CAPITOLO XI. CRONICHE, CARTE, DIPLOMI E MONUMENTI DEL REGNO DI CARLOMAGNO.
Le quattro maggiori fonti delle tradizioni istoriche. — Le croniche intorno a Carlomagno. — Gli Annali d'Eginardo. — I Fatti e le gesta dell'imperatore del monaco di San Gallo. — La Cronaca di San Dionigi. — Il Poeta sassone. — L'arcivescovo Turpino. — Le vite dei santi. — Le leggende. — Carte. — Diplomi. — Esame del cartolare di Sithieu. — Carteggio dei papi. — Canzoni eroiche e croniche in verso. — Tradizioni verbali. — Pellegrinaggio sulle rive del Reno. — Riputazione di Carlomagno appo il popolo alemanno. — Leggenda intorno a lui come santo. — Culto alla imagine di lui.
768 — 814.
Il nome di Carlomagno riempiè il secolo del medio evo, più grande ancora al tempo di Filippo Angusto che fra i contemporanei[124]. Quel vasto intelletto, quell'uom forte signoreggia le generazioni feudali con la memoria delle sue conquiste, del suo governo, della gagliardia del suo corpo, delle imprese sue maravigliose; un certo che di straordinario si mesce al regno suo, egli è argomento a una quantità di croniche, di leggende, di canzoni eroiche, che celebran la sua vita, le sue parole, le sue conquiste e i suoi miracoli; esse il fanno grande in uno e santo. Nessuno fra i re delle tre stirpi ebbe a lasciare orme profonde come le sue nello spirito dei tempi; infiniti sono i documenti che di lui trattano; i Benedettini raccolsero più di ottocento frammenti che a lui si riferiscono, e la raccolta del Pertz forma da sè sola ben tre gran volumi in folio, tutti sopra il solo suo regno, dove con paziente erudizione fu ragunato tutto che riman delle memorie intorno alla persona dell'imperatore; le croniche, le carte, le leggende, i diplomi, i sigilli, tutto in somma (salvo la storia epica e romanzesca) trovasi accolto nell'opera di quel dotto paziente, e tenero della sua patria, che conservar volle ogni più minima pietra del maestoso edificio del primo de' Carolingi.
Le croniche, che sono le fonti di maggior pregio da cui derivare la storia di Carlomagno, possono ristringersi a quattro principali, e comprendono rilevate ed esatte nozioni intorno alla vita di lui come re e come imperadore; le prime di esse croniche, col titolo di Annali d'Eginardo, sono, per via di congetture, anzichenò arbitrarie, attribuite al cancelliere di Carlomagno; ma non v'è indizio a chiarircene; sono annali monastici, scritti poco men che giorno per giorno e tali che si distinguono anche per la forma, dall'opera non contradetta di Eginardo: La vita di Carlomagno. Strano sarebbe invero che dopo aver sì partitamente descritto i fatti e le gesta del suo signore, Eginardo avesse raccolto, entro i termini medesimi, altri annali, e replicato il suo biografico lavoro. Cotesti annali, correttamente scritti, rivelano la monastica e la latina origine del loro autore, e porgono tutti gli indizi d'un'opera contemporanea; gli avvenimenti vi son riferiti giorno per giorno con iscrupolosa fedeltà, chè lo scriver la storia in que' tempi era un dovere di religione, un'opera di santità, nè allegavasi fatto alcuno che non fosse nella coscienza del cronista, povero fraticello, che passava la vita a istruirsi e a cercar di ciò che importar potea di sapere alle venture generazioni[125]. Questa prima e maggior cronica, ch'io tengo esser opera di qualche monaco della badia Seligenstad, fondata da Eginardo, principia dal regno di Pipino il Breve, e giunge fino al mezzo dei tempi di Lodovico, d'onde poi cominciano i grandi annali di San Bertino e di Fulda, continuando così la serie delle tradizioni scritte intorno ai Carolingi, che vengon di prima fonte dai monasteri. Gli annali sono generalmente freddi, aridi, laconici; e accennano i fatti con quella brevità che i sommari ed i titoli dei capi nei libri di storia; gli avvenimenti sono raccontati così come cascano dalla penna, senza colori, senza commenti; sono la cronologia sacra del monastero, la serie dei tempi che scorrono dinanzi a que' padri, come il grande oriuolo a polvere delle Ore.
La Vita di Carlomagno, opera incontrastata di Eginardo, differisce dagli annali in ciò, che questi si frammettono dei fatti generali della società, intantochè nella vita composta dal fido amanense e cancelliere del gran Carlo, non trattasi che della persona sua, delle sue azioni e del suo modo di vivere; tutti ivi sono religiosamente raccolti i fatti e detti suoi, sì che per quest'opera misurar tu puoi la gigantesca statura sua di sette piedi, e sentir la sua voce, acutissima in quel capacissimo petto, e apprender le prodezze del suo poderoso braccio e le abitudini della sua vita, e tutto che fu da lui operato dall'infanzia sua fino alla morte. Eginardo, ammiratore appassionato di Carlomagno, ha vissuto in palazzo con lui come suo famigliare, e gode di seguirlo alla guerra, fra mezzo alle battaglie e nella vita privata, onde per questo rispetto, non v'è monumento che desti più viva nè più forte curiosità dell'opera da lui lasciata, la quale fu scritta da esso dopo la morte del suo signore, e al principio del regno di Lodovico Pio, quasi per dare nella grandezza del padre, un grande ammaestramento al figliuolo, e mostrare ad un imperio, che già decade, l'opera sublime compiuta da Carlomagno.
