CAPITOLO V. LA CHIESA E LE SUE COSTITUZIONI SOTTO CARLOMAGNO.
Conflitto per l'unità. — Eresie. — Le due principali. — Gl'iconoclasti. — La dottrina di Felice da Urgel. — I libri carolini. — I vescovi. — Gli abbati. — Aspetto dei grandi monasteri. — La Regola. — Le cronache. — I cartolari. — Le mense ecclesiastiche. — Abbozzo della famiglia monacale. — Le terre ed i servi.
768 — 814.
La grand'opera di Carlomagno si congiunge sostanzialmente con la podestà e l'unità della Chiesa; la corona imperiale sorge accanto alla mitria pontificia, la spada presso al pastorale; i capitolari sono una perfetta confusione del diritto civile con la legge ecclesiastica. Ai primi secoli del periodo franco, l'universalità della Chiesa non è principio ammesso dappertutto; ella va debitrice del suo splendor temporale e dell'indole sua di sovranità secolare principalmente a Carlomagno, alle pratiche di quest'ultimo ed all'intimità sua con Adriano e Leone papi; donde avvien poi una specie di ristaurazione di quelle due podestà del pontificato e dell'impero, l'una delle quali tende sempre all'unità sua per istabilirsi su quella pietra da cui la Chiesa dee sollevarsi tutta rigogliosa di maestà e di vigore; l'altra attende ad ordinare il governo e la società materiale. Leone saluta l'impero in Carlomagno, e l'imperatore protegge questo pontefice doppiamente minacciato, e dal popolo di Roma e dalla moral ribellione dell'eresia; accordo misterioso che non ebbe a durar se non un tempo, però che il pontificato e l'impero si separarono, e ricominciò il naturale conflitto tra il soldato ed il cherico che già era fin dal nascere della doppia podestà dei papi. Come reprimer passioni che bollivano nel cuor dell'uomo prepotente e brutale, e strappargli dalle avide labbra la tazza del banchetto, e farlo soggetto alla castità, alla sobrietà, alla temperanza?
L'unità della Chiesa risultava dalla dottrina sua; i papi possedevano in sè l'autorità dell'interpretazione, e i concilii l'applicavano come legge civile. L'eresia era una separazione dalle dottrine fondamentali, una specie di sminuzzamento del potere; l'ingegno non s'arresta, ma procede innanzi sempre con un'azion violenta che arde e divora, e rintuzza l'autorità perch'essa vuol comandargli; quindi nasce l'amor della disamina che in un'ardente e fisicosa immaginazione va senza posa operando, e questo travaglio ingenera l'eresia. Due grandi turbazioni ebbe la Chiesa a quei giorni, l'una recatale dagli iconoclasti, distruttori delle imagini e delle statue, l'altra da Felice da Urgel, il quale interpretando in senso stretto il Simbolo niceno, negava la natura spirituale e divina del Figliuolo di Dio.
L'eresia degli iconoclasti, che fu come una rappresaglia delle barbarie, non voleva il culto delle imagini, e que' salvatichi settatori manomettevano brutalmente i capolavori delle arti, invocando l'antica avversion de' cristiani contro all'idolatria e a quell'olimpo popolato di Dei con belle forme d'oro e d'avorio uscite degli scarpelli d'Apelle[69] e di Fidia; il culto delle imagini, a dir loro, altro non era che un rinovare l'idolatria. L'ingordigia d'alcuni de' greci imperatori trovar pur volle imagini, materie d'oro e d'argento, e rubini, e altre pietre preziose da gittar come spoglie ai soldati; Carlo Martello dava i feudi e le mense della Chiesa alle sue genti, e gl'imperatori di Bisanzio distribuivan fra le loro gli aurei ornamenti dei reliquiari e degli altari. Il popolo minuto, sempre credente e sempre artista, che vuol dar corpo alle idee sue, in ciò ch'egli ama e venera, in Dio e negli spiriti celesti, era fautore ardentissimo delle imagini, chè al leggere o all'udire di qualche divota leggenda, gli nascea il desiderio di vedersela tutta, e bella foggiata sotto agli occhi, e voleva scolpirla, dipingerla per indi prostrarsegli innanzi, però che aveva l'amore e il culto del bello. Il terzo Concilio niceno accolse una dottrina di mezzo che posava sopra buoni principii; non si voleva, secondo esso, adorar le imagini, e offrir loro le stesse preghiere che a Dio ma potevasi, anzi dovevasi onorarle come rappresentazioni d'un pio pensiero, e una specie di leggenda marmorea. I libri carolini attribuiti a Carlomagno, e di cui per avventura fu autore Alcuino, sono anch'essi rivolti contro la materiale adorazione delle imagini, ed ivi si par che l'imperatore accetti egli pure, ma in senso circoscritto, alcuna delle massime degli iconoclasti. Nato egli in mezzo alle foreste, era cresciuto nell'idea d'un culto senza imagini, e certo colui che atterrato aveva in Sassonia l'idolo colossale d'Irminsul, sentir doveva qualche ripugnanza per quei santi di marmo, e per quei dipinti che rappresentavano la storia sacra.
Nel suo carteggio coi papi Adriano e Leone, Carlomagno viene a poco a poco ricredendosi dell'opinione sua eretica, promulgata dal concilio di Francoforte[70], e «s'egli scrisse, ivi dice, contro il concilio di Nicea, si fu perch'ei non ne comprese bene il senso». Infatti esso concilio non ingiungeva altrimenti d'adorare le imagini alla maniera degli antichi Greci, e conforme al culto de' pagani per gli Dei dell'Olimpo, nè di offrir loro sacrifizi, come all'Apollo dei gentili, o all'Ercole dalle forti membra, o alla Venere di Pafo; mainò; il culto de' santi altro esser non dovea che l'adorazione di Dio stesso, e la venerazione verso coloro che aveano praticati e rigorosamente osservati i precetti del cristianesimo; i santi erano i servi di Cristo, ed onoravansi come discepoli suoi, nè si adoravano. Queste dottrine, esposte da Adriano in una bella difesa dell'arte, cioè della scultura e della pittura, ricreder fecero Carlomagno delle sue germaniche opinioni contra le imagini. I libri carolini divenivano quindi senza scopo, e furono dismessi come un'antica dottrina caduta in disuso dopo l'interpretazione delle parole del concilio di Nicea. Il culto delle imagini prevalse, nel medio evo, perchè si confaceva col genio del popolo; i templi vuoti ben potevano acconciarsi alle meditazioni dei filosofi, ma il volgo avea bisogno della sua Madonna in manto celeste, del suo Cristo che il guardasse fiso e benigno, del Padre Eterno dal guardo severo, di san Pietro che cammina sull'acque, di Paolo, l'Apostolo della Grecia, e contemplar volea l'inferno in atto d'ingoiare i reprobi, e il cielo sempre aperto ai tribolati ed ai poveri di questo mondo. Queste imagini allettavano i fedeli nelle chiese, destavano in essi sentimenti di devozione, e confortavano il popolo con l'aspetto d'un avvenir di perdono pel giusto, e di tremende pene pel reo. Questo culto delle imagini produsse i bei dipinti, e creò i capolavori dell'Italia, principiando dai freschi del Campo Santo[71], fino al Giudizio universale di Michelangelo, nella cappella Sistina.
