CAPITOLO XIII. QUANTO RIMASE IN PIEDI DELL'OPERA DI CARLOMAGNO.

1.º Leggi. — Avanzi della legge salica. — Ripense. — Borgognona. — Longobardica. — Sassone. — I Capitolari. — Incremento del diritto ecclesiastico. — Decretali. — Dionigi il Picciolo. — Isidoro Mercatore. — Prima origine del diritto feudale. — Ultime vestigia delle leggi carlinghe.

2.º Instituzioni. — Le Assemblee. — Quali diventano. — Come composte alla fine del regno di Carlomagno. — I Conti. — I due regni d'Aquitania e d'Italia. — Ordinamento del Conti. — I missi dominici o messi regii. — Stato delle persone. — I Vescovi. — Gli Abbati. — Gli Uomini liberi. — Diverse nature d'uomini liberi e di servi.

3.º Quali divenissero i popoli alla morte di Carlomagno. — L'impero di Bisanzio. — Il califfato. — Gli Alemanni. — I Sassoni. — I Frisoni. — Gli Italiani. — I Longobardi. — Gli Aquitani. — I Goti. — La vera Francia. — Invasioni dei Normanni.

4.º Che avvenisse del commercio. — Comunicazioni fra popolo e popolo. — Disertamento delle campagne. — Distruzione dei monumenti carlinghi. — Strazio delle arti.

5.º Avanzi della famiglia di Carlomagno. — Morte dei due più abili figli suoi. — Carlo e Pipino. — Lodovico il Pio, solo superstite, infemminito dalla meridionale sua residenza. — Scontentezza suscitata dall'associazione di lui alla corona, e sua esaltazione.

SECOLO NONO.

D'una fatica si compiace principalmente l'animo nei gravi studi della filosofia e della storia, e quella è d'indagar che fine abbia avuto l'opera d'un grand'uomo, e di che frutto fosse apportatrice al mondo. Ogni fatto aver debbe, a così dire, la sua genealogia, il suo passato, il suo avvenire; chè anche quando un sovrano intelletto vi ha abbagliato, far non potete di non chiedere quali orme abbia lasciato del suo passaggio nella vita, e in certo modo, di che a lui vada debitore il genere umano. Ma ohimè! ci sono tempi pur troppi negli annali del mondo, che nulla lasciarono dopo di sè, e che amiam tuttavia di contemplare, come se si leggesse un poema epico! Tale si è appunto l'aspetto sotto cui ci facciamo ora ad esaminare il regno di Carlomagno. Dove son l'orme sue, e quali sono l'impronte da lui lasciate nella società con le sue leggi, gli alti suoi, la sua volontà, la sua forza? Malagevole assunto, ma pur necessario a dar l'ultimo compimento alla storia dell'imperator d'Occidente.

Le leggi di Carlomagno, quali trovate le abbiamo nei capitolari, hanno due grandi intenti: o mirano a confermar la legislazione anteriore, svolgendola e coordinandola con certe nuove disposizioni, o procedono da idee inerenti al sistema carlingo, il che forma due ben distinti diritti, l'uno ch'altro non è se non la confermazione del passato, l'altro che appartiene al presente. Le leggi particolari a ciascuna delle barbare popolazioni intatte rimasero sotto i Carolingi, salvo alcune poche modificazioni comandate dai capitolari. Ci avea pur sempre la legge salica, nata in mezzo alla Germania, e compilata da Teoderico re d'Austrasia, la quale, tutta posando sulla composizione, durò, come diritto particolare de' Franchi, anche sotto l'impero di Carlomagno, e poco rileva che la tribù loro si mescolasse nella più general costituzione dell'impero d'Occidente, chè privilegio era delle nazioni soggette a Carlomagno conservare il proprio codice e le instituzioni insieme della patria loro. La legge salica passò dunque per mezzo alla legislazion dell'impero, pochissimo contraendo del carlingo concetto, e lasciò qualche orma di sè fino al secolo dodicesimo, siccome varie scritture comprovano; ma poi si dileguò a somiglianza dei capitolari stessi sotto il diritto delle leggi feudali.

La legge ripense, a par del codice salico, impressa d'un'ammirabil semplicità, conservò sotto ai Carolingi la naturale rozzezza sua, nè le addizioni che Carlomagno vi fece[144] punto le tolsero del suo carattere di personalità, cui conservar seppe insieme con l'origine franca, che vale quanto dir la composizione. I capitolari medesimi soggiacquero a questo diritto. In fatti su quai cardini posavano la legge salica e la ripense? su questi che ogni delitto scontar potevasi con un'ammenda pagabile al fisco, e per composizione e risarcimento al danneggiato. Ora questa legislazione era interamente favorevole all'erario, però che schiudendo un largo campo alle ammende e taglie, il fisco arricchivasi con l'applicazione della medesima legge. Il che giovar dovette a mantener lungamente le dette due leggi, avendo il fisco interesse ad esercitarle, siccome quelle che costituivano la sua ricchezza, e formavano una parte delle sue rendite. Se non che le tracce, come dicevamo, della legge salica e della ripense non vanno oltre il secolo duodecimo, in cui si confondono con gli statuti municipali: e d'altra parte la personalità poteva ella durare, mentre le nazioni primitive svanivano? Sotto i Carolingi distinguevansi bensì ancora i Franchi, i Borgognoni, i Longobardi, gli Aquitani, ma indi queste distinzioni spariscono, chè nuove forme nella società succedono alle antiche; i popoli non vengono più classificati per origine, ma sì per legge e patrimonio, e ci sono nobili, borghesi, servi, grandi vassalli, censuarii, valvassori.

La legge burgundica, o de' Borgognoni, passò più ratta che non quella dei Franchi, benchè amendue queste popolazioni avessero una stessa origine. La monarchia de' Borgognoni fu di brevissima durata, nè orma più se ne trova dopo i regni di Gondebaldo e di Sigismondo. Or questa legge, che non posava intieramente sul principio delle composizioni, ammetteva le pene afflittive, non affatto nell'interesse del fisco, onde meglio così venne a mescolarsi e confondersi col diritto romano. La legge salica era tutta distinguitrice, e creava ordini e gradi. Il codice burgundico all'incontro, più benigno ai vinti, regolava gl'interessi dei Romani e dei Borgognoni con un grande sentimento di equità: se insorgeva quistione o lite, essa veniva giudicata da un tribunale di giurati composto metà di Borgognoni e metà di Romani. Il che ci spiega come le tracce di questa legislazione si dileguassero più facilmente che non quelle della legge salica. La stessa osservazione vuole applicarsi al codice dei Visigoti, il quale dominato dalle leggi ecclesiastiche, e deliberato dai vescovi, si mantenne entro i principii della giurisprudenza romana. Noi lo vediamo sparire quasi al tutto fin dal regno di Carlomagno; i capitolari non l'accennano pure, e al formarsi del ducato d'Aquitania, e poi da questo medesimo ducato, del regno di Lodovico, esso vien meno e cade: i concilii l'aveano preparato, e i concilii lo struggono, tanto che al secolo undecimo non si fa più menzione di leggi gotiche, governato già il mezzodì della Francia dal codice teodosiano. Il medesimo avvenne della legislazione longobardica: in fatti come durar poteva il codice dei Longobardi, in tanta vicinanza che si trovavan di Roma, dei papi e di Costantinopoli? Nel tempo che Carlomagno fece sue giunte a quelle leggi, esse eran già quasi al tutto cadute in disuso. Vinti e soggiogati dai Franchi i Longobardi non avean niente più a promettersi da esse, nè interesse più a lasciarsi governar dal codice loro. Sassoni, Bavari, Alemanni tutti eran caduti sotto il giogo del vincitore, ma pur tutti questi popoli aveano maggior vigoria ed alterezza che non i Longobardi; e però l'Alemanno conservò la sua legge, il Sassone ripigliò la silvestre independenza sua, il Bavaro i suoi duchi. Questi separaronsi anzi dalla Francia fin dal tempo di Lodovico Pio.

Queste diverse legislazioni furono, nell'inoltrar dei popoli verso il medio evo, assorbite da altre forme ed altre consuetudini che trionfarono so quelle. La prima a crescere fu la potenza delle leggi ecclesiastiche: false o vere sieno le decretali dei papi, o mentite le compilazioni di Dionigi il Picciolo, questa non è la vera quistione istorica, ma ciò che la filosofia stabilir dee, si è se le decretali, qualunque sia la vera origin loro, rendessero sì o no a quel tempo grande servigio alla legislazione ed alla podestà. Al medio evo il concetto loro fu giusto e forte, e nel generale sminuzzamento della società la raccolta delle decretali fu di non poco giovamento ai costumi e alle leggi. Talun disse già che le decretali affermavano l'assoluta sovranità di Roma e la dittatura de' papi: questo che fa? Non era forse la Chiesa romana che, in que' tempi di confusione e di disordine, dava con la dittatura sua le mosse all'incivilimento del mondo? Le decretali imponevano una moglie sola, stringevano i vincoli tra' padri e figli, proclamavano massime più benigne per lo schiavo, repressioni più forti per l'uomo carnale e violento. Questi statuti del popolo cader fecero i capitolari, e insiem le leggi barbare che aveano contratta un'indole egoistica e troppo personale: la legislazione si venne aggentilendo col porsi universale sotto il comando d'una podestà morale, che era il papa.