Dassi il nome di Cronaca del monaco di San Gallo (avuta in dispregio da molti eruditi) al racconto dei fatti e delle gesta di Carlomagno, scritto in quella badia di San Gallo poco distante dal lago di Costanza, tanto al principe diletta, e il cronista chiamato col nome di monaco di San Gallo, è uno scrittor di leggende di viva e poetica imaginazione, che si piace di raccoglier tutti i fatti e l'epiche tradizioni. Egli non è, a dir vero, autore contemporaneo, ma ogni cosa ha cercato che referivasi a Carlomagno, e ogni cosa racconta di buona fede, e se veduto non ha cogli occhi suoi propri, o udito co' suoi propri orecchi quanto ei riferisce, l'ha tratto almeno da pura sorgente. Da Vernebetto, un de' confratelli suoi, che visse alla corte di Lodovico Pio, attinse quant'ei sa delle faccende ecclesiastiche, e da Adelberto, un dei fidi leudi che seguirono Carlomagno nelle sue spedizioni contro i Sassoni, gli Unni e gli Avari, egli ebbe quanto sa delle faccende domestiche e militari. Appoggiato a queste autorità, da lui molto consultate, il monaco di San Gallo reca una moltitudine di leggende e di canzoni eroiche sulla vita domestica di Carlomagno come re e come imperatore, ned egli è altrimenti un cronista grave e malinconico, siccome il grido della notturna strige sul campanile del suo monastero; ma facondo, novelliero, allegro, spiritoso; lo stile suo è colorito, caldo come il vino di Reinfeld. Che di più poetico, esempigrazia, del racconto della guerra di Lombardia, colà dov'ei descrive quelle selve di lance, che paiono spighe di ferro cresciute nelle campagne del Milanese! Il monaco di San Gallo è un po' ciarliero; ma perchè volergliene male? Nè sprezzare si dee pur la vecchierella, che girando l'arcolaio, racconta le storielle del suo tempo, le leggende, i fatti e le imprese d'un uomo famoso. Io per me ho caro di veder Carlomagno quistionar coi cantori, sgridar gli ufiziali del palazzo, rimunerar questo, minacciar quello e tutti spaventarli con lo sguardo suo, con la sua voce acuta e stridula sì, ma sonora, e appunto in questa forma ce 'l rappresenta il monaco di San Gallo. Nella storia, i più curiosi non sono altrimenti i fatti; e non son eglino tutti sempre i medesimi al par delle passioni degli uomini e degli affetti loro? L'importante a vedersi è l'aspetto della società. Un cronista non racconta mai cosa estranea ai costumi del suo tempo, e che altro più si dee richieder da lui della puntual relazione dei casi della vita e degli usi, fra i quali egli vive? Io l'ho letto e riletto, e seriamente consultato, il monaco di San Gallo, perch'egli mi presenta Carlomagno nella sua vita privata, con quella sua violenta giustizia, con quelle sue germaniche passioni, con quella sua inclinazione a frammettersi d'ogni picciola cosa; e quasi direi perch'egli m'ha fatto conoscere i pettegolezzi della sua corte. Nella vita di un grande, le più note generalmente sono le grandi cose; ma spesso anche abbiam bisogno di riposarci nelle picciole.
Il poeta sassone, un de' cronisti più vivaci del regno di Carlomagno, non iscrisse altrimenti nella lingua dell'antica sua patria. Nasceva costui da un di que' fieri Sassoni che si opposero alle armi dell'imperatore, e che questi disperse poscia ne' monasteri. Anch'egli visse nelle solitudini del chiostro, dove descrisse i fatti e le imprese avvenute a' giorni suoi, in tempo che quasi tutte le maggiori comunità monastiche noveravan fra loro qualche religioso Sassone, venuto di lontano a cercar ivi un porto nelle tempeste che gravavano sulla patria sua. Il poeta sassone scrisse nel deserto la sua cronica in versi, e comecchè poco abbia studiato gli antichi, nondimeno qualche reminiscenza v'ha di Virgilio nel suo verseggiare. Il suo forte è il genere descrittivo, e però gode di farci assistere a tutte le pompe delle corti plenarie, e si compiace nel dipingere queste magnificenze di Carlomagno; descrive tutti gli avvenimenti, la venuta de' papi, le cacce, i conviti, la corte, la famiglia dell'imperatore, e si vede ch'egli ha serbato l'amor delle canzoni e dei poemi eroici degli scaldi e cantori della sua patria. Forse altresì ch'egli tolse le pitture sue più vivaci da taluna di quelle tradizioni scritte in lingua germanica, e il poeta sassone altro non è che un traduttore di quei canti bellicosi che animavano i guerrieri del Reno alla battaglia.
