CAPITOLO IV. STATO DELLE SCIENZE E DELLE LETTERE SOTTO CARLOMAGNO.
Indole scientifica di Carlomagno. — Suo spirito germanico. — Sua inclinazione per la letteratura greca e romana. — Le tre menti del sapere. — Alcuino sassone, Teodolfo lombardo. Landrado germano. — Protezione alle lettere. — Filosofia. — Astronomia. — Geografia. — Grammatica. — Poesia. — Musica. — Storia e cronache. — Canzoni eroiche. — Pratica generale dell'agricoltura. — Tendenza letteraria. — I dotti. — Le scuole. — Costumi ed usi dei dotti alla corte di Carlomagno. — Carteggio di questo principe. — Alcuni frammenti delle sue lettere.
768 — 814.
Carlomagno è uomo, come vediam dalla storia, d'indole evidentemente scientifica. Spesso di mezzo alle civiltà primitive emergon uomini che corrono con indicibile ardore verso lo studio, ed avviene allora che nell'opere loro si mesce un non so che di rozzo, di selvatico, di strano, che ritrae della prima loro educazione. Ben è vero che Carlomagno ama con entusiasmo gli studi romani, ma in sostanza egli resta pur sempre germanico. Eginardo narra ch'ei seppe appena accozzar le lettere e comporre a stento i caratteri del suo nome di Karolus[57], scritto appiè degli ordini e dei diplomi. Studia egli la scienza romana per genio, o solo per dare maggior lustro e profondità all'opera sua? Uomo di guerra e di conquista, egli ha nondimeno compreso tutto il profitto ch'ei trar può dall'educazion latina, — a voler aggentilire i costumi e gli spiriti; egli vide l'Italia, i suoi monumenti, le sue grandezze; egli udì la sua lingua, la sua musica; e qual pro cavar non puossi pe' popoli dalla grande educazion romana o bisantina? Egli è in amistà co' papi, i quali hanno intorno vescovi e abbati che parlano la lingua greca o latina, e scrivono in latino, egli condur vuole la doppia mossa della Chiesa e della scienza, e al par di tutte le menti sovrane, ei domina e regge ogni cosa che tocchi.
Tre uomini gli dan mano ad eseguire i suoi disegni di scientifico ordinamento; Alcuino, Teodolfo e Landrado, i quali appo lui rappresentano tre civiltà, tre lingue, tre popoli; Alcuino è sassone di stirpe, come san Bonifazio, parla l'idioma di quei popoli da Carlomagno domati fino alle rive dell'Elba, ed ha la viva ed ardente loro imaginazione; Teodolfo è lombardo, e rappresenta al di là dell'Alpi la letteratura latina, la civiltà di Milano, di Ravenna e di Roma; Landrado è uomo di patria germanica, e conserva e perpetua il profondo, solido e certo sapere. Alcuino è un cherico di fortissimi studi, come tutto il chiericato anglosassone di quel tempo, ed ha fatto laboriose e feconde indagini intorno alla Sacra Scrittura, alla grammatica, alla rettorica e scritto assai.
Teodolfo è il poeta degl'Italiani; le più dell'opere sue sono in versi, egli tutto descrive nella sua bella lingua, e vedesi ch'egli ha studiato Orazio, Virgilio e Ovidio pure. Un dei missi dominici, com'egli era, di Carlomagno, nelle provincie meridionali, lo spiritoso viaggio a Brindisi gli suggerisce il pensiero di descrivere in versi i luoghi da lui visitati nella sua legazione, e il fa con singolar magistero. La pittura ch'egli ivi porge della Settimania e della Provenza, è briosa, colorita, nè visita pure una città senza tutte riferirne a minuto le origini, gli usi, i costumi. Landrado, faticoso scrittore, come son tutti quelli di razza germanica, ha continuo carteggio cogli abbati, ammaestra i cherici, le donne, i fanciulli, ad esempio di san Girolamo, raffronta e punteggia le opere della Sacra Scrittura, e tutto pazienza, rettifica i caratteri merovingi, ad essi dando forma più pura e più studiata, che in prima non avevano. Alcuino è pur esso un grande correttore e punteggiator del greco e del latino; critico sodo e paziente, corregge gli errori de' manoscritti biblici; poi apprende l'ebraico, il siriaco, ed è siffattamente immedesimato con Roma, ch'ei dà il titolo di Pandette alla raccolta delle opere sue; il suo lavoro intorno alla Bibbia è solenne, però che la Bibbia è il gran libro dei popoli, e tutta la generazione vi applica: nelle badie si commentano i salmi, le monache stesse sillogizzano intorno al senso dei libri sacri, e la badessa di certo monastero della Neustria, in carteggio con Alcuino, gli dice come le gravi sull'animo quella sentenza del profeta: tutti gli uomini sono mendaci. A somiglianza dei primi padri della Chiesa, Alcuino è in corrispondenza epistolare con le donne consacrate alla vita monastica, e abbiamo di quel dotto abbate un trattato indiritto alla vergine Eulalia; quelle giovinette, votatesi alla solitudine, si stimavano forti sì da leggere sant'Agostino[58], ed Alcuino ne fece un ristretto per uso loro[59].