Il diritto romano, che non avea cessato mai di dominare sopra una gran massa di popoli nelle Gallie, pigliò quella preponderanza che sempre appartiene a' principii eterni del giusto e dell'ingiusto; abbattè le leggi barbariche; i capitolari cadder d'ogni forza di rincontro alle regole potenti del codice teodosiano; le decretali assorbirono i concilii. Ma quelli che interamente distrussero la legislazione di Carlomagno furono gli statuti locali o municipali, e sopra tutto, il diritto feudale che nacque nella confusione del nono e del decimo secolo. L'esistenza di simili statuti è incontrovertibile, anche nell'apice della potenza imperiale di Carlomagno, il quale, nell'atto che stava preparando l'orditura dell'opera sua, trovava in questi statuti un ostacolo all'unità amministrativa cui intendeva. In questa o quella città, in questa o quella provincia, ci avea questo o quell'antico statuto, gallico o franco, romano o celtico, che regolava lo spirito delle transazioni, le pratiche della vita, e Carlomagno cedeva più d'una volta in cospetto alle picciole consuetudini de' luoghi.

E non è cosa naturale che il diritto municipale trionfasse al secolo decimo, in tempo che sì grande era la confusione, e che la forza centrifica se ne andava? Se le leggi generali non proteggevano la società, era ben d'uopo che le leggi locali guarentissero le sostanze e le persone; onde si fece, come dire, un diritto privato in ogni città, in ogni distretto, e in questo general disordine il concetto dell'unità, a cui avean dato forma i capitolari, soggiacque; e il diritto feudale venne in breve a surrogarsi a tutte le antecedenti legislazioni. E così avvenir doveva, però che questo diritto era in correlazione coi costumi e con le consuetudini: posava sulla gerarchia degli averi e delle persone, e innanzi tutto, sulla pratica del combattimento giudiziario. Non si parlò quindi più di capitolari; nuove idee erano sorte nella società, e nuovi doveri parean sorgere così pel signore come pel vassallo; rotta era la lunga catena delle tradizioni, vennero in campo gli alti feudatari, i vassalli, i valvassori, tutte cose ignote sotto il regno di Carlomagno; le decretali formarono il diritto ecclesiastico, regolato già dai concilii e dai capitolari; gli editti dei re del terzo lignaggio non ebbero più nulla a che fare con la legislazione anteriore. Chi segue la storia degli ultimi Carolingi, vede la legislazione dei capitolari venir meno e cadere; sotto Lodovico Pio hanno ancor forza, si spengono sotto Carlo il Calvo: fannosi rari, perchè l'impero va in minuzzoli, e non ci posson quindi più essere principii generali.

Tuttavia si vuol confessare che questa legislazione non è intieramente morta per tutti, poichè se la Francia, com'era costituita sotto la terza schiatta, estranea rimanevasi al diritto dei capitolari, il medesimo non avveniva in Àlemagna. L'esaltazione dei Carolingi fu un invader che gli Austrasii fecer la Neustria; i fieri figli del Reno, del Veser e dell'Elba, vennero a stabilirsi nelle città neustriane; Carlomagno era il capo lor naturale, il loro creato; essi lo circondavano dell'amor loro, della loro ammirazione, ond'è che al cader dell'impero d'Occidente gli Austrasii conservano i capitolari; e se morta è la progenie del gran Carlo, le sue leggi, le sue instituzioni ancor sopravvivono. In Germania le decretali non furono altrimenti accettate come leggi ecclesiastiche, chè i contrasti fra la casa di Svevia ed i papi impedirono al diritto romano di pigliare una preponderanza naturale fra quella nazione. Le leggi feudali non preparavan ivi quello sminuzzamento del suolo che si vide in Francia; tutto sul Reno rimase carlingo: Carlo Martello era uscito d'Austrasia, e le leggi de' suoi figli tornavano all'Austrasia. Mentre i capitolari non sono oramai più per la Francia che una curiosità storica, un monumento di erudizione degno di studio, in Germania sono entrati all'incontro per la più parte nel diritto positivo; Goldasto li ha raccolti nelle sue Costituzioni imperiali, e da essi traggon origine que' solenni decreti delle diete che reggono la nazione alemanna anche a' tempi moderni. Nella Francia soggetta alla stirpe dei Capeti, i capitolari esser non potevano che una memoria della conquista; in Germania, essi erano in vece la legge naturale degli Alemanni, che li conservarono come uno dei fondamenti del loro diritto pubblico, e come un'antica reliquia degna della loro venerazione.

E le assemblee politiche del campo di maggio, che divenner elle in sulla fine del regno di Carlomagno? Per fin che durò quest'impero, concetto d'uno sfolgorato ingegno, esse conservarono una certa grandezza, e conti e leudi assiduamente vi concorrevano, perchè ivi aveasi a foggiar i capitolari, a dare il proprio assenso alle spedizioni lontane, e prepararsi a seguir il principe alla guerra, nè fino a che l'impero durò nell'unità sua, siffatte adunanze cessaron d'essere frequenti e regolari. Secondo che Incmaro scrive, v'era piena libertà di suffragi; i capitolari venivano passati o rifiutati, ed i chierici e i leudi votavano separatamente. In che si scorgono le orme intere dei placiti di guerra che tenevansi nelle foreste antiche della Germania. Nè coteste politiche assemblee del campo di maggio perirono altrimenti con Carlomagno: chè anzi durarono col medesimo colore di libertà sotto Lodovico Pio, ed i conti non solo avean obbligo d'intervenirvi, siccome i più degni rappresentanti dell'imperatore, ma sì ancora di condur seco dodici scabini de' più notabili, eletti da ogni contado, deputati veri, che venivano ad assistere a' placiti ed a partecipar del governo dell'impero; i proprietari liberi de' beni allodiali eran quelli che eleggevano gli scabini, e già sì ampiamente stabilite eran le basi della rappresentanza nazionale, che al tempo di Carlo il Calvo, sotto del quale i campi di maggio ancora continuavano, era massima confermata: La legge farsi per consenso del popolo e per costituzione del re[145]. Le assemblee cessano, e si perdono al tempo di Carlomanno[146]; invano tu cercheresti a que' giorni i consigli di guerra, i congressi politici de' leudi e de' vescovi; tutto è confusione e le instituzioni carlinghe son cadute in ogni luogo. Da indi in poi ci ha una specie di sospensione nelle due grandi scaturigini della legislazione carlinga, i concilii e i capitolari: non v'è più diritto fermo, non forma più consacrata dalla consuetudine. E come esser ci poteano assemblee generali, se il territorio ne andava in brani per modo che ogni governator di provincia diventava conte e signore della terra ch'ei possedeva?

Due supreme instituzioni aveano contrassegnato l'impero di Carlomagno, quelle dir vogliamo dei regni d'Italia e d'Aquitania, l'un dato a Pipino, l'altro a Lodovico; or che divennero queste due sovranità, subordinate all'impero, dopo la morte di lui? Seguitaron esse ancora l'opera loro? Carlomagno era stato indotto a crear di siffatte monarchie dipendenti dal suo scettro, non tanto dall'intenzione di dividere il suo retaggio e sminuzzarlo, quanto dal desiderio di assicurare l'azione di un reggimento supremo. Pipino, re d'Italia, moriva prima ancor che suo padre fosse giunto all'età cadente e fiacca, onde questi confidava il regno a Bernardo, un de' bastardi di Pipino (chè a que' tempi ben poco divario c'era fra bastardo e figlio legittimo) volendo così l'imperatore stabilire oltre l'Alpi il diritto ereditario, e serbare in qualche modo le vestigia della monarchia longobarda. Questo regno d'Italia sopravvisse pochi anni al suo fondatore, poi perì per tre potenti cagioni, e son queste: prima di tutto sì grande era il desiderio degl'imperatori di Germania di regnar di qua dai monti, che ben s'affrettarono a spezzar la corona di ferro in fronte ai successori di Pipino, e continuo era il passaggio in Italia dei loro armati. E come avrebbe questa potuto conservare i suoi principi, che aveano tutta la forza loro da Carlomagno, mentre la stirpe di quest'ultimo in Francia già decadeva? I papi, d'altra parte, intimi amici dei Carolingi, non aveano più interesse alcuno a sostenere i re d'Italia, deboli sì da non potersi da essi prometter più aiuto nè protezione. Aggiungasi per terza cagione, che già sorgeva nelle città lombarde la voglia di affrancarsi e farsi libere; ognuna volea diventare repubblica; quale era mossa alla politica libertà dal commercio, e quale dalla ricchezza territoriale, e intanto che nei paesi meramente feudali la terra stringevasi nella gerarchia dei feudi, in Italia le città le une dalle altre si separavano, e con perpetue gare fra esse contendevano.

