiccatesi tra il califfato e il nuovo imperator d'Occidente. «Alcuni ambasciatori furono inviati all'imperatore dalla Persia, i quali pensarono di far meglio approdando ai lidi d'Italia, mossi anche dal grido di Roma che sapevano esser soggetta all'impero di Carlo. Ma essi furono accolti con sospetto dai vescovi della Campania, della Toscana, della Romagna, della Liguria, e finalmente della Borgogna e della Gallia, e altresì dagli abati e dai conti, cui fecero manifesto il motivo del loro viaggio, e da alcuni di essi non furon voluti ricevere, finchè dopo corso un anno, quegli sciagurati, stracchi e spossati dal lungo viaggio, vennero in Aquisgrana a trovar quest'imperatore tanto famoso per le sue virtù, se non che, giunti essendo appunto e annunziati al principe nella settimana più solenne della quaresima, fu differita l'udienza loro fino alla vigilia di Pasqua. Ed in questa festività, la maggiore di tutto l'anno, essendo l'incomparabil principe vestito d'ornamenti senza pari, fece introdurre alla sua presenza i legati di quella nazione, un tempo spavento dell'universo, e il massimo Carlo apparve loro tanto più maestoso d'ogn'altro mortale, che si persuasero di non aver mai prima di lui veduto nè re nè imperatore. Gli accolse egli benignamente, e concedette loro la grazia insigne di poter, come i suoi proprii figliuoli, andar dove più volessero, di esaminare ogni cosa, d'informarsi e pigliar nota di checchè si fosse. Rapiti dal contento, a tutte le ricchezze dell'Oriente anteposero il bene di non dipartirsi dall'imperatore, di contemplarlo e ammirarlo continuo. Saliti dunque nella tribuna che sopraggiudica intorno la basilica, e di là guardando ora il clero ed or la milizia, ma pur sempre ritornando cogli occhi sul principe, nè potendo, nell'eccesso della loro esultanza, trattenersi dalle liete loro acclamazioni, battevano palma a palma, e prorompevano: — Fin qui noi non abbiam veduto che uomini di terra; ma ora sì che ne vediamo uno d'oro. — Poi, appressandosi a ciascun dei grandi, ammiravano la novità delle vesti o dell'armi loro; di nuovo indi tornando all'imperatore, come al più degno dei loro omaggi. Passata così la notte del sabato santo e la domenica vegnente a tutto veder nella chiesa, furono in questo santissimo dì convitati al sontuoso banchetto del munificentissimo Carlo, insiem coi grandi della Francia, anzi dell'Europa; ma stupefatti a quanto vedevano, si levaron di tavola quasi digiuni. Ed ecco che il giorno appresso, all'istante in cui l'Aurora, lasciando il letto di Titone, dispensava la luce del sole[17], Carlo, insofferente del pigro riposo, muove per la foresta in caccia del bufalo e dell'uro[18], conducendo seco i legati; ma quei poveri Persiani alla vista di quelle immani belve, colti da grandissimo spavento, si danno alla fuga. Intanto il prode Carlo, che non sa che sia timore, cavalcando un velocissimo corridore, raggiunge una di quelle fiere, trae la spada, e fa per troncarle il capo; ma il colpo non va pieno, e il feroce animale rompe il calzare del re insiem con le strisce che lo legano, e gli sfrega con la ponta delle corna la parte dinanzi della gamba tanto da farlo poi alquanto zoppicare, e infuriato per la tocca ferita, fugge tra piante e balze per una macchia foltissima. Tutti i cacciatori vogliono spogliarsi a gara dei loro calzari, per servirne il loro signore, ma egli non lo consente, dicendo: — Io vo' mostrarmi in questo stato a Ildegarda».