Mentre l'eresia degli iconoclasti va dileguandosi e perdendosi, sorgon quasi al tempo medesimo le dottrine di Felice da Urgel, le quali dottrine non erano, checchè ne scrivan taluni, sue originali, ma sì di Elipando, vescovo di Toledo, nato sotto quel medesimo sole di Spagna, che divampar fece più volte le fantasie de' Visigoti, e erano un tralignamento e deterioramento delle dottrine ariane. In mezzo ai Saraceni di Spagna, ed in tempo che era d'uopo liberare il paese con la forza e l'unità cattolica, l'apparizion di questa dottrina mosse un gran sollevamento e una funesta guerra civile; Felice da Urgel, si fece propugnatore dell'eresia, concetta nei termini qui appresso. Il simbolo degli Apostoli diceva: «Cristo figliuolo procede dal padre come sua carne e sangue suo.» Nè Felice negava, come gli Ariani, la divinità di Gesù Cristo, ma dicea che egli era sol figliuolo di Dio per adozione, modo filosofico di spiegar il mistero della Trinità che confonde la mente. Elipando, già vecchio, austero di costumi, cristiano e vescovo, scriveva assai, nè la perdonava, con l'aguzza sua penna, a chiunque facevasi a contender con lui nella dottrina. Felice, all'incontro, era giovine, d'indole soave, trattoso, senza macchia, assisteva alle preci con iscrupolosa pietà, e digiunava con grandissimo rigore.
I due eresiarchi fecero, con la loro predicazione, smisurati progressi nelle provincie meridionali, dove l'arianesimo avea, già tempo, signoreggiato le menti ed i cuori. Ma trovarono un valorosissimo avversario alla loro predicazione in papa Adriano, che conservar volea l'unità della Chiesa in questo conflitto di dottrine e di passioni, ed in quel modo che combattuto avea gl'iconoclasti, si chiariva contra l'eresia di Felice, la quale fu eziandio condannata dal concilio narbonense, a cui convennero i vescovi della Gallia meridionale. Era bisogno attraversarsi al contagio che già dilatavasi per tutte le città e fra il popolo della campagna; e l'avversario più formidabile dell'eresia, quello che la ferì al cuore, si fu Carlomagno, il quale vedeva in essa una reazione del Mezzogiorno contra il Settentrione. In mezzo dunque alle sue vittorie su i Sassoni, egli convocò un concilio in Ratisbona, dov'ei comparve col severo suo cipiglio, e con quell'occhio di bragia che tremar faceva i più animosi guerrieri. Felice presentossi umilmente, s'inginocchiò dinanzi all'imperatore e ai padri, ed attese la sua sentenza. «Felice, gli disse Carlomagno, ritratti tu quanto hai scritto? Spiega le tue dottrine.» E Felice, tutto tremante, svolse le sue dottrine sull'Incarnazione, che inorridir fecero, siccome la storia del concilio riferisce «Assai male, disse l'imperatore, ma pur vanne a Roma ad aggiustarla col papa.» Felice, in obbedienza, partissi per Roma, dove, inginocchiatosi dinanzi Adriano, fece la sua ritrattazione nella chiesa di san Pietro.
Elipando non seppe come lui acquistarsi il merito del pentimento, chè vecchio pervicace com'egli era, scrisse anzi parecchi libri a difender la sua dottrina; la quale facendo sempre maggiori progressi, che rendean testimonio del rinforzare ogni dì più dell'eresia, Carlomagno convocò un nuovo concilio a Francoforte, ci venne in persona con bellicoso apparato, e di nuovo intender vi fe' la sua voce. «Santi vescovi, diss'egli, da un anno in qua che questo pessimo lievito dell'eresia, si va più che mai dilatando, l'errore ha penetrato fino nei più rimoti distretti del nostro regno; onde io credo necessario di stirpar dalla radice questa mala pianta con una censura dommatica». Il concilio di Francoforte dichiarò infatti, che la dottrina di Felice era una sinistra e diabolica inspirazione. Grande sconvolgimento recò nella Chiesa la predicazione di questa eresia, e occupò tutto il pontificato di papa Adriano, quell'accorto Romano che aveva a difendersi nel medesimo tempo contra i Greci, i Longobardi e la rapace ambizione del principe de' Franchi. Tutte le eresie del medio evo, non altramente che nella prima Chiesa, si riferivan pur sempre o a qualche scuola filosofica del mondo antico o al sincretismo della scuola alessandrina, perpetuo conflitto tra le idee ed i principii che costantemente dividono gl'intelletti: l'autorità, la disamina, l'unità, lo sminuzzamento. Le forme sole si cambiano, ma le idee restano sempre le stesse, e i principii passano invariabili a traverso dei secoli, solo pigliando veste nuova. Così Felice da Urgel rinovava peritosamente le dottrine di Nestorio e degli Ariani, e siccome in quei paesi meridionali le fantasie corron dietro a tutte le novità, così la setta degli Albigesi, collegar potrebbesi con queste prime predicazioni del detto Felice, chè già il terreno era preparato per ogni sorta di nuovi semi.
L'ordinamento locale delle chiese riferivasi a due sistemi: 1.º alle metropolitane ed alle suffraganee, governate dagli arcivescovi e vescovi, capi spirituali di tutta la provincia; 2.º ai principali ordini religiosi, i più de' quali sottrarsi volevano alla giurisdizione episcopale. Continuo è nel medio evo il contrasto di questi privilegi, e Carlomagno invan si prova, ne' suoi capitolari, a ordinarli; i vescovi si affatican di tener soggette all'autorità loro le badie, e queste di sottrarsene co' privilegi dei papi. I quali privilegi venivano stabiliti da bolle e diplomi, che celebravano la grandezza dell'istituzione, però che quando una pia fondazione acquistava odore di santità, e le reliquie traevano intere popolazioni a prostrarsi dinanzi a questo o quel martire, i papi concedevano a gara immunità a quei monasteri, e di tutte la prima era quella di francarli dalla giurisdizione dei vescovi; ed allora tutta l'autorità concentravasi nell'abbate, e la mitra e la croce abbaziale ponevansi alla pari con la mitra e la croce episcopale. Le badie di questo modo si governavano da sè, indipendenti e solo soggette alla regola loro; di questo modo i monasteri di San Dionigi e le pie solitudini di Sant'Omer e di Fontenelle venivano sciolte, per bolle pontificie, dalla giurisdizione dei vescovi, intantochè altre, come a dir San Martino di Tours e San Bertino, aver volevano gli stessi privilegi. Grandissima era la riputazione e l'autorità degli abbati, pii pastori di quelle benedettine colonie, confidate quasi sempre al reggimento d'uomini di gran sapere, e chiarissimi in letteratura. Alcuino, il luminare de' tempi carlinghi, ottenne quasi nel tempo medesimo le abbazie di Ferneres nel Gatinese, di San Lupo a Troyes, e il picciol monastero di San Josse a San Ponthieu; poi più tardi, in sul sommo de' suoi meriti, quando insegnava umane lettere nel palazzo di Carlomagno, ne fu rimunerato con l'abbazia di San Martino di Tours.