Teodolfo insegna con pari ardore, e compendia e commenta e fa ristretti anch'esso ad uso dei laici, e difficil molto essendo l'interpretazione dei libri sacri. Alcuino e Teodolfo la pongono a ragguaglio di tutti per via di compendii in lingua latina ed anche in lingua volgare. Tutte queste menti si vengono concitando sotto il forte e generoso impulso di Carlomagno, che le anima e protegge; Alcuino è guiderdonato con ricche abbazie, Teodolfo è promosso al vescovado d'Orleans, Lanfranco ottiene la metropolitana di Lione; tutti si fanno stromenti a Carlomagno per illuminarlo e sublimarlo; l'uno gl'insegna le lettere, l'altro il latino ed il greco, ed egli tien con tutti loro intimo e familiare carteggio.
La teologia è la scienza di quell'età, è il fondamento d'ogni discussione. I dommi cattolici non son eglino la base di quella società? Tutto la fede religiosa comprende, e mal conoscerebbe lo spirito di quel secolo, chi credesse ivi all'azione della filosofia, foss'anche speculativa, al tutto estranea a quella credente generazione. Se non che alcuni libri di greci sofisti incominciavano sotto i Carolingi a penetrar nell'impero franco, e le compilazioni che sotto il pseudonimo di Dionigi l'Areopagita comparvero, precedettero d'oltre ad un secolo le dottrine dello Scoto. Io non voglio magnificar l'altezza degli scoprimenti del tempo antico, chè anzi chi suppor volesse un'ampia libertà d'indagini a quel tempo di forza e di cattolicismo, mostrerebbe di non sapere che cotali ardimenti dell'ingegno non sarebbero stati pure compresi a que' giorni, dove le teoriche religiose medesime aveano alcun che di materiale, e le controversie tutte versavano intorno al culto delle immagini. Tuttavia le pratiche con Costantinopoli favoreggiar dovettero il progresso della filosofia, benchè rarissime si trovin le citazioni dei libri d'Aristotile, i quali non furono, a dir proprio, conosciuti, se non per le arabe traduzioni del secolo nono. Ella è cosa incontrovertibile che la compilazione sotto il falso nome di Dionigi l'Areopagita, diffusasi in Occidente verso il regno di Carlo il Calvo, operò potentemente sugli studi filosofici; lo Scoto venne solo a compierli, nel secolo duodecimo; e il mondo attinse il primo lume alle faci del greco sapere, che conserva vasi nelle scuole di Costantinopoli; poi gli Arabi recaronvi le traduzioni della scuola alessandrina col suo sincretismo, finchè due secoli dopo il medio evo accolse le teoriche dello Scoto, capo della filosofia scozzese e maestro della scienza.
Del resto, in Occidente, i progressi non erano nè grandi nè vigorosi; e valga il vero, si può egli dare il nome di astronomia ai calcoli per fissare le date ed ai computi ecclesiastici delle feste mobili? In fatto d'astronomia disputavasi intorno al sistema aristotelico, intorno alla scuola alessandrina, intorno al sistema tolemaico; Teodolfo ed Alcuino eran di diversa opinione; quegli volea che l'anno astronomico principiasse a settembre; questi ponea quel ch'egli chiamava il salto della luna in novembre. Singolari son le teoriche da Alcuino esposte intorno al sistema lunare; al tempo che la luna accostasi a quel salto astronomico, di cui tanto ragionano i dotti di quel secolo, egli segna sulla carta certe figure, che poi manda a Carlomagno, e questi discute con lui per farlo persuaso dell'esattezza delle sue proprie osservazioni, e lo regala d'imperfetti stromenti tolti dalla civiltà egiziana e romana. Non altrimenti che appresso tutte le primitive nazioni, quei dotti e quei sapienti molto osservano il movimento ed i fenomeni degli astri; al principio del secolo nono v'ebbe un lungo ecclisse di sole, che spaventò tutte quelle generazioni; il monaco d'Angouleme, che meritossi il titolo d'astronomo, prenunziò la congiunzione di Mercurio col sole nell'anno 807, e nel mese di febbraio fu veduto in cielo quel fenomeno che annunziava, al dir dei contemporanei, lo scontro di eserciti in guerra, e forse altro non era che un'aurora boreale, tinta in rossiccio. La discussione scentifica posossi quindi fra le memorie della scuola alessandrina ed i libri meramente della scuola greca aristotelica; ogn'anno, quand'aveasi a determinare la Pasqua secondo il rito del concilio Niceno, sorgeano vive discissioni procedenti da calcoli astronomici; l'astronomia era fatta scienza indispensabil pe' cherici: «un sacerdote di Dio dee saper fare i conti» dice un dei capitolari di Carlomagno. Il libro del Computo ecclesiastico, ingiunto dai concilii ai preti e nei monasteri, diviene il fondamento così d'ogni scienza, e gli astronomi furono preposti a tutti gli altri maestri, per la ragione che le feste ecclesiastiche dipendevano dalle combinazioni dei numeri e dei tempi.
Negli studi del medio evo trovasi sempre unita all'astronomia la geografia, scienza, della quale aveasi sotto Carlomagno imperfettissima cognizione; vero è che Teodolfo, sempre studioso, erasi provato a comporre un globo sferico con tutti i segni dello zodiaco, ma la spiegazione ch'egli ne dà è priva d'ogni esattezza. Egli si pare che in questa scuola domini la teoria di Tolomeo sulla forma della terra; ma non ben se la intendono intorno alle basi d'un sistema sferico: Alcuino pone per principio che la terra è quadrata, e il mondo, a dir suo, è fermo su quattro punti cardinali[60], e diviso in tre parti, Europa, Affrica ed Indie, le quali sono da lui descritte in modo vago, come uno spazio immenso dalla parte di Oriente. Tutto ciò che sapevasi a que' giorni di geografia, veniva dai pellegrini e dai vescovi viaggiatori, che andavano a predicar la fede tra i Barbari; le città e le provincie erano rozzamente segnate sopra qualche pergamena o papiro, e tutto ciò che serbavasi del mondo antico, era tolto dalla scuola romana o bisantina.
