SCENA TERZA.

Piero, Raimondo, poi Giulietta.

PIERO.

Che si fa, Raimondo?

RAIMONDO.

Se vai alle officine ti accompagno per un tratto.

PIERO.

Che ora è? Le due e dieci. Alle tre devo essere dal Salvadori. Non vale la pena ch'io vada fino laggiù.

RAIMONDO.

Ti faccio perdere un tempo enorme.

PIERO.

Che dici? Sai, ora non ho più bisogno di lavorare per dieci ore al giorno. Ho un procuratore di cui posso fidarmi.

Entra GIULIETTA, prende il vassoio del caffè e lo porta via, passando pel salotto da pranzo.

RAIMONDO.

Non dovevi parlare d'affari con quell'avvocatino che era qui?

PIERO.

Col Pucci? No. Perchè?

RAIMONDO.

Credevo. Non è uno dei tuoi avvocati?

PIERO.

No. Ho un solo avvocato: Salvadori. Questo Pucci è un giovane che fu presentato a Nicoletta, l'inverno scorso, alla patinoire: ha qualcosa di suo, e fa l'avvocato, da dilettante.

RAIMONDO.

È soltanto un amico, insomma.

PIERO.

Un amico! Sai, è un buon diavolo, di quelli che s'intrufolano dappertutto, e sanno riuscire simpatici alle signore con la correttezza dei modi, con la squisita cortesia, rendendo mille piccoli servigi. Gli ho affidato un incarico, una volta che Salvadori era assente. E così venne in casa. Nicoletta lo invita ogni tanto. È piuttosto un viveur.

RAIMONDO.

Un imbecille, insomma.

PIERO.

No, è…. niente.

RAIMONDO.

E me lo hai invitato proprio oggi.

PIERO.

Fu Nicoletta. Ti ha seccato?

RAIMONDO.

No, ma insomma poteva invitarlo un altro giorno.

PIERO.

Hai ragione. Non ci ha pensato. O piuttosto, ti dirò: credo fosse già invitato da una settimana, e Nicoletta non ha pensato a trovare un pretesto per rimandare l'invito.

RAIMONDO.

Non ne valeva la pena.

Un silenzio.

PIERO.

A Torino, ieri, chi hai visto?

RAIMONDO.

Tanta gente. Al Circolo militare, dove m'invitò a colazione Di Mortigliengo, ci ho trovati dei camerati che non vedevo da dieci anni. Se ne son fatte delle chiacchiere.

Un silenzio.

RAIMONDO.

Sdraiandosi sulla poltrona.

Dimmi, Piero, e delle amiche come quella signora Fulvia, ne ha molte tua moglie?

PIERO.

Perchè?

RAIMONDO.

Domando.

PIERO.

Non ti piace?

RAIMONDO.

Altro!

PIERO.

È un'ottima creatura, sai? Molto migliore che non paia.

RAIMONDO.

Speriamo, perchè, veramente come "parere".

PIERO.

Ha un fare da sciocchina, ma ha pure delle qualità eccellenti, e un cuor d'oro. Sai, giovane, vedova, sola, ricca….

RAIMONDO.

Scommetto che non ha mai più di due amanti per volta.

PIERO ridendo.

Pessimista! Io, invece….

RAIMONDO.

Non giurarci.

PIERO.

Non ci giuro, ma non so niente.

RAIMONDO.

Tu vivi nelle nuvole.

PIERO.

Credo che le faccia la corte il
Pucci.

RAIMONDO.

Io credo di no.

PIERO.

Oh bella, che ne vuoi sapere tu, che li hai veduti oggi per la prima volta?

RAIMONDO.

Già, è vero.

PIERO.

Gli va a sedere vicinissimo, gli posa le mani sui ginocchi, e si curva su di lui.

E mia moglie? Parlami di lei. Non mi hai ancor detto, seriamente, e un po' a lungo, che impressione t'ha fatto e che cosa ne pensi.

RAIMONDO.

Che vuoi, l'ho veduta ieri l'altro, non sono rimasto con lei tre ore in tutto, sin'ora….

PIERO.

Ma…. insomma…. ti piace?

RAIMONDO.

Molto. Fisicamente è un amore.

PIERO contento.

Eh?!

RAIMONDO.

Poi deve essere intelligente, briosa, di carattere gaio….

PIERO.

Vedi, vedi, che l'hai già capita?

RAIMONDO.

Sì, per quello che si può capire in così breve tempo.

PIERO.

A poco a poco, le riconoscerai tante altre buone qualità: quelle del cuore, sopratutto, che sono squisite, e capirai ciò di cui ti sei stupito allora, quando ti scrissi che mi sposavo, e mi sposavo d'amore.

RAIMONDO.