Se tu ne togli alcuni pochi abbati, di bellicosa natura, che accompagnavano il principe alla guerra, regnava ne' monasteri un'altissima santità di costumi, e una gran semplicità di vita; su di che leggasi la leggenda di san Benedetto d'Aniano che fondò la pia sua religione in mezzo al deserto, la vita di sant'Adalardo, abbate di Corbia, tenerissimo cultor delle lettere, e ricoglitore della più ricca biblioteca dei monasteri nel medio evo; smisurata era la riputazion loro nel mondo cattolico, e l'episcopato medesimo ebbe spesso a toglier massime ed esempi da questi pii fondatori degli ordini religiosi. Due personaggi sopra tutti eminenti aveva l'episcopato: Teodolfo l'uno, promosso alla cattedrale vescovile di Orleans, ed un dei missi dominici più zelanti nell'entrar del secolo nono. Aveva costui bastante pratica del mondo, chè nato nobile fra i Longobardi, erasi sposato a una fanciulla di nome Gisela, della quale rimasto indi vedovo, si consacrò al sacerdozio, ed ottenne il vescovado d'Orleans. Ei fu il cherico, a così dire, politico, del regno di Carlomagno, periodo pontificale piuttosto che episcopale, però che la podestà dei vescovi non venne a dismisura crescendo se non sotto Lodovico Pio; le tradizioni vogliono altresì che Teodolfo fosse un de' compilatori dei capitolari. L'altro di questi più eminenti personaggi dell'episcopato fu Agobardo, che splendè principalmente sotto il predetto Lodovico, ma che pur appartiene, per gli anni suoi giovanili, al regno di Carlomagno. Egli era uomo fortissimo e sapientissimo, e gli Annali di Lione lo ripongon tra i vescovi più ardenti favoreggiatori dell'umana cultura. Noi lo vedremo in breve sopra campo più vasto.
Gli studi adunque si concentravano nei monasteri, e tutto apparecchiavasi sotto la protezione delle badie, e nella silenziosa solitudine del chiostro. Che se pure in talun di quei ricchi monasteri udivasi il latrato dei cani, e lo squittito dei falchi, misto allo strepito dell'armi, dir deesi tuttavia, per amor del vero, che le più di quelle colonie, attendevano a coltivare i campi e le scienze. Molte anche furono riformate da Carlomagno, e i cherici regolari, costretti alla vita monastica, ebbero a sottomettersi alle discipline della Regola di San Benedetto. I monasteri erano a que' tempi come società appartate, con loro leggi e consuetudini, loro sostanze e serventi; gli Annali Benedettini ci recano innanzi il mirabile ordinamento delle grandi famiglie di San Dionigi, di San Marino, di San Germano e di Fontenelle, intantochè gli avanzi tuttora in piedi di quelle solitudini dar ci possono indizio della forma di quei monumenti al deserto. La badia era per lo più edificata in mezzo ad una foresta, incolta, tetra, fra gli urli de' lupi, però che le città non ispiravano divoti e malinconici pensieri, e il sito era quasi sempre appiè d'una collina, o alla sponda d'una riviera. Ivi tutta la colonia poneva mano all'opera; rizzavansi celle accanto l'una dell'altra, senza distinzione, per segno di fratellanza, poi, fra breve, una porzione della selva cadeva sotto la scure, e quegli operosi fraticelli vi disegnavano un orticello da seminarvi i legumi, nè i più superbi e nobili fra loro, i figli stessi dei re, sdegnavano punto questa coltivazion del verziere, e vi passavan ore dolcissime a veder crescere le maraviglie di Dio; ogni monaco viveva in comunità, ma pure aveva il suo orticello per proprio sollievo; le celle sorgevano ad una ad una, come le arnie dell'api, fatte, dice Agobardo arcivescovo di Lione, a distillarvi il mele dell'orazione e dello studio; alte muraglie segregavano quindi il monastero dal mondo, e ne facevan come una città di Dio, in salvo dalle passioni. O nobili ed antiche badie di Corbia, di Jumieges, di Fontenelle, come i vostri avanzi rendono ancor testimonio della pietà di Batilde, vostra regal fondatrice, di Batilde, che da schiava della Sassonia fu sublimata al trono dei Franchi! In questi avanzi più che altrove, è da cercar l'instituzione della vita monastica, chè ivi è tuttora in piedi l'umile refettorio, in cui, durante il grave e tacito desinare, un monaco leggeva le massime della Scrittura, ovver le leggende de' Santi, a quel modo che i re legger si facevan le gesta dei passati, mentre girava intorno la tazza traboccante del vino di San Greal!