Le Croniche di San Dionigi, sì famose nei fasti della cavalleria, niente hanno di originale, però che altro non sono se non una gran raccolta o una ricapitolazione di annali e di tradizioni intorno a quel tempo. I monaci nel silenzioso scrittorio[126] della badia reale, non faceano già un racconto loro proprio, almen quanto ai tempi andati, ma raccoglievano con giudizio i migliori documenti e le tradizioni più certe del passato; ond'è che per Carlomagno e pei Carolingi in generale, che tanto beneficarono la reale badia di San Dionigi, essi tolser gli annali attribuiti ad Eginardo, de' quali il testo loro altro non è che una traduzione fedele ed esatta, che fu poscia in progresso di tempo trasportata nell'antico idioma francese, e le poche incidenze che vi si trovano sono per la più parte osservazioni fatte dai cronisti, o tradizioni tolte da altre croniche. Tutto che a San Dionigi scrivevasi, veniva, come dir, da un'inquisizione; niente si dicea che non fosse prima passato per lo staccio della verità, e quando un fatto era consegnato in quelle pagine, facea piena fede in giustizia, tanto che poi la Cronica di San Dionigi divenne il giornale politico del medesimo Carlo VI. E nondimeno in queste grandi croniche di Francia trovò pure una nicchia la leggenda di Turpino; sì la leggenda del famoso arcivescovo di Reims, Turpino, che gode di una sì popolare rinomanza insieme con Carlomagno, di quel Turpino che forma pur sempre le delizie di noi quanti siamo, amatori dei tempi antichi; di quel Turpino sì celebrato nelle leggende dei quattro figliuoli d'Amone e nel poema di Roncisvalle, dove il fiero vescovo, con l'elmo in capo, e munita la mano di ferreo guanto, atterra a mazzate gl'infedeli, per non versare il sangue umano. Tutto prova, è vero, che i fatti e le imprese riferite in questa leggenda di Turpino, sono falsati; ma nessuno negar può che questa istoria, scritta come fu nell'undecimo o nel duodecimo secolo, non abbia riprodotte le tradizioni e le idee contemporanee intorno all'impero di Carlomagno.
Accanto alle quattro principali cronache de' tempi carlinghi vengono a schierarsi altri antichi racconti, meno importanti, ma curiosi del pari per la loro origine: tali sono gli annali di San Bertino, che non si voglion punto confondere col cartolare, pia significazione dei costumi di quel tempo; poi le gesta di Carlo il Grande, scritte in versi in un monastero della Germania, specie di traduzione degli annali d'Eginardo; poi la cronica del monaco d'Angoulemme, meridionale testimonianza dei costumi e degli usi della corte di Carlomagno. Ai quali documenti d'antica data è da aggiungersi la cronografia di Teofane, il solo, tra gli storici bisantini, che abbia parlato un po' in largo dell'imperatore d'Occidente. Questo Teofane viveva in principio del nono secolo, nè lasciava d'impacciarsi nell'opera sua delle cose che avvenivano a Roma, della fuga di papa Stefano, e dell'esaltazione dei Carolingi fin da Pipino. Paolo Diacono, d'origine longobarda, com'egli è, appena concede al regno di Carlomagno e dei Franchi qualche pagina breve e concisa al par degli annali più aridi dei monasteri. Pur nondimeno nella sua men che compendiosa relazione, egli non dimentica i figliuoli, la moglie, la famiglia tutta di Carlomagno, per la cui figlia, di nome Adelaide, natagli nella breve e luminosa sua guerra d'Italia, e morta giovinetta, lo stesso Paolo scrisse l'epitaffio, e così per un'altra di nome Ildegarda.
Eccoci ora agli annali di Fulda, scritti nella nobil badia carolingica, i quali comprendono le memorie della seconda stirpe, in modo che par ch'ivi finiscano, tanto quei monaci fuldensi erano Austrasii in anima e in corpo! O vetusta badia, più non sorgono sul suolo tuo, pestato dalla guerra, che meste e tacite ruine, ma pure gli annali tuoi sopravvissero ai guasti del tempo![127] Fulda e San Gallo furon le due alemanne sorelle, che custodiron come caste figliuole gli archivi del loro padre e benefattore. Nelle solitudini di Sant'Arnoldo di Metz, conservavansi pure altre relazioni del regno di Carlomagno, chè ogni fatto degno di storia era gelosamente raccolto e celebrato. Nel monastero di San Gallo serbavasi un poema latino su Carlomagno e sull'abboccamento suo con papa Leone, avvenimento importantissimo per la generazione, però che indi venne la cagione e il principio di quella grande restaurazione dell'impero d'Occidente; il papa e l'imperatore, stretti per mano, se ne vanno a Roma, scambievolmente prestandosi la forza loro, e un vecchio monaco di San Gallo gode di serbarne ricordo; laddove questa fondazione d'un vastissimo impero appena provoca l'attenzione di qualche annalista bisantino; di Costantino Manasseo, esempigrazia, il quale, detto che papa Leone rinunziò al governo dell'antica Roma, soggiunge: «Egli unse dalla testa ai piedi, secondo il rito de' Giudei, il nuovo imperatore; l'antico legame con la prisca Roma fu rotto, la spada separò la figlia dalla madre, e Roma, sciogliendosi dalla vetustà, è tornata giovine.»
