CAPITOLO XII. INDOLE E CARATTERE LETTERARIA DEL PERIODO CARLINGO.

Opere letterarie di Carlomagno. — Frammenti delle sue lettere. — Suol versi. — Biografia d'Angilberto. — Landrado, arcivescovo di Lione. — Agobardo. — Turpino, arcivescovo di Reims. — Teodolfo, vescovo d'Orleans. — Adalardo, abbate di Corbia. — Angesiso, abbate di Fontenelle. — Felice, vescovo di Urgel. — San Benedetto d'Antano. — Altri scrittori oscuri. — Gli studi alla fine dell'Impero di Carlomagno. — Quanto ei fece a favor delle lettere e delle scienze. — Teologia. — Filosofia. — Scuole e biblioteche monastiche. — Prototipi della scienza germanica. — San Gallo. — Fulda. — Magonza. — Scuole dell'Austrasia. — Metz. — Verdun. — Scuole della Neustria. — San Germano di Parigi. — Corbia. — San Martino di Tours. — Scuole italiche. — Montecassino. — Morte del diacono Paolo Lombardo. — Inizio del secolo letterario di Lodovico, figliuolo di Carlomagno. — Incmaro, arcivescovo di Reims. — Lupo, abbate di Ferrieres. — Pascasio Radberto.

800 — 814.

Privilegio degli uomini che primeggiarono nella storia, è l'assorbir tutto lo spirito d'una età; il secolo piglia nome da loro, non v'ha letteratura, nè poesia, nè storia, se non all'ombra della fama loro. Tale si fu a Roma il secolo d'Augusto, e tale al medio evo, il secolo di Carlomagno; allato alle ampie conquiste, e più alto che l'ordinamento politico, vediamo l'impero incontrastabile del sapere, uno smisurato universal desiderio d'ampliarlo, una prepotente inclinazione pe' classici studi. Nel parlar ch'io feci delle gloriose guerre di Carlomagno, ebbi a noverare i conti valorosi e forti, che gli furono compagni nelle imprese militari; ora parmi necessario di pigliar a considerare gli uomini che contribuirono a far procedere innanzi la civiltà, molto più che in questo punto luminoso, situato fra la prima e la terza stirpe, ci ha qualche illustre intelletto che si vuol togliere all'obblivione dei secoli, e siffatto lavoro formerà il natural compimento di questi annali. Ho a parlar di opere morte, di idee che più non corrispondono a nulla di quanto alletta l'attual società; ho a dir come intere generazioni andavano alle scuole de' monasteri per ascoltarvi sottili dissertazioni; ma oimè! manco per avventura sottili di certi pensamenti intorno ai diritti ed alle prerogative delle moderne podestà.

Carlomagno, a imitazione degli altri grandi uomini, signoreggiar volea la letteratura del suo tempo con la forza medesima da lui posta a crearsi l'impero. La natura sua fatta non era per lo studio; infatti, quasi continuamente affaccendato nelle lunghe sue guerre, come potea trovar il tempo da dedicare alla lettura ed alla meditazione dei libri? E nondimeno egli lasciò varie opere messe insieme con iscrupolosa accuratezza. I capitolari, fra queste, non sono altrimenti letterari monumenti, nè alcun orma hanno in sè del progresso delle lettere; sono atti legislativi, scritti di mano in mano, a seconda delle contingenze; alcuni anche (ommessi dai compilatori e raccolti dal solo Galdasto), benchè monumenti rari e preziosi, riputar non si deggiono, nè sono che semplici rescritti e diplomi[129]; parecchi di quei valorosi conti, usciti dalla schiatta dei Sassoni, aveano accompagnato l'imperatore alla guerra contro i Saraceni di Spagna, ed egli, con un capitolare dettato al suo cancellarius, distribuiva loro grandi tratti di terra in Turingia, con diritto di far lavorare nelle miniere d'oro e d'argento; o pure, l'atto da lui dettato era a favor della sua diletta città d'Aquisgrana, di cui egli stesso ricorda l'antica origine, e gli splendidi privilegi; o se più vuoi, in qualche altro ad esaltar si fa il titol di nobile appo i Franchi e i Germani, o diventa poeta descrivendo i misfatti enormi che si commettono in Francia e in Italia, e dice: «Queste colpe han provocata la collera di Dio, la sua pazienza è giunta al colmo, e vuole sterparle col castigo del fuoco agli sciagurati autori di tante enormezze.»

Nel secolo scorso fuvvi come un pellegrinaggio di dotti in cerca delle opere di Carlomagno, e i padri Martene e Durand, benedettini, andarono di città in città scorrendo l'Italia, per trovare le tracce dei capitolari e i documenti dei tempi carlinghi, in che già preceduti gli avea il padre Mabillon; e le indagini da essi fatte per le biblioteche fruttarono fortunati scoprimenti, da cui poscia i dotti seppero trarre profitto. Le lettere di Carlomagno furon quindi raccolte e coordinate, ed una ve n'ha importantissima da lui dettata e indiritta ad Elipando Toletano ed agli altri vescovi di Spagna, sul proposito dell'eresia di Felice da Urgel, fulminata dal concilio di Francoforte. «Oh quanto grande è il ben che viene dall'unità religiosa! E che v'ha egli di più ammirabile, di più santo della cattolica religione? Perchè dunque infrangere la venerabile autorità sua? Poco era per costoro il vivere in mezzo ai Saraceni di Spagna, che gravar vollero la propria condizione con un errore ancor più funesto, errore unanimamente condannato da un concilio di vescovi rappresentanti tutte le chiese dell'impero. Orsù! accettate in pace questa sentenza dei concilii, nè vogliate presumervi più sapienti della Chiesa universale.» Tali sono le parole di Carlomagno in quella lettera autenticata col suo sigillo[130].

L'imperatore la fa pur da teologo in una curiosa spiegazione che egli dà intorno a Settuagesima, Sessagesima, Quinquagesima, nomi ecclesiastici delle tre domeniche che precedono la quaresima; e questo avviene appunto in quel tempo ch'egli ha più da far come re dei Franchi e dei Longobardi, e ch'egli attender dee a più guerre ad un tratto. Mente in vero suprema e maravigliosa! La più curiosa di queste lettere dimostra il suo nobile amore agli studi, volendo egli che sieno aperte scuole in tutte le chiese. «E ponete, dice, a condur queste scuole uomini atti.» Poi, il fiero principe, uscito dalle foreste, si fa ad enumerar quivi lungamente i vantaggi della scienza, madre e fonte di tutte le cose[131]; dove si sente già il pensare di chi ha corso l'Italia, dell'amico d'Adriano, del patrizio di Roma! Certo che alcuni di questi atti sono opera dei cherici che circondano Carlomagno; ma e quel nobile impulso allo studio non viene forse da lui? Egli vi si adopera senza posa; fa compilare una raccolta di omelie per utile delle chiese, e vi premette una prefazione, nella quale il proposito suo è di provar che lo studio è il primo dei doveri; e scorre l'intiera sua vita, e se trova in essa qualche ragion di lode, si è solo pel poco ch'egli ha fatto a pro delle scienze; a considerarlo nella sua vita attiva tu diresti ch'egli è tutto nelle sue conquiste, tutto atteso ad aggiunger nuove terre all'impero suo, qua contro gli Unni, colà contro i Saraceni ed i Sassoni; e pur non è cosa che negli scritti suoi dia a conoscere il conquistatore; tutto ivi sente del legislatore e del principe studioso. Sì grande com'è, si vede ch'ei si piace negli studi teologici; e cosa che non par credibile, compone di suo un trattatello sui doni dello Spirito Santo, e scende alle più minute disquisizioni per promovere l'amor degli studi, ed entra in lizza solo perchè abbia maggiore importanza e splendore. In fatti, può egli scegliere argomento più sublime a trattare, dei doni e attributi dello Spirito Santo? «Gli antichi filosofi avean essi ricevuto il dono dello spirito?» Carlomagno lo nega: «Però che ricever non si può verun di siffatti doni, senza tutti raccoglierli.» Tal altra fiata l'imperatore depone in seno a' suoi confidenti i grandi suoi disegni per l'avvenire; e scrive, esempigrazia, ad Angilberto, a cui dà il misterioso nome d'Omero[132], d'andar privatamente a trovar papa Leone: «Chè troppi sconci sono nella Chiesa, e vuolsi ad ogni modo diradicar la perniciosa zizzania della simonia.» E per quella via gli offre il danaro necessario ad innalzare in Roma una basilica a san Paolo. Le discussioni intorno allo spirito formano il soggetto di un'altra lettera al papa, e quasi d'un altro trattatello dommatico, in forma di sottile dissertazione che sembra opera di un ecclesiastico piuttosto che di un guerriero. Il tempo presente, con quel suo superbo sprezzo, non comprenderà certo come un potente imperatore sia disceso a queste sottigliezze; ma il perdersi in sottigliezze non è già il tarlo di un potere o d'un tempo solo; ogni età ha le sue cose puerili, le sue fanciullesche dissertazioni sopra i misteri dell'autorità; all'ottavo secolo Carlomagno fece il mestier del teologo; in altri tempi avrebbe fatto il mestiere del politico.