In mezzo alle celle sorgeva la sacra cappella, che i monaci ornavano come il gioiello della lor solitudine: gli uni scolpivano l'oro dell'arca benedetta, gli altri formavano i legni nell'officina del convento, chi tesseva lino, e chi tagliava tonache di bigello; il monastero era il modello di tutta la contrada, il centro dell'industria e delle arti; vi s'insegnavano i metodi, le varie coltivazioni, l'arte d'irrigare e svolgere i terreni, di fecondar le selve e i deserti. A due cose principalmente attendeva la grandiosa istituzione di San Benedetto, allo studio e al dissodar le terre. Lo studio poneva sua stanza nell'ampie biblioteche e nelle scuole attinenti a ciascun monastero. — Vedi tu quel giovin monacello, colla fronte coronata di pochi e radi capegli neri, tutto circondato di manoscritti e codici antichi? Egli va pazientemente copiandoli, miniandoli d'oro, di carmino, d'azzurro, ei passa così gli anni della sua vita a compiere, un sudatissimo lavoro, a ben punteggiare ed a correggere i testi, a leggere ed a raffrontare Omero e Virgilio, ed i Salmi, opera ancor più stupenda. — Io per me non posi mai l'occhio o la mano su alcuno di questi manoscritti miniati del medio evo, senza sentirmi dentro profondamente commosso; tutta una vita fu consumata in questo lavoro; queste pitture, ora quasi appien cancellate, furon tratteggiate dalla paziente mano d'un povero padricciuolo, con davanti a sè l'oriuolo a polvere che versava le ore, e un teschio da morto appiè della croce, che lo guardava coi vuoti occhi suoi, e dirgli pareva fuor degli eburnei denti della sua bocca:
«Quale or tu sei, tal io pur era; e quale
Ora son io tal tu sarai. Con vano
Disío, del mondo seguitai le gioie:
Or son cenere e polve, e ai vermi pasto.[72]»
Quante cose morte furon risuscitate in quelle solitudini! E quante passioni vi furon morte, e quante dolorose istorie del cuore umano! Mille affetti ci si fanno incontro, sotto le oscure ed umide vôlte delle basiliche cristiane; quelle antifone, quel canto fermo, quei suoni lamentosi dell'organo, quel contrasto dell'armonia che passar ci fa dall'arpa degli angeli ai ringhii dei dannati, tutto questo fu creazione, e non senza grandezza certo e magnificenza, di quell'età solitaria e silenziosa. Quelle generazioni se ne sono andate; esse compirono il dover loro, a noi ora a compiere il nostro! chè morto un secolo, altri ne succedono a ricominciare un'opera non mai finita, come il masso d'Issione che sempre scende, e risale al luogo dond'è partito. Nel passar da una generazione all'altra non si veggono che ruine e distruzioni, tristo spettacolo che parla eloquente all'anima commossa, come ti avvien nelle campagne di Roma, se inciampi in un fusto di colonna coperto dall'edera, o nelle ruine d'un tempio accanto ai cipressi della villa Adriana.
Le scuole monastiche sempre si collegano con la Regola degli ordini religiosi di San Benedetto; ivi si dettavano istruzioni ai cherici novelli, alla gioventù del popolo, e a que' monaci che s'innalzavano dalla terra per combattere moralmente contro la gente da spada e da guerra. In coteste scuole monastiche insegnavasi la gramatica, la lettura dei libri sacri, le tradizioni della Scrittura, le opere antiche, Sant'Agostino, San Girolamo, valenti padri della Chiesa che commossero il mondo coi loro scritti. Esse scuole erano salite in tanto grido a' tempi di Carlomagno, che venivan dalla Sassonia, dall'Inghilterra, dalla Germania a San Martino di Tours, a Jumieges, a San Benedetto alla Loira, per istudiare sotto i maestri che dettavano a' cherici novelli, e v'era ben anco una scuola di canto grave e severo pel rito gallico, e pel sassone, più dolce, o più sonoro, a seconda del metodo greco o del romano. Questa scuola monacale pel canto, antichissima com'era, procedeva dai primi tempi della Chiesa; facevasi scelta di petti robusti per farli cantare i tormenti dell'inferno, o i lamenti de' salmi penitenziali; e raccoglievansi le voci innocenti della puerizia, a imitazion de' cori dei leviti a Gerusalemme, per intuonar gl'inni delle vergini di Sion e le lodi di Jehova; l'ufizio de' cantori nelle cattedrali ben è atto a ricordar quale stima si facesse del canto fermo ecclesiastico. A questi ammaestramenti pe' cherici s'aggiungano alcuni lievi rudimenti di geometria, d'astronomia, e di prosodia latina, e si farà concetto appieno dell'educazion delle scuole monastiche, dove la scienza fu perpetuamente e santamente conservata.
Il secondo precetto di San Benedetto era questo: «Fratelli, coltivate la terra, lavorate, arate.» E appunto da esso procedevano que' grandi coltivamenti delle foreste e dei deserti. I Bollandisti, quegli infaticabili ricoglitori delle antiche leggende, ci hanno dato a conoscer la vita intima di quei fondatori dei monasteri, che ritiravansi in orridi deserti fra i bronchi e gli spini, allargavan le loro colonie a Mezzodì, sotto que' soli ardenti, ed aveano a combattere contra il velenoso serpente, la vipera acquattata sotto le pietre, la molesta salamandra, e l'aspide mortale, celato fra l'erba fiorita. Al settentrione in vece, que' poveri padri aveano a difendersi contra i lupi, che a branchi scorrevano la pianura; contra il terribil cignale, e l'astutissima volpe che facea la guerra al pollaio e alla greggia. Poi que' buoni religiosi contrastavano, con invitta perseveranza, contra una ingrata natura, rompevano, a forza di marra, lo steril macigno, e spianavano l'incolto terreno, nè eran usi scegliere il miglior suolo, ma tale essi il facevano, e in breve bei vigneti, prati condotti ad arte e verzieri, succedevano a quelle balze selvagge. Ogni monaco era ortolano, e al primo tocco del mattutino, ognuno ponevasi al lavoro; poi ci tornava dopo le preci, senza lasciarsi mai scorare da impedimento che fosse; tutti, come dice frate Adalberto, fino a notte sudavano, e quando poi la terra intorno al monastero era ben coltivata, qualche famiglia di coloni veniva a lavorar con loro, ed a viver sotto le loro leggi. Il servo che fuggiva dal maggiordomo troppo disumano del feudatario, riparava nel monastero, sotto la protezione delle immunità sue, all'ombra del pastoral dell'abbate, nè ad alcuno era lecito penetrare in quel santo asilo; il medesimo scherano fermavasi pauroso sulla soglia per tema di non aver petrificati i piedi, però che mille leggende raccontavansi di chi avea posto la mano nel bene altrui: un tale avea fatto per rapir certa trave da una chiesa, e le sue mani v'eran rimaste appiccate, ad esempio dei violenti che non rispettano l'avere altrui; un altro era stato sì ardito da romper con man profana i sigilli d'un'arca, ed ecco che un tremito improvviso gli avea prese le membra, con bava che gli uscia di bocca, e così, finchè il Santo medesimo era venuto a perdonargli. Maravigliose leggende, che in que' tempi di violenza frenavano la mano del forte e del brutale.
Oh quante anime lacerate dal dolore ricoveravano in quelle solitudini del deserto! quanti venivano nei monasteri a cercar porto dopo le tempeste della vita! I servi ivi eran quasi tutti volontari, sì dolce era il reggimento di Dio, nè alcuno attentavasi d'affligger con battiture le loro spalle gravate di tante fatiche. Il pastorale era una verga proteggitrice, non punitrice.