La monarchia d'Aquitania periva naturalmente per l'esaltazione di Lodovico all'impero. Questo regno non componevasi altrimenti di un solo elemento, e laddove in Italia non ci eran che due razze, i Longobardi e i naturali del paese, antichi popoli del Lazio con qualche Greco frammistovi, in Aquitania, all'incontro, con mal composti legami, s'univano ben dieci e più frazioni di popoli: i Goti, i Guasconi, gli Aquitani, gli Alverniani, i Saraceni, le quali nazioni tutte, insiem strette a forza, doveano tender naturalmente a sgropparsi. Comprendeva il regno d'Aquitania le terre che si stendono dalla Loira fino all'Ebro, e fu in appresso confidato a Pipino I, figliuolo di Lodovico Pio, poi passò in quell'altro Pipino che combattè insiem coi Normanni contro Carlo il Calvo. In mezzo a quella strana confusione che indi succede, nessuna orma più resta del regno d'Aquitania; tutte quelle popolazioni si dividono e suddividono; si vengono formando duchi d'Aquitania e di Guascogna, e conti di Tolosa e d'Alvernia; e la costituzion di quel regno sparisce insiem con l'impero, conseguenza di quel gran disordine che accompagna la fine della seconda progenie.

In tanto sconvolgimento del suolo che fu del sistema amministrativo di Carlo? Tre erano i fondamenti su cui detto sistema posava: 1.º L'ordinamento militare confidato a uomini di guerra che sotto il nome di duchi o governatori delle marche (marchis marchiones da cui venne marchese) difendevano il territorio, e apparecchiavano il bisogno alla guerra. 2.º I conti, magistrati civili che governavano i distretti a simiglianza degli antichi prefetti di Roma. 3.º I messi regi, missi dominici, l'istituzione dei quali fu sì lata ed attiva sotto Carlomagno. Fin dal regno di Carlo il Calvo dileguarsi e sparir si veggono al tutto le ultime vestigia di questo sistema; un rivolgimento viene operandosi: quei duchi, quei conti, quei governatori delle marche, che ubbidivano ad ogni minimo cenno dell'imperatore, proclamano adesso la personale independenza loro: mutano i loro titoli; quelli che testè altro non erano che magistrati revocabili, diventano feudatari independenti; qual di loro assume la sovranità effettiva delle terre da esso governate, quale la trasmette ben anco in eredità a' figli suoi. Donde tutti que' vassalli che appena conservano qualche segno di rispetto verso la corona, benchè da lei fosse proceduta ogni podestà loro. In tale sminuzzamento d'autorità, che forza poteva restare ai messi regi, a questi magistrati principali d'un potere centrificato? La prima condizione, l'essenza medesima di cotali delegati del principe, poggiava sull'autorità unica dell'imperatore; essi erano i suoi procuratori con mandato di raccogliere e unir insieme le porzioni spartite dell'autorità sua. Or dunque, allor che questa autorità si dilegua, allor che non v'ha più centro amministrativo, l'uffizio dei messi regi divien, come a dire, una superfetazione politica in un sistema che più non serba unità; onde avviene che a mezzo della seconda progenie già più non è vestigio della forma politica di questo grande impero carlingo.

Questa mutazione e questo decadimento riferivansi specialmente agli averi e alle persone, per l'eterne divisioni stabilite in questa parte del diritto romano. Gli averi soggiacean, di quei giorni, ad un notabile rivolgimento nelle condizioni del possesso: sotto Carlomagno distinguevansi innanzi tratto gli allodii, o terre libere possedute da un Franco o da un Romano, e i benefizi conceduti dal fisco; la terra libera non avea nessuna gravezza tranne quella del servigio militare, e ad essa tutte si riferiscono le discipline imposte dai capitolari; i benefizi non procedevano altrimenti da un'origine cogli allodii, ma erano quasi sempre un dono, una concessione; il signor diretto, per farsi suo questo o quello, gli donava una terra fiscale; e chi accettava un benefizio incontrava più stretti doveri verso il re. Allodii e benefizi, tale si era la divisione delle terre sotto l'impero del secondo lignaggio, e benefizi furono anche spesso quei vasti poderi, sì ben condotti, dei Carolingi. Ma, in sul mancare di esso secondo lignaggio, questo stato della proprietà si viene modificando; colui che tiene il benefizio dalla corona, si scioglie in breve da ogni dovere, e vuol esserne padrone assoluto, a imitazione dei conti e dei governatori che son rimasti in pieno potere del paese da essi governato. Carlomagno avea costretto gli animi a stringersi e raccogliersi intorno all'impero; ora la natural reazione vuole che ogni cosa si sciolga e si separi: quindi il benefizio confondesi con l'allodio o, per dir meglio, l'allodio interamente dispare per confondersi nel reggimento feudale[147]. Al tempo sicuro di Carlomagno, il possessor dell'allodio aveva interesse in mantenere la libertà sua e la franchigia della terra; ma nel disordine e nello scadimento d'ogni podestà, egli trovavasi isolato su quel suolo traballante; e in qual modo avrebb'egli potuto, così solo, difendersi contro le correrie dei Normanni, e la prepotenza dei superbi feudatari? Ond'è che allora il possessor dell'allodio venne naturalmente a porsi sotto la salvaguardia e la protezione di un superiore. La distinzione adunque degli allodii e dei benefizi sparisce nel secolo decimo, nè ci ha più che feudi e terre feudali; chi possiede il dominium o dominio, chi il tenimento, vale a dire il godimento reale della terra, mercè servitudi e livelli; tutto consiste in reciproche obbligazioni, tutto riducesi a gerarchia; agli allodii e benefizi della prima stirpe succedono i feudi e retrofeudi; al semplice dovere annesso alla proprietà vengono sostituite mille bizzarre consuetudini; dove il servigio militare e dove un obbligo d'onore; l'uno riceve un feudo perchè adempia all'ufizio di coppiere, l'altro perchè venga, in qualità di scudiero, a bardar il cavallo di battaglia del signore; e se l'uom che riceve un feudo non è nobile, l'obbligo suo si cambia in censo, il che val quanto dire ch'ei paga il più delle volte un livello in danaro.

Nè le possessioni della Chiesa punto si sottrassero a questo repentino rivolgimento, chè indarno essa invocava per sua protezione i miracoli, oramai più non dandosi ascolto alle leggende che difendevan gli averi e i poderi; troppo brutale è la generazione; troppo in balía alle sue rapaci inclinazioni; e a volersi difendere è bisogno di mura oramai e di ferreo braccio. Ond'è che i monasteri, i vescovadi, le cattedrali prendono loro avvocati o vidami, che sono i naturali difensori dei beni ecclesiastici: se v'ha nella contrada un conte che metta paura per le sue azioni, e minacci da lunga ora la religiosa solitudine, l'abbate a lui si rivolge, chiedendogli s'ei voglia essere il protettore o il difensor della Chiesa, nè picciolo è l'util ch'egli n'avrebbe, però che per prima cosa la badia gli dà in feudo una terra del suo dominio, poi alcuna volta gli assicura eziandio de' livelli in danaro, si obbliga di pregare per lui in tutte le necessità della vita, e poi gli concede una tomba sotto il tetto del monastero, chè a quei tempi non era benefizio troppo comune quello di potere riposarsi in pace nel sepolcro, chè la guerra non aveva rispetto neppure alle ossa dei morti. Colui dunque che facevasi protettore della badia, era sicuro di trovar il letto dell'eterno suo riposo sotto quelle lunghe e marmoree volte; ond'è che noi vediamo ancora nelle antiche badie quei prodi cavalieri distesi sul loro monumento: essi furono, vivendo, avvocati e vidami della chiesa, e la chiesa concedè loro l'ultimo tetto ospitale.

Lo stato delle persone fu da quel tempo in poi regolato a seconda dell'avere, laddove, durante il governo di Carlomagno, i popoli distinguevansi piuttosto per razze, per origini, e per la propria loro singola condizione. Franchi, Longobardi, Romani, tali si erano le principali separazioni in cui partivasi la società, le popolazioni erano suddivise ancora, ed ognuna avea la sua legge. Se non che, i capitolari accennano ad una distinzione di gradi; il titolo di nobiles era antico, e derivava fin dalle foreste della Germania; la division legale era principalmente fra gli uomini liberi o franchi ed i servi, distinzione questa d'origine insiem germanica e romana. Ma la gerarchia dei gradi, a proprio dire, e la separazione degli ordini, non vennero altramente che dal reggimento feudale, nato allo scadere dei Carolingi. In quel tempo cominciò a comparir l'alta e la mezzana nobiltà; l'una formata dai gran vassalli con titoli di conti, di duchi, di marchesi e di governatori; l'altra distinta non più che dal nome di fideles milites ma pur non si vuol credere che anche questi semplici valvassori non fossero talvolta uomini d'alto stato, chè abbiamo esempi di conti d'Evreux e conti di Chartres semplici censuari. Non v'erano ancor arme nè imprese a distinguere i casati, chè il blasone non era nato ancora; ma si potean portar segni e simboli, coi quali un nobile faceasi conoscere in battaglia. I feudi soli aveano i contrassegni caratteristici della nobiltà, e il blasone venne solo sotto i primi regnanti della terza stirpe.

