XLVI.
Ha rapide e violente ore la vita
Che nel precipitoso corso l'opra
Fanno d'una tempesta....
Hemans.
Il manoscritto diceva così:
«Figliuola mia, mia dolce e amorosa creatura.
«Poichè tu stessa m'incoraggi assicurandomi che il peggiore dei miei timori era infondato (il timore che fin dalla tua fanciullezza il mio nome fosse stato infamato al tuo orecchio e il tuo giovane cuore avesse appreso ad aborrire tuo padre); poichè posso fare appello a te come a un giudice imparziale, ti rivelerò il dramma della mia vita; e ti proverò così che sei veramente mia figlia confidandomi che tu almeno mi crederai e m'amerai ad onta dell'ingiustizia del mondo.
«Non voglio nasconderti nulla. Voglio palesare anzi subito ciò che più pavento di dire: le spiegazioni che seguono varranno, spero, ad attenuare l'orrore della mia storia.
«Il signor Graham è il mio patrigno, e la mia santa madre, morta da lunghi anni, fu in tutto, fuorchè nell'opera della natura, la vera madre d'Emilia. Ma quantunque io sia, a questo titolo, congiunto di coloro che tu ami tanto, mi divide da essi una terribile maledizione: perchè fu la mia quella mano sciagurata che precipitò l'infelice Emilia in perpetue tenebre, (oh, non odiarmi ancora, Gertrude!). E non è tutto: a questo fatto orrendo s'aggiunse una grave accusa che mi denigrava agli occhi dei miei simili: l'accusa d'un delitto basso e vergognoso. Pure, io che vivo sotto un bando, io che vo errante per il mondo col cuore spezzato, vittima d'un funesto destino, sono innocente d'ogni colpa volontaria, come tu sarai persuasa se puoi fidare nella veracità di ciò che ti narro.
«La natura mi diede e l'educazione alimentò in me uno spirito ribelle. Ero l'idolo di mia madre, donna di debole complessione, la quale sebbene m'amasse d'un amore per cui benedico sempre la sua memoria, non aveva l'energia necessaria a domare e governare la mia indole appassionata e pertinace. Tuttavia, per quanto indisciplinato, non inclinavo nè alla malvagità nè al vizio; m'arrogavo bensì un dominio incontrastabile, tanto a scuola che a casa, ma mi facevo molti amici, e nessun nemico. Quand'ecco d'un tratto fu posto un freno all'estrema libertà di cui godevo. Mia madre, ch'era vedova, sposò il signor Graham, e subito sentii gravare duramente la mano del suo secondo marito sulla mia indipendente adolescenza. S'egli m'avesse trattato con benignità, se si fosse cattivato il mio affetto (come gli sarebbe stato agevole, perchè il mio cuore ardente e sensitivo era disposto alla tenerezza e alla gratitudine), egli avrebbe potuto avere un immenso influsso sul mio carattere non ancora formato.
«Invece fu il contrario. Egli usò verso di me un contegno pieno di glaciale freddezza e di sussiego. Al primo tentativo d'accostarmi a lui, fatto per esortazione della mamma, chiamandolo col nome di padre, venni respinto sdegnosamente, sicchè mi guardai bene dal ricadere in questa colpa. Ma di quel titolo ch'egli rifiutava, assumeva però tutti i privilegi e tutta l'autorità, ferendomi così nei sentimenti più delicati e nei più fieri, ed eccitando in me uno spirito di ribellione ad ogni suo comando.
«Due cose in ispecie mi amareggiavano e accrescevano la mia avversione contro il prepotente patrigno: l'una era l'assoluta dipendenza dalla sua liberalità in cui sapevo di trovarmi; l'altra la confidenza fattami imprudentemente, benchè con benevole intenzioni, da una persona di servizio ch'era da molto tempo in casa Graham, circa l'origine della sua antipatia per me: la quale pare fosse un'antica inimicizia tra lui e mio padre, uomo onorevole e di alti sensi, a cui ero superbo di rassomigliare, come mi affermavano quelli che lo avevano conosciuto.
«In questa guerra disuguale io mi trovavo soverchiato dalla forza preponderante del nemico; ero ancora un ragazzo, soggetto a tutela, e dall'altra parte non potevo rimaner sordo alle implorazioni di mia madre che mi supplicava di sottomettermi per amor suo. Quindi io, soltanto in qualche caso, quando mi pareva d'essere stato trattato con troppo oltraggiosa ingiustizia, mi ribellavo apertamente; ed anche allora c'era chi s'adoperava a ricondurre la pace, e almeno l'apparenza della buona armonia, in famiglia.
