CAPITOLO VII. USI E COSTUMI DEL REGNO DI CARLOMAGNO.

La vita cristiana. — Il battesimo. — Il matrimonio. — Le carte testamentarie. — La morte. — Le corti plenarie. — I banchetti. — Le cacce. — La vita delle foreste. — Vestimenta e lingua. — La tedesca. — La franca. — La romanza. — Relazioni di Carlomagno co' leudi. — I vescovi. — Gli abbati. — Forme delle epistole. — Dei sigilli. — Consuetudini del palazzo per la sottoscrizione delle carte e diplomi. — Monete. — Misure.

768 — 814.

Le memorie della vita privata d'un popolo sono sparsamente comprese nelle tradizioni e nelle leggende, specchio fedele de' suoi costumi e delle sue consuetudini; le croniche generali sono sterili, e narrano bensì, per ordine di tempi, le gesta del re o dell'imperatore, le guerre lontane, le spedizioni militari; ma del viver domestico, dei costumi e degli usi della società, appena toccano, e il cronichista vi passa per mezzo senza nulla dirne, non essendo uficio suo raccontar le cose comuni, la vita del castello o anche del monastero. Carlomagno, conquistator della Lombardia, de' Pirenei e della Sassonia, è il soggetto del suo racconto, e gli annalisti, come sono i monaci di San Dionigi, di Fulda, o di San Bertino, altro non vi dicono se non che egli passò le feste di Natale ad Aquisgrana, e celebrò la Pasqua a Magonza, e indarno ivi a cercar vi fareste come nascano, vivano e muoiano i conti, i leudi, il Franco, il Romano, l'uom libero, il servo, chè di tutto ciò neppur motto.

A' tempi carlinghi tuttavia talun di que' cronisti narrò la vita pubblica e privata dell'imperatore, ed Eginardo stesso, suo biografo, suo cancelliere e suo cherico, tenne scrupolosamente dietro alle gesta di lui, e le raccontò a servigio dei contemporanei e dei posteri. Il monaco di San Gallo, cui la storia tiene in dispregio più che non dovrebbe, è quello fra' cronichisti, che meglio narri d'ogni altro le condizioni della vita privata degli uomini d'arme, e dei cherici, e accostandosi egli a' leggendari, ritrae dello spirito loro, e si intrattiene sui più piccioli accidenti, dove appunto stanno i costumi di quel tempo. Il cronista sassone usa nelle solenni sue descrizioni e nelle relazioni delle corti plenarie, dei castelli, e della vita di corte la forma poetica, e poeta com'egli è di viva ed ardente imaginazione, gode di ridir le pompe della famiglia carolina. Dopo Eginardo, il monaco di San Gallo e il poeta sassone, non si vuol cercar gli usi di quella società se non nelle leggende, nelle scritture e nei diplomi, documenti che soli vi guidano nella parte intima di quelle generazioni; e bello, parmi, vederle così appien dipinte con le vesti, con le usanze, con le passioni loro e le loro opinioni.

In mezzo a quella tutta religiosa generazione la Chiesa disciplinava la vita dalla nascita fino alla morte. Il battesimo iniziava l'uomo nella vita morale e religiosa della società; non sempre il ministravano a' fanciulli, agli adulti sì, ed osservavasi la consuetudine seguita già nei primi tempi del cristianesimo verso i neofiti, che venivano ad inginocchiarsi appiè del battistero dimandando l'acqua benedetta. Tra quelle popolazioni, pur dianzi convertite, tuttodì avveniva che uomini, a mezzo già della vita, si presentassero per esser fatti cristiani, e il battesimo era pure un segno di sommessione e d'ubbidienza alle leggi dell'impero; così quando i Sassoni, i Danesi, i Frisoni si sottomettevano al tributo, il battesimo era il primo pegno ch'ei davano della ubbidienza loro; donde l'uso di situar il battistero fuor della Chiesa, affinchè accorrer vi potesse la moltitudine. Nelle basiliche poi non sorgeva esso di que' giorni fra gl'intercolunnii, ma sì nel peristilio, con una cattedra in cui saliva un cherico ad esortar i novelli cristiani ad osservare i comandamenti di Dio e del principe. E però l'infrazione di questo patto era delitto di azione pubblica, e quelli fra i Sassoni e i Danesi che si scioglievan dal vincolo del battesimo, erano reputati ribelli, chè conversione e sommessione eran tutt'uno. Quindi le leggi politiche e gli atti, che punivan di morte il Sassone che violava gli obblighi contratti col battesimo.