Le Vite dei Santi son pur una fonte, ch'egli è mestieri consultar continuamente chi scrive intorno alla storia del medio evo, non già per accettar tutto che la pietà del servo narra del padrone, a' miracoli del quale tien dietro, ma sì per la pittura dei costumi ch'ivi trovasi intera. E qual è il secolo che non abbia le sue leggende? Qual è l'uom sovrano, di cui posteri e contemporanei non dican favole e novelle? Chi non ha la sua storia romanzesca, la sua mitologia vicino alle realità? Quando s'è riempiuto il secolo d'un nome, gli è ben d'uopo che storici e poeti giustifichino l'ammirazion loro col raccontarne prodigi, gli è ben d'uopo che dicano perchè posero un uomo in tanta altezza; ond'è che se tu leggi, esempigrazia, il leggendario dei santi, scritto dal celebre arcivescovo Iucmaro, ci trovi particolarità e fatti della vita domestica di Carlo Martello, di Pipino e di Carlomagno; e così l'anonimo che scrisse la vita del beato Alcuino, racconta mille particolarità intorno alle corti plenarie e agli studi, al tempo dell'imperatore.
Ma il più ampio, il più ragguardevole di siffatti leggendari, si è il libro, o per così dire il poema, sì particolareggiato e rilevante, noto sotto il titolo di Miracoli di san Benedetto, scritto dal franco Aldorano, monaco di San Benedetto. Ivi, nella lunga relazione dell'innumerabili fatiche di quell'uomo smisurato, che fondò la civiltà e la regola in Occidente, troverete l'episodio del conte Rodolfo e della sua concubina, sprofondata nell'inferno, racconto che assister ci fa a tutte le larghezze ed a tutti i donativi fatti già dai re alla badia di San Benedetto in sulla Loira, dov'essa è navigabile; curioso documento sul commercio dell'era carolina. Leggete ancora i Miracoli di san Dionigi, scritti da un pio religioso di questa badia nel nono secolo, e per conseguente contemporanei, e vedrete che questa leggenda è una specie di descrizione della vita civile sotto i Carolingi. Che se poi vi piace far cognizione degli usi germanici di Carlomagno, e sapere i silvestri costumi della Svevia, del Reno e della Mosa, scorrete le relazioni dei Miracoli di san Goaro, scritti da un monaco della badia di Prumia, fondata dall'imperatore. Qual germanica semplicità in quelle narrazioni! Tutto ivi, per verità, si riferisce al Santo, tutto volge a chiamar la venerazione e i doni sul monastero; ma pure queste leggende del bosco e del deserto ci danno assai bene a conoscere i tempi caroliniani, e in queste vite de' santi si trovan più che altrove le particolarità della vita pubblica o privata di quelle generazioni. Onde chi ama le cose antiche, legga i Miracoli di san Vandregisillo, abbate di Fontenelle, che contengon la storia della conversione di un Sassone; legga la Vita di sant'Angilberto, abbate di San Ricchieri, e vedrà come Berta, una delle figliuole di re Carlo, presa da grandissimo amore per Angilberto, ch'ella vedeva esser più che qualunque altro caro a suo padre, ardentemente desiderando d'averlo a marito, nè attentandosi in cuor suo di dirlo al padre, fece in modo tuttavia ch'ei lo venne a sapere. Il quale, benchè di mala voglia vedesse la figlia sua in preda a quest'amore, pure per tema di peggio, e considerato che Angilberto discendeva d'antica e nobil prosapia, aderì al desiderio della figliuola, e vedrà come avutala questi in isposa, depose l'abito sacerdotale, e lasciata la corte, venne a stabilir la sua dimora a San Ricchieri, sdegnando le vane pompe degli onori, per vivere in quel monastero con la sua Berta, la quale pigliò pure il velo nel chiostro medesimo.
La vita di Gregorio Magno, scritta da Giovanni diacono, ne rende informati di curiosi particolari sull'introduzione del canto romano nella Gallia, e con questi particolari appunto si viene scrivendo e componendo la storia. «Re Carlo, scosso dalla discordanza che era tra il canto sacro dei Romani e quel dei Galli, ne chiese la cagione, e questi ultimi adducevano che il canto romano era stato corrotto da arie nazionali, gli altri all'incontro sostenevano la purezza delle loro melodie. Onde il re dimandò allora dove si trovasse l'acqua più pura, ed ognuno affrettato essendosi di rispondere alla fonte, il re soggiunse: — Or bene questo sia detto per noi che abbiamo fin qui bevuto l'acqua corrotta del rigagnolo; purifichiamoci alla fonte eterna. — Lasciò quindi presso a papa Adriano due cherici, e quando tenne che fossero abbastanza ammaestrati, li richiamò alla sua metropoli di Metz, d'onde purificò poi il canto di tutta la Gallia. Se non che morti, indi a gran tempo, essi cherici, si fu avveduto che il canto ecclesiastico nella Gallia erasi di nuovo falsato, e disse: — Torniamo di nuovo alla fonte. — E tanto fece, che il papa, cedendo alle sue istanze, mandò in Gallia due altri cantori, pe' quali fu provato che il canto gallico erasi di nuovo corrotto per colpa di chi lo esercitava, benchè i cherici di Metz fosser quelli che manco si scostavano dal canto romano; sì che da quel tempo in poi si tiene per indubitato, che quanto il canto di Metz s'è scostato da quel di Roma, altrettanto il canto dell'altra Gallia s'è scostato da quello di Metz[128].»