Ora eccolo poeta, in atto di scandere i versi latini, l'idioma scientifico di quella generazione: il tradurre le opere della lingua comune e romanza in latino era cosa che usavasi fin sotto la prima stirpe; e la stessa canzon guerriera dei Franchi in armi era tradotta in latino. Oltre all'affettuoso epitaffio di Adriano, addio d'un figliuolo al padre, che vedemmo scritto da Carlomagno, egli avea pure mandato al papa un picciolo salterio che comprende un intero poema in lode del pontificato. Protettor com'egli era degli uomini di lettere, amava pure o di farsi egli incontro a loro, o di chiamarli a sè; onde a Paolo Varnefrido, o Paolo Diacono, che s'è ritirato a Montecassino per vivervi da eremita, indirizza alcuni versi elegiaci affine d'indurlo a venir di nuovo alla sua corte, tal che l'hai per Augusto che scriva a Virgilio; e quando Alcuino, vecchio e logoro, si toglie dalla corte, a lui scrive come a suo maestro e dottore: «O padre, voi vi siete ritirato in solitudine, e buon per voi; aiutatemi con le vostre orazioni a conseguire l'eterna salute.» Poi trovandosi a Roma, l'imperatore detta di colà nuovi versi al solitario di Montecassino, al suo Varnefrido, dicendogli: «Perchè non venire a trovarlo in Roma, perchè dimenticarsi così dell'amico?»

Poscia il potentissimo principe si converte in gramatico, e prende a fare un lessico della lingua tedesca, con le parole latine a riscontro, lavoro comparativo da lui piantato su larghissime basi; indi corregge di sua mano gli esemplari della Scrittura, e convien dire ch'ei fosse pervenuto a un alto grado di perfezione nello studio delle lingue, se gli annalisti suoi si curarono di notare che re e imperatore riscontrò con grandissima diligenza i quattro Evangeli sul testo greco e la versione siriaca[133]. Egli sapea dunque le lingue orientali a segno da tradur gli Evangeli dalla lingua ebraica nella tedesca, e da critico acuto riscontrava gli Evangelisti fra loro, li punteggiava e correggeva. Amasi talvolta di contemplare i grandi uomini nelle picciole opere, quando scherzano, a così dire, col destino a cui sono nati; e quindi bello è ancora veder Carlomagno dar vita o indirizzo ai libri carolini intorno al culto delle imagini, spiegare il senso del concilio di Francoforte, avverso al culto delle arti, e termine di mezzo tra la dottrina iconoclastica, che non vuole rappresentazioni di sorte alcuna, e la sentenza di alcuni artisti greci, che sostengono l'adorazion delle imagini essere altrettanto santa, quanto la medesima Trinità. Egli è difficile che un uom sovrano non si frammetta delle quistioni del suo tempo, e tanto più s'egli ha obbligo di governare la società, chè allora non gli è lecito sequestrarsi dalle opinioni che si agitano intorno a lui, dovendo, chi regge gli uomini, investirsi fin anco delle loro passioni. Quanto alla lingua usuale di Carlomagno, già dicemmo essere la tedesca, e abbiamo ancora di suo, in questo idioma, un formolario per la confessione. Curioso è in vero veder, per istoria, l'alacre attività di questo sovrano intelletto, che non punto spaventato da queste minuzie e frivolezze della vita, gode anzi di travagliarsi in questo compito letterario ch'egli insiem cogli amici e confidenti suoi ha imposto a sè stesso. E questo è pure un tratto di rassomiglianza che la storia trova in tutti i conquistatori; aman essi d'intrattenersi coi letterati e con gli scienziati, nè sdegnan punto d'entrar in gravi o ameni discorsi con loro; però ch'ei sanno, una nazione non poter esser grande e forte, se non per l'opere dell'ingegno. Ed essi medesimi che sarebbero mai, se la storia non s'impossessasse del loro nome? Il nome che più illustre splenda allato di Carlomagno, in fatto di scienze e di lettere, quello si è d'Alcuino, che fu promosso alla dignità d'abbate di San Martino di Tours. Nasceva egli di nobili e facoltosi parenti, l'anno 735, nella provincia di Jorc, con vari fratelli, un de' quali fu vescovo di Salisburgo, e tanto era in lui il sapere e l'ingegno, che si meritò il soprannome di aquila. Studiò fanciullo nella fortissima e dottissima scuola di Jorc, dove insegnavasi il latino, il greco e l'ebraico, e dove da discepolo divenne maestro, da studiante, bibliotecario; poi fu fatto diacono di quella Chiesa, degna sorella dell'altra di Cantorberì, ed amendue ufiziate dai monaci di San Benedetto. Salito in grido ben tosto, visitò Roma e l'Italia, ivi scontrossi in Carlomagno e il re e il sapiente subito furon d'accordo; Alcuino promise di recarsi in Francia, tenne la sua promessa, e v'ebbe ricche abbazie; poi si mise nello stesso palazzo di Carlomagno, e vi tenne cattedra di scienza, siccome pare, leggendo pubblicamente sotto i portici di quelle regie dimore, e ristorando gli studi dell'antichità con la guerra ch'ei fece all'ignoranza insieme ed all'eresia. Nè guari andò che, ritiratosi nella solitudine di Tours, applicossi a meditar la Scrittura, e fece di propria mano una copia correttissima e perfetta dell'Antico e Nuovo Testamento, da lui, con una lettera dedicatoria, profferta a Carlomagno. Alcuino morì molto innanzi negli anni, e nell'antica chiesa di San Martino conservossi per gran tempo l'epitaffio, pieno di umiltà, da lui per sè stesso composto. Apprezzabili sono le opere che di lui ci rimangono. Le sue quistioni intorno alla Genesi sono una vera dissertazion filosofica che sa della scuola sassone del venerabile Beda; ivi egli bravamente va discutendo su quelle parole di Jeova: «Facciamo l'uomo a nostra imagine e somiglianza:» e questo scritto, di tal merito che vi fu chi volle attribuirlo a sant'Ambrogio e a sant'Agostino, fondò la prima riputazione d'Alcuino. Compose indi un trattato sui sette salmi penitenziali, sull'uso da farne e sui notabili precetti, che trar se ne ponno a ben vivere. «O anime sante (così egli) cantate, cantate le laudi del Signore,» gli inni di glorificazione. Ma e il Pange lingua, quel cantico sublime, è opera di Fortunato o d'Alcuino? La quistione pende ancora indecisa dinanzi al tribunale della critica. Poi, ancora il sassone dottore, discute intorno all'Ecclesiaste e al Cantico dei Cantici. Che significan quelle parole: «Ci sono sessanta regine e ottanta mogli di seconda schiera?» In che si oppongon esse alla santa unità del matrimonio?

