SCENA SECONDA.
Nicoletta, Raimondo.
NICOLETTA.
Buongiorno. Cerchi di me?
RAIMONDO.
Sì.
NICOLETTA.
Vedendo il suo fare e l'aspetto del suo volto.
Così di buon'ora? Ti occorre qualcosa?
RAIMONDO torna a guardare nella sala da pranzo, come per assicurarsi che non c'è nessuno. Poi viene alla porta di sinistra, che NICOLETTA lasciò aperta, e la chiude con cura.
NICOLETTA.
Che ha seguito quest'azione con un po' di stupore e anche di vago timore.
Che c'è?
RAIMONDO.
Debbo parlarti. Ti prego, siediti.
Ella siede sul divano. Egli rimane in piedi appoggiandosi con la schiena al pianoforte, vicino a lei, così da dominarla con lo sguardo.
RAIMONDO.
Dopo un attimo d'attesa, con
voce bassa, calmo e reciso.
Tu inganni tuo marito. Hai un amante.
NICOLETTA sorge in piedi, fremente, ma con uno sforzo si domina e fissa RAIMONDO.
RAIMONDO.
Neghi?
NICOLETTA.
Ha un attimo di titubanza. Poi, in tono secco, quasi di sfida.
No!!
RAIMONDO piega la testa sul petto, come colpito da una mazzata. NICOLETTA indietreggia e si allontana un poco da lui.
NICOLETTA sordamente.
Se è un tranello che mi hai teso, ti è perfettamente riuscito.
Un breve silenzio.
Hai altro da dirmi?
RAIMONDO.
Doloroso, ma sempre deciso.
Non è un tranello, no. Ho le prove.
NICOLETTA.
Ah!
RAIMONDO.
Ma avrei preferito che tu negassi, che tentassi almeno di negare. Questa tua impudenza mi atterrisce.
NICOLETTA.
Mi pare di averti già detto che non so mentire.
RAIMONDO.
Menti con tuo marito, pertanto.
NICOLETTA.
Ha un fremito d'ira, sta per rispondere, invece gli volta le spalle, e mormora fra i denti.
Sciocco!
RAIMONDO.
Hai detto?
NICOLETTA.
Niente. Che hai da dirmi, ancora?
RAIMONDO.
Che ho da dirti?
Si avvicina a lei e l'afferra al polso.
NICOLETTA svincolandosi.
Non mi toccare!
RAIMONDO.
Si direbbe che vuoi sfidarmi! Hai già preso il tuo partito? Vuoi giocare d'audacia? E se accettassi la sfida? Se dicessi tutto a Piero?
NICOLETTA sicura.
Non lo farai.
RAIMONDO.
Colpito, suo malgrado, ritraendosi d'un passo, e come assalito da un accasciamento improvviso.
È vero. Non lo farò. Ma se lo indovinasse? Se lo sapesse da altri?
NICOLETTA.
Sarà affar mio il difendermi.
RAIMONDO.
Ed è questo tutto ciò che trovi da dirmi?!
NICOLETTA.
Non altro per ora.
RAIMONDO.
Ma che donna sei? Che malvagia, che ignobile creatura ha dunque assunto il mio nome?
NICOLETTA fiera, sdegnosa.
Ti prego! Avevi la grande notizia da darmi: che mi hai spiata, che hai comperato un portinaio o un servo…. Me l'hai data. Ti sei cavato questo gusto abbietto e crudele. Sta bene. Ora basta. E non m'insultare. Sono in casa mia.
RAIMONDO.
Sei in casa di mio fratello.
NICOLETTA.
Con audacia sempre crescente.
Sono in casa mia!
RAIMONDO sta per prorompere. Il suo impulso è di precipitarsi su di lei, ma si frena e si vince. Convulso, fremente, tituba ancora un istante, poi si risolve: prende il cappello che aveva posato su una sedia e si avvia per uscire. NICOLETTA, che lo spiava con la coda dell'occhio, vedendolo avviarsi, ha ad un tratto una rapida visione paurosa di ciò che può accadere. Corre alla porta di fondo e lo richiama.
NICOLETTA.
Di'…. scusa…. una parola ancora.
RAIMONDO, ch'era già scomparso, ritorna e si ferma su la soglia della sala da pranzo. NICOLETTA è ridiscesa verso destra e gli volge le spalle.
NICOLETTA.