Or nell'antica cronaca, l'imperatrice Ildegarda è la sposa diletta, la sollecita compagna di Carlomagno; essa non l'aveva tuttavia seguito in questa fiera caccia nelle selve della Germania, ed erasene restata in villa od in corte. «Intanto Isimbardo, figliuolo di Varino, prosegue il cronista, avea inseguito la belva, nè osando avvicinarsele troppo, le scagliò contro il suo giavellotto, cogliendola tra la giuntura della spalla ed il petto fino al cuore, indi la presentò ancor palpitante all'imperatore, il quale, senza pur mostrar d'avvedersene, lasciando a' suoi compagni di caccia il corpo dell'animale, tornossene al suo palazzo, ed ivi fatta chiamar la regina, e mostratole il lacerato suo calzare, le disse: — Che meriterebbe colui che m'ha liberato dal nemico da cui io ebbi questa ferita? — Ogni ben del mondo, rispose la principessa. — L'imperatore allora le raccontò l'accaduto, e fatte recare in testimonio le tremende corna della fiera, fu veduta la regina sciogliersi in lagrime, mandar profondi sospiri, e percuotersi il petto con ambe le pugna. Inteso poi che Isimbardo, in disgrazia a quei giorni del suo signore, e spogliato d'ogni onor suo, era quello il cui braccio avea liberato l'imperatore da un sì formidabil nemico, precipitatasi ai piedi del marito, ottenne da lui che allo stesso Isimbardo fosse restituita ogni cosa toltagli, nè contenta ella a questo, gli fece di sua mano larghissimi doni. I Persiani offrirono ancora all'imperatore un elefante con alcune scimie, balsamo, nardo, essenze diverse, aromi, profumi e droghe medicinali d'ogni sorta, tanto che parea n'avessero vuotato l'Oriente per empirne l'Occidente. Frattanto essendosi alquanto più addomesticati coll'imperatore, avvenne che un giorno in cui erano più allegri del solito e riscaldati da vin generoso, essi rivolsero, motteggiando, queste parole all'imperatore, il quale, temperantissimo, era in tutto il suo senno: — Certo, imperatore, la vostra potenza è grande, ma pur meno assai di quanto la fama divulgò nei regni dell'Oriente. — A che Carlo, dissimulando l'interno suo corruccio, rispose ridendo: — E a quale proposito dite voi questo, figliuoli miei? e da che vi fu suggerito questo pensiero? — Ed essi allora, tornando ai primi tempi del loro viaggio, gli raccontarono per filo e per segno tutto ciò che ad essi era intervenuto nelle regioni al di qua dei mari, dicendo: — Noi Persiani, Medi, Armeni, Indiani ed Eleniti, vi temiam tutti più che il nostro medesimo signore Arun. Che direm poi dei Macedoni e dei Greci, i quali paventano la vostra grandezza, come più atta ad opprimerli dell'onde del mar Ionio in tempesta? Quanto agl'isolani tutti, fra mezzo a cui siamo passati, ei si mostrano siffattamente solleciti e devoti a vostro servigio, da crederli pasciuti nel vostro palazzo e gratificati dai vostri più magnifici e onorevoli benefizi. Ma i grandi all'incontro del vostro paese non ci sembrano troppo vogliosi di piacervi, se non in presenza vostra; prova ne sia, che quando noi, per via, gli abbiamo pregati si degnassero di far qualche cosa per noi, a riguardo della vostra persona, che noi venivamo a cercar sì da lontano, eglino ci han congedati senz'ascoltarci ed a mani vuote.» Udita la qual cosa l'imperatore privò di tutte le loro cariche ed onori i conti e gli abbati, ai quali presentati si erano gli ambasciatori[19]; quanto ai vescovi, essi furon da lui condannati a forti ammende, dopo di che ordinò che i legati fossero condotti con grandissimi onori e attentissime sollecitudini sino alle frontiere del loro paese.
Queste pratiche tra l'imperatore d'Occidente e i califfi posavano particolarmente sulla scambievole necessità d'invigilare i sovrani di Bisanzio; naturalissima invero era l'ammirazion dei califfi per Carlomagno, ma anche l'interesse avea la sua parte in questi uffizi tra sovrano e sovrano. Il monaco di San Gallo prosegue indi a dir delle altre maravigliose ambascerie, che vennero a complir coll'imperatore alle sue diete d'Aquisgrana, e massime di certi legati d'un re d'Affrica, che gli recarono in presente un leone della Libia, uh orso della Numidia, del ferro d'Iberia, della porpora di Tiro e altre ricche derrate di quella contrada; e racconta, come Carlo in contraccambio sovvenne, per fin che visse, quei Libii, poverissimi com'erano in terre coltivabili, delle ricchezze che somministra l'Europa, in grani, vino, olio, e li sfamò con man liberale, conservandoli così eternamente a sè fedeli e devoti, senza bisogno di soggettarli a vergognosi tributi. Indi tocca d'una legazione dallo stesso Carlo mandata in Persia con suoi doni pel re, poi torna di nuovo al califfo Arun, dicendo com'egli volea dar tutto sè stesso e il suo regno in mano di Carlomagno, tanto