«Così passarono parecchi anni, e, se non giungevo ad amare il signor Graham, tuttavia la potenza dell'abitudine, i miei studi che m'occupavano e m'appassionavano, e una crescente padronanza di me stesso, conferivano a rendermi più tollerabile la vita nella casa del patrigno.
«E poi c'era qualche cosa che mi compensava di tutte le mie pene: il mio amore per Emilia, la quale vi corrispondeva con pari tenerezza. Non l'amavo già perchè era una preziosa mediatrice tra me e suo padre, nè perchè si assoggettava pazientemente a tutte le mie volontà e m'aiutava in tutti i miei disegni; ma perchè le nostre anime erano fatte l'una per l'altra, e più si sviluppavano e s'espandevano, più forte le avvinceva un legame che solo una mano barbara poteva strappare e spezzare. Non mi dilungherò sull'ardore e la profondità di quest'affezione: basti il dire ch'era divenuta la vita della mia vita.
«Mia madre morì. Io ero purtroppo allora, a mal mio grado, impiegato nel banco del signor Graham, e abitavo sempre in casa sua. D'improvviso, senza ragione e senza scusa, egli cominciò a modificare la nostra vita domestica, seguendo una condotta non meno stolta che crudele, la quale irritava il mio orgoglio, torturava i miei sentimenti, eccitava la mia focosa natura a segno da rendermi quasi pazzo. Si era proposto di privarmi dell'unico bene che m'allietasse, che addolcisse i rigori della mia sorte: l'amore d'Emilia. Tralascio di raccontarti i motivi che io gl'imputavo, i mezzi ch'egli usava: ma erano tali da cambiare la mia antipatia per lui in odio amarissimo, la mia riluttante obbedienza ai suoi voleri in aperta e deliberata opposizione.
«Lungi dal rassegnarmi a un divieto che stimavo tirannico, cercavo la compagnia d'Emilia in ogni maniera, e persuadevo la gentile fanciulla a prestarsi ai miei strattagemmi per sventare i disegni di suo padre. Io non le parlavo d'amore, non tentavo di legarla a me con una promessa, non accennavo al matrimonio: un senso d'onore me lo proibiva. Ma con una giovanile audacia che, temo, era il colmo della follia e dell'imprudenza, coglievo tutte le opportunità, fosse anche presente il signor Graham, per manifestare la mia ferma determinazione di mantenere liberamente con lei quella familiarità affettuosa ch'era nata dalle circostanze, e non poteva essere più repressa se non con la forza.
«Emilia cadde malata, e durante sei settimane non mi fu concesso di vederla un momento. Non appena ella fu in istato d'uscire dalla sua camera, spiai costantemente un'occasione di parlarle. Alfine mi si offerse. Eravamo da un'ora insieme nella biblioteca, quando il signor Graham venne a sorprenderci. Egli s'avanzò verso di noi con una faccia di cui mai non scorderò la durezza e la severità. Io non mi sgomentai di quell'intrusione credendomi preparato a sfidarne le probabili conseguenze; ma non potevo aspettarmi un attacco di ben altra natura.
«Ch'egli mi rimproverasse di disobbedienza a desiderî da lui datimi a intendere in ogni possibile modo, che mi dichiarasse più esplicitamente la sua risoluzione di mettere una barriera tra la sua figliuola e me, erano cose ch'io prevedevo, e mi trovavo apparecchiato a rispondergli: ma quando egli proruppe in sanguinose e volgari ingiurie, quando furiosamente m'investì con ignobili accuse, apponendomi fini egoistici e vili in cui neppure per un attimo s'era mai fissato il mio pensiero, ammutolii dallo stupore e dalla collera.
«Nè questo fu il peggio. In presenza della pura giovanetta ch'io adoravo egli m'imputò d'uno dei più bassi, più neri delitti, del delitto di falso, affermando che la mia colpa, allora allora scoperta, era provata, indubitabile.