Sforzandosi di assumere un tono d'indifferenza, ma con un gran orgasmo nella voce.
Se non sbaglio, dovevi far colazione qui, oggi. Non verrai?
RAIMONDO.
Ah no!
NICOLETTA.
Allora…. avvertirai mio marito? Gli manderai un biglietto?
RAIMONDO.
Non so…. sì, gli manderò un biglietto.
NICOLETTA.
Per oggi. E domani? E domani l'altro? E…. sempre? Come spiegherai, a lui, di non mettere più piede qui dentro, di non aver più rapporti con me?… Perchè suppongo che….
RAIMONDO.
Naturalmente.
NICOLETTA.
E allora?… Sai, te lo domando unicamente per metterci d'accordo, se lo credi necessario…. per non contraddirci.
RAIMONDO è rimasto sulla soglia. Non risponde. Si copre il viso colle mani, come per raccogliersi, come se gli girasse la testa e instintivamente volesse fermarla.
NICOLETTA.
Allora?
RAIMONDO doloroso.
Non so, non so. Bisogna che ci pensi. Non ho la…. vostra calma…. io, non ho un cuore di bronzo. Penserò al da farsi…. Mi fingerò ammalato…. poi lascierò Milano, per sempre…. Non so…. Oggi non sono in grado di decidere…. di provvedere….
Un silenzio.
NICOLETTA.
Troverai modo di avvertirmi…. se lo crederai opportuno.
Si siede a destra.
RAIMONDO.
Vi avvertirò, siate tranquilla.
Si avvia per uscire, ma fatti due passi, si arresta, si volge, ridiscende.
No, no! Bisogna decidere oggi. È urgente anzi. E poi, meglio uscirne, meglio finirla subito tra noi due.
Non può reggersi, e cade a sedere su una sedia, un poco discosto da NICOLETTA.
Ci siamo detti reciprocamente il nostro odio e il nostro disprezzo….
Moto di NICOLETTA.
Sì, sì, lo so: voi mi disprezzate e mi odiate per lo meno quanto io odio e disprezzo voi. È intesa. Dopo ciò, dopo quello che ho saputo, nessun rapporto è più possibile tra noi. Voi, forse, sapreste fingere, dissimulare e sopportare bene o male la mia presenza. Io no. Perchè niente vi scusa ai miei occhi. Neppure una passione fatale, invincibile. Voi non amate quell'uomo più che non amiate me, o Piero, o il primo che passi per la via. E avete un marito che vi adora, che sposandovi vi ha tolta dalla miseria e vi ha evitato di cadere nell'abbiezione a cui vi chiamava la vostra sorte. Vizio, dunque, vizio e non altro, del più sudicio e del più abbietto….
NICOLETTA.
Si alza sdegnosa, fremente.
RAIMONDO.
Scusate, è vero, non tocca a me il giudicarvi. Vi prego di sedervi e di ascoltarmi ancora per due minuti. Non pronuncierò più una parola che non possiate ascoltare tranquillamente.
Breve silenzio.
Siamo, dunque, due estranei da oggi. Ma siamo legati entrambi ad un essere che amo, al mio unico fratello, all'ultimo che mi rimane della mia famiglia. E bisogna evitare che egli conosca la sua sventura. Se dovrà conoscerla, e la sua vita ne sarà spezzata, distrutta, che non lo sia per opera mia nè per la vostra; in ogni modo che la catastrofe si compia il più tardi possibile. È giusto?
NICOLETTA china la testa, e la tiene chinata, ormai sul punto d'essere vinta.
S'io non verrò più qui, rimanendo a Milano, come giustificarmi? Per qualche giorno troverò dei pretesti. Poi me ne andrò. Non c'è altro mezzo. Per me, vivere qui o a Torino o a Roma, è indifferente. Andrò a stabilirmi a Torino.
NICOLETTA.
A voce bassa, in cui è una commozione che cerca di vincere.
Come giustificherete questa risoluzione improvvisa? Piero troverà assurdo che non vogliate vivere dove è lui. Avete affittato un alloggio otto giorni fa; siete ora occupato ad arredarlo….
RAIMONDO.
Cercherò il pretesto migliore. Saprò trovarlo. Fra un paio di giorni partirò d'improvviso, dicendogli che son chiamato per un affare. Prolungherò la mia assenza…. poi, poi troverò…. non saprei dire adesso; ma sento che saprò trovare qualcosa che gli parrà molto convincente….