Segue indi un trattato sulla Trinità santa e indivisibile, dedicato a Carlomagno, col quale intende a raffermarlo nella fede cattolica, e però che Carlomagno è pur sempre il simbolo per lui della protezione e dell'invocazione, a lui scrive sotto il nome di Davide, della differenza che passa tra l'eternità, l'immortalità e la perpetuità, tra secolo, età e tempo[134]. E dopo questo si scaglia nella filosofia più sublime, in un trattato sulla ragione dell'anima[135], da lui indiritto alla vergine Eulalia, alla quale, seguendo il genio suo poetico, manda un'orazione in versi a Dio, con una breve istruzione e litanie, e altre preci. Nè men potente è Alcuino dov'ei si fa controversista, e se la piglia con Felice d'Urgel, dicendo: «E che cosa insegna questo eresiarca? Forse alcun che di nuovo? No, perchè dir che Cristo è il figliuolo adottivo di Dio, e non più, è risuscitar gli errori di Nestorio.» E così dov'entra in controversia con Elipando, vescovo di Toledo; e detta un libro sull'Incarnazione, difendendola e santificandola, e ora svolge la grandezza del battesimo, e ora le maraviglie dei Sacramenti; esalta la virtù, danna il vizio, e sentenzia che la vita ha da essere un composto di castità e di purità.

Fin qui Alcuino s'è tenuto nel campo della filosofia, ma d'ora innanzi egli scorre quel delle lettere e delle scienze più amene, e l'opera sua prima in questa materia è un trattato delle sette arti liberali, di cui soli ci restano alcuni capitoli. Quello fra essi che tratta della gramatica, è a forma di dialogo tra un Franco ed un Sassone che discutono intorno alla punteggiatura, alle parole, al senso loro. Ingegnoso è il disegno di questo dialogo, in cui il Franco e il Sassone parlano due lingue distinte. Segue dappoi un altro trattato sulla retorica e sulla virtù, più curioso ancora del precedente, per la qualità degli interlocutori, che sono Alcuino stesso e Carlomagno. Il dottore ama quivi di provocare il potente principe alle quistioni più alte della scienza, e lo fa stare continuamente in scena, in modo che tu diresti esser egli la sua providenza, la sua forza, la sua salvaguardia, il suo tutto, e te lo mostra come un saputo teologo, e un dottor cattedrale. Alcuino ha studiato le opere di Cicerone, e Aristotile stesso non gli è ignoto; in ogni parte, a quel tempo, traspira lo studio degli antichi; in fatti quest'accozzamento della dottrina e della virtù in un medesimo trattato non è fors'egli un simbolo adombrato già da Cicerone nelle sue lettere famigliari? E l'arte del ben parlare, non dee forse aver l'origine sua nel pensiero e nel proposito di ben fare?

Tutto negli studi d'Alcuino si riferisce a Carlomagno, protettore ed amico suo; nulla egli scrive che a lui non sia dedicato; egli è un maestro sempre in commercio co' suoi allievi, l'imperatore e i figliuoli di lui: principio ed autor com'egli è della scienza, ei discende tuttavia ad insegnare i primi rudimenti, e il suo dialogo col principe Pipino è un modello analitico della filosofia umana e cristiana ad uso dei giovani. E scrive la vita di san Vasto, vescovo di Arras, e compone iscrizioni sepolcrali, chè il sepolcro era il pensiero di tutta quella generazione. In fatto poi di lettere, nessuno ebbe a scriverne più di Alcuino, e prezioso è il suo epistolario, molto più ch'esso addita il progresso delle arti e delle scienze, nè v'ha nulla mai di superfluo in questo studio dello spirito umano. Ventisei di queste lettere sono indirizzate a Carlomagno, e trattano d'importantissimi e svariatissimi argomenti: di storia, di giurisprudenza, d'astronomia, alcune in versi latini ed altre in prosa. La poesia forma il sollievo di quell'uom grave, ed egli ama di compor inni in onore di Dio e in esaltazion dei misteri di nostra religione. Leone III viene in Francia, ed Alcuino scrive un lungo poema in onor suo; poi, mescendo i nomi dei santi cristiani alle memorie di Grecia e di Roma, indirizza versi agli amici suoi sotto i pseudonimi di Dafni e di Menalca; poi un poemetto sulla vigilanza del gallo, poi un altro sulla tristezza e servitù del mondo, poi un lungo poema eroico, fatto a celebrar la storia degli arcivescovi di Jorc, e fin compone una genealogia di Cristo. Grande è la rassomiglianza sua con sant'Ambrogio e sant'Agostino; egli è, al par di loro, un filosofo letterato, disputatore, ingegno ameno per la forma, e scientifico per le memorie e gli studi profondi della scuola sassone. La storia di costui è appunto importantissima, perch'ella si mesce e confonde con quella di Carlomagno, di cui egli è institutore, e a lui attribuir si dee il risorgimento degli studi.

Questa curiosa smania che trae alcuni di quegli scienziati verso l'antichità greca e romana, manifestasi principalmente in un monaco semplice, di nome Angilberto, ch'erasi meritato il soprannome d'Omero del tempo suo, siccome Carlomagno il chiama nelle sue lettere. Alcuino veniva, quasi pellegrino, dalla Sassonia; e Angilberto era della Neustria, ed il più caro allievo e discepolo che quegli si avesse, e ben per saggio e prudente il conobbe Carlomagno, che il diede per primicerio a Pipino, quando fu coronato re d'Italia. Poi di colà ritornossene in Francia; sposò Berta, propria figlia dell'imperatore, e venne in tanto favor di questo, ch'ei fu fatto duca e governatore della Francia littorale dalla Schelda fino alla Senna. Uomo tra i più atti agli affari del tempo suo, com'egli era, fu adoperato nelle legazioni di maggior rilievo; giovine ancora, e consentendolo Berta sua moglie, ritiratosi nel convento di Centula o San Ricchieri, pigliò l'abito di bigello come semplice monaco, e vestito di quest'umil tonaca, accompagnò Carlomagno a Roma, quando ivi fu cinto della corona imperiale; finalmente, rinunziato al mondo, passò di vita nel monastero suo di San Ricchieri, dove fu sepolto, secondo l'ultimo suo volere, alle soglie della chiesa, con un epitaffio, non tanto modesto, quanto quel d'Alcuino. Quest'Angilberto, l'Omero della corte di Carlomagno, fu di fatto un poeta. Indirizzò egli a Pipino, re d'Italia, parecchie centinaia di versi, nei quali gli dipinge la gioia che provò Carlo suo padre al rivederlo dopo un'assenza di più anni; poi Pipino, tutto forza e valor giovanile, tornava vincitore degli Unni, e Angilberto celebrava le sue vittorie; s'ei fondava un monumento, una chiesa, un monastero, e Angilberto esaltava in versi queste sue fondazioni; poi ora scriveva epitafi, ora dedicazioni di chiese, dilettandosi egli di scriver nel marmo quei caratteri che invitano all'orazione ed alla meditazion della morte.