Il matrimonio, secondo atto della vita cristiana, nulla serbato avea della sua casta unità, nè rado era il vedere più donne attinenti al medesimo principe, leudo o conte, sotto un medesimo tetto. Le passioni signoreggiavano i cuori di quegli uomini violenti, e quando una donna era lor venuta a noia, la gittavano come una tazza dopo tracannatone il vin del Reno o della Mosa che conteneva; il Franco, tutto inteso nelle guerre e spedizioni lontane, pigliava a grado suo una concubina, ripudiava la moglie legittima, o la serbava, dandole un'altra compagna. Le contese fra i papi ed i re, fra i vescovi ed i conti, spesso non aveano altra cagione, che il disegno in quelli di frenar le passioni della concupiscenza e del sangue; i papi principalmente instavano coi re e conti perchè abbandonassero le concubine ond'era macchiato il loro talamo nuziale, e si facevano scudo alla debolezza della donna contro la sfrenatezza di quegli uomini rotti, che la cacciavan da sè come tosto saziata fosse la loro passione. Le leggende ci narrano pietose istorie di povere mogli abbandonate dal prepotente marito preso d'altro amorazzo; e l'unità del matrimonio fu pel cristianesimo, al medio evo, la conquista più malagevole, chè quando la passion bolle, la morale è impotente, e languida è la sua voce in mezzo alle tempeste dell'imaginazione e dei sensi. I cherici stessi non erano esenti da questa tendenza verso il concubinato, e ne fan fede i canoni dei concilii che li richiamano al loro dovere. Ammirabil fu in ciò la potenza dei papi, che soli condussero a fine il grande incivilimento dei costumi in grembo alla Chiesa; rimbombar facendo il terribil grido della morte, eglino ricordavano alle genti altro non esser la vita che un breve passo verso l'eternità, e in mezzo a quelle sensuali delizie scagliavano le imagini dell'inferno.

Quanto più le passioni eran vive, strepitose, impetuose in mezzo al vigor della vita, e tanto più il pensier della religione giungea peritoso e fiacco alle soglie della morte, e curiosissimo, in effetto, è lo studio delle carte testamentarie, sì varie e moltiplici come furono al medio evo. In que' caratteri, vergati all'avvicinar della morte, cercar si vuole l'ora del pentimento di que' guerrieri chè a nulla aveano avuto rispetto nella gioventù loro, e venivano a morir sulla cenere. Le quali carte e formole testamentarie quasi sempre si risolvono in pie donazioni; ora vediamo il barone fondare un romitorio al deserto perchè si preghi per l'anima sua; ora fare un lascio ai poveri infermi, in espiazione dei ladroneggi e dei disordini d'una vita sfrenata[79]. Spesso ancora la scritta testamentaria è l'atto di qualche pia donna, di nome Ildegarda, o Emma, o Batilde, che edifica un monastero, dove si faccia orazione, e dove, in commemorazione della Santa Maddalena, donzelle e madri tergano i piedi ai pellegrini di Cristo. Giammai non v'ebbe più rapido trapasso dai pensieri sensuali alla mortificazione e alla penitenza; quel fiero leudo spregiatore dei santi, che pur ora empiea la sacra tribuna de' suoi falchi, e il battistero de' suoi cani, saccheggiatore di arche sante, quel turculento soldato di Carlo Martello, veniva in fin di morte a pentirsi, e tutto dava, fin l'abito suo, a' poveri monaci per ottener l'ultima sua dimora nella basilica, dove scolpivasi in rilievo la figura sua su quelle lapidi, quale ancor la vediamo dieci secoli dopo[80] a dispetto dei guasti del tempo, quel gran verme che rode la pietra, in quella guisa che il verme del sepolcro rode il cadavere.