I cherici erano, quanto al grado, collocati in una gerarchia tanto alta, per lo meno, quanto quella della nobiltà; e cosa che si vuol particolarmente notare, come caratteristica della seconda stirpe, si è che nella gerarchia la dignità episcopale medesima, non era a gran pezzo sì splendida come la costituzione dell'abbazia. A principiare dalle grandi fondazioni di san Benedetto, gli abbati hanno la preminenza sui vescovi; gli ordini monastici hanno podestà intera; in che consiste appunto la forza morale della società; nel monastero ci sono dignità schierate per ordine, non altramente che nella società universale medesima: tu ci trovi l'abbate, il decano, il cantore, gli arcidiaconi, il cameriere o cubiculario, tanto che ti par d'essere alla corte del principe con le sue dignità feudali. Gli abbati, più potenti dei metropolitani, esercitavano, sotto la seconda stirpe, un'azione grandissima nel governo; ma poi le cose si vanno sotto la terza mutando, e i vescovi acquistano presso i Capeti sempre maggior consistenza.

Gli uomini liberi costituiscono nel periodo carlingo gli ordini generali della società, non essendo la servitù che un'eccezione, come si può veder nei capitolari, che chiamano continuamente gli scabini e i buonomini ad avere cooperazione nei placiti del conte: Franchi, Romani, Borgognoni erano liberi, e con essoloro chiunque trattava le armi, nè alcuno potea sottometterli al servaggio. Ma poi, allo scader dei Carolingi, i più dei proprietari liberi sono chiamati uomini potestatis, che dir volea sotto la signoria d'un padrone, avvenendo degli uomini quel che dei feudi. Finchè ci fu nella società protezione per tutti, ci fu desiderio egualmente e volontà di restar libero, ma poi che nell'innondazione dei Normanni gli uomini liberi si vider soli e senza protezione, un grande numero di essi acconsentì a dare la libertà per acquistarsi il patrocinio di qualche potente padrone.

Molti adunque si fecero volontariamente servi di questa o quella chiesa, di questo o quel signore; l'uom libero non ebbe più diritti, la gerarchia divenne infinita; vi furon indi quelli che chiamavansi ospiti, e vivean sotto la protezione di un monastero o d'un signore, che li assisteva della potenza sua; i colliberti, servi men servi degli altri, liberi del collo, perchè tenevano il mezzo tra la servitù assoluta e la libertà; gli agricoli o ruricoli, specie di contadini coloni, liberi o servi; i servi stessi divisi in mancipii, e in alcune carte chiamati uomini soltanto, familiari in alcune altre; poi vi erano i servi dei boschi ed i servi del dominio. Al tempo de' Carolingi i servi son tutti soggetti alla regola del diritto romano, che non consente loro il possedere, anzi dan fino il peculio loro al padrone. Ma al decimo secolo anch'essi cominciano a possedere, e noi li vediamo aver terre, esercitare impieghi, diventar custodi delle foreste, castaldi delle ville, e fin reggitori di villaggi; tutti pagano un testatico, un censo, e sono, come dir, l'accessorio e la pertinenza del podere, però che nella vendita di un feudo vi son di pieno diritto compresi; essi possono contrar matrimonio, e la Chiesa riconosce la legittimità del sacramento. L'uomo libero che sposava una serva, diveniva issoffatto servo ancor esso, contrariamente al diritto romano, e questa nuova condition sua non cessava che con la manomissione. In processo di tempo il servo divenne artigiano, e i mestieri scossero il giogo imposto dalle leggi franche della conquista.

Nel forte dell'attività e della gloria sua, Carlomagno erasi trovato in comunicazione con parecchie civiltà, e la conquista gli avea posto in mano mille debellati popoli e vinti. Ora è da veder quali diventassero questi popoli, e qual fosse la sorte di tutti quelli uniti all'impero suo.

Carlomagno morir vide papa Adriano, l'amico suo, il confidente intimissimo de' suoi disegni intorno all'Italia, ed egli stesso avea scritto il di lui epitafio; ed ecco, per una compensazione della provvidenza, Leone sopravvivere all'attempato imperatore, per celebrare la gloria di lui, e rendergli le onoranze funebri in Roma, la metropoli del mondo cristiano, dove, col suono di tutte le campane, annunziavansi quelle pompe solenni, chè l'impero d'Occidente avea perduto il suo signore. Leone era stato partecipe dei disegni di quest'ultimo, avea raccolti i fatti principali del suo regno, e alcuni anche si vedeano scolpiti sul mosaico del palazzo di Laterano. In mezzo pure alla chiesa di Santa Susanna, vedevasi un monumento curioso della scuola greca, rappresentante Leone III che recava una chiesa sulla palma della mano, siccome incontrasi in varie pitture del medio evo, ed a fianco di lui Carlomagno vestito alla foggia de' Longobardi, con folta barba e con la spada che gli pende a lato[148].

Leone pianse il protettore della romana sede, poi anch'egli morì nell'anno 816, ed ebbe a successore Stefano IV, nato di patrizi. La fedeltà dei pontefici verso l'impero d'Occidente non fu interrotta, e ne prestaron solenne giuramento nelle basiliche a Lodovico, figlio di Carlomagno; anzi l'anno medesimo della sua esaltazione, Stefano venne in Francia, e sacrò esso Lodovico nella cattedrale di Reims, consumando in questo viaggio ed ufizio il suo pontificato, che durò sette mesi appena. Pasquale, suo successore, di patria egualmente Romano, provò un poco a scuotersi di dosso la signoria dell'impero, e infatti, di mano in mano che Lodovico Pio andava infiacchendo, più facil diveniva questa separazione del papato dall'impero, però che i pontefici essendosi collegati coi Carolingi, solo per esser da questi difesi contro i Longobardi ed i Greci, come tosto divenivano impotenti a ciò fare, quelli tornavano nella sovranità loro assoluta. Noi vediam quindi Pasquale far pronunziare sentenze capitali senza ricorrere all'autorità imperiale. Uomo ragguardevolissimo era questo Pasquale, e ammiratore delle scienze e delle arti, dava ricovero ai Greci che fuggivan di Costantinopoli per la quistione delle imagini.

Dopo di lui Roma si sciolse definitivamente dai Carolingi, sì che Lotario trovossi costretto ricorrere al foro della cristianità, per far riconoscere la vacillante autorità sua, e mentre l'impero d'Occidente n'andava in pezzi e briciole, i papi mutavano le pratiche loro coi Carolingi, non essendo questi più per essi nè uno strumento di luce, nè una molla di civiltà. Gran danno fu pel medio evo questo allentamento momentaneo e logoramento dei vincoli tra il pontificato e i popoli della Gallia, chè più non v'ebbe indi innanzi nè podestà, nè concetto morale: da Roma riverberavano gli ultimi raggi della civiltà antica, ma poi che la feudalità venne a render materiali tutti gli elementi della podestà, essa Roma non ebbe più niente a che fare con quella società, e non troviamo ormai più nè carteggio di papi, nè epistole degne di prender luogo nel codice carolingo; le tenebre sono universali, fino a che Gregorio VII fortemente ripigli e stringa l'intellettuale e moral dittatura della società, alla fine del secolo undecimo. Gregorio VII è, dopo Carlomagno, colui che pensò più di proposito alla suprema centrificazione del potere.

A volger l'occhio verso Costantinopoli, ivi pur si vede a poco a poco dileguarsi le comunicazioni fra' due imperi; gli annali bisantini più non parlano di quel grande diadema d'Occidente che splendeva in fronte a un sol uomo, e pure, pochi anni appena erano corsi dal dì, che tra Niceforo e Carlomagno erano stati di reciproco consenso segnati i confini dei due imperi, che s'eran fermate sopra basi regolari le corrispondenze dei sovrani e dei popoli, e che le greche ambascerie eran venute a cercar Carlomagno, fino alla sua corte d'Aquisgrana. Niceforo avea preceduto alla tomba Carlomagno; ben contento, in vita, mentre era tutto nella sua guerra co' Bulgari, d'aver potuto conchiuder un trattato di buona concordia coll'impero d'Occidente; il regno brevissimo di Staurazio suo figlio non alterò punto l'accordo fra i due Stati, e rinunziata ch'egli ebbe la corona, ne fu cinto Michele Curopolata in tempo che il grande imperatore ancora vivea; e quand'egli morì, governava l'impero bisantino Leone V, il quale eletto in campo dai soldati, tutte rivolse le forze sue contra i Bulgari, poi, al par di tutti coloro che uscivan della gente siriaca, si pose a perseguitare le imagini ed a fare in pezzi i capolavori dell'arte, finchè i Greci, sollevati, l'ucciser di ferro a Costantinopoli in una sedizione. In queste commozioni, ch'ebber fine con l'esaltazione al trono di Michele il Balbo, appena è parola dei successori di Carlomagno; le comunicazioni fra i due imperi non erano state più che momentanee: troppo differente era la civiltà dell'uno da quella dell'altro, e se Greci e Occidentali si eran fra loro accostati, ciò era solo avvenuto così esternamente, chè in sostanza restavano anzi cordiali nemici. Appena ivi rimase, coll'andar del tempo, qualche lieve reminiscenza dei trattati di Carlomagno con l'Oriente, nè più s'ode far menzione di Costantinopoli, se non al tempo delle crociate, quando i Franchi, alla vista di Bisanzio, forman concetto della sua grandezza, poi, per forza di conquista s'impadroniscono di quella corona, e ne cingono un conte della loro nazione. Antichi erano gli odii fra i due popoli, e un pretesto bastò a farli scoppiare, e Roberto di Parigi ben dir poteva dell'imperatore Alessio Comneno: «Chi è questo villano che sta seduto, mentre tanti gentiluomini sono in piedi?»