La scienza nondimeno forma tutta l'occupazione di quegli uomini che scoprir vogliono i riposti misteri suoi, e Teodolfo, il poeta italiano, uomo di fantasia, la rappresenta sotto l'imagin d'un albero, co' suoi rami madornati e coi fioriti suoi ramoscelli di mille colori; la grammatica forma la radice, da un lato esce la rettorica, dall'altro sorge la dialettica con tutto il rigoglio d'un lussureggiante rampollo, poi vengon, come tre sorelle strettamente abbracciate, la musica, la geometria e l'astronomia; e questo simbolo viene da Teodolfo svolto non senza un certo ardimento di pensiero. In tempo che gli altri sapienti altro non fanno che applicarsi alla Sacra Scrittura e allo studio dei salmi e dei libri biblici, egli confessa di gustar un interno diletto al leggere, e meditare gli autori pagani, e negli opuscoli suoi continua è la citazione de' bei versi di Virgilio e delle commedie di Terenzio. Anche i versi del sassone Alcuino san dello studio degli antichi; celebra l'arrivo di papa Leone in Francia, e usa la lingua poetica nello scriver epitafi e descriver l'oriuolo a polvere del Tempo, che corre presso all'eternità, intanto ch'egli biasima coloro i quali troppo si dedicano agli autori profani e a Virgilio principalmente, e ch'ei dice ad un suo discepolo: «tu sei troppo virgiliano,» e che ad un vescovo amico suo rimprovera la soverchia passione di lui per l'Eneide. In qualche monastero a que' giorni parlavasi il greco; v'erano scuole in cui veniva pubblicamente insegnato, e il latino era la lingua comune della Chiesa. Non è quindi maraviglia che gli antichi fossero letti e consultati quai maestri in letteratura e in poesia. Carlomagno medesimo non isdegnò il meccanismo de' versi latini, come vedemmo nel tenero epitafio suo di papa Adriano, ed anch'egli usava quella poetica lingua nelle sue epistole a Paolo Diacono.
Dettava pur versi nella patria favella, e spesso ancora in tedesco e in idioma germanico; facea raccogliere le tradizioni degli antenati, e voleva che gli scaldi e i poeti serbassero le memorie del passato e le vittorie degli avi. Di qui forse l'origine di quelle canzoni eroiche, onde ci restano oggidì ampie reliquie; se non che il tempo ha distrutto gli originali di questi monumenti in lingua barbarica, e poche parole appena, poche frasi sparse qua e là nelle iscrizioni latine, additano la lingua che parlavasi nel secolo ottavo; niuno tuttavia negar può che non vi fossero a quei tempi tradizioni e leggende scritte nel sermone della patria, alcune delle quali tradizioni mescolavansi con la vita dei santi. Le canzoni eroiche e i romanzi di cavalleria furono attinti a queste prime fonti; l'imaginazione dei trovatori vi lavorò sopra di ampie epopee, ma la sostanza di questa poesia vien da quelle leggende, di cui fan menzione le cronache, da quei canti in lingua teutonica, che a gran diligenza si raccoglievano per ordine di Carlomagno. Quei primi canti disparvero, perchè al tutto estranei alla vita solitaria dei monaci ed allo spirito loro di conservazione; le croniche, all'incontro, si son tramandate d'età in età, con la cura e la religione d'un sacro monumento; la lingua del chiostro fu la latina, quella del campo la tedesca; le croniche appartenevano all'ordine monastico, le canzoni eroiche all'ordine militare; le une furono conservate all'ombra delle solitudini; le altre si dileguarono, come il suono delle grandi battaglie, in preda ai venti delle generazioni.
Le canzoni eroiche si recitavano a gran voce in battaglia e nelle corti dei feudatari, ma nessun antico manoscritto ci pervenne con le note e le scale segnate come in quelli venuti dappoi; pur nondimeno non è a dubitar che siffatte canzoni non fosser cantate, e il nome loro medesimo ce lo insegna. E le poesie omeriche non furono anch'esse cantate per le campagne della Grecia? Le cantilene giocolari, come Alcuino le chiama, erano in contrapposizione col canto della Chiesa, grave e solenne; e recitavansi su arie allegre da menestrelli e trovatori, laddove gl'inni cattolici procedeano da due origini, dal canto gallico, che teneva un certo che di druidico e di selvaggio, e dal canto fermo romano o greco, e v'ebbe tra le due scuole vivo ed ardente contrasto, chè la Chiesa delle Gallie serbar voleva i suoi canti.
Carlomagno inchinava per la forma romana, siccome la più soave e appropriata agli inni di gioia, e il monaco di San Gallo ci narra come lo dilettassero gl'inni cantati, e com'ei volesse che i cherici ripetessero ad alta e sonora voce le lezioni della cattedrale[61], e come spesso a quelle assistesse, accennando egli stesso col dito o con la punta del bastone ognuno a cui toccava la volta sua di cantare.