andò preso alla grandezza e potenza sua. Ora, quantunque la storia non debba tenere per pretta verità ogni detto del monaco di San Gallo, sì entusiasta pel suo principe, non è tuttavia men vero, che tutto ciò non serva a provar l'importanza, che oramai i califfi e gl'imperatori d'Occidente ponevano nei vincoli fra loro, avversi come gli uni e gli altri avevano i Greci; oltre i quali i califfi aveano per avversarii gli Arabi di Spagna, che i Franchi annoveravano parimenti fra i loro nemici. Laonde Carlomagno ed Arun-al-Raschild non aveano alcun opposto interesse; che se la diversa credenza religiosa formava ostacolo alla stretta intimità loro, pur continuamente la politica e il commercio li raccostavano, ed aveansi scambievolmente in rispetto. I due imperi anche non si toccavano da nessuna parte, e Carlomagno trovava nell'amistà di Arun un modo a spaziare colle sue navi, ed a potere assecondar lo spirito di pellegrinaggio, che di que' giorni volgevasi verso la Siria. Vero è bene che Arun-al-Raschild non cedè altrimenti la signoria della Palestina a Carlomagno, chè la fu questa una di quelle tradizioni delle croniche, da porsi fra i romanzi di cavalleria[20]; ma pur sempre sussiste che egli concedè ai pellegrini libero il passo per a Gerusalemme. Queste consuetudini di pellegrinaggio erano famigliari all'Oriente, dove un sepolcro muover faceva intere generazioni, e i costumi di quei popoli erranti vi facean comuni i viaggi da un capo all'altro del deserto per atti di religione e di pietà. Furon concessi privilegi e prerogative da una parte e dall'altra, Carlomagno ed Arun fecero accordo per condursi con la stessa politica verso i Greci, e la moral preminenza dell'imperatore occidentale in Oriente ascese sì alto, che al regno suo si riferisce l'origine della maggior parte delle patenti di commercio e dei privilegi mercantili de' Francesi nella Siria.
Così da re come da imperatore, Carlomagno aveva sue corrispondenze cogli emiri di Spagna, coi conti di Castiglia, coi vassalli e con le popolazioni ond'erano attorniati gli sterminati suoi dominii d'occidente, sì che scorrendo i diplomi e le pergamene, tu resti maravigliato a tanta moltitudine di omaggi, che vengono a riverir l'imperatore. Ora sono gli emiri[21] o alcaidi di Catalogna o del Guadalquivir, che, carichi di presenti, vengono a dichiararsi vassalli suoi in mezzo alle sue corti plenarie; ora sono capi di tribù e duchi e conti che concorrono a schierarsi d'intorno alla suprema autorità dell'imperatore. Il nome di Carlomagno è sì famoso per tutto il mondo, che appena egli si mostra in questo o quel luogo, tosto a lui vengono i visitatori d'ogni paese, e il regno suo è siffattamente avventurato e forte, che appena ci ha una sola disfatta veramente deplorabile, quella di Roncisvalle. Nè le pratiche che si stabiliscon fra gli emiri, gli alcaidi, i conti di Castiglia e Carlomagno, chiamar si possono corrispondenze diplomatiche; bensì sono omaggi feudali e sommissioni per tributi e donativi; le sole corrispondenze solenni, e da pari a pari son quelle che egli ha cogli imperatori di Costantinopoli e coi califfi di Persia.
Ci ha qualche diploma che testimonia pur le corrispondenze di Carlomagno coi capi, reges o condottieri dell'ettarchia sassone, e particolarmente con Offa, re di Scozia, che, a quanto pare, era amico dell'imperatore. L'Inghilterra, con tutti i suoi ripartimenti e sminuzzamenti infiniti, avea avuto il privilegio di mandar quasi tutti i più potenti convertitori di popoli che scorrevano la Germania a predicarvi la legge di Cristo. Questi sacerdoti, Bonifazio in capo di lista, che venivano dalla Gran Bretagna, per annunziare la fede al mondo, aveano un non so quale ardimento e coraggio, come tutte le popolazioni sassoniche; quindi è ch'eglino attraversavano sicuramente la Belgica e la Neustria, per portarsi sulle rive dell'Elba. Carlomagno poi ponea gran cura a protegger questi predicatori, stromenti come erano operosissimi per la conversione della Sassonia, e li esorta e prega continuamente di visitar le provincie dell'impero suo, e vuol che seguasi l'esempio sì prevalente di san Bonifazio, e che i predicatori cristiani vengano a raffermar la conquista; infatti queste comunicazioni co' sacerdoti anglosassoni, prepararon quell'altre più ampie che si stabilirono in sul finire de' Carolingi. Ma fino al regno d'Alfredo il Grande, nulla si fa di qualche momento in Inghilterra; la razza sassone vivea ne' suoi campi militari, frastagliata in ettarchia, senza maggiore unità di quella che ci avea nell'Austrasia e nella Neustria innanzi all'esaltazione di Carlomagno, e il cercar ivi regolari comunicazioni, sarebbe un medesimo che mostrarsi ignari dello spirito dei tempi e della storia.