Poi, fra breve, accanto alle badie sorgevan villaggi sotto la loro speciale giurisdizione, ed esse concedevano tratti più o men grandi di terra da coltivare ai servi e ai coloni, senza fitto nè livello di sorta. Ogni monastero possedeva di ampie tenute, procedenti alcune dai doni di re o baroni, e altre dall'industria stessa dei monaci nel dissodare e coltivare la terra. Presto mi avverrà, con l'analisi del Poliptico d'Irminone, di narrar tutta questa innumerabil famiglia di monasteri, la coltivazion delle terre, la quantità dei servi che le abitavano, la differenza fra i coloni ed i servi sotto schiavitù, la diversa natura dei terreni, la loro girevole varietà, i loro frutti, le gravezze loro. La gran famiglia dei monaci di San Germano, di San Martino di Tours, di Fulda, di Jumieges, di San Benedetto, propagginavan colonie sino ai confini dell'Italia e de' Pirenei; gli abbati eran veri sovrani, ma buoni e paterni, indipendenti dai vescovi; ma non sì tosto traviavan dalla Regola, il papa scrivea loro di rientrar nella disciplina, santa non essendo la vita monacale presso a Dio, se non per l'umiltà e fraternità universale. E che cosa era infatti il monastero sotto i Carolingi? non altro che una gran congregazione di fratelli tutti eguali sotto un abbate, dittatore, il più delle volte, elettivo, che riduce così a realtà que' grandi principii di governo: l'eguaglianza, la fraternità, la gerarchia, l'elezione, la podestà forte e grande sotto una regola, una gran carta comune.
Lo storico che voglia formarsi un giusto concetto di questo periodo del medio evo, dee ad uno ad uno squadernar i cartolari delle badie, e quegli archivi rosi dal tempo; chè ivi si trovano tutti gli affetti, tutte le consuetudini della vita fra quell'antica società: ivi la nota del battesimo che lancia l'uomo nella vita, ivi del matrimonio che lo congiunge alla donna, ivi della morte inesorabile che a tutti ed a tutto lo svelle. Nei cartolari si trovan pure i contratti per la vendita d'un servo, l'emancipazione di uno schiavo, la donazione d'un campo, l'allegagione, la misura dei terreni, il fitto. La cronica ci narra i fatti generali della storia, i fenomeni della natura, il turbine che svettò i campanili, il vento che fece suonar le campane, i lupi che a grandi torme scesero alla pianura; la cronica raccoglie le memorie dei combattimenti, delle spedizioni militari, dei costumi, delle usanze de' cavalieri; la pia leggenda ci racconta la vita di qualche povera pastorella, da Dio recata a grande stato per insegnare agli uomini il rispetto dovuto al seno verginale della fanciulla e alla castità della donna; il diploma e il cartolare son come il ragguaglio di questa vita pubblica[73]. Leggete: qua una pia dama, di nome Ildegarda, o Berta, o Batilde, dona ad un monastero un tratto di terreno, con livello in danaro, per averne in cambio orazioni propiziatorie dopo la morte sua; colà il leudo, il conte, il re, tremendi potentati, si ricordano l'eguaglianza del sepolcro e la morte che viene, e parendo loro d'udir suonare la campana de' morti, in mezzo alle loro corti bandite, s'affrettano a dettare ne' cartolari: «Vogliamo che sien celebrate messe pel riposo dell'anima nostra, e fatta elemosina ai poveri.» E questa voce elemosina si trova in quasi tutte quelle pergamene.
Nell'età del vigore e della vita, impeto e passioni violente: nell'età della vecchiaia e della decrepitezza, debolezza e pentimento, e quindi l'aspergersi di cenere che quei cavalieri faceano, appoggiati sull'elsa della spada foggiata in forma di croce. E tuttor li veggiamo, quei prodi paladini, nelle loro marmoree figure, smozzicate dal tempo o dalla mano degli uomini, chè noi non abbiamo a cosa del mondo avuto rispetto, ed immemore troppo de' suoi padri la presente generazione ha frugato con sacrilega mano fin entro alle tombe. Dio non voglia ch'ella sia rimeritata con egual misura!
CAPITOLO VI. L'INSTITUZIONE PRINCIPALE DEI MISSI DOMINICI.
Origine dei missi dominici. — Mobilità dei magistrati. — Giuramento dei vassalli. — Tributi. — Ufizio dei missi. — Capitolari ond'è ad essi affidata l'esecuzione. — Toccasi della giustizia. — Delle persone. — Delitti pubblici e privati. — Giurisdizione assoluta sui placiti, sui conti e sui giudici. — Soprantendenza sui monasteri. — Sulle mense reali. — Relazioni dei missi dominici all'imperatore. — Teodolfo, un di questi nel Mezzodì. — Poema intorno alle sue rimembranze.
802 — 811.
Nell'instituzione dei missi dominici, o messi, o inviati regi, ristringonsi la mente amministrativa, e la formula personale, se così mi è lecito dire, di Carlomagno. I conti, i difensori delle marche o frontiere ed i duchi, altro non sono che uomini da guerra introdotti nella gerarchia ad amministrar le rendite, la giustizia, ed a difendere il territorio; laddove i missi dominici formano il fondamento di tutto l'edifizio politico dei carolingi; nessun atto di rilievo si fa senza di loro, e rappresentanti lo stesso imperatore, riproducono la podestà sua in tutti i luoghi, che, onorati della sua confidenza, discorrono. La quale smisurata autorità loro si spiega per la medesima costituzion dell'impero da Carlomagno governato, il quale impero non ha nè confini ben fermi, nè limitazioni delle provincie esattamente segnate, laonde tutto incerto essendo e indeterminato, è bisogno d'una specie di magistrato ambulatorio, d'un'autorità girovaga che esamini in nome del principe lo stato del paese, i diritti e gl'interessi di tutti, e tali appunto son gli ufizi dei missi dominici; messi del padrone, uomini della sua casa, che gli fan relazione di quant'ebbero a vedere nel loro politico itinerario; hanno essi facoltà d'inquisire, di giudicare, di sospendere, di sentenziare su tutte le questioni che si agitano nei placiti reali.