«L'ira che m'ardeva dentro divampò. Alzai la mano, strinsi il pugno. Che fossi in procinto di fare non so dirtelo. Avrei trovato parole per asserire la mia innocenza, respingere la calunnia, dimostrare la falsità dell'imputazione? O, mancandomi la voce soffocata dal furore, mi sarei slanciato sul mio patrigno, scostandolo da me con violenza, buttandolo forse a terra, e sarei corso fuori per calmarmi all'aria aperta e raccogliere il mio spirito? Non posso congetturarlo, perchè in quel punto un acuto grido d'Emilia mi richiamò in me; e nel volgermi la vidi cadere svenuta sul divano.
«Ella pareva colpita a morte dall'orrore di quella scena. Dimenticando ogni altra cosa mi precipitai verso di lei, ansioso di soccorrerla. Accanto al divano c'era un tavolino sul quale stavano parecchie boccette. Frettolosamente ne afferrai una, e nella mia agitazione m'accadde di versarne il contenuto, ch'io credevo un'essenza corroborante, sulla faccia d'Emilia, la quale giaceva supina.... Io non so di che si componesse la funesta mistura, ma ahimè, gli effetti ne furono evidenti.... l'atto irrimediabile era compiuto.... e compiuto per mia mano!
«Lo spasimo atroce ridestò nella sventurata fanciulla la coscienza della vita. Ella balzò dal divano e, urlando selvaggiamente, le braccia alzate sul capo, come una pazza, si diede a correre attraverso la stanza, poi s'acquattò in un angolo. Io la seguii disperato, in preda a un'angoscia quasi pari alla sua; ma ella mi respinse, stendendo le mani con grida strazianti.
«Il signor Graham, che su quel subito era rimasto impietrito, s'avventò allora contro di me, furibondo. Invece d'aiutarmi nei miei sforzi per sollevare la povera Emilia da terra, egli, senza alcuna pietà del mio stato, che era poco meno compassionevole di quello di lei, inveì ferocemente, rimproverandomi con parole crudeli, torturanti, che mi suonano ancora all'orecchio, d'esser la sola causa della disgrazia, accusandomi d'avergli uccisa la sua figliuola; e detto ch'ebbe, mi cacciò dalla stanza e dalla casa, espulsione alla quale io, schiacciato dal dolore e dal rimorso, non avevo la forza nè il desiderio d'oppormi.
«Oh, quanto fu terribile la notte, quanto terribile il giorno seguente! Non posso darti un'idea di come li passai. Fino all'alba andai errando per la campagna, cercando invano di collegare i miei pensieri, di riacquistare un po' di calma. Ma al riapparire della luce, sebbene avessi ancora il polso febbrile e il cervello eccitato, cominciai a comprendere la necessità di tracciarmi una via di condotta.
«La condizione infelicissima d'Emilia, l'ansia intensa di conoscere i peggiori effetti dell'orrendo caso, mi sollecitavano a recarmi furtivamente o palesemente, ma il più presto possibile, alla casa del signor Graham. Inoltre, tutto il poco ch'io possedevo, consistente, quanto a denaro, nel solo residuo del mio ultimo trimestre di stipendio, e quanto al resto nei miei indumenti e qualche oggetto di valore donatomi da mia madre, si trovava nella camera da me fino allora occupata. Non potevo quindi evitare di ritornarci almeno una volta. E presa questa risoluzione mi riposi in cammino verso la città, pronto, se era necessario, per ottenere notizie d'Emilia, anche ad incontrarmi a faccia a faccia con suo padre.
«Tuttavia, quando fui vicino alla casa, titubai, non osai proseguire. Il signor Graham non mi aveva nulla risparmiato, neppure la minaccia d'espellermi con la violenza se osassi ripresentarmi sulla sua soglia: ed io temevo d'avventurare il mio temperamento focoso in una colluttazione con quell'uomo al quale avevo fatto già male abbastanza.
«Non avevo io forse col terribile mio atto della sera innanzi, atto di cui già presagivo le funeste conseguenze, desolato la vita dell'unica e adorata sua figliuola, sepolto sotto un nero pallio le sue più care speranze? No, per nulla al mondo non avrei voluto aggiungere al mio involontario misfatto la colpa d'alzar la mano su colui che per quanto ingiusto fosse stato verso un giovanetto innocente, era punito con un castigo assai troppo severo.