Ah davvero che me ne stupii! Per chi ti conosceva uomo freddo, calmo, tutto dedito allo studio e al lavoro…. Io mi dicevo: se Piero si ammoglierà, farà un matrimonio di convenienza. Parevi di quegli uomini, che non prendono moglie, ma ai quali si dà moglie quando hanno l'età adatta per accasarli, perchè è una cosa, l'ammogliarsi, che un uomo equilibrato, che il perfetto cittadino deve fare. Invece….

PIERO.

Eh?

RAIMONDO.

Sonnecchiava un sensuale, in te; e quando incontrò la donna che seppe risvegliarlo….

PIERO.

Ah, Raimondo, come lo seppe,
Nicoletta! Mi ha reso pazzo d'amore.
Se non avessi potuto sposarla, credo
che mi sarei ucciso.

RAIMONDO.

Fissandolo, da scrutatore, con una leggera espressione di mestizia sul volto.

Ed è sempre come il primo giorno?

PIERO.

Più, più ancora se è possibile. Vivo di lei e per lei. La luce mi vien dai suoi occhi, l'aria dall'alito suo, il calore da un suo bacio…. E una frenesia.

RAIMONDO.

Sei, persino, diventato poeta!

PIERO.

Mi domando, alle volte, con terrore, come potrei vivere senza di lei. Raimondo, se dovessi perderla, ne morirei. Lo credi? Talvolta, questo pensiero mi dà un principio di pazzia. Sono solo, nel mio scrittoio. Lavoro, scrivo. A un tratto la mano si arresta, la penna mi cade dalle dita. Nicoletta? Non c'è più, l'ho perduta! Lotto, atrocemente, per qualche minuto, contro questo improvviso pensiero che diventa un'idea fissa. Inutilmente! Bisogna che mi alzi, che esca, che prenda una carrozza e corra a casa per vederla, per abbracciarla, per convincermi coi miei occhi, che c'è ancora, che esiste, che è mia. Se per disgraziata combinazione non è in casa, perdo la testa.

RAIMONDO.

E vai a cercarla? Finirai per diventare ridicolo…. Perchè il mondo lo trova ridicolo un marito innamorato.

PIERO.

No, non vado a cercarla. Me ne mancano le forze. Ma corro in camera sua, aspiro il profumo che vi ha lasciato, bacio la sua vestaglia abbandonata su una sedia, apro gli armadi per vedervi le sue vesti, i suoi cappellini, la sua biancheria. Tutto è lì, in ordine; nulla manca. Dunque, mi dico, non è partita, non è fuggita, non mi ha abbandonato: e mi butto sul suo letto e piango come un fanciullo.

RAIMONDO.

È della follia.

PIERO.

Te l'ho detto.

RAIMONDO.

Perchè infine, come può venirti quest'idea ch'ella sia fuggita, che ti abbandoni? Poichè ti ama….

PIERO.

Ma se sono un pazzo!… E la notte? Talvolta mi sveglio di soprassalto. Ho sognato che è gravemente ammalata, o che è morta. E anche questa diventa un'idea fissa. Ho un bel tentare di ragionare, ho un bel dirmi: se si sentisse male mi chiamerebbe. Non serve. Bisogna che mi alzi e che mi rechi, in punta di piedi, nella sua camera. Entro adagio, guardingo. Se è sveglia, mi precipito, l'abbraccio, la copro di baci, piangendo scioccamente, senza spiegarmene il perchè. Se dorme, mi siedo, senza far rumore, sulla poltrona, accanto al letto, e rimango lì a guardarla, nella penombra, immobile, trattenendo il respiro, fino all'alba.

Un silenzio. RAIMONDO è rimasto assorto, pensieroso, con gli occhi bassi. Un pensiero doloroso l'opprime, e una lacrima gli è spuntata sulle ciglia. PIERO, dopo un istante gli posa una mano sulla spalla.

PIERO.

Ebbene, che ne dici di questo tuo fratello, che l'amore ha trasformato?

RAIMONDO solleva il capo. PIERO vede la lacrima e gli passa le dita sugli occhi.

Ti ho fatto piangere?

RAIMONDO.

Si alza e cerca di dominarsi.

Può darsi.

PIERO si alza anche lui, e RAIMONDO gli posa le mani sulle spalle, fissandolo, per un istante, affettuoso.

Che tu sii sempre felice. Ecco il mio voto più ardente!

Mutando tono.

Saranno le due e mezza. Vuoi che ci avviamo?

PIERO.

Mi accompagni in via Manzoni?

RAIMONDO.

Sì, poi rientro all'albergo.

Si avviano per uscire, passando per la sala da pranzo. NICOLETTA, come se fosse là in agguato, si presenta e sbarra l'uscita.