La vita di tutta quella generazione era o privata o pubblica, e passava quindi o alle guerre lontane, o nelle grandi tenute e stabili del fisco, o nei monasteri; ogni stagione dell'anno aveva la sua solenne rappresentazione, la sua corte plenaria; il lusso e la magnificenza splendevano in ogni luogo. A simili ragunate convenivano i conti, i leudi, i vescovi, e tutti quelli che dipendevano dall'alto signore, e nelle cristiane solennità della Pasqua, della Pentecoste, o del Natale. Carlomagno tener solea le sue diete in Aquisgrana, sede sua prediletta, raccogliendovi Galli, Franchi, Germani a splendide feste ed a latranti cacce nelle ampie selve della Mosa e del Reno.

La Germania infatti facea sua grande occupazione della caccia, nè cosa udir puossi più vera, più evidente, più di que' tempi, della descrizione che il poeta sassone fa di quelle nobili corti plenarie raccolte dall'imperatore nelle sue reggie, al momento che i latrati dei cani e gli strilli de' falchi annunzian la caccia. «Uso è di Carlomagno (così il poeta) abbandonarsi, nelle foreste, ai dolci passatempi dalla campagna[81]; ivi egli sguinzaglia i suoi cani ad inseguir le fiere, e tra il fitto degli alberi atterra i cervi a frecciate. Al primo levar del sole, i giovani più cari al re corrono verso il bosco, mentre i nobili signori stan già raccolti alle soglie del palazzo, alle cui dorate cime s'innalza grande strepito sì che quasi turba l'aere d'intorno; il guaito risponde al guaito, il cavallo risponde all'annitrio del cavallo; i servi da piè si vanno l'un l'altro chiamando, e i valletti, pronti a seguire i passi del loro signore, si schierano dietro di lui. Il destriero che portar dee l'imperatore, tutto coperto d'oro e d'altri preziosi metalli, par che trionfi, e scuote irrequieto la testa, quasi a chieder licenza di correre a grado suo per campi e per monti. Ci son giovani che recano bolzoni guerniti di ferree punte, e reti di maglie a quattro fili, ed altri che conducono accoppiati al guinzaglio veltri latranti e furibondi mastin. Da ultimo vien re Carlo con cinta la fronte d'un ricco diadema d'oro; il volto suo risplende di lume sovrumano, e la statura sua sopravanza quella di quanti gli stanno d'intorno; i più sublimi in dignità fra i duchi e i conti lo seguono. Le porte della città si spalancano, i corni fan rintronar l'aere da lunge, e i giovani sbrigliano i cavalli al galoppo. La reina stessa, la bella Luitgarda, lasciando finalmente il superbo letto, s'inoltra in mezzo al corteo che l'accompagna; tinta ha la gola d'un vivissimo color di rosa[82], e i capelli annodati da bende purpuree, che le cingon le tempia, la clamide stretta al corpo da fila d'oro, e la testa coperta d'un tocco. Lo