Il canto fermo scritto consisteva nel metter sulla parola degli inni o dei salmi alcuni piccioli quadretti di note, le cui code stendevansi in alto o in basso; i fanciulli scolpivano, cantando, le sillabe, ed i cherici facevano il basso, intantochè l'imperatore mostrava, sorridendo, la contentezza sua nell'udire il perfetto accordo di quelle voci. Un giorno, tanto gli piacque il canto dei Greci, che ordinò si cantassero sul medesimo tuono le parole latine. Dalla Grecia pure venne, come già dicemmo, quel magnifico istrumento, maraviglia di tutta la generazione, l'organo dir vogliamo, che fu a Carlomagno mandato dall'imperatore di Costantinopoli, a quel modo che gli fu dal califfo di Bagdad mandato l'orologio meccanico. Fino a quel tempo i Franchi non avean conosciuto che certi strumenti a corda ed a fiato, ma poi che udirono quei mille suoni, che rimbombando si diffondeano per la cattedrale, come le mille voci del giudizio finale, quando quelle canne, artificiosamente ordinate, ad esprimer si fecero tutte le passioni del cuore e dell'anima, i cherici rinunziarono quasi spontaneamente all'arpa ed alle tibie romane. L'organo è lo strumento sacro che meglio s'accordi con le aspirazioni religiose; l'organo e gli inni sono l'espression vera dell'evo medio, e quelli che meglio di ogn'altra cosa interpretare a noi ne possono i vivi e profondi affetti, le misteriose angosce, il pio simbolismo.
Accanto alla musica veniva la pittura, ma non viva ancora che per la tradizione di Roma e di Bisanzio, nessun'arte speciale essendovi che riferir si possa al regno di Carlo, non più che al tempo dei Merovei; tutto toglievasi dalle scuole di Costantinopoli o di Roma, e le informi pitture, quali son quelle che oggidì s'incontrano in alcuni rari manoscritti, come a dire nella Bibbia di Carlo il Calvo, le coperte d'avorio, i finimenti di rame, d'argento e d'oro, incastonati, e le lettere, che pur sono un lavoro d'arte, niente hanno di originale; la pittura, la cesellatura, la miniatura venivano dai Bisantini. La forma secca germanica appare all'incontro più profondamente segnata nelle opere dell'architettura, ivi dominando la scuola lombarda con le pesanti e solide sue fondamenta. Qualche rara reliquia ci porge ancora un indizio dell'architettura carlinga, come a Poitiers alcune muraglie tuttora in piedi, e ad Aquisgrana alcuni avanzi del coro della cattedrale, a cui si adoperarono massi di solida pietra, e le colonne di porfido tolte a Ravenna; ma sono monumenti che mai non appartengono ad un'età solamente, trovandovisi innestate le colonne e i mosaici dei tempi anteriori. In Aquisgrana, esempigrazia, ci son rottami del palazzo imperiale di Ravenna, e mosaici ancor più curiosi; la badia poi di San Ricchieri, come fu descritta dal Padre Mabillon, riconosceva l'origine sua dal secolo ottavo. Ogni giorno intanto ne porta qualche resto dei monumenti dell'antichità, sì che in breve non avremo dell'età carlinga altro che polvere.
Questo quanto alle arti. Quanto alle scienze gravi, le scuole monastiche tenevano il primo luogo, favorite, a tutto potere, da Carlomagno. A cui non era giunto il grido, nella Francia neustriaca, delle scuole di Corbia, di Fontenelles, di Ferrieres, di San Dionigi e di San Germano? Così nell'Austrasia nessuna scuola contender poteva il primato a quelle di Fulda e di San Gallo, fondate da Carlomagno. In Italia, il monastero di Montecassino possedeva il meglio dell'antico sapere; ivi tutto insegnavasi, e specialmente l'interpretazione della Scrittura. Lo studio del diritto canonico ristringevasi ai concilii antichi; il diritto civile desumevasi dai capitolari e dalla legge salica e ripense; alcune città e popolazioni della Gallia erano governate dal diritto romano. Considerati come opera in corpo, i capitolari sono un bel monumento di diritto civile, e tal che può mettersi allato del codice teodosiano e del giustinianeo: considerati, parte per parte, il diritto non era ivi una dottrina, ma tutti formavano una raccolta di editti di polizia sociale, tali da richieder più obbedienza che studio.
La scienza della medicina era al grado medesimo d'imperfezione; solo gli scritti d'Ippocrate aveano alquanto rischiarata la pratica; aveasi cognizione dei semplici, per quanto Plinio ne insegna, e ci aveano alcune scuole per apprender la medicina come arte, e i capitolari ne fanno menzione, laddove ingiungono di mandare i fanciulli a simili scuole. Tale a que' tempi si era la credenza nei sortilegi e nelle malíe, che ognuno comprenderà facilmente come trascurata esser vi dovesse la scienza vera; non istudiavasi punto a que' giorni, ma si credeva. Le Regole fatte per gli ordini religiosi di San Benedetto imponevano che in ogni convento ci fosse un fratello medico ed una spezieria, ed a' tempi cavallereschi ci ebber leggende intorno a meravigliose guarigioni, che lo studio de' semplici altro non era che un passatempo di quelle nobili castellane. Recavansi dalla Siria balsamo, unguenti, droghe e medicamenti già belli e preparati, eseguivansi gli aforismi d'Ippocrate, regolati con qualche tradizione della scuola alessandrina. Tutto poi si faceva senza disamina, senza osservazione; si pigliavano i fatti com'erano, e quando la cronica riferiva un avvenimento, la generazione ci prestava intera fede; leggende, pergamene, documenti, tutto ammettevasi per verità fondamentale. Non ci ha spirito di critica in checchè sia; chè quella generazione, tutta di credenza e di fede, non ragiona punto, ma ubbidisce; e se pure ella discute, sì il fa intorno a parole; nè parimenti ella s'inabissa punto nelle interpretazioni de' sensi scritturali; quanto alla scienza razionale, ella non c'intende nulla, e la vita per lei altro non è che una gran leggenda.