«Io sapevo che il suo furore era implacato, che egli avrebbe potuto eccitare il mio fino alla frenesia, e però mi proposi di non affrontarlo inconsideratamente. Un colloquio con lui dovevo averlo, a fine di confutare le calunniose accuse portate a mio carico; ma non tra le mura della sua casa, dove sua figlia soffriva per causa mia. Là, nel banco dove egli pretendeva ch'io avessi commesso un falso, ed, in presenza de' miei colleghi, avrei pubblicamente negato il delitto appostomi, e sfidato l'accusatore a darne le prove.
«Ma anzi tutto bisognava ch'io vedessi Emilia, o che almeno avessi sue notizie. Prima d'incontrarmi con quel padre, conveniva che conoscessi esattamente la natura e la gravità del male ch'io gli avevo fatto nella sua creatura. E per questo m'era forza attendere il favore delle tenebre, ed introdurmi nella casa di soppiatto.
«Vagai tutto il giorno, assillato dal mio cruccio, senza gustare nè desiderare cibo e riposo. Il pensiero della mia povera, adorata, torturata Emilia m'era presente sempre, mi tormentava indicibilmente. Le ore mi parevano eterne. Quella giornata conta ne' miei ricordi quanto un anno intero di miserie. Scese alfine la notte: una notte oscura, nuvolosa. L'aria era densa d'una nebbia così fitta, che nascondeva ogni cosa intorno alla distanza di pochi passi. La casa non m'apparve che quando fui davanti al portone. C'era fermo un legno che io riconobbi per il carrozzino del dottor Jeremy. Sussultai. Le sue visite ad Emilia erano cessate da più d'una settimana: lo avevano dunque richiamato a cagione della disgrazia! Data la presenza del medico, doveva esserci di certo anche il signor Graham. Perciò non entrai, e celato dalla nebbia attesi il momento opportuno.
«Da uno spiraglio del portone potevo esplorare con lo sguardo l'interno dell'atrio. Vidi due volte la signora Ellis scendere e risalire; alfine scese il dottore, a passi lenti: il signor Graham lo seguiva, e poichè quegli se n'andava direttamente, lo trattenne per interrogarlo sullo stato della figliuola, come arguivo dalla profonda ansietà che si dipingeva nel suo volto, mentre con una mano sulla spalla di quel vecchio amico della famiglia cercava di leggergli negli occhi la sua opinione. Il dottore mi volgeva il dorso, e io non potevo giudicare delle sue risposte se non dall'effetto che producevano sul padre d'Emilia, il quale nell'aspetto già sconvolto, abbattuto, tradiva un'angoscia crescente ad ogni sillaba proferita dalle labbra del medico le cui oneste e sincere parole erano oracoli per chi conosceva la somma sua perizia.
«Non occorrevano quindi altre testimonianze perchè fosse ribadita in me la certezza che il fato della sventurata fanciulla era irrevocabile; e guardando con pietà l'afflitto padre, pensando con terrore ch'io ero l'agente immediato in quell'opera di distruzione, sentivo ch'egli non poteva maledirmi più fieramente di quanto io maledissi me stesso. Ma per grandi che fossero il mio dolore e il mio pentimento, non mai scemati, d'aver avuto parte nello scatenarsi di quella tempesta in cui la giovanetta era così miseramente naufragata, non giungevo a dimenticare che ben maggior colpa ne aveva il signor Graham, nè a perdonargli la scellerata ingiustizia e gli oltraggi che mi avevano tratto di senno e snervato per modo da rendere uno strumento di rovina la mia mano tesa a recare soccorso.
«Quando poi, partito il dottor Jeremy, uscì anche il mio patrigno, ed io, osservandolo mentre passava sotto un lampione, vidi che all'espressione di dolore già era succeduta sulla sua faccia quella consueta di sussiego, di compiacimento di sè e d'arroganza; quando compresi, udendo il picchiare sonoro e misurato della sua mazza sul lastrico, ch'egli era assai lontano dalla mia umiltà e dalla mia contrizione, cessai di sprecare quei sentimenti pietosi di cui egli non pareva aver gran bisogno e che ancor meno meritava. Non compiansi più che me solo, e fissai il mio sguardo su quella figura d'uomo duro e superbo, con l'anima riboccante d'un odio implacabile.
«Non ritrarti da me, mia Gertrude, nel leggere questa franca confessione della mia natura appassionata e in quel momento eccitatissima. Tu forse non sai che sia odiare; ma fosti mai posta a simili prove?