Landrado[136], un degli altri scienziati illustri, ond'era circondato il trono di Carlomagno, era natio della Norica, e venuto indi in Francia o nella Neustria, chiamatovi certamente da Carlomagno, a cui piaceva di raccogliere intorno ad Alcuino tutti gli altri sapienti, ed ivi fu in breve innalzato alle supreme dignità del secolo, siccome dice l'autore della vita di lui, e divenne uomo utilissimo alla repubblica. Nel tempo che apparteneva al numero di quei messi regi, che scorrevano le provincie per disporle ad ubbidire agli ordini imperiali, fu eletto vescovo di Lione; visitò la Gallia Narbonese, facendo in ogni luogo dalle popolazioni meridionali osservare i capitolari, nè la vita sua fu altro più che un contrastare e un vigilar continuo, a premio de' quali suoi servigi ottenne la traslazione nella cattedrale di Lione delle reliquie di san Cipriano, vescovo di Cartagine, che le reliquie dei Santi formavan di que' giorni la gloria delle città e il vanto del clero e del popolo. Gli scritti di Landrado sono manco pregevoli di quei d'Alcuino, e consistono principalmente nelle lettere a Carlomagno, dove rende conto del modo da lui tenuto ad amministrar la diocesi di Lione. Egli ha pure un trattato sul battesimo, sulle sue pompe e sulle sue cerimonie dove anche ne cerca l'origine nell'Antico Testamento. E non gliela indicavano forse i padri della Chiesa? In un altro scritto, viene enumerando i doveri del vescovo, che sono operare e pregare; mentre, nella vita sua fattiva, è uomo in un politico e letterato, e intento sempre a secondar in ogni parte il grande intento di Carlomagno, che è il progresso dei poteri e degli studi.

Landrado ebbe a successore, nel vescovado di Lione, un uomo ancor di lui più famoso nella vita politica, dir vogliamo Agobardo, Goto di nazione, ma ingegno meridionale, che, venuto a Lione, una delle metropoli romane, per istudiar le lettere in quella cattedrale, vi fu eletto arcivescovo nel tempo, o in quel torno, che salì al trono Lodovico Pio. Spirito inquieto costui e sempre agitato, fu un dei capi di quella setta di vescovi che non volevano la supremità assoluta dei papi. L'altra metà, e più attiva, della sua vita, passò sotto il regno di Lodovico, e certamente con quella natura sua vivace, ardente, impetuosa, dovette avere gran parte nella lega, stretta fra i vescovi ad abbassar la corona. Intanto noi vediam quest'Agobardo, già fatto vescovo di Lione, confutar l'eresia di Felice, e acquistarsi per questo modo grandissima riputazione; poscia, infaticabile nel proposto suo, volger le sue forze a danno degli Ebrei, e dettar parecchi trattati contro di essi, e scrivere all'imperatore, affinch'ei li reprima, in tempo che avean troppa entratura alla corte. E ancora scrive un trattato contro il duello giudiziario, però che egli è fautor delle prove del ferro e del fuoco, e d'una certa superiorità di ragione fa mostra in un altro suo trattato sui sortilegi, in cui vien confutando le ubbie di cui i popoli delle Gallie son pieni, e cerca di sgannarli intorno al poter delle stelle a cui credono. Agobardo non era certo un uom comune, senza parlare dell'azion sua politica, la quale troverà luogo nel regno di Lodovico Pio, chè egli appena cominciò ad illustrare la vita sua nel tempo che Carlomagno regnava sull'Occidente.

Turpino è invocato sempre nelle cronache cavalleresche a mallevadore di quanto si narra; egli è come il testimonio giurato di tutte le maraviglie. Or chi era egli questo raccontator di prodezze? Ci ebbe infatti un arcivescovo di Reims, di nome Tilpino o Turpino, nato verso il principio del secolo ottavo, il quale, essendo la città turbata dalle sollevazioni del popolo, fu, in mezzo a quel tumulto, eletto a governare la Chiesa travagliata. Grandissima fu la riputazione di cui godette, nè poteva essere altramente, se ben sei generazioni, l'una dopo l'altra, invocarono l'istorica sua testimonianza. Di studiosa e pronta capacità nelle lettere, costui si adoperava continuamente, perchè la sua cattedrale fosse proveduta di buoni libri e di manoscritti antichi, e il monastero di San Remigio dee a Turpino l'ampia sua biblioteca; e il libro pontificale, il più bello di quanti mai ne fossero, ch'essa possedeva prima delle nostre turbazioni civili era pur dono di lui. Egli visitò pure, quando arcivescovo, la metropoli del mondo cristiano, e seppe meritarsi la confidenza dei papi; fido consigliere dei Carolingi, ma non segretario mai de' medesimi, nè cancelliere; delle sue gesta e dei suoi fatti al fianco di Carlo solo è discorso nei romanzi di cavalleria. Egli morì a Reims, nè il medesimo Incmaro sdegnò di comporgli l'epitafio. Di Turpino non abbiamo in realtà opera niuna, ma gli viene attribuita quella famosa storia delle gesta di Carlomagno, che fece la delizia e il vanto dei secoli di mezzo; Turpino certamente esser dovette un luminare del tempo suo, senza di che la generazione non si saria imaginata di attribuirgli la cronica più popolare e più celebrata di quell'età.

Nessuno potea stare come lavoratore a paragon di Teodolfo, che vien dai contemporanei posto pari in merito ad Alcuino. Nasceva egli al di là delle Alpi, in Lombardia, ed essendo il suo nome giunto fino a Carlomagno, mentre questi facea viaggio da Ravenna a Roma, lo chiamò, lo accarezzò, e tanto fece che l'indusse a lasciar la patria natía per un'altra adottiva, dove prima fu fatto abbate di Fleury, poi vescovo d'Orleans, e insieme con Landrado e Angilberto compreso fra i messi regi, che scorrevano le provincie, divenuto uom di stato al pari che uom di lettere. Era dotato di mente chiara e avea metodo negli scritti, e testa ordinativa, nella quale vedeasi l'azione del genio che avea dettato i capitolari, poichè quell'ordine che Carlomagno poneva nel governo dell'impero suo, Teodolfo il poneva nell'amministrazione della sua diocesi. Ci resta di suo un capitolare o istruzione, che è una specie di regola pel suo clero, in chi tratta specialmente del battesimo, argomento a cui Carlomagno volea che la Chiesa rivolgesse la sua particolare attenzione. Egli fa quindi un pomposo elogio di questo sacramento, e il mostra per quel puro e compiuto modo di rigenerazione ch'egli è sopra tutti; Alcuino volle restarsi fra i dommi della filosofia, Teodolfo discende al contrario nella vita pratica. Il più eloquente de' suoi scritti si è l'opuscolo da lui dedicato ai diversi stati di questo mondo; egli è quivi un moralista che fa passare dinanzi a sè le vergini, i voti, le penitenze, i servitori. In un poema appartato, sempre sollecito della sua moral pratica, indirizza un ammaestramento ai giudici sul modo di sentenziar nelle liti, e insegna loro come debbano condursi con le parti, e render giustizia a tutti, affin di meritare anch'essi la giustizia suprema.

Teodolfo è poeta epigrammatico latino, e dice versi all'improvviso, come fanno quasi tutti gli abbati; e alle copie splendidissime che facea far della Bibbia, poneva in fronte brevi versi in onore delle sacre scritture. Usavasi a que' giorni grande magnificenza in queste copie dei messali e delle bibbie, e ancor ne durano tutte di porpora e d'oro, e coi caratteri violetti, somiglianti al zaffiro, con mostra, quasi a ogni riga, dell'arte greca. Teodolfo adoperò particolarmente il suo genio poetico a comporre inni, e suo è il cantico Gloria, laus et honor, che viene ancor dalla Chiesa cantato il dì delle Palme; al qual proposto è da notarsi che i più dei cantici solenni, che ancor risonano, accompagnati dall'organo nel tempio cattolico, furono scritti al tempo di Carlomagno. Nulla di ciò che è grande, sfugge all'estro poetico di Teodolfo, ed ora ei celebra la vittoria di Carlomagno contro gli Unni, ne descrive le ricche spoglie, ed esalta il principe per aver convertito que' popoli alla fede di Cristo; ora, in una epistola ad Angilberto, accenna lo stato delle lettere sotto il regno dell'imperatore; poi tocca delle sette arti liberali e degli studi scientifici sotto allo stesso regnante, ed in tutti i suoi poemi dominar vedi la filosofia cristiana. E ad esempio di tutti i pontefici di sovrano intelletto, Teodolfo anch'esso detta precetti che valgono a formare i costumi e le consuetudini dei preti che vivono sotto la legge episcopale, per modo che ogni cosa, in questi suoi poemi, si volge e si applica alla religione, alla morale, alla teologia; teologia sottile, a dir vero, ma qual è il secolo che non abbia le sue sottigliezze? Nessuno ne va senza, e quando non si discute sulla natura di Dio o dell'anima, si discute sulla latitudine degli umani poteri, argomento certo che non è nulla più grande nè solenne di quello.