Breve silenzio.
D'altronde è tutto ciò che posso fare, per non fargli e per non farvi del male…. E cercherò di farlo nel miglior modo.
Si alza.
E non ho altro da dirvi.
Breve silenzio. Egli sta per un momento indeciso, osservandola, scrutandola, mentre ella pure si è alzata e gli volta le spalle. Ella si trova accanto alla finestra guarda attraverso i vetri e tormenta nervosamente con una mano la cortina.
Questo mio disegno vi va?
NICOLETTA.
Senza volgersi, a voce bassa in cui non è più nè asprezza, nè disdegno.
Siete voi che ha il diritto di decidere.
RAIMONDO.
Permettetemi di dirvi ancora una cosa. Mi preme che giudichiate la mia condotta esattamente. Sono un soldato…. e poi, che conta? Soldato o no, sono un uomo d'onore e di coscienza. Se Pietro fosse un altr'uomo, avesse una fibra diversa, e se soprattutto non vi amasse come vi ama, di un amore pazzo ch'è passione frenetica dell'anima e dei sensi, io gli avrei rivelata subito la sua sventura e la sua vergogna. Geloso del suo onore come del mio; geloso del nome integerrimo che portiamo, avrei voluto ed imposto che si lavasse dell'onta che lo ricopre, che si togliesse al ridicolo che lo circonda, e che vi punisse scacciandovi da questa casa. Ma Piero non è un forte che nel suo lavoro. Fuori di lì, è una povera creatura, soggiogata da questa passione che si direbbe ingigantisca ogni giorno invece di calmarsi. Ho avuto paura di ucciderlo. Perciò ho taciuto, e tacerò sin che potrò….
NICOLETTA si volge di scatto e lo interroga con gli occhi.
Dipenderà un poco, anzi molto, anche da voi. Non vi chiedo quello che farete, i vostri proponimenti, le vostre intenzioni. Vi ho detto ciò che farò io. Ma vi avverto che starò a vedere ciò che farete voi. Vicino o lontano io saprò, ve ne avverto.
Breve silenzio.
È inutile che io scriva per scusarmi, oggi. Forse non saprei. Ditegli che fui qui ad avvertirvi. Siamo intesi?
NICOLETTA, un poco commossa, si volge a lui e accenna di sì.
Addio.
Si avvia per uscire.
NICOLETTA.
D'improvviso, umile.
Raimondo?!
Questi si ferma, un poco sorpreso, si volge, la guarda; ella china gli occhi e sussurra.
Grazie.
RAIMONDO.
Di che?
NICOLETTA.
Di quel che fate.
RAIMONDO.
Non lo faccio per voi.
NICOLETTA.
Lo so. Ma non incrudelite, adesso!
Sincera, con slancio.
Oh se tu non mi avessi assalita, dianzi, come hai fatto, io mi sarei gettata ai tuoi piedi e ti avrei chiesto pietosamente di fare ciò che tu spontaneamente hai deciso di fare. Sono senza scuse, lo so. Non fu per vizio, come hai detto, no…. Non so, non so…. fu leggerezza, noia, il troppo amore di mio marito….
RAIMONDO.
Oh!
NICOLETTA.
Sì, sì, è orribile, è assurdo, lo so…. ma è così! Le donne come me bisogna non amarle troppo, o bisogna non dimostrarglielo…. Non mi difendo, non mi scuso…. E non ti chiedo perdono, bada!… E non faccio proponimenti, nè giuramenti, nè promesse…. Non crederesti. Voglio dirti questo: che mi preoccupo di Piero, quanto te, più di te. E non per interesse mio, te lo giuro. Se fossi una malvagia, un'abbietta creatura, non temerei di nulla. O mi perdonerebbe per non perdermi, perchè non può vivere senza di me, oppure…. oppure me ne andrei per la mia strada, quella che tu dici mi era riserbata. No, mi preoccupo di lui, e solo di lui. Ebbene…. ebbene….
Una pausa, si prende il capo tra le mani guardandosi d'intorno.
Oh Dio, mi smarrisco…. non so più…. non so più quello che volevo dire…. Ah! questo; temo che la tua partenza, per quanto tu faccia e dica, possa essere causa di sventura. Che egli non riesca a spiegarla e giustificarla…. comprendi? Di', comprendi?
RAIMONDO.