Or mentre queste leggende e questi maravigliosi racconti, se hanno qualche importanza, si è per l'orme che recano profondamente impresse dei costumi di quei tempi, nelle carte, nei diplomi e nei capitolari ci ha invece un'autenticità che più dubitar non lascia dei fatti e degli atti della vita da essi testificati. Certo che in generale la lettura di queste carte è arida e infeconda, siccome quella degli atti rogati da un notaio, o trascritti negli archivi d'un tribunale; ma per l'antiquario che raccoglie le reliquie del passato, son documenti atti a porgere una nozione generale delle consuetudini civili di una società, e due sono i risultamenti che dallo studio di essi si ottengono: prima quello di stabilir le date, sì che più dubitar non si può che un fatto non sia proprio avvenuto al tempo assegnato, essendo la carta o il diploma il miglior modo a stabilir tutta la serie dei tempi d'un regno, il principio suo, il mezzo ed il fine; poi, ciò che ancor meglio ci guida nel curioso studio del medio evo, il riferirsi della maggior parte di questi atti alle transazioni private in mezzo a quella generazione. In così fatte scritture trattasi spesso della vendita d'un benefizio o d'un allodio, o anche d'un cavallo da guerra; e dove hai un atto di donazione d'un pezzo di terra o d'un mulino alla badia; dove una scritta di matrimonio, e dove l'emancipazione d'un servo con le formali consuetudini d'ogni singola nazione, in che appunto questi atti hanno un pregio storico. Il cartolare comprende in sè la raccolta di queste carte, titoli antichissimi a comprovar la legittima proprietà dei beni monastici, e lo studio meditato di quelle antiche pergamene, è, a così dire, una maniera d'iniziazione al medio evo. I capitolari, foggiati sopra più ampie basi, sono codici che abbracciano le consuetudini generali della società; la carta è l'atto della vita privata dal barone sino al servo; i capitolari sono lo statuto per ogni razza, per ogni frazion sociale, per ogni popolo, pel dominio e per la proprietà pubblica; i diplomi procedono dai re; le carte dai conti, dagli abbati, dai borghesi ed anche dai servi; tutti elementi che rischiarano la storia, e stabiliscono i costumi di ciascuna età.
Fra le reliquie di quei tempi antichi, io trascelsi un de' monumenti più preziosi a personificare in un sol quadro l'intera vita della comunità monastica, ed è il Cartolare di San Bertino, cioè la conserva delle carte e diplomi che costituirono e arricchirono quella grande badia. Le potenti comunità di quel tempo non eran già solo silenziose solitudini, in cui uomini meditabondi, al sicuro dalle mondane passioni, attendevano a coltivar la terra, ad ampliare il regno della scienza ed a pregare, ma sì ancora corpi politici che si frammettevano negli affari del mondo. Gli abbati, eletti quasi sempre dai monaci e confermati dal papa, conducevan vita vigilante ed attiva, ed esercitavano grande autorità sull'intero corpo civile. Accadeva egli che i pontefici convocassero un concilio per dare assetto alle cose della Chiesa, o che il sovrano bandir facesse una dieta militare del campo di maggio? gli abbati delle principali fondazioni monastiche v'accorrevano colla mitra in capo e la stola al collo per deliberare intorno alle pubbliche faccende. Francati, com'essi erano, dalla giurisdizione episcopale, tutti gli obblighi loro eran verso Roma, sorgente dell'unità cattolica: avean frequente, attivo carteggio co' re e coi papi, nè trattavano solo gl'interessi de' lor monasteri, ma venivano anche per l'esperienza loro consultati intorno ai casi della vita pubblica; nulla faceasi anzi nel mondo senza la cooperazione o il consenso dei capi di quelle colonie monacali che signoreggiavano la Gallia, la Germania e l'Italia.