splendor del suo diadema d'oro e delle sue vesti di porpora si confonde con quel delle gioie ond'ha ornato il collo. Le giovinette e care sue figlie l'attorniano, e il destriero intanto va sotto di lei balzellando. Il resto della gioventù aspetta fuori i figli del re, dei quali ecco finalmente apparir Carlo, somigliante sì al padre nel nome, nelle fattezze e nei modi; e dopo lui Pipino con le tempia cinte d'un luminoso metallo, in groppa ad un generoso corsiero, ed in mezzo a numerosa comitiva; dietro a lui viene il Consiglio, e i corni udir fanno il loro frastuono che giunge fino alle nubi. Si avanzano quindi le figlie del re; Rotrude la prima, coi capegli framezzati di filze d'amatiste, sulle quali brillano altre pietre preziose, disposte senza disegno, per dar luogo alla splendida corona di cui ha ornata la fronte, e al bel velo annodato da un filo d'oro. Viene indi Berta, in mezzo alle sue figliuole, e nella voce, nello spirito, nel portamento, nel sembiante tutta il padre: ella reca in capo un magnifico diadema; ha le chiome intrecciate di fila d'oro, il seno coperto di rare e preziose pellicce, le vesti coperte di perle, ed anche le maniche tempestate di brillanti. Dopo di lei si fa innanzi Gisela, splendida di modestia, in mezzo a un drappello di giovinette vergini, vestita d'una roba tinta in malva[83], e col velo adorno di vistosi galani di porpora. Adelaide, che segue a lei dappresso, è tutta sfolgorante delle ricche gioie ond'è coperta; con un serico manto che le scende dagli omeri, con la clamide annodata da un fibbiaglio d'oro, guernito di fitte perle, e colla fronte ornata d'una corona similmente di perle. Il focoso palafreno la porta negli opachi recessi dove si nascondono i cervi. Vedi che s'avanza pur la bella Teodrada, con le chiome aggruppate da lacci d'oro, con un ricco monile di smeraldi cinta la gola, e di sofocleo coturno calzata il bel piede. Viene ultima Ilrude, a cui la sorte assegnò questo luogo in coda della comitiva. Tutti finalmente sono raccolti: si lasciano i cani, i cavalieri accerchiano la selva, il cignale è scovato, i cacciatori s'imboscano; Carlo si avventa sul cignale incalzato dai cani, e gl'immerge la spada nel fianco, intantochè i figli suoi, da un alto circostante poggio, godon di quello spettacolo. Indi egli comanda che si entri di nuovo in caccia, e si atterrano altri cignali assai. All'ultimo si giunge ad un luogo del bosco, dove furon, per questa occasione, così d'improvviso, rizzati padiglioni e fontane, ed ivi Carlo, radunati i vegliardi, i provetti e le caste verginette, li fa tutti sedere a mensa, ordinando di mescer loro il falerno a ribocco. Intanto il Sol fugge, e la notte copre dell'ombre sue tutto il creato.»