«Non appena il signor Graham ebbe svoltato il canto, m'avvicinai alla casa; il portone era chiuso, ma avevo la mia chiave: apersi ed entrai. Tutto pareva tranquillo: nelle stanze terrene non c'era nessuno. Salii pian piano, passai in una stanzina in fondo al corridoio che metteva nella camera d'Emilia ed aspettai un pezzo. Non s'udiva una voce, non si vedeva anima viva. Alfine, temendo che il mio patrigno ritornasse presto, risolsi d'andare nella camera mia, ch'era al secondo piano, a prendere il mio denaro ed alcuni oggetti di valore di cui non volevo privarmi, e poi scendere nella cucina ed ottenere almeno quelle notizie d'Emilia che avrebbe potuto darmi la cuoca, certa signora Prime, donna d'ottimo cuore, la quale, n'ero sicuro, m'avrebbe compatito.
«Mi riuscì d'attuare la prima parte del mio disegno, ma a piè della scala di servizio m'imbattei nella signora Ellis che veniva dalla cucina con una tazza di brodo in mano. Costei era in casa Graham da poche settimane, messavi per ispiare le mie azioni, e perciò a me invisa. Ella conosceva tutti i particolari della disgrazia, ed era stata testimone della mia espulsione. Al vedermi si fermò di botto, gettò un grido soffocato, lasciò cadere la tazza e fece l'atto di fuggire, come davanti a una bestia feroce: infatti il mio aspetto in cui si dipingevano una selvaggia disperazione e il digiuno e la stanchezza, doveva darne l'idea....
«Io le sbarrai il cammino e la forzai ad ascoltarmi. Ma prima ch'io potessi rivolgerle la domanda che mi bruciava le labbra ella proruppe, confermando i miei più atroci timori:
«— Via di qui, ribaldo, via! Volete accecare anche me?
«— Dov'è Emilia? — gridai. — Permettete ch'io la vegga!
«— Vederla, voi? Orribile scellerato! No, ha già troppo sofferto per causa vostra. Pensa anche lei che basta, oramai. Lasciatela in pace.
«— Che intendete dire? — io feci con un urlo, scotendo violentemente per le spalle la governante le cui parole mi sbranavano il cuore, mi rendevano frenetico.
«— Che intendo dire? — ella continuò. — Che Emilia non vedrà mai più nessuno: e quando pur avesse mille occhi, voi non vorrebbe vedervi certo!
«— Dunque anch'ella mi odia? — io esclamai, piuttosto parlando a me stesso che interrogando la donna.
«Ma ella rispose prontamente:
«— Se vi odia? Oh, sì, e peggio.... Non può trovare termini abbastanza severi per voi.... Mormora fino tra' suoi spasimi: «Crudele! Malvagio!» E via dicendo. Il suono del vostro nome la fa raccapricciare, e a noi tutti è proibito di pronunziarlo in sua presenza. —
«Non aspettai d'udir altro: mi volsi e mi precipitai fuori.
«Quella fu la crisi della mia vita. Il fulmine mi aveva colpito e atterrato. Speranze terrene, felicità, fortuna, buon nome, tutto già era perduto; un'unica luce solitaria brillava ancora nelle mie tenebre: l'amore d'Emilia. In esso fidavo; solo in esso. Ed ecco che perdevo anche quello; e ciò era perdere la mia giovinezza, la mia fede, la suprema speranza del Cielo. Io non ero più niente sulla terra: poco m'importava dove andassi nè che avvenisse di me.
«Da quel momento cessai d'esser io. Scese su me la nube che da allora m'avvolge e sotto la cui oscura ombra tu mi vedesti e conoscesti. Fui tocco da quel male che mutò il gaio mio riso in un sorriso amaro, che diede i toni dell'ironia mal celata e del sarcasmo al mio parlare, un tempo franco e piacevole. I miei capelli incanutirono precocemente, i miei lineamenti presero un'espressione dura, spesso severa; i miei simili, per i quali nobilmente ambivo divenire un benefattore, m'apparvero come antagonisti armati contro cui avrei dovuto sostenere una perpetua guerra; e il Dio che avevo adorato, nel quale avevo creduto come in un amico fedele e un giusto vendicatore, chi era Egli? dove era Egli? perchè non faceva trionfare la mia innocenza? Di qual nero e premeditato delitto ero colpevole perchè mi abbandonasse così? Ahimè, sventura somma fra le mie sventure, avevo perduto la fede nel Signore.