Siffatta instituzione non piglia, a dir vero, grandezza e consistenza se non al tempo in cui Carlomagno è sublimato all'impero, poichè fin a tanto che in fronte a innumerabili eserciti gli convenne andar conquistando in Sassonia, in Lombardia, su' Pirenei, all'Ebro, egli non potè se non indirettamente applicarsi all'interna amministrazione. Ma coronato ch'egli è a Roma, e con la palla in man dell'impero, ei dee naturalmente ordinar le provincie, collegarle ad un centro comune, ed a questo unire l'instituzione dei missi dominici, che erano quasi sempre eletti fra i vescovi e i conti. Il primo capitolare intorno a questi commissari regi, reca la data del secondo anno dell'impero, e tratta d'una generale inspezione delle provincie. «Il serenissimo e cristianissimo Carlo imperatore (così il capitolare) fatta una scelta de' più prudenti e savii signori della sua corte, così arcivescovi, vescovi ed abbati come laici, gli ha mandati in giro pel suo regno, a invigilar che i suoi sudditi vivano secondo la retta disciplina, a quelli commettendo d'informarsi e fargli quindi sapere, ciò che esser vi può nelle leggi di contrario al bene e alla giustizia, per opporvi riparo con l'aiuto di Dio, e affinchè niuno, possa, come di frequente avviene, andar contro la legge scritta, e recar pregiudizio alle chiese di Dio, ai poveri, alle vedove, agli orfani, nè ad alcun altro cristiano. Così pure affinchè ognuno conducasi con prudenza e giustizia, e attenda alle cose sue e della sua professione, lasciando da parte l'amor dell'illecito guadagno. Affinchè, similmente, le religiose sieno ben custodite, i laici e i secolari vivano onestamente secondo le leggi loro, senza commetter delitti; affinchè tutti, in somma, vivano in pace e carità. Questi messi han pur carico di cercare diligentemente se vi sia chi abbia a richiamarsi di qualche ingiustizia, a serbar così la giurata fede, ed a rendere a tutti piena giustizia; e se mai avvenga qualche caso, che neppur con l'aiuto del conte della provincia abbiano potuto renderla, scrivano di ciò in chiari termini nei brevi che indirizzeranno all'imperatore. Nè lusinghe, nè doni, nè parenti, nè timor di potenti li trattengano principalmente dal render giustizia. L'imperatore ordina altresì, che ogni uomo del suo regno, sia ecclesiastico, sia laico, rinovi al sovrano il giuramento fattogli quando non era se non re, e questo a principiar dell'età di dodici anni, ed a tutti sarà pubblicamente spiegato il valore di esso giuramento che gli obbliga a serbar fede all'imperatore tutto il tempo del viver loro, a non introdurre nemici nell'impero suo, ed a non lasciar che si commetta contro di lui infedeltà veruna.»
Cotesti ordini dati ai messi regi intorno al giuramento di fedeltà si riferiscono, come pare, alla originaria fondazione dell'impero, al passaggio dalla semplice dignità di re a quella d'imperatore. Ivi Carlomagno raccomanda pure a' suoi messi di assumere il giuramento solenne che stringe i popoli all'impero, con una formola sacramentale da lui medesimo imposta; e dall'età compiuta di dodici anni, fino all'ultima vecchiezza, tutti prestar deggiono indistintamente questo giuramento al nuovo imperatore; conti, leudi e vescovi, che sieno, assoluto comando ai messi imperiali d'esigerlo da tutti.
All'esaltazione all'impero tien dietro un ordine a tutti i missi di scorrer le terre da essi dipendenti con istruzioni generali intorno al buon governo, o come oggi si dice, alla polizia del popolo. «Niuno, ivi è detto, s'attenti d'appropriarsi i servi, i confini, il terreno, nè altro che appartiene all'imperatore, e nè tampoco faccia di trafugargli o nascondergli i suoi servi fuggitivi, che falsamente e ingiustamente si spaccian per liberi, ecc.» Le quali istruzioni e provvisioni amplissime, sovr'ogni punto di polizia, sono una maniera di ordinamento amministrativo nell'esaltazione dell'imperatore, chè dopo il giuramento ben era d'uopo far conoscere i voleri del nuovo signore, e consolidar l'azione dell'invigilanza sua su tutto l'impero. Poi, stabilito quest'ordinamento politico, seguono tosto le provvisioni intorno al clero, però che i due ordini civile ed ecclesiastico sempre si mescolano e confondono insieme. «I vescovi, gli abbati, e le abbadesse, abbian loro avvocati, e vice signori, e centurioni versati nelle leggi, amanti della giustizia, pacifici e buoni, che mirino in tutta pace e concordia a terminar le liti secondo la legge. I conti e i centurioni chiamino tutti dinanzi a loro, per rendere a tutti giustizia, e tengano per subalterni persone che osservino fedelmente la legge, che non opprimano i poveri nè tampoco nascondano per promesse o doni, nè per qualunque altra ragione, i ladri, gli omicidi, gli adulteri, gli stregoni, gl'incantatori, le indovine; ma anzi li palesino affinchè sieno puniti secondo la legge, e il popolo cristiano sia liberato da siffatte molestie.» Con molte altre simili provvisioni, in tutte le quali v'ha qualcosa che sa dell'ospitalità germanica, ivi il principe essendo il padre comune, il protettore dei deboli, e l'imperatore parlandovi parole paternali che ricordano le foreste di Lamagna, e quelle antiche quercie ospitali. Del resto la potente autorità sua dee a tutto provvedere, e però egli prosegue: «Ognuno si tenga pronto a ricevere gli ordini nostri, e se taluno adduca in pretesto non essersi trovato pronto al momento in cui giunse il nostro ordine, sia tradotto al nostro palazzo. Ognuno porga aiuto ai nostri messi affinchè si faccia buona giustizia. Lo spergiuro sia severissimamente vietato, necessario essendo di estirpar dal grembo della cristianità quest'abbominevol delitto; s'egli è provato che taluno abbia giurato il falso, perda la mano diritta, e sia privato del suo patrimonio, fino ad ulterior nostra decisione.» Lo spergiuro infatti è un gran delitto in una legislazione che tanto si posa sul giuramento.
Poi vengono le leggi intorno alla custodia delle foreste, e luoghi di passatempo e bandite dall'imperatore, e tutte queste leggi sono severissime, come suole nelle civiltà primitive, e confidate alla vigilanza dei messi regi.
I missi dominici eran dunque, come si vede, gli organi e i ministri d'una grande centrificazione[74] che avea per nocciolo, a così dire, l'imperatore. Carlomagno vuol tutto sapere, tutto conoscere da sè stesso, poichè trovandosi a fronte d'una civiltà mezzo barbarica e imperfetta, gli convien tutto senza posa ridurre all'unità con un'attenta soprantendenza. Tre anni appresso un'altra commissione viene affidata a que' regi ufiziali, e quella è di recare i capitolari dell'imperatore in tutte le provincie, e inculcarne l'osservanza. Un articolo sembra ivi speciale pe' Bavari, da lui pur dianzi assoggettati all'impero suo, quello in cui vuol che rispettati sieno gli usi loro e privilegi; conservando così il conquistatore le leggi dei duchi di quel paese, benchè spogliati della signoria loro, in quel modo che già ebbe a conservar le leggi dei Longobardi, dei Visigoti e dei Sassoni stessi.
Questi capitolari, che intitolar si possono dell'esaltazione all'impero, sono affidati, per l'esecuzione, a messi regi tolti fra iconti ed i vescovi, a ognun de' quali l'imperatore medesimo addita l'itinerario suo, in questi termini: «L'arcivescovo Magno e il conte Gotifredo si recheran dapprima da Orleans alla Saona, per la più corta, poi si renderanno a Troyes e nel contado di questa città, indi a Langres e da Langres a Besanzone in Borgogna, poi di quivi ad Autun e alla Loira fino ad Orleans. Fardolfo e Stefano scorreranno il contado di Parigi, le terre di Melun, Etampes, Chartres e il Poissy. I vescovi Mainardo e Madelgando scorreranno il Maine, il Bessinese, il Cotentino, l'Avranchino, il territorio d'Evreux, e su questa medesima riva della Senna, il territorio pure di Reims.» Nei capitolari non abbiamo altri nomi di messi che i sopraddetti, ma non è tuttavia men certo che tutto il territorio dell'impero fu visitato da questi deputati imperiali, assegnata a ciascuno la sua particolar giurisdizione.