Por si deggiono uniti come fratelli due uomini che vissero contemporaneamente, e governarono due vaste badie, stupendi eremitaggi; Adalardo, il primo abbate di Corbia o Corbeia; Angesiso, il secondo, abbate di Fontenelle. Fontenelle e Corbeia! chi mai dir potrebbe la rinomanza di questi due monasteri al secolo nono! Angesiso usciva dalla stirpe dei Franchi nella diocesi di Lione, e fatti profittevoli studi in quella cattedrale, giovanissimo ancora, e tutto ridondante di speranza e di vita, consacravasi alla vita solitaria in Fontenelle sotto l'invocazione del glorioso san Vandregisillo. Angesiso fu, più che altro, legista e compilatore, e raccolse il primo in un sol corpo i capitolari carlinghi, distribuendoli per ordine di materie, e raccomandandone a tutti con egual cura l'osservanza. Ad Angesiso è pur dovuta la costituzione del monastero di Fontenelle, che poi divenne fondamento e modello a non poche comunità del medio evo, chè in tutte le età, accanto ai poeti ed ai prosatori, ci sono menti positive che attendono all'ordinamento sociale. Adalardo, abbate di Corbia, vantava nobilissimi natali, perch'egli era figlio del conte Bernardo, il leudo più segnalato del suo tempo, quel medesimo che varcò le Alpi e i Pirenei, guidando gli eserciti di Carlomagno. Allevato in mezzo alle delizie ed agli ozi della corte, le abbandonò all'età di vent'anni per farsi monaco; viaggiò in Italia, e venne indi a sedersi al fianco di Pipino per indirizzarlo e consigliarlo nell'arte di governare, e di là frequentissimamente passava alle corti plenarie in Francia, però che Carlomagno avea caro di consultarlo, tanto era l'avvedimento suo nelle pubbliche bisogna. Morì vecchio, e la vita sua, scritta da Pascasio Radberto, è un vero documento istorico che tutte apprende le sue fatiche e i malaugurati sforzi suoi nella via scientifica. Adalardo fu anch'esso, al par dell'abbate di Fontenelle, un ingegno politico e legislativo, testimonio gli statuti suoi per l'amministrazione del monastero di Corbia, nei quali è una specie di classificazion di persone e d'ufizi. La badia è divisa in sei ordini: monaci, studianti, serventi, proveditori, vassalli, ospiti e forastieri.

Già ben oltre negli anni Adalardo compose un libro sulla forma della corte di Carlomagno, alla foggia dei libri porporati di Bisanzio, dove determinato era ogni ufizio, e ogni grande collocato al suo posto in quella gerarchia. Da ultimo scrisse dei solenni parlamenti che tenevansi due volte l'anno, il parlamento di guerra e il parlamento di giustizia.

Or ecco farcisi incontro due uomini che si provaron di riuscire a due grandi intenti: l'uno, Felice da Urgel, alla riforma del dogma, l'altro, Benedetto d'Aniano, alla riforma dei costumi. Già detto abbiamo più sopra quali fossero i cardini dell'eresia di Felice da Urgel, rinnovazione degli scismi d'Ario e dei Nestoriani. Il principio filosofico di Felice altro non è che lo spirito; Cristo altro non è, secondo lui, che una luminosa emanazione di questo spirito; nè comprendere ed ammetter sapea come Dio avesse una natura materiale, e questa carnalmente trasmetter si potesse. In tutte le età ci ha qualche domma di morale o di filosofia, che diviene l'argomento prediletto delle scuole, e anzi il fondamento d'ogni scientifica discussione. E però Felice anch'esso, sottile argomentator com'egli era, viene svolgendo i suoi principii contro i dotti e i filosofi che francheggian la pura e santa religione cattolica; che non v'ha pure un prelato il quale non entri in campo contro di lui. Il domma materiale delle imagini e il domma morale dello spirito erano il pensier di quei tempi e la formola d'opposizione contro di Roma. San Benedetto d'Aniano, uomo meridionale al par di Felice da Urgel, fu il ristoratore della disciplina monastica; e da paggio e coppiere nelle corti bandite, dove splendea, divenne, in progresso di tempo, austero riformatore degli ordini religiosi, sì che a fronte di colui che scuote la dottrina sempre troviamo il rigido intelletto che purifica la disciplina. Benedetto si ritirò prima nella badia di San Seino, poi nella diocesi di Maguelone, dov'egli edificò un picciolo eremitaggio vicino al fiumicello Aniano o Aniane, in cui ben due centinaia di monaci vennero in breve a porsi sotto il rigore della sua regola.

Gli ordini monastici in Occidente avean bisogno d'una costituzione più solenne e più stabile, e d'una più stretta osservanza in fatto di costumi, e Benedetto d'Aniano fu primo a darne l'esempio. Fattosi promotor degli studi scientifici, volle che Aniano avesse la sua biblioteca, nè risparmiò cura o fatica per raccoglier libri, e dare il maggior impulso ch'egli potesse allo studio. Avea visitato l'Italia, e portatone memorie dell'arti e dell'industria sua, onde rizzar fece le celle d'Aniano sul modello di quelle mirabili di Montecassino; gli altri monasteri imitarono a gara l'esempio suo, e cessò quindi la rilassatezza dei costumi, talchè Benedetto d'Aniano fu in breve pareggiato a san Benedetto, primo institutore degli ordini religiosi in Occidente. L'uno in fatti ne fu il fondatore, l'altro il riformatore; e chi consideri che gli ordini monastici furono, al medio evo, il principio d'ogni governo e d'ogni gerarchia; chi rammenti che i loro statuti divennero la base delle comuni e delle comunità, non potrà fare di non confessar che niuna istituzione fu più favorevol di questa al sapere, e alla disciplina sociale. La maggior opera di Benedetto d'Aniano fu la redazione degli statuti di tutti gli ordini monastici, divisi in tre parti distinte: la prima tratta dei padri dell'Oriente che accolser fra loro gli Antonii e i Pacomii, santi solitari del deserto, filosofi in atto, che in faccia ai disordini dell'Egitto e della Siria, davano l'esempio del digiuno e della mortificazion della carne; la seconda intende a fermare e a stabilir le basi dell'ordine di San Benedetto, suo precursore nell'ampio ordinamento monastico che posa sopra queste massime: Lavorare, orare, studiare: e la terza tutta destinata alle religiose, vergini sante che debbon raccogliersi e fuggire dal mondo. Di questo modo san Benedetto d'Aniano è l'uom della gerarchia, laddove Felice è l'uom della distruzione, due principii che sono perpetuamente in guerra tra loro: da un lato la podestà e l'autorità, dall'altro l'opposizione e la riforma. San Benedetto è tutto nella conservazion delle regole; ei la interpreta, e concordar le fa l'una con l'altra, onde non è maraviglia ch'ei fosse uno dei più loici oppositori di Felice da Urgel, e ancor si conservano i suoi discorsi contro a costui, dove il solitario non sa comprendere come abbatter si voglia il principio e la regola, la regola fondamento e governo di tutte le società, grandi o picciole ch'elle sieno.