Durante il regno di Carlomagno, gl'imperi d'Occidente e d'Oriente si toccavano coi confini, il che aiutava la corrispondenza fra i due imperatori. Da altra cagione movea la lega coi califfi; lo splendor della fama di Carlomagno aveva indotto Arun-al-Raschild a mandargli ambasciadori e presenti, e la respettiva condizione dell'impero di Occidente e del califfato riguardo alla Grecia, era cagione di queste amorevolezze, chè amendue erano emuli di lei. Aronne avea preceduto di quattr'anni Carlomagno al sepolcro, e precedutolo pure nell'esempio di dividere, per testamento, il suo vasto impero fra i tre figli suoi. Amino, il primogenito, assunse la dignità di califfo, e principe effemminato com'egli era, si diede in preda a tutte le voluttà del serraglio, finchè perì in una congiura militare, chè appena contava l'età di ventott'anni. Gli succedette Mammuno, il secondo dei fratelli, nell'anno appunto che morì Carlomagno; e il regno suo fu, più che da altro, occupato dalle polemiche tra setta e setta; egli si chiarì contro gli Abassidi, e quindi rivoluzioni sopra rivoluzioni. E nondimeno l'epoca del suo califfato non è senza splendore, chè la letteratura orientale prese sotto di lui un far largo, ed a lui fu dovuta la traduzione in arabo degli antichi filosofi greci. Gli annali dei poeti e degli altri scrittori della sua nazione dicono ch'ei trattava con eguale benignità Cristiani e Musulmani soggetti all'impero suo; e noi, per le istorie nostre, abbiamo memoria ch'ei conservò qualche corrispondenza di politica e di commercio con Lodovico Pio, e che al pari del suo predecessore Aronne, mandò inviati alla corte d'Aquisgrana.

Dopo Mammuno tutto finisce e sciogliesi quanto a comunicazioni diplomatiche con l'impero d'Occidente; ed eccone la ragione: A tener vive le pratiche e i trattati fra popolo e popolo è mestieri che la podestà sia ben ferma in seggio, e sicura della sua durata; ora, finchè lo scettro d'Occidente fu in mano d'un uom potente, le calde menti orientali, fortemente percosse da tanto splendore, salutarono Carlomagno, e i califfi poterono a lui venire per inchinare la possanza sua, e far trattati con lui; ma poi che quest'impero fu caduto in basso, poi che null'altro ebbe a presentar che rottami, chi avrebbe ancor voluto conchiuder trattati con esso, e concedergli privilegi? Onde i califfi si sciolsero dall'Occidente; gli odii e le nimicizie religiose si risvegliarono; Gerusalemme e il sepolcro di Cristo provarono i rigori dell'islamismo; i Cristiani furon soggetti a severa vigilanza, e questi, a rincontro, tutti sdegnati, giurarono la liberazione del grande Sepolcro. Non vi saran dunque d'ora innanzi tra l'Oriente e l'Occidente se non pratiche ostili e di guerra; già nell'amor dei pellegrinaggi si vengono apparecchiando le crociate, le quali scoppiarono in breve con grande fracasso, chè quei due sovrani spiriti, di Carlomagno e di Arun-al-Raschild, più non vivono per comunicarsi a vicenda il lume loro. Di questo modo rasciutte si trovano le maggiori sorgenti di civiltà per l'Occidente, che erano le comunicazioni con Roma, con Costantinopoli e col califfato; e le Gallie ricadon nella loro solitudine fino all'ora dello svegliarsi.

L'impero di Carlomagno componevasi di elementi diversi, di varii popoli da lui conquistati, o domati, o ereditati da Pipino suo padre. Or quali divenner dopo lui questi popoli, e quali segni serbarono della civiltà carolinga? Gli Alemanni furon quelli da cui Carlomagno derivò la fonte più pura della forza militare; essi lo aveano seguito e re e imperatore in tutte le guerre, ed eran uomini di gagliardía e di lena, e fedeli a ogni cenno di Carlomagno, però che anch'egli è della stirpe loro. Ond'è che anche morto lui gli Alemanni non cessarono di formar corpo di nazione, e conservarono quasi per rammemorazione la dignità imperiale; e, nell'ampia spartigione di Verdun, ebbero Lotario per loro caposignore. Il salterio in lettere d'oro della badia di Sant'Uberto ce lo rappresenta di alta e veramente alemanna statura, seduto sur un'antica seggiola, le cui braccia sono formate da un leone e da una leonessa, calzato di bende in croce, coperto d'una clamide annodata sovra la spalla, con la corona in capo, la spada nella guaina, e con un lungo bastone in mano a foggia di scettro. Cotesto Lotario è quell'imperator di Germania che conserva la dignità quale fu per Carlomagno istituita da papa Leone. Fra i disordini della seconda stirpe la Germania va in pezzi anch'essa con tutto l'impero: i Bavari formano una nazione spartata, che ha suoi duchi o re; Lodovico il Germanico divien signore di tutte le terre situate sul Reno, e questa presa di possesso delle provincie è la prima base del diritto pubblico alemanno. I Bavari, sempre fedeli a Carlomagno, ubbidiscono a Lodovico perch'egli è di quel sacro lignaggio, e alla Baviera si congiunge la sovranità della Pannonia e della Carinzia, e l'omaggio dei Boemi e dei Moravi. Ci sono già re di Baviera e duchi di Lorena o di Sassonia: la Germania pur essa incontra la sorte comune a tutta l'Europa; lo spartimento dei principati diviene il cardine della sua politica costituzione, ma pur nondimeno essa è e rimane carlinga. I Sassoni soli mostrano di non accomunare il generale amore e l'alta ammirazione che la Germania porta al grande imperatore; però che conservano un rancore che va tramandandosi e perpetuandosi di generazione in generazione: vivo e lungo durò fra loro l'odio per Carlomagno e la venerazione per Vittichindo, e ben si potè dispergere e sperperare quei popoli, ma non ispegnere in loro l'antica avversione. Questo risentimento del passato ferve parimenti nei Frisoni, nè appena l'imperatore ha chiuso gli occhi, si spiccano dall'impero, e formano un ducato a parte, per unirsi in appresso a que' conti d'Olanda che serbano per sì lungo tempo la natía loro salvatichezza. Carlomagno, vedendo nel futuro, avea sparsi i suoi conti per tutta la Frisia, soggettandoli al governo d'un duca, che aveva il carico delle cose militari; Lotario aveva indi avuto la signoria di quella provincia fino alla Mosa, affinch'egli la difendesse contro i Normanni; poi andava a cader nelle mani d'un de' potenti capi delle popolazioni scandinave, di nome Gottifredo. Ed eccola fatta parte della Dania; nel qual tempo la Frisia soggiacque a una paurosa catastrofe: il mare gonfiossi, e rigurgitò il Reno per mezzo alle terre, sì che una parte della popolazione fu inghiottita dall'acque: tempo veramente calamitoso e fatale! Tuttavia, questi popoli alemanni, quanti sono dal settentrione al mezzodì, amici o nemici, serbarono profonde rimembranze di Carlomagno, e dir potevasi che il sangue carolino scorreva in quasi tutte le vene dei principi, e duchi, e conti de' paesi bagnati dall'Elba, dal Reno e dal Veser. Ivi serbavansi i loro silvestri costumi, la consuetudine della giustizia loro, la tradizione della loro istoria. E tu, nobil casa d'Absburgo, qual è il primo de' tuoi antenati? E non reca egli in fronte il sigillo del grande imperador d'Occidente? E tu, degna prosapia regale di Baviera, non ti congiungi tu agli Arnoldi e ai Carlomanni, ch'ebber Carlomagno per antenato?

I popoli d'Italia o i Longobardi, che per la conquista al di là dell'Alpi furono i primi uniti all'impero, se ne spiccarono con la medesima facilità, nè altre orme ivi si trovano del passaggio dei Carolingi, che i monumenti sparsi qua e là per le città; e questo periodo della gente longobarda viene a poco a poco a confondersi con gli usi della gente primitiva. Al secolo nono non c'è più luogo a distinzione fra queste due razze; l'Italia vede nascere mille diversi principati; mentre i papi conservano il patrimonio di San Pietro, contendendolo agli imperatori della casa di Svevia, Milano conserva una tumultuosa independenza, e gli abitanti della Lombardia, ubbidito per poco ai re, ne scuotono fra breve il potere. Non v'ha maggiore sminuzzamento di quello delle dette popolazioni italiche nel nono e nel decimo secolo; continua v'è la guerra civile, come se tu fossi al primo nascimento del Lazio o al tempo delle prime guerre di Roma. Ai quattro lati della penisola, e in mezzo al generale trambusto, spuntano le repubbliche di Venezia, di Pisa, di Genova e d'Amalfi; ogni provincia diventa una signoria; qua i duchi del Friuli rivivono in una schiatta di vassalli quasi barbari sotto i nomi di Cadaloaco e di Balderico: colà un conte palatino, di nome Adalardo, s'impadronisce del ducato di Spoleti; nuovi duchi di Benevento escono d'una famiglia lombarda, che si stabilisce in quell'antico principato; e questi alti signori feudali fanno accanita guerra contro Napoli, città greca in uno ed italica, che più tardi diventerà normanna, ed ora ha suoi duchi sotto la protezione, benchè solo di nome, degli imperatori di Costantinopoli.