In sul primo fervore di una tal quale ristaurazione degli studi romani, vediamo nei dotti dell'ottavo secolo una gioia innocente; studiando i tempi passati, contemplan essi coll'ardor de' neofiti i belli avanzi dell'antichità, s'ingolfano con entusiasmo negli studi, e quest'ammirazione in loro dei tempi antichi è sì ardente, che i vescovi, abbati e cherici, studiosi delle scienze, si danno scambievolmente i nomi dei poeti e degli oratori antichi che degni giudican del culto loro, e dl questo nodo Davide il salmista ed Omero il cantor delle sublimi rapsodie prestano i nomi loro ai letterati dell'ottavo e del nono secolo; Carlomagno forma una specie d'areopago e d'accademia, nella quale ciascuno toglie a prestito un nome: Davidde[62], Samuele, Oniaste, Omero, Virgilio; nè oramai più si chiamano che con questi soprannomi. Tale si è l'indole di tutti i tempi di risorgimento, e il carattere delle età in cui cominciasi a studiare; ognun gittasi con ardore ed entusiasmo verso le cose del passato, sempre nuove per chi le ha innanzi neglette. Le rarità dei libri sì in papiro come in pergamena, era motivo che venissero bramosamente cercati[63], pagatosi come le reliquie sacre e facevasi il giro dell'Italia e della Grecia per pur raccoglierne alcuno. E' non furono gli Arabi a tramandar, come fu scritto, i più degli autori greci per imperfette traduzioni, ma essi venner dirittamente da Costantinopoli, e ci son manoscritti che recano ancora l'impronta degli studi greci. Le comunicazioni con Costantinopoli furono frequentissime sotto Carlomagno, e ancor più a' tempi de' pellegrinaggi; d'altra parte il greco era in uso nelle scuole monastiche; onde perchè ricorrere agli Arabi, per aver da loro una traduzion di seconda mano? Ben dagli Arabi venir poterono alcuni libri di geometria e di cabalistica, padroni come essi erano d'Alessandria; ma quanto agli autori principali della Grecia ed ai poeti latini dell'antichità, essi erano pienamente conosciuti dalla generazione letterata dell'ottavo e del nono secolo[64].
Grande fu a que' tempi l'influenza delle scuole bisantine su tutte le forme e lo spirito della scienza, tanto che fino i caratteri merovingi, informi così come sono, e in cui son mescolate l'orme della sassonica origin loro, spariscono anch'essi quasi del tutto per dar luogo alle lettere con tanta perfezione formate, che sono nelle bolle di Roma e nei papiri di Costantinopoli. Le poche scritture e diplomi che ci rimangono del secolo nono, sono tratteggiate a perfezione, e i caratteri loro s'accostano per poco a quegli ammirabili manoscritti del nono e del decimo secolo, fra i quali primeggia il codice a penna di Gregorio Nazianzeno, bel monumento d'arte, posseduto dalla Biblioteca reale, lavoro di pazienza e di perizia che più non rifarebbesi ai nostri tempi svagati.
Carlomagno fu il centro di tutto questo scientifico movimento; tutto, tutto egli raccolse intorno alla grandezza sua, e intantochè certe cronache dicono ch'egli a stento accozzar sapeva le sue lettere, altri monumenti ce lo presentano per l'illuminato protettore dei dotti. Non ci rimangono firme di sua mano, chè ne' suoi diplomi, accanto alla sua bolla e sigillo, trovasi il suo monogramma sì, ma pur sempre tratteggiato dal suo scrivano o cancelliere, conforme usavano i principi del secondo lignaggio[65]. Nè v'ha punto contraddizione in questa medesimezza d'un principe ignorante per sè stesso, e protettor nondimeno delle scienze e degli studi; questo capo, questo Barbaro, ama, al par di tutti i conquistatori, la poesia, e si fa cantar dagli scaldi le storie della patria, chè Carlomagno pure sapeva, al par d'ogni altro re che fondar volle un grande sistema di governo, l'azione dall'antica letteratura esercitata sulla compagnia civile; egli resta germanico sì, per l'indole sua, per la sua forza, per l'origine sua; ma quanto al pensare, egli studia di farsi Romano. Nelle militari sue spedizioni accompagnar si fa dai leudi, dai conti suoi; ma quand'egli ha a ordinar l'impero, a far leggi di buon governo, chiama in aiuto ed appoggio suo i cherici, e solerte e proveduto, com'egli è in ogni cosa, tien corrispondenza con tutti. Pochi sono i monumenti scritti venuti da lui di prima mano, nè altro più abbiamo di suo che poche lettere, ma son fattura d'un uomo che riempiè della sua fama il medio evo, e però la storia raccoglier dee, come sacre reliquie, tutto che vien da un'origine si sublime. V'ha sempre dell'oro in mezzo a questa polvere, e della grandezza sempre in mezzo a queste ruine!