Nell'anno medesimo, un'altra general commissione viene affidata ai missi dominici che scorrer deggion l'impero, e il capitolare ad essi indiritto è dato da Carlomagno dal palazzo di Nimega, in mezzo alle solitudini e alle selve del Vaalla. Il qual capitolare, tutto speciale siccome quello che si riferisce a' tempi di carestia, comprende il principio delle due grandi provvisioni di cui ho più sopra parlato, l'uniformità dei pesi e delle misure, e il maximum, o per lo meno la tassazion regolare del prezzo de' grani. Un altro capitolare, indiritto pur esso ai messi regi, comprende discipline ancor più generali sui placiti[75], sulle diete e sulle imposte. «Nessuno, eccetto gli scabini e vassalli del conte, sia obbligato presentarsi al placito, se non ha cause da far giudicare; e i nostri messi usino misericordia inverso di tutti. I testimoni vengano al placito ancor digiuni[76], come già ordinammo nei precedenti capitolari, e se mangiarono, non possano più render testimonianza, nè prestar giuramento, e prima di farli giurare sieno appartatamente interrogati.» E così via in questo capitolare, si vien tutto ordinando ciò che si riferisce alla buona e retta amministrazione della giustizia, salvo colà dove si ammette il combattimento giudiziario fra l'accusato di giuramento falso e l'accusatore; ma era la consuetudine dei tempi in cui la forza prevaleva alla ragione.
Ma se da una parte Carlomagno vuol che a tutti sia resa giustizia, egli dall'altra desidera di non essere in casa noiato con ingiuste doglianze, e però i litiganti non deggiono a lui ricorrere se non per forti e gravi cagioni. «I nostri messi e i conti ci faccian sapere i litiganti rei di menzogna perchè sieno puniti. Le cause che si riferiscono alla proprietà o alla libertà delle persone, non debbono conchiudersi dinanzi ai vicarii o centurioni, ma sibbene alla presenza dei messi imperiali o del conte, ecc.» Poi a queste formole generali di diritto, che gl'inviati o messi regi seco recavano, come il sunto delle sovrane intenzioni, Carlomagno aggiungeva peculiari istruzioni atte ad indirizzarli, e tenerli a segno nell'ufizio loro. Essi dovean poi principalmente informarsi delle cagioni onde non pochi pretendevano esser esenti dalla milizia, e tutte egli le riassume nelle sue istruzioni a loro; indi, a far che siffatti grandi abusi nel militare servigio non si rinovino, tocca, in un capitolare, ai messi medesimi indirizzato, delle leggi che al detto servigio si riferivano, con le seguenti parole. «Ogni uomo libero che possegga quattro mansi del suo, o dategli in beneficio da qualche altro, sia pronto a muovere insiem col suo signore, contro il nemico. A chi non possiede più di tre mansi, un uomo aggiungasi che sia possessore di una, se la intendano fra di loro, e basta che un solo di essi rendasi al campo. Chi ha due mansi verrà accompagnato con chi ne abbia altri due, ed essi pure si acconcin fra loro in modo che un solo si muova; e così si accompagneranno e acconcieranno quattro possessori d'un manso solo per ciascuno, affinchè l'un solo di essi abbia a partire. Chiunque sarà convinto di non aver voluto acconciarsi con un altro, o muovere contra il nemico, dovrà pagare un'ammenda, secondo la legge. Se alcuno adduce essere rimasto a casa per ordine del conte, del vicario o del centurione, e aver a questi contato il danaro che gli sarebbe convenuto adoperar nell'allestirsi per la guerra, i nostri messi faranno indagini a scoprir se sia vero, e quando sì, condannino all'ammenda colui che avrà dato all'uomo licenza di restarsene, sia pur esso un conte, un vicario, l'avvocato d'un vescovo o d'un abbate. Da quest'ordine e dall'ammenda, sieno esenti i due uomini dal conte lasciati a casa in custodia della moglie, e i due altri ancora rimasti a guardia delle sue sostanze o per utile nostro e servigio[77]. Per lo stesso motivo noi vogliamo che oltre ai due nominati da lasciare in custodia della sua donna, il conte ne lasci altri due in ciascuna delle sue possessioni; ma tutti gli altri debbon seguirli alla guerra. I vescovi e gli abbati pure non dovranno tener seco a casa se non due dei laici loro. Tutta la nostra gente, e quella dei vescovi e degli abbati, che possiede beni del suo o in benefizi, marciar dee contra il nemico ad ogni comando nostro, salvo quelli a cui abbiam conceduto di rimanersene co' loro signori, e se v'ha chi abbia pagato danaro per cansarsene, o sia restato a casa con permissione del suo signore, paghi, come dicemmo, un'ammenda al nostro fisco. Così pure vogliamo che i nostri messi faccian pagare ammende a tutti coloro, sien conti, vicarii o centurioni, che dovean marciare contro al nemico, e nol fecero. Di questo capitolare saran fatte quattro copie, una delle quali da serbarsi in mano dei regi messi, ed un'altra da consegnarsi al conte nel cui governo dovrà essere eseguito, affinchè nè gli uni nè l'altro facciano cosa in contrario agli ordini nostri. I messi che comandano l'esercito, avranno la terza copia, e la quarta sarà conservata dal nostro cancelliere.»