Curiosa è la storia dei Napolitani alla fine del regno di Carlomagno, quando quei popoli riottosi, in mezzo alle subite e frequenti loro sollevazioni, sono continuamente minacciati dai Saraceni d'Africa, che agognano la Sicilia e il bellissimo sito di Napoli, intanto che da Gaeta e da Amalfi, porti principali di quel paese, i loro intrepidi mercatanti armano bastimenti ed escono fieramente in corso contro agl'infedeli. Di quando in quando ci sono anche patrizi greci d'una tal qual vigoria, e la storia ci ha conservato il nome del patrizio Gregorio, che sperdè la flotta dei Saraceni, però che si vuol notare aver sempre i Greci conservata in mare una incontrastabile superiorità. Non v'era popolo più turbolento a que' giorni del napolitano: e ben altro che starsi a godere il sole tranquillamente sdraiati in sulla sabbia d'un golfo sì bello, quegli abitanti si agitano in discordie civili, ammazzano i duchi e i vescovi loro, e sono continuamente in guerra co' papi, co' Greci, co' Mori, co' Saraceni, finchè son costretti cedere sotto il braccio conquistatore dei Normanni, che vengono nel decimo secolo a insignorirsi di Napoli e della Sicilia[149].

Le croniche di Carlomagno dicono ch'egli possedette una parte della Sicilia, la Corsica, la Sardegna e le isole Baleari: or come questo? a titolo di alto signor feudale, o semplicemente di protettore? Tutte le quali ubertose isole si spiccaron dall'impero suo quasi all'istante medesimo della sua morte, senza che pur orma vi restasse delle sue leggi, nè del suo governo. In fatti avvenne egli mai che i conti franchi dell'età carlinga possedessero interamente quell'isole del Mediterraneo di continuo minacciate dalle flotte dei Mori e dei Saraceni? Ad esercitare una reale sovranità sulle terre bagnate e interchiuse dal Mediterraneo era bisogno d'una flotta numerosa; e Carlomagno bene avrebbe potuto conquistarle con un'ardimentosa spedizione, o vincerle con una inaspettata correria, ma non conservar nè la Sardegna, nè la Corsica, nè la Sicilia, nè le isole Baleariche, senza l'aiuto d'una gran forza di mare, ch'ei non avea. Ond'è ch'elle rimasero esposte a tutte le piraterie dei Mori, delle quali si legge nelle cronache la dolorosa descrizione. Talvolta i pirati, precipitandosi sulle coste della Sicilia o della Sardegna, rapivan le vergini che venivano ad attigner acqua alla fontana, o s'avvicinavano alla riva; tal altra i Barbari spogliavano le arche ed i reliquari d'oro, a imitazione dei Normanni, che lo stesso facevano sulle coste settentrionali: dove si piantavano in qualche parte della contrada, conservando la signoria delle città, e innalzando torri a mantenersi nella possession del paese; e dove s'impadronivano di tutta la terra, come fecer dell'isole Baleari. Se non che spesso le popolazioni, sollevandosi alla voce del vescovo o del conte loro, si scagliavano sui pirati, e si liberavano da sè, senza soccorso nè appoggio altrui. Qualunque fosse la sorte di quei paesi, fatto è che alla morte di Carlomagno non fecero più parte effettiva dell'impero suo, nè v'ha più traccia di questo, e appena è che si trovi qualche memoria dell'imperatore nelle canzoni nazionali e nelle croniche popolari.

Questi Saraceni che vengono a disertar le isole del Mediterraneo, appartengono a quella medesima razza che conquistò la Spagna, dove l'impero carlingo s'è allargato fino all'Ebro; e Barcellona, Saragozza, Pamplona, Tortosa, Huesca sono in mano ai conti franchi. Oh quanto mutati s'erano i tempi dopo quell'audace invasion de' Saraceni fino a Poitiers! Ma dopo la morte di Carlomagno che avvien egli delle possessioni franche al di là dei Pirenei? I Saraceni approfittaron senza dubbio del decadimento della seconda stirpe per incominciar di nuovo le loro invasioni? No; le conquiste di Carlomagno non aveano per nulla mutata la prima condizione dei popoli, e dai documenti storici risulta ch'egli avea principalmente adoperato la razza gotica a mantener la dominazione delle provincie prima soggette ai Saraceni; accorta politica questa sua, con la quale imponeva il governo dei vinti agli umiliati conquistatori.

Se non che allo scomporsi dell'impero que' conti goti vollero anch'essi rendersi independenti, e indarno si fa per metterli al dovere, ch'essi trovan chi li aiuta e nei Saraceni di Spagna, ed in quella razza di Guasconi che conserva la nativa sua libertà. Egli è giusto dire di Lodovico Pio che la Spagna gli sta particolarmente a cuore; allevato come ei fu in quelle meridionali provincie, e fatta parecchie volte la guerra di là dai Pirenei, egli si fa indi protettore dei Cristiani nelle Asturie, fra i monti dell'Aragona, e fin anco nell'Estremadura. Morto lui, la gente saracina riprende un po' di lena, e torna alle sue correrie, onde Abderamo, che regna in Cordova, può a ragione inviare alla sua diletta città versi in coi millanta il valore di sè e delle genti sue.

I Saraceni armano la flotta loro, e corseggiano minacciosi fin sotto a Marsiglia; fu a quel tempo che la leggenda racconta di santa Eusebia, badessa d'un pio monastero affiliato a San Vittore. Aveva essa quaranta suore in altrettante celle, e all'apparir dei Saraceni sulla spiaggia, tutte, per non rimanere esposte alle passioni brutali dei Barbari, si mozzarono il naso, tanto avean più a schifo la bruttezza del peccato che quella del volto! Le popolazioni gotiche intanto approfittarono, per liberarsi, di questo nuovo impulso che spingeva i Saraceni al di fuori, e dappertutto insorgevano insieme coi conti di Castiglia e d'Aragona, per correre all'independenza, ingaggiando gagliardamente la guerra coi Saraceni. In breve avrem quindi dei duchi di Navarra, di Guascogna e d'Aquitania, mentre l'opera di Carlomagno si va per modo spezzando a mezzodì, che vedremo re e duchi di Provenza della schiatta germanica, ed un regno d'Arli unito all'impero di Lamagna. In quel tempo di confusione non v'ha distinzione alcuna di titoli: regni, ducati, contee hanno, per così dire, la medesima prerogativa; in vano trovar vorresti una monarchia; l'impero di Carlomagno ha tutto assorbito in sè, e dopo esso più non restano che rottami e frammenti di titoli e di dignità.

Nel tempo che l'opera carlinga tutta se ne va a soqquadro, la Francia, la nobil Francia si spicca dall'impero, che resta germanico, e costituisce la sua nazionalità personale, e appena conserva qualche lontana comunicazione con l'Alemagna ad oriente, con la Frisia e l'Olanda a settentrione, con la Spagna ed anche con l'Aquitania a mezzogiorno. La Francia non ha più nulla di carolino, nè i Capeti punto raccolgono la successione di quelle massime e forme; i conti di Parigi niente han di comune con la schiatta germanica; Filippo Augusto differisce da Carlomagno: egli è un altro tipo, un'altra civiltà; l'ordinamento della monarchia francese componesi con altro concetto che con quel dell'impero: egli è, per così dire, un frutto del luogo; la Francia si ricostituisce con le condizioni d'una vita novella e cogli elementi d'una vigorosa esistenza. In quest'opera, che ha principio da Carlo il Calvo, essa è sconvolta da due tremendi flagelli: le invasioni dei Normanni e quelle degli Ungari. Se non che, come sempre avviene tra le nazioni che fanno di ordinarsi, le invasioni de' Normanni che disertano le provincie, si trasformano ed ordinano esse pure, e da flagelli che prima erano, diventano elementi di forza e di vita. Lo stabilimento dei Normanni nella Neustria è un de' fatti più notabili della storia; ritemperò esso la nazion franca di più vigorosa complessione, la ristorò di giovin sangue, e fu come se tu dicessi un ramo nuovo innestato sopra un vecchio tronco: i discendenti dei Sassoni vennero a gittare una colonia nella Neustria in quella guisa che Carlomagno avea gittato colonie di Franchi nella Sassonia. E non faceasi forse tutto a que' dì per colonie? E l'esaltazione de' Carolingi non fu ella una colonia austrasia fra la Senna e la Mosa? I duchi di Normandia divennero i più fermi sostegni del trono dei Capeti, fino a che divenuti anch'essi re d'Inghilterra, tornano alle antiche gare con la corona di Francia.