Questo periodo letterario dell'impero di Carlomagno ebbe pure alcuni altri scrittori qual più qual meno famosa: Magnone, arcivescovo di Seus, uno dei messi regi di Carlomagno, scrisse intorno al rito del battesimo nel tempo che l'imperatore avea comandato di spiegare e analizzare questo sacramento. Cotali scritti sul battesimo furono dall'imperatore richiesti con una circolare da lui indiritta nel medesimo tempo a tutti i vescovi[137]. Magnone fu, al par di tutti gli altri messi regi, un giurisperito, ed a lui si debbe una raccolta delle antiche annotazioni del diritto.

Smaragdo, abbate di San Michele, diè in luce un'opera pregevole di morale, intitolata la Via regia, e dedicata all'imperatore, nella quale fulminava i vizi capitali e le bollenti passioni degli uomini da guerra dei tempi suoi. E la Via regia facea indi seguire dal Diadema de' monaci fatto a raccender la pietà già presso a spegnersi; poi, sotto il nome di Carlomagno, l'abbate di San Michele indirizzava a papa Leone uno scritto intorno alla natura dello spirito, sublime quistione di filosofia; poi ancora spiegava i Vangeli e la messa, i due fondamenti della fede cattolica e della politica soggezione dei popoli. Vettino, monaco di Richenon, fu un uomo entusiasta e falotico che visse e compiacquesi in un mondo soprannaturale. Questi è colui che vide il purgatorio, e il cielo aperto ai beati; e questa sua visione ci fu narrata da Valfrido Strabone, suo discepolo, però che veduto avea pur Carlomagno in mezzo al purgatorio, in espiazione de' suoi peccati di concupiscenza.

Non lunge dal monastero di San Dionigi vivea un uomo noto sotto il nome di Dungalo. D'onde veniva costui? È opinione ch'ei fosse nativo dell'Ibernia, e in fatti l'Inghilterra e la Scozia erano feconde a quei giorni di begl'ingegni[138]. Datosi all'istruzione, insegnava filosofia ed astronomia, e in una lunga lettera a Carlomagno vien ragionando intorno all'eclisse di sole che avvenne nell'anno 810, e ne segna il crescere e il declinare, allegando le autorità di Platone, di Virgilio, di Plinio e di Macrobio. Tutti i dotti di quel tempo pagavano il loro tributo d'ammirazione a Carlomagno, onde anche Dungalo non dimenticò di celebrare in un poema eroico le gloriose gesta di quel principe, e di far voti per la prosperità dell'impero, e per colui che con tanto senno e valore il reggeva.

In questi rapidi cenni sugli uomini notevoli che illustrarono il tempo di Carlomagno, non s'è potuto allegar se non opere che si riferiscono al cattolicismo ed all'imperatore, nulla essendovi d'estraneo a questi due concetti, perchè nulla v'ha d'estraneo a queste due podestà. Quando una generazione è sotto l'impressione di certe formole, tutto vien ivi a collimare, e chi a quel tempo non avesse pensato alla Chiesa, sarebbe stato come straniero alle idee ed ai costumi del popolo; chi non avesse ogni cosa riferito alla persona di Carlomagno, non si sarebbe accorto di colui che era dal mondo intero acclamato. L'impero e la Chiesa si tenevan per mano; il papa e l'imperatore, doppio e misterioso potere, signoreggiavano la società, e incessante era l'effetto dell'autorità di questi due dominanti pensieri.

Gli è il tempo pure in cui avviene un rinnovellamento di studi, un'azione delle menti, azione fervente, entusiastica, come suole in ogni cosa sul principiare: l'orizzonte appar senza termini, l'avvenir senza limiti. Oh la schietta gioia di tutti quei dotti allo scoprire l'antichità con la sua letteratura e le sue maraviglie! Forman essi, come a dire un'accademia intorno a Carlomagno, per modo che i dotti del secolo decimosettimo vollero in questa congregazione trovar l'origine dell'Università[139]; ivi si tratta di gramatica, d'astronomia, di poesia; e bello è vederli assisi, nel palazzo d'Aquisgrana, intorno all'imperatore, sdegnare i nomi franchi e germanici della loro schiatta, sol degne avendo del magnanimo loro affetto Roma e la Grecia. Dameta scrive indi ad Omero, e Davide è il protettore supremo; l'uno è Virgilio, l'altro Orazio, ed amano di scandere i versi latini, ad essi barbara parendo la patria favella; vivono sotto le impressioni romane: leggende, poemi epici, epigrammi, epitafi, ogni cosa è in latino; e pii cristiani, ferventi cattolici come sono, pure invocan le muse, e tramezzano alle descrizioni della Chiesa le reminiscenze dell'antichità profana. Gli armoniosi versi di Virgilio destano un ineffabile entusiasmo in quella nascente accademia, e piangono con Ovidio, e scorrono Roma rigenerata con Macrobio alla mano; e Omero trova settatori in tutte le badie.

In ogni parte di questo vastissimo impero si trovano scuole pubbliche e monastiche, quasi metropoli dell'istruzione. La Neustria noverava parecchie di queste scuole madri, che diffondeano il sapere per ogni dove; la più famosa tra esse, per l'antichità sua, era quella di San Martino di Tours, sotto la direzione di Alcuino, della quale fu già più sopra fatta menzione; le lezioni erano pubbliche, e vi s'insegnavano la gramatica, l'astronomia, con maraviglioso concorso di studianti, che ci venivano fin di Germania e d'Inghilterra. Alcuino era secondato da un giovine, di nome Sigolfo, ardente ammiratore di Virgilio, cui egli studiava, per sua delizia, notte e giorni. Ci eran di santi vescovi, che venivano a scuola a San Martino di Tours; le scienze si andavano di là diffondendo per tutta la Neustria; le biblioteche si componevano già di parecchie centinaia di volumi, nè i libri erano punto rari, come poi divennero nel secolo decimo, che le biblioteche de' conventi s'erano arricchite mercè dei pellegrinaggi in Italia e in Oriente, e Carlomagno avea tratto da Costantinopoli e dalla Siria copiosi manoscritti, onde gli autori dell'antichità cominciavano a diventar famigliari.

Altra scuola della Neustria era quella di Corbia, sotto il reggimento del dotto Adalardo; a Tours dominavano, come pare, la dottrina sassone e l'erudizione inglese, a Corbia signoreggiava l'autorità romana del papa. Qui la biblioteca era forse più ricca di quella che avea San Martino di Tours, e vi si conservava, come proprietà della badia, un bel pontificale in lettere d'oro, sopra cartapecora, e quegli stipati scaffali mostravano un san Giovanni Grisostomo, con coperta di porpora ornata d'avorio; e molti di quei libri, confidati alla custodia degli abbati, splendevano di pietre preziose. Le scuole insegnavano giorno e notte la scienza sotto i celebri abbati Pascasio, Radberto ed Anscario; nel chiuso di quelle mura fu da Robano Mauro compilato il libro del calcolo de' tempi; da Corbia moveano i missionari, cui era commesso d'andare ad insegnar la scienza e la religione cristiana nel nord dell'Europa; e quanto curiosa e bella è la relazione di sant'Anscario, che scorre nel nono secolo la Decia e la Svezia! Che dir poi delle scuole di San Vasto d'Arras, di San Fleury o di San Benedetto alla Loira, di Fontenelle, sorgente maravigliosa dell'ecclesiastico sapere! Di Ferrieres, più celebre ancora pe' suoi diletti studi dell'antichità profana, per l'amor suo a Cicerone e Sallustio! Le opere di maggior eleganza e bellezza non erano estranee alle occupazioni di que' monaci, i quali comentavano Quintiliano e Terenzio, e aveano in convento chierichetti, ch'altro non facean che copiare i poeti e gli oratori antichi. Tutte queste scuole della Neustria corrispondevano con l'areopago, ond'era circondato Carlomagno, e ci avea per la scienza un centro, siccome un re pel governo e per la politica.