La badia di Fulda, gran fondazione del secolo ottavo, è la stanza prediletta del principe d'Austrasia, non altrimenti che la badia di Montecassino è la fondazione dei re longobardi; e Carlomagno gode poi di carteggiar con quegli abbati, che con la mitra in capo, e col pastorale in mano, venner tante volte ad accoglierlo: «Tu dèi dunque sapere, scrive quindi a Bogolfo, abbate di Fulda, aver noi pensato, insiem coi nostri fedeli, esser utile che nelle chiese e nei monasteri, di cui Dio ci ha confidato il supremo governo, ognun dei cherici attenda non solo ad osservare una vita disciplinata, ed a praticare gli ufizi della nostra santa religione, ma sì ancora, se il Signore gli abbia dotati delle necessarie facoltà, ad istruirsi nello studio delle belle lettere, come regola onesta e difesa dei lor buoni costumi. Così pure vogliamo che lo studio e la dottrina giovino loro a purgare il discorso, onde, con la vita loro esemplare e con la piacevol maniera del dire, adempiano i comandamenti di Dio, però che scritto è: — Sarete assolti o dannati secondo le vostre parole. — Nell'occasione dell'averci, quest'anno, parecchi monasteri fatto sapere ch'essi indirizzavan per noi fervide orazioni al cielo, ci siamo accorti, per le lettere loro, che, se retto è l'animo, scorretto è lo stile, e che tradur non possono, senza sconcio, per iscritto, i buoni pensieri che ad essi vien suggerendo la loro devozione per noi. Or questo loro scorretto scrivere ci ha messo in timore, che dalla scarsa loro dottrina sieno impediti a ben comprendere il testo della Sacra Scrittura, ben sapendo noi che, se gli errori di lingua sono dannosi, quelli che falsano il senso son più dannosi ancora. Laonde noi vi esortiamo a non trascurar le belle lettere non solo, ma sì ancora ad applicarvi diligentemente a studiare e scrivere i misteri della Scrittura, affin di poterli facilmente comprendere.»
Nella qual epistola, opera certamente di Alcuino, si appalesa l'amore alle lettere di Carlomagno, volendo egli che i cherici studino e scrivano con eleganza e correzione di stile. Dai campi della Sassonia scrive indi ad Adriano: «Signor nostro: Re Carlo, vostro figlio, e la figlia vostra e nostra donna Fastrada, figlio e figlia di Nostro Signore, e tutta la casa vostra vi salutano; tutti i preti, i vescovi, gli abbati e tutta la congregazione devota in Dio, e così tutta la generalità del popolo franco vi salutano. Il figliuol vostro vi rende grazie dei legati che gli mandaste e delle dolci vostre lettere, con cui lo fate certo della prospera conservazione di vostra salute.» Carlomagno soggiorna indi nel monastero di Fulda, e d'ivi carteggia con la regina Fastrada, una delle donne sue, intorno all'astinenza e al digiuno. «Con l'aiuto di Dio (così egli), noi abbiam fatto per tre giorni orazione, principiando alle none di settembre, per impetrare da Dio misericordioso pace, vittoria, salute, ed insieme un prospero viaggio, e per supplicarlo d'aiutarci sempre e sostenerci e difenderci. I nostri preti ordinarono a tutti quelli che per età e per salute fare il potessero, d'astenersi dalla carne e dal vino, e per ottenere licenza di bere alcun po' di vino per questi tre giorni, i più ricchi e facoltosi di noi donarono, secondo le forze loro, ma non manco di un danajo; oltre di che ognuno fece anche limosine, più o meno abbondanti, secondo il suo stato. Ciascun prete disse una messa, salvo gli impediti da malattia, e quei cherici che sapevano i salmi, ne recitaron cinquanta, restando a piè nudi intantochè oravano. Tale si è il comandamento dei sacerdoti, a cui tutti abbiamo stimato conveniente di sottometterci, ed è voler nostro che tu faccia il medesimo coi nostri fedeli. Quanto a te ed a ciò che per la tua debolezza ti si può concedere, ci rimettiamo nella prudenza tua.»
Egli ti par di udire un antico imperatore di Roma, Cesare, per cagion d'esempio, che ragioni con la moglie sua, degna matrona romana, de' suoi pontefici e della celebrazione delle pubbliche feste. Carlomagno è il custode della polizia dell'impero suo, quindi egli invigila gli uomini d'arme, i cherici, e però ch'egli conosce tutta la podestà della Chiesa, se ne fa correttore e guardiano, e scrive anche in parti lontane a far che non abbia danno nelle cose sue; testimonio quant'egli scrive qui appresso al re Offa. «Un prete scozzese, che dimorò qualche tempo vicino a noi nella parrocchia di Ildeboldo, vescovo di Colonia, secondo la denuncia del suo accusatore, peccò, mangiando carne in quaresima. Se non che i nostri preti, non avendo trovata l'accusa bastevolmente provata, non vollero sentenziarlo; ma pur nullameno, più non gli consentono, a cagion del suo fallo, d'abitar nel luogo di sua dimora, onde il volgo ignorante non abbia a vilipendere l'onore del sacerdozio, e lo scandalo non conduca forse altri ad infrangere la santità del digiuno; rimessolo al tribunal del vescovo, innanzi a cui fece i suoi voti al Signore. Noi ti preghiam quindi d'ordinare ch'egli sia ricondotto al suo paese per esser ivi giudicato: chè ivi pure osservar si dee la purità dei costumi e la costanza della fede in grembo alla Chiesa di Dio, sì che quest'unica, perfetta e immacolata colomba dall'ali d'argento e dalla coda dorata, sfolgorar vi debba di tutto il suo splendore[66].»