Il secondo flagello, come detto è, che gravò sui Carolingi in sul loro cadere, fu l'invasione degli Ungari, popolo errante che mostrasi in arme nella Borgogna e nell'Austrasia. E' non cercan costoro una stabil dimora, ma danno il sacco; e poi, a modo di tutte le altre genti tartare, si sbandano, e se ne vanno carichi di bottino. Di che origin sono questi Ungari? E non son eglino forse un'altra reazione dei popoli domati già da Carlomagno, un rottame dell'edifizio carlingo che cade sul popolo franco? Sì, sono. Quegli Schiavoni, quegli abitanti della Pannonia, quegli Unni che pagavano tributo a Carlomagno, allo spirar suo vengono fieramente a sedersi sulle ruine dell'edifizio medesimo. Oh che doloroso spettacolo la distruzione di quest'opera! Imparate, o conquistatori, che forzar volete la natura delle cose: passate, e tutti fanno indi a ruffa raffa delle vostre spoglie, principi, popoli, tribù, a chi più ne coglie...

In mezzo a tanto disordine di tempi come cercar le tracce del commercio e dell'industria? Carlomagno, non già che concedesse speciale protezione al commercio, ma ne aveva col suo modo di governo aiutato l'incremento. Tutto che sia grandioso e forte, impronta della natura sua la società civile; l'impero era ordinato in modo che assicurava prima d'ogn'altra cosa la centralità del potere, l'immunità d'ogni persona, la custodia delle pubbliche strade; al di fuori, le corrispondenze diplomatiche apparecchiavano quelle del commercio; cose tutte che procedevano da un ordinato governo fatto a dare la spinta sulla via del progresso, e la vita politica alla nazione; ma quand'esso ebbe a cadere, tutto fu disordine e confusione; non v'ebbe più lusso, nè più traffico, però che le vie di comunicazione non erano più sicure; i Normanni correvano le provincie, i popoli fuggivano, su ogni luogo eminente si rizzavano torri, ma se queste valevano a protegger gl'inermi abitanti, divenivano altresì il riparo dei signori, i quali svaligiavano i mercatanti che s'attentavano di viaggiar soli.

Le relazioni di quei tempi ci fanno una dolorosa e lagrimevol pittura di questo stato sociale, in cui non era più orma di quel tempo glorioso dell'impero d'Occidente, quando le grandi carovane dei mercanti, partendo dalla Siria, da Roma, dalla Scandinavia e dall'Inghilterra, venivano ad attendarsi nelle fiere e nei landitti di San Dionigi: chè oramai nessuno vuole perigliarsi più per quelle vie infestate dai Normanni e dalla gente da guerra. Oh quanto desolata è la società del secolo nono! Tutta quella generazione prorompe in grida di dolore; i monasteri cantano le lamentazioni di Geremia per implorare la misericordia di Dio, e non sono ancora trent'anni che Carlomagno dorme l'eterno sonno! Le instituzioni dell'imperatore d'Occidente non penetrarono altrimenti nelle viscere di questa società, che rimase sempre la stessa; nulla in essa è mutato, nè bisogni, nè passioni, nè costumi; quanto egli fece a pro del commercio, tutto è morto insieme col suo regno; le vie di comunicazione sono interrotte, incompiuti rimangono i canali.

Quel tanto ch'ei far potè pel commercio, non si stende al futuro; tutto, dopo lui, si urta e si spezza; nè la cosa potrebb'essere altramente, quando non si può andar da una città all'altra senza grosse scorte e per carovane; i lupi vengono a torme ad urlare fino alle porte delle città, sì che ognuno si chiude e vive entro i suoi domestici lari. Il secolo undecimo è sì ignorante in geografia, che i Normanni non sanno come sia configurato l'Angiò, e ancor meno la Borgogna e l'Isola di Francia. Onde, chi pensar potrebbe ai negozi del commercio? Essi quindi si limitano al bisogni giornalieri; le vesti di bigello si tessono dentro a' monasteri; si foggia qualche strumento per l'agricoltura; l'uomo tiensi alla terra siccome alla grande sua nutrice, sì che tu diresti quella società una famiglia di schiavi, con tutti al piè la catena che li lega al campanile della parrocchia. Orsù, aspettiamo per veder rinascere e rifiorire il commercio, che sorga nel secolo decimo l'ardente amor de' pellegrinaggi; ed ecco allora allato di quegli uomini servi, di quegli appartati solitari, levarsi numerose bande, composte di nobili, di plebei, di preti, di monaci, tutti muover per una sola meta, la liberazione del sepolcro di Cristo; avviarsi per l'Alpi, attraversare l'Italia, e quali imbarcarsi a Marsiglia, quali a Venezia, a Pisa o ad Amalfi, passare per mezzo alla Grecia, e salutata Costantinopoli, giunger finalmente nella Siria lontana. E in questo lungo tragitto quante nuove cose si affacciano alla vista loro! Le arti nascenti, le città trafficanti, però che se la centrificazione predisposta da Carlomagno non riesce se non ad un fine, e mal certo anche questo, gli sforzi individuali di alcune di quelle comuni ottengono di moltiplicar le dovizie del traffico: raro è che un poter troppo assoluto possa qualcosa in quest'elemento di ogni ricchezza; il despota è troppo imperioso nei voleri suoi, troppo superbo ne' suoi comandari; il commercio in vece ama di correr libero, spontaneo, e chi l'imbriglia, lo strozza. Mirate di rincontro agli sforzi di Carlomagno, lo spontaneo impulso che si vien manifestando a Marsiglia, a Venezia, ad Amalfi, e in mezzo alle ruine dell'impero contemplate le città repubblicane innalzarsi all'apice del loro splendore[150]. E delle instituzioni mercantili di Carlomagno che resta? L'unità del peso e della moneta se ne va, la gabella delle merci cade in dimenticanza, ogni città ha i suoi statuti particolari, ogni repubblica le sue cause in sè di grandezza e di decadimento, ma tutto estraneo resta al concetto carolino.

Quel tremendo turbine di barbarie seco travolge indi l'arti appena nate; tutto sotto lo scettro di Carlomagno tendea verso una certa perfezione; i Greci e i Romani, grandi educatori del genere umano, compieron di belle opere. In fatti v'ha egli cosa che pareggiar si possa ai manoscritti del secolo nono, ed a quei caratteri sì chiari e belli che li diresti stampati? Pigliamo un messale o un codice teodosiano di Carlomagno e di Lodovico Pio: che scrittura nitida! che disegni tratteggiati all'antica! Quelle lettere, sopra tutto, color di porpora o di splendidissimo paonazzo, scritte sur una bella pergamena, che conserva la finezza e saldezza sua dopo ancora che i secoli l'hanno abbrunita!

Ma che resta di quest'arte carolingica, incoraggiata già dal gran Carlo, poi che soggiacque alle agitazioni della seconda stirpe? Un nonnulla. Le carte diventano inintelligibili, la scrittura s'imbroglia, nè più orma serba dell'antica chiarezza; non v'è più perizia negli operai: tutto palesa che siam tornati alle barbarie, che per poco fu nelle Gallie diradata. L'arte diviene ancor qual era al principio della prima stirpe; il Franco torna Franco; il Barbaro ripiglia l'antica sua scorza: il punto luminoso sparisce, e tutto ricade nelle tenebre. E in che modo l'arte avrebbe potuto fiorire, quando le vie rotte non consentivano più l'andare da una città all'altra, e quindi toglievano tutte quelle vicendevoli comunicazioni onde artisti e dotti hanno bisogno per contraccambiarsi i loro lumi. Al tempo di Carlomagno gli artisti poteano salutar Roma e Costantinopoli, raccoglier come reliquie preziose gli ammaestramenti d'un'altra età; ma in sullo scadere dei Carolingi altro innanzi a sè non aveano che la terra coperta di brume, il cielo tenebroso e tetro, le invernali notti, il suon delle campane, le strida degli uccelli da preda, e una natura che avea sol voce ad annunziar la peste, la fame o la morte!...

In mezzo a così rapida ed intera distruzione dell'opera, che accadeva degli altri rottami? e i rampolli della famiglia carlinga sopravvivevan eglino ancora alla ruina dello smisurato edifizio eretto da Carlomagno? Niuna famiglia certamente fu più numerosa di quella dell'imperatore: rigogliosi furono i rami che mise la pianta germanica, e figli e figliuole circondarono il vecchio signore, chè s'egli ebbe parecchie mogli, si fu per averne una discendenza, a modo di Davide e dei patriarchi; ed esse gliela porgono, ed ei nascer si vede l'un dopo l'altro Carlo, Pipino e Lodovico. Il solo de' figliuoli suoi di cui egli abbia a dolersi, è il primogenito, bello di volto e difforme di corpo, Pipino il Gobbo, che si ribella insiem coi Bavari e con Tassillone; ma Carlomagno il fa radere, e coronato con la tonsura in un monastero di San Benedetto, non s'ha oramai più a temere di lui, ed impotenti sono le sue cospirazioni.