Fulda e San Gallo furon le due metropoli degli studi germanici; l'una quasi al settentrione, l'altra proprio al mezzodì dell'Alemagna. Fulda pigliava la sua origine dalla predicazione cristiana di san Bonifazio, poichè il santo vescovo, dopo d'aver predicato la religion cristiana ai Sassoni, credette cosa indispensabile instituire un centro delle umane scienze, per indi diffonderle in tutta la Germania; e dopo l'episcopato di Magonza, Fulda fu la sua favorita fondazione, gittata, per così dire, com'ei l'aveva, in mezzo ai Sassoni, come sacra scaturigine d'insegnamenti. Rabano fu il più dotto e scienziato dei suoi abbati, ed a lui succedette Rodolfo, monaco alemanno, storico, poeta e nobilissimo favoreggiatore di tutte le arti[141]. Non disprezziamo, per Dio, questi passati, che provocarono l'attenzione di tutto un secolo: e chi sa mai se resterà pur briciolo dell'opere di questa nostra generazione! Fulda ebbe pur essa le sue degne filiazioni nella scienza, al par di Corbeia, ed emanazione degli studi suoi fu pur la scuola d'Irsaugo, nella diocesi di Spira, dove monaci di ardente fantasia comentarono il cantico dei cantici e il libro di Tobia, dirigendone la musica Erderico, con un'arte sì soave, che fin da cento leghe accorrevano per udirla. L'origine d'Irsaugo era già antica al decimo secolo.

San Gallo, il monastero della Germania meridionale, vedea sempre più ingrossar la sua biblioteca per cura di quei religiosi che attendevano principalmente, con mirabil pazienza, a trascrivere i libri, giovando infinitamente così al progresso delle umane cognizioni. E chi non ama di frugar nelle reliquie di San Gallo, il vero monasterio dell'età carolina? Il Mabillon, quel dotto viaggiatore, lo ha descritto qual era sotto Lodovico il Pio, e ci si veggono, com'ei dice in quel suo semplice linguaggio, scuole dentro e scuole fuori, l'ammaestramento pe' monaci, l'educazione per tutti. Le sette arti liberali eran come il grande albero del sapere. Nell'ore solitarie, colà sulle rive del lago di Costanza, que' monaci si davano ai lavori di mano, con l'attitudine di quegli alpigiani, che pensano, considerano e lavorano ad un tempo in cospetto di Dio. Colà visse, nel nono secolo, un monaco, di nome Sintrano, il quale, dice la leggenda, fu eccellente pittore, intagliatore e sonatore d'ogni sorta di strumenti. Laonde l'intaglio non sarebbe un'invenzione del secolo decimoquinto, ma sì apparterrebbe ad uno dei più rimoti periodi alemanni, al medio evo germanico. In grembo pure a quel monastero venne formandosi l'imaginazione pittoresca e novelliera del monaco di San Gallo, il cronista che, per ordine di Carlo il Calvo, compose la storia di Carlomagno. Fra quelle mura molto si perdonava, però che la scienza purificava la licenza mondana, e la leggenda del figlio di Chiburgo[143] mostra che indulgenza si avesse per gli uomini letterati e scienziati.

Mentre le scuole di Fulda e di San Gallo eran tutte germaniche, quelle di Magonza e di Metz serbavano, come a dire, un misto di origine austrasia e neustrasia: Magonza, in riva del Reno, fondazione di san Bonifazio, d'ond'egli era partito per andar a convertire i Sassoni, gli Alemanni, i Bavari, ebbe un ragguardevol numero di maestri e dottori, fra' quali il sapiente Lullo, successore di san Bonifazio. In quella scuola parlavasi il greco, e parecchi monaci sapevano anche l'ebraico; e da quel santo monastero nascevano le scuole di Paderborna, di Metz, di Verdun; Metz famosa principalmente pe' suoi gramatici, e Verdun pe' suoi copisti. Le quali scuole alemanne tutte furono eziandio rinomate, pel canto ecclesiastico, però che a Metz, a Fulda, a San Gallo, applicavan di proposito alle antifone e agli inni, avendo già fin da quel tempo gli Alemanni quel loro profondo sentire nell'arte della musica. In mezzo a quelle solitudini, quando tutto intorno era silenzio, essi amavano di farsi udir in coro, accompagnati dall'organo. La voce dei Franchi era stridula, nè avea la dolcezza di quella dei Greci, o l'accento facile degli Italiani; ma gli Alemanni avean di bellissime note basse e suoni gravi e solenni, ed eran sublimi maestri a musicar quegl'inni de' morti o di rendimento di grazie, che innalzavansi a Dio in mezzo al rimbombo degli organi nella cattedrale.

Di questo modo la triplice nazione germanica, austrasia e neustriaca, veniva a perfezion riprodotta dalle scuole monastiche. Restava l'Italia, e il regno de' Longobardi, la cui nazione era rappresentata dalla scuola di Montecassino, dove la scienza era spinta all'ultimo apice della perfezione, dappoi che san Benedetto gli avea dato le sue regole. Posto tra la civiltà greca e la civiltà latina, il monastero di Montecassino in sè ricevea il doppio riflesso di Roma e di Bisanzio, e in mezzo alle pubbliche tempeste, era rimasto in piedi come un monumento religioso de' tempi antichi: la sua ricchissima biblioteca durava illesa dai guasti della barbarie; ci si trovavano Bibbie scritte a caratteri d'oro, testi preziosi al pari di quelli di Costantinopoli, i libri della scuola alessandrina, la filosofia d'Aristotile; ed Omero e Cicerone ci aveano il culto loro, a par dei padri della Chiesa. Montecassino fu il potente istruttore degli ordini monastici, l'archetipo sul quale tutti si foggiarono, e quest'azion sua fu tanto più viva e grande, quanto che tutti i monaci erano stretti da una dolce e invariabile fraternità tra loro. Formavan essi come un'ampia repubblica: se un frate di San Benedetto aveva a far viaggio, trovava ospitalità in ogni luogo e protezione; potea scorrere le biblioteche, assistere alle scuole; e le più volte i monasteri erano succursali o colonie fondate dalle chiese madri. Pe' monaci non ci era patria; un frate dell'Inghilterra veniva nella Neustria o nell'Austrasia, ed un frate dell'Aquitania andava a ricoverarsi nell'ospital ricetto d'una badia lombarda o italiana. Quindi nascer dovea quella scambievole, scientifica azione d'una badia sull'altra. Quando un monastero aveva un gran tesoro di scienza, esso lo donava e accomunava; tutte le fondazioni religiose aveano il medesimo grado; ci aveano monaci messaggeri, che andavano a cambiar le pergamene, a portare i manoscritti o a ristorar gli studi da una solitudine all'altra.

Tale si fu lo spirito letterario di quel tempo. Carlomagno volle accentrarlo nelle sue mani, ma esso non dovea sopravvivere a quel sublime impulso, e spento l'imperatore, gli studi anch'essi doveano sparire con lui. In fatti, il principio del regno di Lodovico Pio offre ancora qualche bell'ingegno nelle scienze e nelle lettere, come a dire, Incmaro, arcivescovo di Reims, lo scrittore che celebrò col pomposo suo stile le usanze e le consuetudini del palazzo di Carlomagno; Agobardo, arcivescovo di Lione, più ancora statista che letterato, non essendovi a que' tempi avvenimento di qualche rilievo, di cui non si trovi mescolato il suo nome; Pascasio Radberto, che serba un'indole sodamente scolastica, e coltiva gli studi come studi, applicando a ciò ch'essi hanno di più liberale ed attivo; Anscario, vescovo viaggiatore, il predicator che corre ad apprendere alle nazioni selvagge la religione cristiana e la civiltà, il san Bonifazio della Scandinavia. Ma qualunque siano cotesti uomini d'ingegno e di vaglia, non puoi far di non avvederti che il sapere e gli studi, favoriti sotto l'impero di Carlomagno, sono già in pieno decadimento sotto Lodovico Pio. Le scuole non hanno più il loro valore, gli studi il loro ardore; le popolazioni sono tornate al loro stato d'ignoranza, e ciò procede da più cagioni.