Questa universal vigilanza della Chiesa doveva esser costantemente sostenuta da fermi atti del principe; calde controversie agitavano i vescovi, gli abbati ed i monaci; in più d'un luogo la stretta disciplina era posta in non cale; dove l'ignoranza, e dove la passione dei cherici; poi il viver rotto e romoroso dei monasteri. L'abbate di San Martino e i suoi monaci obbedir non volevano al vescovo, credendosi sciolti da ogni giurisdizione dell'Ordinario, onde Carlomagno scrive loro in questi severi termini: «Il vescovo Teodolfo si lagna, in una sua lettera, dei modi poco convenevoli coi quali avete trattata la sua gente, nè ancor tanto di questo, quanto del poco rispetto che aveste al vescovo della città vostra, e del disprezzo da voi dimostrato per gl'imperiali nostri comandamenti. Or questi comandamenti, da noi fatti scrivere sotto l'autorità del nostro nome, v'imponevano di restituir nelle mani di questo vescovo un cherico, che, fuggito di prigione, erasi venuto a ricoverar nella basilica di San Martino; nè questo era punto un comando ingiusto. Ci siam fatte rilegger amendue le lettere, la vostra e quella di Teodolfo, e abbiam trovato nelle vostre parole maggiore acerbità ed ira, e niun sentimento di carità verso di lui; egli pare che ivi vogliate piuttosto difendere il reo, ed accusare il vescovo, e dar a intender che si possa e anzi si debba metterlo in istato d'accusa, laddove le leggi umane e le divine tutte s'accordano in proibire al reo d'accusare nessuno. Indarno voi lo scusate, adducendo ch'egli ha interposto appello dinanzi a noi, facendovi appoggio della massima che ogni accusato e sentenziato dinanzi al popolo della sua città, ha il diritto anch'esso d'accusare altrui e di richiamarsene a Cesare. Voi citate ad esempio san Paolo che, accusato dal popolo innanzi a' principi giudei, fece appello a Cesare, e fu mandato dai principi stessi dinanzi a lui per essere giudicato; ma questo non ha niente a che fare col caso presente. L'apostolo Paolo era accusato sì, ma non giudicato, quando appellò a Cesare, e fu a lui rimesso; laddove questo ribaldo prete, accusato e sentenziato, s'è trafugato dal suo carcere per rifuggirsi in una basilica, non ostante la legge che gliene interdiceva l'entrata fino a penitenza compiuta, e solo adesso, benchè dicasi ch'ei continua nella peccaminosa sua vita, egli ricorre a Cesare, ad imitazione dell'apostolo Paolo. Ma, come Paolo altresì, indarno egli sarà venuto ad invocar Cesare, perchè noi comandiamo ch'egli sia rimesso nelle mani di colui dalla cui forza s'è sottratto, a lui solo spettando, parli vero o falso il colpevole, tradurlo dinanzi a noi, nè occorre che per un uom siffatto sia niente innovato negli ordini nostri. Non sappiamo poi abbastanza stupirci della temerità vostra nell'opporsi, soli, agli atti della nostra autorità. Già dovete saper quante mormorazioni si son fatte, e non senza ragione, sul vostro modo di vivere; infatti, ora vi chiamate monaci, ora canonici, e talvolta non siete nè l'un l'altro; sicchè vegliando al vostro bene, e toglier volendo la mala vostra riputazione, vi avevamo scelto un maestro e un rettore atto a mostrarvi con le sue parole e i suoi precetti la retta via, e fattolo venir da lontan paese, ed uom religioso e di santa vita come egli era, ci confidavamo che gli esempi suoi vi potesser correggere. Ma, ohimè! tutto fu contro alla speranza nostra, e il demonio ha trovato in voi quasi altrettanti ministri a seminar la zizzania fra i sapienti e i dottori della Chiesa, e ad indurre in peccato d'ira e d'invidia queglino stessi che castigare e corregger dovrebbero i peccatori. Se non che, speriamo, Dio non vorrà permetter ch'essi cedano alle maligne vostre suggestioni. Quanto a voi, spregiatori degli ordini nostri, canonici o monaci che vi chiamiate, verrete a quella delle nostre grandi udienze, che vi sarà dal presente nostro messo assegnata; nè vi giovi a sollevarvi dall'obbligo di comparire ad espiar l'inaudita temerità vostra la lettera in cui tentate di giustificare la vostra ribellione.»