I monasteri formavano di que' tempi una vera, tanto agitata, quanto faticosa repubblica, nella quale i monaci adoperavano nella elezione d'un abbate tutto il fervore della democrazia elettorale, con maggioranze e minoranze, e calde ed appassionate opposizioni: nè al medesimo abbate non era, quando eletto, troppo facile esercitar intera l'autorità sua; e talvolta ci avean tra i monaci più vecchi di quelli che la facean da tribuni a difendere gli antichi privilegi della badia. L'eguaglianza più perfetta regnava dovunque tra i membri di una stessa comunità, però che il monastero era rifugio anche ai grandi della terra: i principi scaduti eran cacciati nei chiostri siccome fossero prigioni di Stato, e a finir v'andarono re longobardi, capi sassoni e conti bavari. Corbeja, San Bertino e Sant'Ovano chiusero le ferree porte loro dietro a non pochi re di corona, i quali, confusi colà entro fra l'innumerevole famiglia dei frati, non avean cosa che li distinguesse dagli altri servi di Dio ricoverati dall'eremo e dalla badia. Ora tutti questi casi e fatti erano raccolti dai monasteri, e ne tenevano nota; e a queste note aggiungevano indi carte e allegati, originali documenti che giustificavano le relazioni del monaco, a cui era commessa la cura di raccogliere il cartolare, il qual monaco avea nome, quasi dappertutto, di fratello archivista, deputato a far tesoro d'ogni minimo titolo che si riferisse alla badia.
Niuno v'era al medio evo che non sapesse l'antica celebrità del monastero di Sithieu, fondato da san Bertino, non lunge da Sant'Omero. Era san Bertino un pio monaco, nativo di Costanza sul Reno, città romana e nido già di sapienza e di luce. Abbracciò lo stato monacale con sant'Omero, il primo che incivilì la Fiandra, e seguíto da parecchi devoti compagni, andossene in quella provincia, ch'ei con essoloro toglier doveva all'ignoranza e all'idolatria. Giunti nel paese di Terrovana, ivi per prima cosa edificarono una chiesa tutta di muro, contro l'uso di quel tempo, che era di edificare in legno, e la ornarono di mosaici e di colonne, e circondarono intorno di celle, che divennero in breve tempo troppo anguste, onde ne fu spiccata una colonia di lavoratori, la quale, guidata da san Bertino, avviossi verso la città di Sant'Omero, dove i religiosi corsero le campagne a cercar un ricetto e un luogo adatto alla coltura. Or mentre stavano pregando Dio per questo, ecco venire a loro un ricco Franco, di nome Adroaldo il quale già vecchio e senza eredi, mosso da devozione verso san Pietro, donò a que' poveri monaci una villetta chiamata Sithieu; ed essi vi lavorarono intorno sei o sette anni, e rizzaronvi una cappella; poi coll'andar del tempo, il monastero andò sempre più ampliandosi, finchè un'altra colonia venne a stabilirsi sur un monticello vicino, fabbricandovi una chiesa ed un cimitero, e tutte queste succursali formarono di poi la grande abbazia.
La lista degli abbati di San Bertino fu indi tosto ricca di nomi illustri; intantochè le altrui donazioni allargavano continuamente i poderi suoi. Gli abbati erano talvolta di schiatta regale, cioè figli di prefetti palatini e di re merovingi; ma nulla più valse a innalzarla nel concetto de' popoli, dell'aver essa raccolto gli ultimi de' Merovei. La prole dei re criniti fu cacciata in quella solitudine, convertito il monastero così in una prigione politica, nè più s'udì parlare di quella progenie fulminata dalla fortuna; San Bertino fu, come dire, il sepolcro de' Merovei, e gli abbati, complici umilissimi del nuovo lignaggio, spensero colà entro gli ultimi rampolli dell'antico.
Il cartolare di San Berlino appena tocca un motto di Childerico, l'ultimo di que' Merovei che pure aveano a quella badia conceduti tanti privilegi. «Dopo qualche tempo, dice il cartolare, il re Childerico avendo finita l'ultimo scorcio di sua vita nel monastero di Sithieu, fu sepolto nella chiesa di San Bertino.» Nè una parola pur di compassione su questa morte, nè un lamento su questo re d'una famiglia scacciata; egli è rinchiuso, e muore come il più oscuro di que' monacelli, e appena il suo nome è scritto nella liturgia; più anzi si parla della storia d'un abbate, della sepoltura d'un cantore, che d'un re scaduto, però che la Chiesa è ligia al degno figliuol di Pipino. Onde Carlomagno anch'esso ricolma di privilegi i monaci di Sithieu o di San Bertino.
Le prigioni di Stato sotto l'impero di Carlomagno furono adunque San Bertino, Corbia, Fontanella, Sant'Ovano, Fulda in Germania, e Montecassino in Italia, tutti monasteri continuamente popolati di vinti, sì che l'imperatore, ben servito, rimerita i sostenitori dell'autorità sua col seguente diploma: «Carlo, per la grazia di Dio, re dei Franchi, uomo illustre, esercitando la podestà nostra reale, confermiamo i doni fatti dai nostri predecessori ai luoghi santi, secondo la regia consuetudine. Venuto dunque alla nostra presenza il venerabile Ardrado, abbate del monastero di Sithieu, edificato in onore della madre di Dio e degli apostoli Pietro e Paolo, ricordando alla real munificenza nostra quanto i nostri antenati fecero per le immunità del monastero, fra le quali, per esempio, quella che nessun giudice pubblico entrar possa nelle terre della badia a giudicare le cause, noi abbiamo confermato i detti privilegi in ogni cosa che vantaggiar possa il monastero.» Ed appiedi è il sigillo del gloriosissimo Carlo; il qual sigillo, copiato come fu nel cartolare, rappresenta un volto grave, perfettamente delineato, con la corona in fronte; barba folta, occhio grande, naso di forma germanica. Che sia questo il tipo carlingo?