Questa bella descrizione d'una caccia carolina, all'ottavo o al nono secolo, è una delle più curiose pitture che dar si possano delle grandi corti plenarie: essa ci porta in mezzo alla famiglia stessa dell'imperatore, alle sue donne, alle figlie sue, a' suoi sollazzi e alle pratiche della sua casa. Tutte quelle gemme, tutto quell'oro, di che risplendono le figlie regali, fanno contrasto con ciò che ci narran le cronache intorno al vestir consueto, semplice tanto, di Carlomagno. A quei tempi la vita pubblica era tutto, il capo signore tutto prestava sè stesso a' vassalli suoi; gli accoglieva pomposamente, dovea loro ospitalità alla foggia degli antichi, e banchettarli imperialmente, con le tazze d'amatista, che passavano in giro, con pavoni, con le membra del cervo palpitante, con la testa del cignale, e con vin del Reno a fiumi.

Teodolfo vescovo, il poeta per eccellenza, ci descrive uno di questi regali banchetti, alla corte di Francoforte, nei seguenti termini: «Già i grandi ufiziali del palazzo[84] arrivano, ed ognuno è sollecito a compier l'ufizio suo. Tirsi, pronto sempre al servigio del suo signore, è tutto lesto, ed ha piedi, e cuore, e mani sempre in moto. Egli porge l'orecchio alle suppliche che gli vengon da ogni parte rivolte, fa le viste di non intenderne alcune, altre ne ascolta volontieri, ed a chi concede l'entrata, a chi la nega. Questo zelante servitore si tien sempre accanto al trono, tutto prudenza ed ossequio. Ecco il vescovo, dal cui volto, candido come il suo cuore, traspare la contentezza dell'animo. Vien egli per benedire il cibo e la bevanda del re, e per mangiare anch'egli, se il re così vuole. Anche Flacco[85] è qui, Flacco, la vera gloria dei nostri poeti, famoso per l'ingegno e per le opere, che spiega i sacri dommi della Scrittura, e si ride di ogni malagevolezza del verso. Poi v'è Ricolfo dalla grossa voce, di mente svegliata, di elegante parlare. Ei dimorò lungo tempo in regioni lontane, ma almeno non ebbe a tornarne a man vuota. E per te pure, amabile Omero, avrei canti dolcissimi, se tu fossi qui, ma tu se' lontano, e la mia musa si tace. L'accorto Escambaldo v'è anch'esso venuto, con le doppie sue tabelle in mano; le mani, che gli pendono ai fianchi, stanno per ivi raccoglier le vostre parole, e le ridiranno senza ch'ei parli. Lentulo reca un cesto di poma, Lentulo, anima fida, di pronto ingegno, ma di tarde membra. Nardino corre da un luogo all'altro, simile a una formica, con instancabil piede[86]; un ospite industre abita l'angusta sua casetta, e un gran cuore anima il suo picciol corpicciuolo, onde ora tu lo vedi intento nel libro che ei reca in mano, ed ora in atto d'aguzzare il dardo che dee dar morte allo Scozzese. Frisidio prete vien poi, a fianco di Ocolfo, compagno suo, uomini semplici amendue, ma dottissimi. Insieme accompagnati Escambaldo, Nardino ed Ocolfo far potrebbono a meraviglia i tre piedi d'un desco, però che quantunque uno di loro sia più grosso degli altri, son tutti d'una medesima grandezza. Giunge indi Menalca, tergendosi la fronte bagnata di sudore, entra e rientra spesso fra panattieri e cuochi, recando cautamente le imbandigioni, ch'ei passa dinanzi al re; Eppino, il coppiere, viene anch'esso, portando vasi preziosi che chiudono vini squisiti. Tutti i convitati siedono intorno intorno alla regia mensa; la gioia regna in tutti i volti, nè sì tosto Alcuino avrà benedetto i commensali, ognuno parteciperà del convito.»

Questi splendidi conviti si tenevano solo a' giorni solenni dell'anno, però che, se deesi prestar fede a Eginardo, Carlomagno era per costume il più frugale degli uomini. Egli non mangiava solitamente più di quattro leggerissimi piatti[87], comechè avesse una statura di sette piedi, ed un ventre trionfale. A somiglianza di tutti gli uomini di razza germanica, gli piacea la carne arrosto, perchè rinforza il corpo e dà vigore alle membra; affaticava molto, sì che gli era tolto il digiunare, anche in quaresima, ed avea preso in Italia l'uso di dormir, dopo il pasto, di pien meriggio, e questo sonno meriggiano miglior gli parea che quel della notte, uso, com'era spesso, a levarsi fra quella, e porsi al lavoro co' suoi segretari. Le vesti e gli abbigliamenti dell'imperatore e de' suoi leudi niente aveano di sfarzoso, eccettochè nelle feste solenni, delle quali ho parlato; l'inverno portava, di solito, una pelle di lontra foltissima per difendersi dal freddo; nelle miniature poi del messale di Carlo il Calvo, lo abbiamo dipinto in clamide, con alcuni ornamenti tolti da quelli della corte di Costantinopoli, chè i Barbari amano essi pure il lusso, quand'hanno a mostrarsi agli occhi della moltitudine.