In questa lettera Carlomagno tutta manifesta l'ira sua, e il subitano e forte suo risentimento; l'Austrasio, che vuole tutto soggetto, si maraviglia che vi sia chi ardisca resistere agli imperiali suoi comandi; detto il suo volere, ognuno ubbidir dee, e quel ch'egli dice agli abbati, dice anche ai re, imperando su tutti. «Mi è venuto all'orecchio, scrive egli a Pipino re d'Italia, suo figlio, che alcuni duchi e subalterni loro, castaldi[67], vicarii, centurioni, e i loro ufiziali, come sono i falconieri, i cacciatori e altri siffatti, nello scorrer qua e là le provincie da essi abitate, levano tasse non che sugli uomini liberi, sulle chiese di Dio, sui monasteri dei frati e suore, sugli ospizii, sul popolo e sugli operai che lavorano le vigne, i campi ed i prati delle chiese, di questi ultimi anche servendosi per far costruire gli edifizi loro, continuamente privandoli della carne e del vin loro, contro ogni giustizia, con mille altre angherie di cui gli opprimono. Onde è, caro figliuol mio, che ti mandiam questa lettera, acciò che tu applichi tutta la cura e la prudenza tua a riparare il male. Ci fu detto altresì che in alcuni luoghi, certuni de' nostri soggetti e de' tuoi, pretendono esser nullo il partecipar che abbiam fatto loro di vari capitolari scritti nella legge, e sotto simil pretesto ricusino di ubbidir loro ed averli per leggi. Ora, tu sai i discorsi che noi medesimi abbiam tenuti teco sul proposito di questi capitolari, onde ti preghiamo di farli conoscere ed eseguire in tutto il regno da Dio confidato alla tua vigilanza, e ti raccomandiamo di provedere affinchè facciasi quanto abbiamo ordinato così intorno all'uccisione dei vescovi e dei preti, come all'altre cose. Intanto, in riguardo a' preti, ci par conveniente, che se il prete sia nato libero, si triplichi l'ammenda imposta dalla legge, e il medesimo s'egli sia stato anche solo ferito. Se poi v'ha dubbio ch'ei sia nato servo, si faranno indagini sull'origine sua per sapere se debbasi o no far pagare triplicata l'ammenda. Così facciaci anche rispetto ai diaconi.»
Tanto per la legge politica; ecco ora una lettera di Carlomagno intorno alla predicazione della parola divina, perchè egli signoreggiar vuole eziandio la dottrina, la parte morale dell'uomo, l'intelletto. La lettera è indiritta al vescovo di Liegi. «La paternità vostra tenga bene in mente quanto le abbiam più volte detto in consiglio, circa le predicazioni nella Santa Chiesa di Dio, ed il modo in cui ella doveva predicare, ed istruire il popolo secondo l'autorità dei sacri canoni. Per prima cosa, in quanto riguarda la legge cattolica, noi le dicevamo, sia debito a chi imparar non ne può di più, recitare almeno a memoria l'Orazione dominicale ed il Simbolo della fede, quali gli Apostoli ce li hanno insegnati, nè ad alcuno sia lecito levare dal fonte battesimale niun fanciullo, senz'aver prima recitato, alla presenza di vostra paternità o d'alcun de' suoi preti, l'Orazione dominicale ed il Simbolo. Se non che avendo nel giorno dell'Apparizione del Signore trovato parecchie persone che volean far battezzare dei fanciulli, noi abbiamo ordinato che ognuna di esse, fosse appartatamente e diligentemente esaminata per vedere se, come dicemmo, tutte sapessero l'Orazione domenicale e il Simbolo, e ne furon trovate parecchie che non sapevan nè l'una nè l'altro; onde allora fu da noi ordinato che venisse loro impedito di levare nessuno dal sacro fonte, finchè imparato non avessero, sì da recitarle a mente, le dette due orazioni, il che fu cagione a molti di grande vergogna. Ed appresso, eccellentissimo vescovo, ci parve bene di ordinare un digiuno, e che ognun si astenesse dal vino e dalla carne, digiunando fino all'ora nona, eccettuati quelli ai quali non è consentito farlo dall'età o dalle infermità loro.»
Tutto si mescola e confonde in questi tempi, e mentre Carlomagno impone i digiuni e le penitenze come un vescovo, ordina pure agli abbati di seguirlo alla guerra coi loro armigeri, e un armamento all'abbate Folrado, uomo di scienza. «Tu verrai, così gli scrive, co' tuoi armigeri al luogo assegnato, perchè d'indi muover tu possa verso qualunque altro luogo noi saper ti facessimo, a mano armata, cioè con armi, arnesi, munizioni da bocca, vesti, tutto ciò insomma che fa di bisogno in guerra. Ognuno de' tuoi cavalieri abbia scudo, lancia, spada, mezza spada, il suo arco, il suo turcasso, le sue frecce; ogni tuo carro contenga scuri, asce, cunei, pale di ferro, e tutti gli altri arnesi utili contro il nemico. E di questi arnesi e munizioni da bocca ve n'abbia per tre mesi, e dell'armi e degli abiti in quantità sufficiente per mezzo l'anno. Tanto ti ordiniamo perchè tu il faccia eseguire, e perchè tu ti rechi pacificamente al luogo assegnato, cioè senza toccar nulla per via, salvo il fieno, la legna e l'acqua di cui tu possa avere bisogno[68].»
Questi frammenti delle epistole di Carlomagno da lui scritte o da' suoi scrivani e segretari, danno meglio a conoscer l'indole del conquistatore, del re, dell'imperatore, che non tutti i sistemi e le classificazioni dei tempi moderni; bello è veder l'imagine dell'uomo ne' suoi propri scritti, che ivi è tutto trasfuso il pensar suo. Invano tu ivi cercheresti alcuna division filosofica, ogni cosa essendovi insiem mista e confusa; le leggi civili coi canoni ecclesiastici, i capitolari coi concilii. La possanza di Carlomagno tutto domina dal governo generale della società, sino alla disciplina della Chiesa e all'amministrazione domestica del palazzo. Con la lettura di questo carteggio epistolare di Carlomagno tu puoi formarti concetto dell'indole e della podestà sua, la quale podestà è un misto di attribuzioni politiche e religiose, una creazione selvaggia che tien della terra, della scienza e della barbarie, gli è il caos sbrogliato dalla mente d'un supremo intelletto, il solo, in tant'opera, superiore al suo secolo, con una società intorno che resiste al vigoroso impulso suo.