Egli avvenne dell'opera letteraria di Carlomagno il medesimo che delle politiche sue concezioni; l'unità era collegata alla sua persona, ma non era punto nelle idee e nelle costumanze di quella società; chiuso che fu nella tomba l'imperatore, non v'ebbe più scienza, più istruzione, chè il popolo non la desiderava. Il servo poteva egli desiderare la luce? L'uomo d'armi disprezzava i libri, anche cristiani e devoti, o solo li apprezzava per ispogliarli dei carbonchi onde fuori splendevano; ben più caro ad essi era combattere e agitarsi nei campi, e però che importar poteva ai conti ed ai leudi del progresso della scienza? Non un solo si nomina di quegli uomini di ferro che abbia messo in carta un pensiero; laonde l'impulso fu tutto di Carlomagno in persona, e dopo lui tornarono al rozzo istituto della conquista, a spogliarsi l'un l'altro, a guerreggiarsi da castello a castello.

Gli studi disparvero nello sminuzzamento dell'impero; non v'ebbe più centro, più movimento ordinatore, e se pur taluno qua e là attese ancora alle lettere, più non v'ebbe quell'ardente inclinazione allo studio che signoreggiò il regno di Carlomagno. E d'altra parte il tempo era egli fatto al tranquillo progresso del sapere? Carlomagno aveva bensì preparato per un tal quale ordine amministrativo la pace o la tregua generale della società, sì che studiar potevasi liberamente e sicuramente senza paura delle violenze de' soldati e dei prepotenti, con quella pacatezza di mente e franchezza di vita che lo studio richiede; ma questa pace si dileguò nella subita e forte agitazione che seco trasse la fine di Carlomagno. La società fu rotta in mille frammenti, e il sistema feudale cominciò a imperar come codice della generazione; nè l'impero fu sol messo in brani, ma ciascuno di questi brani ancora fu partito in contadi, ed in sì picciole signorie, che esser non ci potè oramai più comunicazione d'idee, nè d'ingegni, e non pur di governo: i conti divennero l'uno straniero all'altro, ed ogni castello fu un principato. Costantinopoli e Roma, che erano state in corrispondenza con Carlomagno per aprirgli i tesori immensi dell'antichità, furono indi interamente ignote alla società feudale, e appena si sapeva ch'esse erano al mondo, però che quegli uomini violenti sprezzavano le umane discipline. In fatti, a che potean elleno giovar loro? L'arte sola della guerra venne perfezionandosi, perchè essa era un bisogno per tutti. Laonde il decimo secolo non ebbe alcuna correlazione colla fine del secolo ottavo e col principio del nono: tutto disparve, e si perdè nell'abisso.

Ma il monastero almeno rimarrà nobil fonte di scienza, e in sicuro dal mondo e dalle sue scosse, i monaci si daranno pazientemente a copiare i manoscritti, e ad insegnar nelle loro modeste scuole? Mainò: il decadimento è ivi altrettanto rapido e grande quanto nella società generale, e ciò dipende dalle calamità che gravano così sulle fondazioni ecclesiastiche come sul popolo. Le età che precedettero il secolo nono avean veduto le istituzioni monastiche venire assai prosperando, e l'Ordine di San Benedetto risplendere in ogni luogo; la pace silenziosa del chiostro avea favorito le scuole scientifiche, e abbiam poc'anzi veduto come generalizzato si fosse l'amor di quelle. Ma spento Carlomagno, anche la pace della solitudine più non dura, e insiem con quella del mondo se ne va sotto la doppia invasion dei Normanni e dei Saraceni. I Normanni, crudeli avversari dei monasteri, atterrano gli altari, ardon le mura, spogliano l'arche; pur dianzi vedeansi edificar ricche celle ancora e chiese solidamente costrutte, ed ora i Normanni non lasciano pietra più sopra pietra, sgozzano i religiosi o li costringono a celarsi nei sotterranei. I più de' monasteri situati a riva de' fiumi o nelle vaste pianure che circondan la Senna, la Loira e la Saona, furon di questo modo posti a sacco, intantochè al Mezzodì i Mori e i Saraceni penetravano fino al Rodano. Come trovar tempo da meditare e applicare a lavori scientifici in mezzo a queste desolazioni? Come aver agio de studiare quando le voraci fiamme faceano scrollar le pareti? Che altro da far rimaneva a quei poveri frati se non implorare con lugubri litanie la misericordia di Dio contro le stragi dei Normanni? Ond'è che spesso, nel bel mezzo di qualche grave studio, il monaco sospendea tutt'a un tratto il libro che avea cominciato a trascrivere, il testo forse di Cicerone e d'Ovidio, per gridare con lamentevol voce: «Ah! ci libera dal furor dei Normanni, Libera nos a furore Normannorum.» E questo era il lamento di tutta quella trista e sconsolata generazione; che se pure i monaci aveano nella lunga lor notte alcun momento di tregua, ei si facevano a scriver qualche tetra e funebre leggenda, però che tutto era tristezza intorno di loro, o tremanti in faccia al pericolo da cui eran quasi per miracolo scampati, descrivevano la traslazione delle reliquie, ed era ben d'uopo tenerne memoria, però che quando i Barbari s'avvicinavano ad un monastero, la gran cura di que' devoti padri era il salvar l'arca delle reliquie, e trasportarla come potevano da una solitudine all'altra, e trafugarla in luoghi ignoti. Quest'era il santo viaggio che i monaci descrivevano col cuore oppresso e con le lagrime agli occhi: a ogni passo eran miracoli, a ogni pericolo lamentazioni, e i Bollandisti ci hanno conservato moltissime di quelle relazioni, storia dolorosa dei terrori di quell'età.

Di questo modo l'impero di Carlomagno è un periodo circoscritto così per le lettere come per la costituzione politica, nulla di quanto precede al par che nulla di quanto vien dopo può con esso compararsi, gli è un tempo di eccezione che tutto si attiene ad un uomo, e che svanisce con lui. Il movimento scientifico non era altrimenti negli spiriti, nè v'ha ingegno quaggiù che abbia facoltà di trarre un tutto da nulla, chè questo sarebbe uno degli attributi di Dio. Ben può uno farsi compagni alcuni uomini eletti che trascinano e signoreggiano per poco la civiltà, ma quando una generazione non ha in sè l'impressione di certe idee, non si può farle nascere. Il desiderio e il bisogno degli studi erano appena superficiali, l'ingegno letterario in pochi uomini appena, intantochè la moltitudine se ne restava ignorante fra il doppio servaggio del corpo e dello spirito. D'onde procede che ogni cosa, dopo il regno di Carlomagno, fu di nuovo sepolta nelle tenebre. Quanto ci avea di bisantino e di romano nell'opera dell'impero d'Occidente disparve; nè il periodo letterario del duodecimo e del decimoterzo secolo, sotto Filippo Augusto, ebbe più correlazione alcuna con gli studi dei tempi carlinghi: la è una letteratura nuova, allettante, nazionale, cavalleresca, che nasce dalla feudalità. Qualcosa di strano e di fantastico erasi pur creato sotto l'impero di Carlomagno; ma fu come se tu dicessi un vivo lampo che appar nelle tenebre: illumina per un istante con grande bagliore d'intorno, ma poi ch'egli è svanito la notte divien più fitta e intera di prima. Simile appunto si fu la prima epoca carolina!