Nelle sue pratiche cotidiane Carlomagno era sobrio, siccome gode di dire Eginardo, e la testimonianza sua, non ostante il favore che ei mostra spesso pel principe e signor suo, ha un tal colore di verità da non poterla rifiutare. «Sobrio nel mangiare, così egli, ma più sobrio ancora nel bere, aborriva l'ubriachezza in chichessia, non dico poi in sè stesso e ne' suoi. Quanto al cibo, ei non potea tanto privarsene quanto avrebbe voluto, e di frequente lagnavasi che il digiuno lo molestava. Non dava, se non assai raramente, grandi banchetti, alle feste principali soltanto, e allora convitava gran numero di persone. Ne' suoi pasti cotidiani non si servivano mai più di quattro piatti, oltre l'arrosto, che era dai cacciatori recato in sullo schidone, e di questo egli era più ghiotto che d'ogn'altra vivanda. Durante il pranzo si facea recitare a memoria o leggere, più volontieri che altro, le storie e le croniche dei tempi passati. Gli piacevano pure assai le opere di sant'Agostino, e particolarmente quella che ha per titolo la città di Dio. Era sifattamente astemio del vino e d'ogni altra specie di liquori spiritosi che non bevea più di tre volte in tutto il suo desinare. In estate, dopo il pasto meridiano, mangiava qualche po' di frutta, beveva un tratto, poi si spogliava delle vesti e della calzatura, come facea la sera per andare a letto, e riposava un due o tre ore, uso com'egli era, non che ad interromper, destandosi, quattro o cinque fiate il sonno della notte, ma ben anche a levarsi del tutto. Nè solo egli ricevea gli amici mentre si calzava e vestiva, ma se il conte del palazzo gli avea a render conto di qualche causa in cui non si potesse giudicare senz'ordine suo, facea pur issoffatto introdurre le parti, informavasi della quistione, e sentenziava, come s'egli sedesse in tribunale; e non bastandogli di sbrigare in quei momenti le cause, spediva quanto avea a fare tra 'l giorno, e dava gli ordini a' suoi ministri.»

In tutti i dipinti della Germania a riva del Reno, che ritraggono Carlomagno, noi lo vediamo pur sempre sotto le medesime forme, con la statura medesima, col medesimo piglio; un gigante cioè, con la sua clamide, il suo manto reale, la palla del mondo, la spada e lo scettro in mano, e la corona in fronte: il quale non è forse tanto il ritratto fisico di Carlomagno, quanto il concetto che il mondo erasi fatto della sua grandezza, ed un sunto delle tradizioni contemporanee che passano di secolo in secolo. Il Carlomagno delle leggende e delle croniche è fatto sullo stesso modello, e quasi dissi, col medesimo bronzo; a Monza egli è tale quale ad Aquisgrana, in sul Reno, sull'Elba, alle Alpi ed a' Pirenei. Alemanno, Lombardo o Sassone egli è sempre qualcosa al di sopra dell'umanità.

Non pertanto quelle diverse nazioni raccolte in un solo impero conservaron le costumanze loro e le loro leggi, nè i capitolari, esperimento com'ei sono d'unità per la legislazione, ottener mai non poterono questo fine. La lingua comune e volgare era la romanza, miscuglio di latino e di gallo, unito a qualche frase sassonica, e parlavasi generalmente nelle città, nei contadi fra i servi; ma il tempo appena ci conservò qualche sparso frammento di questa lingua primitiva; i sermoni più antichi che si abbiano, appartengono al decimo secolo, poichè i concili ordinavano predicazioni in lingua volgare, a farsi meglio intender dal popolo. Il latino era usato dai cherici nelle loro corrispondenze con Roma, centro e grande unità che conservava e perpetuava la coesione fra le diverse molecole della cristianità; i concilii, la legislazione, i capitolari, tutto fu scritto in latino. La lingua tedesca o germanica fu pur essa gelosamente conservata da tutti gli uomini d'arme che seguivan Carlomagno alla guerra, ed ei pure si dilettava di parlarla, e d'udir recitare, in questo idioma della patria, le gesta degli antenati; la tedesca era la sua lingua usuale, chè germanico di costumi e d'origine, quest'imperatore non era nè gallo nè latino, e tutto in lui sapea delle costumanze alemanne. In fatti, quand'egli ha a dare i nomi ai mesi dell'anno, appicca loro epiteti di origine sassonica, e gennaio è detto il mese dell'inverno; febbraio, del fango; marzo, della primavera; aprile, della Pasqua; maggio, dell'amore; al mese di giugno dà un nome sassone, d'ignoto significato; luglio è il mese del fieno; agosto quel delle messi; settembre e ottobre, della vendemmia; novembre, dell'autunno; dicembre pure ha un nome sassone d'ignota significazione. Anche a distinguere i venti, ei toglie altre parole dell'idioma sassone[88], chè la lingua barbara gli piace, e la parla usualmente, nè per altro mantiene la pratica della lingua latina, e lo studio della greca, se non perch'ei fondar vuole un imperio romano sugli elementi delle consuetudini di Bisanzio e della città eterna.