Pochi anni appresso, il monastero di Sithieu ottiene un altro regio diploma, che porta in fronte: De venatione sylvarum (della caccia ne' boschi); ed ivi Carlomagno prende il titolo di re dei Franchi e dei Longobardi e di patrizio di Roma. «Noi confermiamo, ivi è detto, per l'eterna nostra salute, i doni da noi già conceduti ai servi di Dio; e però si fa noto ai presenti ed ai futuri, aver noi conceduto ad Ardrado abbate, ed ai monaci del monastero di Sithieu, la facoltà di cacciare nei boschi, così essi come la loro gente, sì che possano aver modo ad uccider de' capriuoli, affin di servirsi delle loro pelli a coprire i libri ed a far guanti e cinture, e questa facoltà s'intenda concessa loro in perpetuo.» Onde, se gli abbati di San Bertino dimandavano di poter con pelli ferine coprire i loro volumi, per difenderli dai guasti del tempo, segno è che aveano già una libreria ragguardevole. Infatti ancor giunto non era il trambusto che fu alla fine del secolo nono, nè i Normanni aveano ancora saccheggiati e arsi i monasteri.
Non pochi erano i libri al tempo di Carlomagno, e formavano come a dir le reliquie dell'antica sapienza e il vanto del monastero. Alcuni di quei cataloghi, che ancor ci rimangono, comprendono non che tutte le opere dei padri della Chiesa, come sono san Girolamo, san Paolo e gli altri, e le antiche e sacre scritture, anche gli autori profani, Virgilio, Orazio e fin Ovidio co' suoi poetici amori. Ci avea severissime pene contro chi distruggesse i libri, e quella pure della scomunica, troppo importando il salvar que' preziosi tesori dalla malizia o negligenza altrui. Il carteggio epistolare degli abbati di San Bertino coi papi era attivo e continuo, e godendo eglino il privilegio di dipender direttamente, per la loro giurisdizione, dai pontefici romani, chiedevano ad essi consigli sui negozi del mondo, ed in ogni cosa aveano a che fare: ne' concilii, nelle adunanze pubbliche, nei placiti, e ci venivano colla mitria in capo e il pastorale in mano.
Vedete voi que' marmorei pontefici corcati sopra i loro monumenti con iscrizioni dei tempi caroliniani? Sono gli antichi abbati di Sithieu, rosi dai secoli; ma fu un tempo in cui questi uomini potenti, all'ombra del loro monastero, contrastavano contro i re medesimi, custodivano i re scaduti, avean giurisdizione sovrana, e regi dominii, e una repubblica sotto il reggimento del pastorale. Bello era veder quei monaci darsi d'attorno, all'appressarsi dell'elezione, e opporsi vivamente a quell'abbate, che troppo pio avesse voluto introdur la riforma nel monastero, ponendo innanzi i loro privilegi, a cui erano affezionati come alla vita medesima. Ma questo nome di riforma, bene udire il facevano i pontefici più severi e religiosi, e quando i monaci si scostavano dalla regola austera, imposta da san Benedetto, scriveano loro: «Emendatevi, però che l'ozio è contro la vostra Regola.» E quando essi troppo a lungo sedevano in refettorio, o non osservavano i digiuni comandati dalla Chiesa, o violavano i canoni dei concilii, se si abbeveravano di vin generoso, se satollavansi co' pesci del vivaio, o con la selvaggina del bosco, i papi li minacciavan dell'interdetto, e venerandi custodi, come questi erano, della santità de' costumi, non pativano nè il praticar delle donne per entro alle celle, nè la vita romorosa della caccia per le foreste. Simili riforme erano eziandio tentate da qualche vigile abbate o austero vescovo; ma allora che recalcitrar, che gridare! Que' religiosi che non volean saper di riforma, mormoravano contro l'abbate dittatore, i pochi, stretti in tempestose leghe, con lui contrastavano, e il cartolare di San Bertino appunto a conoscer ci dà la storia di così fatti contrasti.