Che l'ha ascoltata, immobile, impassibile, dubbioso.
Ebbene?
NICOLETTA.
Ebbene, ti chiedo…. te lo chiedo per lui…. se non puoi e non vuoi rimanere….
RAIMONDO.
A Milano? E venir qui? E vederti?
NICOLETTA.
Sì.
RAIMONDO.
Impossibile.
NICOLETTA.
Senti: io metto la mia vita nelle tue mani. Sarai il padrone. Sarai il marito, il vero marito; Piero non è, non sa essere, non può essere che un amante: ed è ciò che m'ha perduta. Guarda: a saper fare si fa di me tutto quello che si vuole; in fondo, sono buona…. sono anche onesta…. non sorridere…. ti dico la verità: sono forte e buona. Dianzi, da principio, mi hai assalita, e mi son rivoltata, e in quel momento non so quello che avrei fatto. Se fosse entrato Piero, ti avrei denunziato, denunziandomi, per mettervi di fronte, con la speranza che il suo amore e la sua fede fossero più forti, e ti scacciasse per vendicarmi. Poi tutto è svanito. Hai detto delle parole buone, per lui, non per me, ti ho visto così commosso, così affranto, così disperato….
Brevissimo silenzio.
Non so più…. non so più dire…. decidi tu….
Cade affranta su una sedia.
RAIMONDO.
Dopo un breve silenzio, rimanendo ritto, immobile.
Sai che cosa mi chiedi? di affrontare il ridicolo che si riverbera anche su di me, vivendo qui, dove tutti sanno la vergogna che ricopre il nostro nome…. E poi? E poi? Se tu fossi sincera!…
NICOLETTA.
Rialzando la testa fieramente.
Ah!
RAIMONDO.
Se si potesse crederti!
NICOLETTA.
Si alza, e, dolorosa.
Più! Più! Più! Taci, ti prego….
Se mi son tanto umiliata, io! io!
Ma tu hai il diritto di non credermi.
Parti, parti! Sarà ciò che Dio vorrà.
Si ode la suoneria del telefono che è nella sala da pranzo.
NICOLETTA.
Con un sussulto.
Questi è Piero, senza dubbio.
Di nuovo la suoneria. Si vede GIULIETTA che vien dall'interno e si dirige all'apparecchio.
Ci vado io, Giulietta.
Va al telefono, GIULIETTA se ne va donde è venuta. Il telefono è posto alla parete che divide la sala da pranzo dal salotto, a destra della porta di comunicazione; cosicchè l'apparecchio non si vede, ma il pubblico vede NICOLETTA, quando sta a telefonare, col cornetto all'orecchio.
NICOLETTA telefonando.
Sei tu Piero?
Silenzio breve.
Sì, son io. Non riconosci la mia voce? Io riconosco la tua, e mi pare turbata. Che c'è? Che hai?…
Silenzio brevissimo.
Come, niente? Perchè mi hai chiamata?
Breve silenzio.
Sì.
Brevissimo silenzio.
Non sono uscita. Da dove telefoni?
Dall'officina?
Silenzio un poco più lungo.
Non capisco.
Silenzio breve.
Posto pubblico? Dove?
Silenzio breve.
Ah!
Silenzio un po' più lungo.
Raimondo? è qui….
Movimento di RAIMONDO.
È venuto ad avvertirmi….
RAIMONDO.
Prontissimo, facendo un passo verso di lei.
Non dite.
NICOLETTA.
NICOLETTA non ebbe il tempo di udire le parole di RAIMONDO, getta un piccolo grido, e prosegue, affannosa, spaventata al telefono.
Un duello?!
RAIMONDO ha un gesto d'ira, di dispetto e si ritrae.
Hai detto un duello?
Brevissimo silenzio.
No, non sapevo, non….
Silenzio breve.
Che non veniva a colazione. Con chi?
Silenzio brevissimo.
Non sai? Ma…. vieni, subito…. prendi una carrozza.
Abbandona il cornetto ed entra agitatissima in salotto.
Vi battete?!… Con…. lui?… È lo scandalo che volete? È lo scandalo? Ora che cosa direte a Piero? Con chi vi battete, e perchè? E non me lo dicevate! E non mi avvertivate di nulla. E i vostri progetti di poc'anzi? Tacere, andarvene via. E vi battete? Avete sentito questo bisogno, questa necessità di vendicare il…. vostro onore…. Ah! è terribile, è mostruoso! Ora egli viene, fra cinque minuti sarà qui. Che cosa gli direte?