Nelle sue relazioni coi leudi, Carlomagno anch'egli parla la lingua tedesca che usasi ne' suoi palazzi; duchi, conti, missi dominici, tutti accorrono alla sua chiamata, ed egli tutti li raduna nelle sue corti plenarie, alle grandi solennità di Pasqua e Natale; colà egli ascolta i rapporti loro, e sa quanto avviene in ogni provincia. L'adunanza delibera s'egli è a far guerra o pace, se a muovere ai confini dell'impero, se a compiere qualche nuova spedizione. Il popolo ha pur voce nei capitolari, e sotto il nome di popolo si dee intendere i grandi, i vescovi, i cherici, i conti, i leudi, i Franchi che assistevano alle corti plenarie, però che il popolo vero altro non è che la gallica turba dei merciaiuoli, dei servi, degli affrancati, che vivevano del tutto estranei alle pubbliche cose.

La vita attiva non è altrimenti pel colono, ma sì per lo leudo, pel conte, pel vescovo, pel cherico, per tutti coloro che muovono alla guerra, o signoreggiano la generazione con le dottrine religiose. L'imperatore avea bisogno degli uomini d'arme per le spedizioni lontane, e dei cherici per le preci, per la predicazione, per l'ordine, per la disciplina: d'onde l'usar suo sì frequente coi conti e coi vescovi, e il parlar famigliarmente con loro, come con la sua gente di casa. Ei regola la polizia, e quando il zelo comincia a raffreddarsi ei lo rinfoca, e scrive ad uno de' suoi conti: «Adelardo, tu non facesti il dover tuo, e ti sei quindi meritato il mio sdegno.» Ed a questo o quel vescovo: «Tu non osservi i sacri canoni, tel dico io.» Il monaco di San Gallo narra, nella sua poetica relazione, ben venti fatti circa il modo che tenea Carlomagno a invigilare sui portamenti dei conti e dei vescovi[89].

Abbiam detto che la lingua usuale di Carlomagno era la tedesca, ma pure il carteggio suo il teneva in latino; se non che i suoi scritti e le sue lettere non erano vergate da lui, essendo in ogni villa e palazzo scrivani o segretari che ponevano in carta i voleri dell'imperatore, i diplomi o i capitolari. Carlo tratteggiava assai male le lettere, ma disegnava a perfezione il suo monogramma; il nome Karolus si comprendea quasi tutto in una sola k, l'a in sulla destra, l'r in cima, l'o sulla sinistra, e lus appiè del monogramma. Il segretario cancelliere scriveva il diploma, e questo semplice monogramma, in un col sigillo, bastava a significar i voleri dell'imperatore. Rarissime volte era nel sigillo impressa l'effigie di Carlomagno, chè anzi usavasi quasi sempre un cammeo antico, con l'effigie di Aureliano, di Traiano, di Marco Aurelio, e talvolta ben anco d'un'antica deità, che improntavasi appiè del rescritto o del diploma; uso questo introdotto fin dal tempo de' Merovei. Sì belle eran poi queste imagini romane, che gli artefici franchi non si sarebbero attentati di cambiarle.