Gli annali dei monasteri sono nel medio evo la parte attiva, intellettuale, politica della storia; ma s'ha egli a porre allo stesso ragguaglio e dare il medesimo pregio alle canzoni eroiche, vere epopee di quell'età? Nessuna di siffatte tradizioni, ci convien ridirlo, fu scritta contemporaneamente al regno di Carlomagno, e fatica gittata sarebbe il cercarvi i fatti veri della vita del grande imperatore; sono anzi ricami intessuti sull'ordito dei fatti veri, narrati dalla cronica, dove al tutto manca la verità in quella che chiamasi cronologia storica; gli autori di queste canzoni eroiche pigliano un fatto, e lo acconciano a modo loro, in quella guisa che i miniatori del medio evo dipingevano Giuditta, Oloferne e gli altri personaggi del Nuovo Testamento, abbigliati alla foggia che usavasi al tempo in cui miniavano! Così fanno i trovieri, e tu vedi a piena mano profusi nelle loro canzoni i colori, e a ogni poco descrizioni di battaglie e di costumi della vita feudale; e poichè quanto ancor ci resta di così fatti poemi non va più su del secolo duodecimo, gli è naturale che i trovieri da cui furono composti, gli abbiano tinti dei costumi e degli usi de' loro contemporanei, tutti figurandoli in persona di Carlomagno. Il fondo di tutti questi poemi è lo stesso, solo la coloritura è diversa; le originali canzoni eroiche schierano uno stuolo di paladini intorno a Carlomagno, e gli formano la sua pleiade; il conte Orlando, Uggero il Danese, Olivieri, Turpino, Ganalone di Magonza, i quattro figli di Amone e il longobardo Astolfo, sono continuamente in campo con lui. I quali nomi furon dai trovieri tolti alle croniche per attribuir loro quel maraviglioso che forma, come a dire, il fondo dei loro episodi: le guerre dei Sassoni, dei Longobardi, dei Saraceni, o i pellegrinaggi di Carlomagno a Gerusalemme o a Sant'Jacopo di Compostella, sono i temi invariabili dei romanzi cavallereschi: vasto campo in cui tanti prodi paladini si veggono e tante prodezze! Nè già è che prestar si debba intera fede a queste cavalleresche epopee; ma nell'indagine de' tempi antichi, tutti gli indizi e gli elementi giovano a formarsi un giusto concetto della società.
E chiunque ha in pregio la storia, non isdegni pur le verbali tradizioni, che passarono d'età in età, e delle quali grande numero troverà sulle rive del Reno e della Mosa, relative al periodo carolino. In qualunque delle età alemanne egli vegga una statua colossale, con la corona in capo e la spada in pugno, quello è Carlomagno; se in vece sia un dipinto, foss'anco un avanzo d'un san Cristoforo dell'Olbein, esso è pur Carlomagno! La polvere delle ruine ha sepolto i monumenti da lui edificati, salvo poche reliquie che rimasero in piedi: Carlomagno fu quello che pose la prima pietra di questo coro della basilica d'Aquisgrana; vedete quel sepolcro coperto d'un'ampia lapide? ivi dentro egli posava con giunte le mani; quel sedile di pietra gli è il medesimo in cui sedeva alle corti plenarie; questo cerchio d'oro, questa corona era quella di Carlomagno; quest'arca benedetta chiude le sue ossa; le foreste della Mosa, della Mosella, del Reno udivano i nitriti de' suoi cavalli e i latrati de' suoi cani; que' castelli colà oltre, sul monte, le cui ruine si confondono coi poggi indorati dalle viti, furon le sue dilette dimore, però ch'egli avea caro di spesso visitare Magonza, la sede episcopale di san Bonifazio. A Francoforte ancor durano alcune vestigia del suo palazzo; la via in riva del Reno è tutta carlinga, e tu vi spiri un aere tutto pregno di ricordanze, che tutte ti richiamano il grande imperator d'Occidente; le instituzioni germaniche, le leggi, le pompe, le feste, tutto si riferisce a Carlomagno, il fondatore di tutto ciò che v'ha d'antico e di grande in Franconia, in Svevia, in Turingia, in Baviera, nella Belgica, dal Reno fino alla Sala.
Ond'è, o grande imperatore, che le generazioni del Reno ti santificarono e posero la tua vita nelle leggende, e tu divenisti per le semplici popolazioni dell'Alemagna san Carlomagno! Or quando a Colonia, ad Aquisgrana, a Magonza, vedi un santo muoversi nella sua nicchia, e odi suonar gli orologi, e gli inni rimbombar sotto quell'ampie volte, tutto è per Carlomagno. Scorri le liturgie tedesche, e ci troverai l'imperatore onorato qual santo; leggi la bolla d'oro, e apprenderai che da esso derivano tutte le leggi germaniche. Le imagini di Carlomagno son ivi adorate al pari delle reliquie; si cerca ivi il suo cranio, le sue ossa, le sue pietre, le sue fondazioni, e il suo nome riempie di superba compiacenza gli abitanti del Reno.
Il popolo che si ristora alle tepide sorgenti d'Aquisgrana, nel discendere gli scaglioni che mettono alla bollente fontana, e nell'appressarsi la tazza di cuoio alle labbra, pensa a Carlomagno; quella calca che trae al giubileo della chiesa d'Aquisgrana, nel tempo che si espongono le reliquie alla vista di migliaia e migliaia di pellegrini venuti di Baviera e di Svevia; quella calca che inginocchiasi e prega, s'inginocchia e prega dinanzi al grande imperatore; e il navicellaio del Reno, nell'intonar le sue tedesche canzoni, le tradizioni o leggende d'amore, agitato è pur dalle memorie di Carlomagno, di Berta dal gran piè sua madre, di Emma sua figlia, la nobile amante di Eginardo, il protettore della badia di Sellinstad, le cui ruine dinanzi a lui si dileguano fra le ultime nebbie della sera. Di questo modo se avvien che un grande nome si stampi nella storia d'un paese, tutte le tradizioni vengono a congiungersi a quello, ed esso diviene il vanto, la poesia, la forza morale d'una nazione!