Or che tu hai conosciuta questa sì vasta legislazione intorno ai missi dominici, puoi anche aver curiosità d'informarti, con l'esame degli antichi documenti, del modo con cui quelli adempievano l'ufizio loro; ci restano in fatti ancora alcune relazioni dei medesimi, nelle quali è da cercare la storia dell'amministrazione di Carlomagno. Ecco dunque le formole che questi missi dominici, investiti d'una smisurata podestà com'erano, usavano coi conti, e cogli abbati, legittimi possessori dei benefizi. «Adalardo, Folrado, Unroco, ed Orcolfo, messi dell'imperatore, salutano nel Signore il conte dilettissimo. Non è ignoto alla bontà vostra che l'imperatore mandò noi, Radone, Folrado, ed Unroco in questa legazione, per fare quel più che crederemo opportuno, secondo la volontà di Dio e la sua. Se non che Radone, essendo caduto infermo s'è trovato impedito a formar parte di questa deputazione, in tempo che più che mai sentir facevasi il bisogno della presenza sua, onde piacque al nostro imperatore d'aggiungere a noi Adalardo ed Orcolfo, affinchè tutti, di compagnia, abbiamo a metterci all'opera, secondo la volontà di Dio e la sua, come testè abbiamo detto. Entrati adunque in questa legazione, noi vi mandiamo questa lettera, ordinandovi, per parte dell'imperatore, e pregandovi, per parte nostra, di provedere in tutti i modi possibili a tutte le cose che da voi dipendono, tanto a quelle che riguardano il culto di Dio e il servigio del signor nostro, quanto a quelle che riguardano la salute e difesa del popolo cristiano, comandato essendo così a noi come a tutti gli altri messi, di dargli relazione verso la metà d'aprile, del modo in cui saranno stati eseguiti gli ordini suoi, affin ch'ei dar possa le meritate lodi a coloro che gli abbiano adempiuti, e riprender severamente quelli che ad essi si sien mostrati recalcitranti e ribelli. E che potremmo noi dirvi di più? Egli vuole che non solo gli riferiamo in che siasi contravvenuto agli ordini suoi, ma ben anche gli additiamo coloro, dalla cui negligenza aiutate furono simili contravvenzioni. Noi quindi vi ammoniamo a rileggere i capitolari, a ricordarvi degli ordini avuti in voce, ed a porre in tutto il vostro zelo, sì che non abbiate se non ricompense a ricevere tanto da Dio, quanto dal vostro potentissimo signore. Noi vi ordiniamo altresì, ed esortiamo, insieme con tutti i vostri subordinati e cogli abitanti della vostra provincia, d'essere obbedienti al vostro vescovo, sia egli presente, o aver vi faccia gli ordini suoi, senza por trascuranza nell'eseguirli; e il medesimo fate negli obblighi vostri verso l'imperatore e in tutto ciò che vi fu ordinato in iscritto ovvero in voce. Rendete la giustizia alle chiese, alle vedove, agli orfani, a tutti insomma, senza male preoccupazioni, senza trarne ingiusto profitto, senza indugio fuorchè il necessario, in forma intera e irreprensibile, giustamente e rettamente, sia che la cosa riguardi voi medesimi, sia che essa riguardi alcuno dei vostri dipendenti o tutt'altra persona. I ribelli o scredenti agli ordini vostri, e coloro che sottometter non si volessero alla giustizia vostra, sieno da voi fatti incarcerare, qualunque sia il numero loro, e se fa d'uopo, mandateli a noi, o diteci il bisogno, quando saremo insiem raccolti, sì che noi possiamo metter in pratica contro di loro i comandi avuti dall'imperatore. Se v'ha qualcosa negli ordini da voi ricevuti di che non siete ben certi, mandateci in diligenza qualche uomo intelligente, che noi glielo spiegheremo, affinchè vi sia fatto chiaro, e lo mandiate con l'aiuto di Dio ad esecuzione. Badate bene altresì, che non si trovi alcun di voi, o della vostra contea, che dica: Zitto! zitto! lasciamo passare i messi, e poi ci faremo giustizia tra noi. La giustizia non dee esser così soprattenuta nel suo corso, anzi fate che le cause tutte sieno recate innanzi a noi. Perchè se tanta sia la tristizia vostra, e abbiate prodotto, sino alla nostra venuta quelle cause che voi avreste potuto giudicar senza l'aiuto nostro, sappiate che renderemo di voi rigorosissime informazioni[78]. Conservate questa lettera, e leggetela spesso affinchè ella vi serva d'istruzione, e dir possiate d'aver operato appunto siccome vi fu da noi scritto.»
Non v'ha cosa che meglio di queste contemporanee scritture manifesti l'andamento e il merito dell'amministrazione di Carlomagno; sono avanzi di leggi e monumenti venerandi, entro i quali cercar si debbono i costumi, gli usi e le consuetudini di que' tempi; i capitolari e le istruzioni date ad un di questi messi appien vi narrano il vero spirito dell'amministrazione politica dell'ottavo e del nono secolo. Uomini ben potenti eran cotesti messi regi, però che la podestà loro non avea limiti, e comandavano ai conti con l'autorità che tenean dall'imperatore, ed erano imagine quasi e simbolo dell'unità carolina. Il più eminente di questi grandi magistrati ambulatorii si fu il vescovo d'Orleans, del quale toccai già più sopra, di nome Teodolfo, che fu da Carlomagno deputato a formar parte della legazione, l'anno 811 mandata a visitar tutte le città meridionali, a veder se i placiti erano ben condotti, se a dovere le Assise, se l'entrate del fisco erano regolarmente raccolte, se le città romane conservavano i loro privilegi o i loro municipii, se le chiese stavano soggette alla disciplina. Teodolfo era una mente amministrativa di grandissimo valore, uomo di segnalata dottrina, e per l'origine sua apparteneva alla scuola italica insieme e longobarda. I suoi scritti, que' pure in verso, hanno un colore politico; scorse egli le due Narbonesi, dove compose il suo poema col titolo: Esortazioni ai giudici, per confortarli a rendere altrui buona giustizia, ed a dare a tutti il suo. La più ragguardevole tuttavia dell'opere sue si è la relazione di genere amministrativo, della sua legazione nelle due Narbonesi; egli ha tutto visto e visitato, e porge un sunto delle sue impressioni all'imperatore. In un poema poi sulla sua legazione nelle provincie meridionali, raccoglie pure le sue rimembranze; egli vide Nimes con le sue antichità, Beziers co' suoi Ebrei, Marsiglia con le sue istituzioni municipali, e vuole che il suo viaggio resti a memoria, onde toglie a prestito per esso un profano e virgiliano linguaggio.
Quanto alle relazioni scritte dai messi regi all'imperatore intorno al governo in generale, esse venivano lette ad alta voce nei placiti e nelle adunanze del campo di maggio, dove l'alto signore raccoglieva i suoi leudi e conti e uomini d'armi. Per mezzo dei missi dominici Carlomagno era informato d'ogni menomo accidente della pubblica amministrazione, e sapeva le consuetudini e le forze dell'impero suo dall'Ebro fino al Danubio. I capitolari erano la gran legge che tutto riduceva ad uniformità; i conti erano magistrati stabili sì da non potersi usar di loro ad applicar la legge fuori de' luoghi ove risedevano; era dunque bisogno di procuratori che scorressero tutto l'impero, con la piena confidenza del principe, nè questi esser doveano uomini de' municipii o delle provincie, ma sì delegati propri dell'imperatore che seco recassero lo spirito di unificazione dei capitolari. Ogni volta che fu mestieri d'imprimere un certo vigoroso impulso sulla superficie d'alcun vasto impero, fu anche mestieri d'aver ricorso a questi siffatti delegati speciali e commissari straordinari che si pongono in un più alto cerchio dei magistrati locali, sempre impressionati dello spirito circoscritto dei distretti da essi amministrati.