Gli atti promulgati da Carlomagno son tanti, che impossibil sarebbe di tutti annoverarli, ed a pena toccar si può per sommi capi d'alcuni di essi. Ed ecco presentarcisi primo un diploma, con cui egli elegge a messo regio Olderico, a sentenziar le cause de' monasteri in Italia. Poi un altro, con che fonda il monastero di Neustad, e piglia sotto la sua protezione le badie di San Dionigi e di San Martino, grandiose fondazioni di quel tempo. Dalle grandi cose passa indi alle più piccole, e ad un soldato gregario, di nome Giovanni, che combattè da prode contro i Saraceni, concede un gran feudo nel borgo di Narbona; e conferma le immunità loro alle chiese del Mans, i suoi privilegi a San Martino di Tours, e le donazioni fatte da sua sorella Gisela al monastero di San Dionigi; poi edifica e dota il monastero di Eresburgo, ed ancora concede a San Martino di Tours due legni per navigar la Loira e la Vienna; comanda che restituiscasi a San Vincenzo di Macon quanto gli fu ingiustamente carpito; assegna le formole al giuramento di fedeltà per tutti i monaci e canonici; conferma i privilegi della chiesa d'Osnabruc, sgrava certi monasteri d'ogni gabella di navigazione e di trasporto, e li regala d'alcune foreste. Queste carte, quasi tutte appoggiate alle medesime ragioni di pietà, hanno una formola generale, che ripetesi in tutti gli atti carolini, e siccome recano indistintamente la data del regno d'Italia o di Francia, o dell'impero d'Occidente di Carlomagno, così ci ha in queste date grandissima confusione.

Le monete del suo regno sono rarissime, chè ben poche scamparono ai guasti del tempo, e consistono in alcuni danai d'oro o d'argento, con l'impronta della città, solo che sur una o due si discerne un'effigie che può esser presa per quella dell'imperatore. I conti facevansi per soldi, lire e denari; la lira era di dodici once romane d'argento, e dividevasi in venti soldi, e il soldo in dodici denari; e quanto ai pesi, ben è vero che s'eran conservate quasi da per tutto le denominazioni romane, ma pure ogni luogo aveva le sue; facevasi il conto a misure, come si vede ne' capitolari; il sestaro, lo staio, il piede, si veggono accennati a fondamento de' calcoli agrarii; e l'aripenno e la mensa eran le misure del terreno, siccome abbiamo dal Poliptico dell'abbate Irminone. Il prezzo facevasi generalmente in soldi, la lira era una specie di moneta di convenzione, che figurava nelle scritture; nè v'era altra moneta effettiva che il soldo e il danaio, però che la lira sarebbe stata una di troppo peso; tutti i contratti facevansi a soldi.

Al tempo di Carlomagno furon pur coniate alquante medaglie, a celebrare i grandi avvenimenti, come quelli sarebbero della caduta de' Longobardi, e dell'esaltazione all'impero del re franco, due fatti che si collegano con le tradizioni di Roma. A Roma era l'uso di tramandar nel bronzo le memorie degli eventi, e intanto che il trionfatore scorreva le vie principali, si coniavan medaglie in commemorazione, onde che Carlomagno, uso toglier dai Romani quanto riferivasi alle memorie, alla magnificenza, alla porpora, non trascura nè in questo le forme antiche. Ed è a notar qui che la schiatta carolina ben poco trae dalle instituzioni e consuetudini de' Merovei; la creazione d'un impero d'Occidente, tramuta, a così dir, le antiche costumanze della monarchia; una nuova era comincia sotto il doppio impero delle idee germaniche, quanto alla forza materiale, e delle forme romane, quanto alla potenza storica e morale. E' non trattasi già più dell'antica Neustria e dell'Austrasia, ma d'un impero d'Occidente, di cui la Francia non è altro più che una frazione; tanto che quando quest'impero ebbe a cadere, furon de' rottami suoi composti diversi principati, ognuno sotto ad un re; i Carlinghi non furon da nulla preceduti, che somigliar potesse all'opera loro, e questa tutta perì insiem con loro. L'eredità delle consuetudini, delle leggi, dei costumi dell'impero dura ben più in Germania che in Francia; in sul Reno tutto ancor sente della schiatta carlinga; in Francia, all'incontro, i Capeti non furono se non conti franchi, che si fecero re dei Franchi. E che avean eglino di comune con Carlomagno?