Se non che la morte si scaglia su questa famiglia, e trae l'un dopo l'altro, Carlo e il secondo Pipino, al sepolcro, con funerale accompagnatura di armigeri, e con poeti che scrivono i loro epitafi. E per verità questi giovani erano due menti robuste, e intelletti capaci, e braccia potenti a sostener l'edifizio carolino. Già li vedemmo, fanciulli ancora, in mezzo alle battaglie; Carlo o Carlotto seguir suo padre in quasi tutte le guerre della Germania, e Pipino fare in persona le spedizioni d'Italia contro gli Unni ed i Barbari. I quali due figliuoli, sì degni del glorioso padre loro, e sì atti a succedergli, muoiono pochi anni prima ch'egli scenda nel sepolcro; che se avessero potuto regnar dopo di lui, l'impero forse si sarebbe consolidato in tre grandi frazioni nelle mani loro ferme e capaci di reggerlo: a Carlo il regno d'Austrasia, l'Alemagna, la Fiandra, la Frisia, il Reno, l'Elba, la Mosa; a Pipino l'Italia, le popolazioni degli Unni, degli Avari e le isole del Mediterraneo; a Lodovico Pio il regno d'Aquitania ed i popoli dalla Loira all'Ebro. Difficile certamente sarebbe stato di mantenere unito un impero composto di popoli sì diversi e di sì contrari elementi; ma egli è da considerar che Carlo, il primogenito, era tedesco di costumi e d'origine, che Pipino avea passata sua vita fra le Alpi e gli Apennini, e che Lodovico era benvoluto in Aquitania, della quale avea preso gli usi e i costumi[151].

Tre grandi monarchie adunque sarebbero nate da quel gigantesco impero; ma il sol de' figliuoli sopravvissuto a Carlomagno è Lodovico d'Aquitania, l'ultimo nato, il quale non è altrimenti un giovine inetto, e bene il mostrò governando con man forte i paesi dalla Loira ai Pirenei. Egli fece la guerra con buon successo; merito suo fu la conservazione di tutta la frontiera meridionale; a lui fu dovuto il compimento del sistema delle città e torri fortificate a riva de!l'Ebro; egli s'è abituato già alle cure del regno, molti sono i suoi capitolari, e mostrano ch'egli conosce l'arte di bene amministrare e governare; ha fatto suo tirocinio nella podestà regia, e moltiplicato i diplomi, spargendoli per dove egli passava, Carlomagno, finalmente, sentendosi vecchio, lo ha fatto compagno suo nell'impero; e nonostante tutto ciò, quest'impero, ereditato da un glorioso genitore, cade, e va in pezzi, a così dire, nelle sue mani.

Fu sola debolezza di carattere che cagionò questa ruina, o vi cooperarono e l'affrettarono altre cagioni?

Lodovico erasi certamente infiacchito nella corte sua d'Aquitania, chè nè la gente pure del nord resister sapeva all'influenza di quei sì molli costumi e di quel calido sole; allevato in mezzo a città quasi intieramente romane, i suoi consiglieri, i suoi amici sono poco men che tutti Goti o Aquitani; con essi ei muove alla guerra, ad essi affida il governo, e quando viene alla corte d'Aquisgrana per assumere la participazion dell'impero, i conti e i cherici delle meridionali provincie ve lo accompagnano, e parla la lingua loro, e usa abitualmente il latino, nè sa pur pronunziare il tedesco, sì che gli antichi cronisti ne lo riprendono. I leudi che circondano Carlomagno, oramai vecchio e spossato, portano lunghe vesti, ed hanno aspetto rigido e grave, intantochè i nobili del seguito di Lodovico sono gai e piacevoli come istrioni, vestono succinto, appena hanno indizio di barba; e ciò che più offende i leudi, si è che Lodovico anch'esso veste alla foggia di quei meridionali, quasi a testificar ch'egli è re ancora di quei popoli avversi alla razza germanica. Onde i mali umori e le cagioni che moltiplicano da bel principio le difficoltà intorno a Lodovico Pio, il quale, fatto imperatore, non è altrimenti servito con quella devozione e quel timore che inspirar sapeva il gran Carlo, ora chiuso nella tomba[152]. In somma, Lodovico è un uomo del mezzodì, e come potrebbero i conti del Reno e della Mosa altro che a malincuore ubbidirgli? La monarchia carlinga aveva avuto suo fondamento da una grande invasione della razza austrasia nella Neustria; Carlo Martello e Pipino aveano abbandonato le selve della Turingia per venirsi a impadronire della prefettura palatina di Neustria; dopo di che s'erano messa in fronte la corona de' Merovei: natural corso era questo, il settentrione veniva al mezzodì, e i Germani lasciavano le secolari foreste loro per gittarsi sulla civiltà romana; cosa era questa che avvenir si vedea da cinque secoli; Carlomagno avea condotto a fine l'opera tentata dall'avolo e dal padre suo; dato assetto alla civiltà franca; i popoli meridionali avean ricevuto conti e leudi nati in Isvevia e in Lorena; ma l'esaltazione di Lodovico Pio a mutar venne questa condizione. Or che vien egli a fare alla corte d'Aquisgrana quest'aquitano Lodovico, con quelle sue vesti corte, con quella sua barba rasa, con que' suoi saltimbanchi di Tolosa e di Arli, con quegli Spagnuoli suoi di Barcellona? Parlan eglino forse la lingua tedesca o sassone? partecipan eglino dei sentimenti altieri e inesorabili dei leudi del Reno e della Mosa? Quell'effeminato signore, quel cherico della Garonna e della Loira non dee a lungo regnare sugl'indomiti Franchi.... Non già per questo i Carolingi furon chiamati a succedere ai figli di Meroveo. Ed ecco qui una delle intime cagioni del decadimento della seconda stirpe.

A far indi intera la confusione in questa famiglia, alcuni bastardi, dimenticati, scendono in campo con l'armi alla mano, per dimandar la parte loro nel patrimonio della corona e del fisco, chè i Carolingi ebbero pur di tal prodi figliuoli, i quali, senza nome e senza fortuna, tentarono di formarsi uno stato. Dappoi che lo scettro non è più in mano di Carlomagno, ne' suoi palazzi e ne' suoi poderi è un disordine da non dire: qua un bastardo si collega co' Barbari per combattere il nuovo imperatore; colà insorge un figlio mal contento della parte sua; le figliuole del medesimo Carlomagno, che molte sono, si mescolano in questo moto disordinato, e con la scostumata lor vita fanno lo scandalo delle corti plenarie. La madre di Carlomagno fu una casta donna, e caste pure furon le mogli sue, ma le figliuole non han pur orma dell'indole pudica delle donne germaniche, e in vano vengono chiuse qua e là ne' monasteri, chè elle n'escon per gittarsi di nuovo nel mondo. A que' tempi le ferrate porte delle badie non di rado spalancavansi all'impeto di quei figli, di quei giovani forzati a ricever la tonsura, i quali, sprigionandosi a un tratto dal chiostro, pigliavano la spada per tentare di nuovo il riconquisto del proprio retaggio; nè si contentavan solo di ridomandare il patrimonio, ma si mettevano altresì a capo dei Normanni o dei Saraceni, che invadevan la patria. Il regno di Carlo il Calvo vide appunto un di questi figli, più che altri animoso, di nome Pipino, il gran ribelle narrato dalle croniche, uomo ardente, instancabile. Costui entra in lega coi Saraceni: e che importa a lui della sua fede! Ed anche è voce ch'ei sia miscredente; egli ora invoca e ottiene dagli alcaidi quell'aiuto che dianzi invocava e otteneva dai Danesi e dagli Scandinavi, guidandoli in Bretagna. Egli è certamente un fellone e un traditor del suo principe e della sua nazione, ma pur non ha chi il pareggi in prodezza e in prontezza, e ben si vede che bolle nelle sue vene il sangue di Carlomagno.

Benchè questa famiglia non lasci dopo di sè che indegni successori, pur tal si è lo splendore ch'essa trae seco, che tutta la progenie principesca di Lamagna va superba di questa chiara origine. In fatti, aver nelle vene il sangue di Carlomagno si è la maggior nobiltà che sia mai. Noverar per antenati Tassillone, duca di Baviera, Bernardo, re d'Italia, e Lotario, imperatore, si è il più bel blasone di Lamagna. Quei draghi figurati negli stendardi, que' cimieri, quegli elmetti di ferro, quegli scudi, con l'altre armadure, erano memorie carlinghe, e formavano il vanto di chi ereditate l'avea: sul Reno, sul Danubio e sull'Elba, tu non vedevi nè i fiordalisi di Francia, nè i merli senza becco, nè le pacifiche croci dei pellegrini; no, il blasone di Germania era qualcosa di più duro, qualcosa che teneva delle scoscese montagne, dei fiumi impetuosi, delle foreste d'Austrasia e delle Ardenne. I due blasoni dei Carli e dei Capeti non ebber alcuna rassomiglianza tra loro; ben gli scudi e i cosciali di quella cavalleria si scontraron più tardi nell'agone, e v'ebber di molte lance e spade spezzate. A Bouvines si rinnovò l'antica contesa fra Neustri ed Austrasi, ma in quei giorni la Francia trovato avea, in un con la forza della sua nazione, un re potente in Filippo Augusto, che incominciava il periodo di grandezza per la monarchia dei Capeti.