RAIMONDO freddo, calmo.
Vi prego, cercate di essere più calma.
NICOLETTA.
Cade spossata su una sedia.
Ah!
RAIMONDO.
Dimostratevi la donna forte che dite di essere. Perchè…. e per chi vi affannate tanto adesso?
NICOLETTA.
Per chi?…
Sorge in piedi e, decisa, con forza.
Ebbene, per me, per me sola. Ciò che mi esaspera e che mi fa fremere d'ira, non di paura, è questa odiosa ed orribile situazione in cui voi mi ponete. Non posso agire, non posso lottare, non posso assalire o difendermi. Non posso far nulla. Ma era meglio che diceste tutto a mio marito! L'opera era più semplice, più spiccia e più completa; compievate con più sincerità il vostro…. dovere! Ed io avrei avuto il nemico di fronte, ed avrei preso il mio partito. Ma così? che faccio, io? Nulla. Non posso far nulla. Volete che mi accusi dinanzi a lui, ora, quando entrerà?
RAIMONDO.
Ancora una volta, vi prego di calmarvi. Saprò giustificare questo duello come la mia partenza. Non temete.
NICOLETTA.
Io non temo. È questa tortura che mi esaspera, questo dover vivere nell'incertezza, nell'attesa febbrile di ciò che può accadere, è l'ignoto che ho dinanzi a me. Perchè questo duello? A che scopo? Ah! Come non conoscete la donna! Non avete capito che può giovare più a lui, a quell'uomo, che alla vostra vendetta?
RAIMONDO.
Dopo un breve silenzio.
Bisogna rendervi giustizia: siete di una sincerità…. spaventosa! Ma, vedete, ieri non ero in grado di far della psicologia, io! Quando vi ho veduta uscire dalla sua casa….
NICOLETTA.
Ah! mi avete spiata!
Cade a sedere e lo ascolta fissa.
RAIMONDO.
Eh! Che volete, fu più forte di me; bisognava che sapessi! Mi è salito il sangue al cervello, e fui indeciso per un momento, se affrontar voi o lui. Ma siete una donna, e siete la moglie di mio fratello. E ho affrontato lui.
NICOLETTA.
E vi battete?! Oggi?!
RAIMONDO.
Oggi, domani, non so. Attendo notizie. Forse, se avessi saputo dominarmi e riflettere, chi sa, non lo avrei fatto. Avrei capito, forse, che commetto una sciocchezza, per lo meno una cosa inutile. Ma col sangue alla testa non si ragiona. Del resto le cose furono combinate bene ed in fretta, tra noi due. Neppure i padrini sanno, per lo meno ufficialmente, la ragione dello scontro. La ragione è un alterco, uno scambio di parole grosse per una ragione futile.
Breve silenzio.
Ora che ci sono però, spero di ammazzarlo.
NICOLETTA.
Volgendogli le spalle, con disprezzo.
E voi sperate che Piero vi crederà!
RAIMONDO.
Perchè no? Se non dubita di nulla….
NICOLETTA.
Io non so….
RAIMONDO.
Come?!
NICOLETTA.
Si alza nervosa, agitata.
Non so, non so più nulla, non capisco più nulla….
Si arresta in ascolto.
Una carrozza.
Corre sul terrazzo, guarda in istrada e ritorna rapidamente.
È lui.
Si avvia per uscire a sinistra.
RAIMONDO.
Ve ne andate?!
NICOLETTA.
Ah, sì! Non lo vedrò se non dopo che avrà parlato con voi.
Sulla soglia si ferma.
Anzi, siccome potrebbe chiamarmi, volermi vedere…. e io non voglio, così esco.
RAIMONDO.
Uscite?!
NICOLETTA.
Sì.
RAIMONDO.
Che gli dirò di voi?
NICOLETTA.
Niente: che sono nella mia camera.
RAIMONDO.
Ma verrà a cercarvi….
NICOLETTA.
Non vi preoccupate. Penso io.
RAIMONDO.
E dove andate?
NICOLETTA.
Da un'amica, da Fulvia….
Si volge a lui, lo guarda
un momento; e poi:
Oh! vi leggo dentro! No, v'ingannate.
Non andrò dove supponete….
Mi conoscete male!
Esce per la sinistra.