«Non so da qual parte mi diressi, uscendo dalla casa del signor Graham. Le strade che attraversai m'erano, senza dubbio, tutte familiari, ma non ne rammento neppur una: soltanto so che non mi fermai finchè non venni a trovarmi all'estremità d'una banchina, con gli occhi fissi sull'acqua profonda, tentato di spiccare pazzamente un salto e inabissarmi nell'oblio eterno!
«Senza quell'ultimo colpo che aveva abbattuto la mia virile energia, mi sarei attaccato ancora alla vita, almeno per rivendicare la mia buona fama; non avrei mai voluto lasciare di me una memoria denigrata da cui gli uomini m'avrebbero giudicato e su cui Emilia avrebbe pianto. Ma ora che m'importava più della gente? Ed Emilia? Aveva cessato d'amarmi, e però non si sarebbe afflitta: ed io non bramavo più altro che la tomba, il nulla.
«Vi sono istanti nella vita in cui una parola, uno sguardo, un pensiero, possono pesare sulla bilancia, del fato, e determinare un destino.
«Così m'avvenne. Io ero incapace di concepire un qualsiasi disegno: il caso risolse per me. Un rumore di remi nell'acqua mi scosse dalla mia apatia; pochi minuti dopo una barchetta venne ad ormeggiarsi a breve distanza dal posto dove stavo. Tostò udii da presso, sulla banchina, un passo rapido e sonoro, e voltandomi vidi al lume della luna che usciva appunto da un cumulo di nubi, un robusto uomo di mare con una grave giacca impermeabile sotto il braccio destro e una vecchia sacca da viaggio nella mano sinistra. Egli aveva una faccia rubiconda e gioviale, e nel passarmi accanto per saltare nella barca dove due marinari lo aspettavano, coi remi stillanti sollevati, pronti a rituffarli, mi picchiò cordialmente una spalla esclamando:
«— Ebbene, mio bel signorino, v'imbarcate con noi? —
«Senza esitare io risposi di sì. L'uomo diede un'occhiata alla mia faccia, e un'altra al mio vestito, il quale parve fargli pensar bene di me circa la condizione sociale e la possibilità di pagare la traversata; e disse ridendo:
«— A bordo, dunque! —
«Con suo stupore, perchè aveva creduto che scherzassi, io saltai nella barca, e alcuni minuti dopo mi trovavo a bordo d'una bella nave a tre alberi, in procinto di salpare: non sapevo per dove.
«Appena in capo a due o tre giorni di navigazione appresi ch'era diretta a Rio Janeiro: ma a me, qua o là, faceva lo stesso.
«Io non ero l'unico passeggero: avevo per compagna di viaggio la figliuola del capitano, a nome Lucia Grey, la quale sembrava a casa propria, tanto sopra coperta che sotto. Durante la prima settimana quasi non m'accòrsi della sua presenza, e probabilmente avrei compiuto l'intera traversata senza occuparmi di quella giovanetta, mezzo bambina, mezzo donna, se il mio strano e misterioso contegno non l'avesse tratta a condursi verso di me in un modo che mi maravigliò e finì col commuovermi. La mia aria selvaggia e smarrita, la mia continua irrequietudine, la ripugnanza che avevo per il cibo, l'indifferenza che mostravo per tutto quanto m'accadeva dintorno, la colpirono ed eccitarono la sua compassione. Da principio mi credette squilibrato di mente, e mi trattò come tale. Spesso veniva a sedersi sulla tolda, di fronte a me, e stava a guardarmi per un'ora buona, ignorando o non curandosi d'essere a sua volta osservata: poi se n'andava con un profondo sospiro. Ogni tanto m'offriva qualche bocconcino prelibato, pregandomi che mi sforzassi di mangiare; e poichè io, commosso da quella gentile benevolenza, accettavo più volentieri il nutrimento dalla sua mano che da un'altra, queste piccole attenzioni divennero quotidiane.
«A misura però che il mio aspetto e le mie maniere si ricomponevano, e il tormento febbrile a cui ero in preda si quotava in una malinconia profonda ma meno torbida e fiera, ella si comportava con maggiore ritegno; e quando cominciai ad essere più simile al comune degli uomini, a sedermi a tavola con gli altri, a dormire nel mio camerotto una parte almeno della notte invece di passarla tutta passeggiando sul ponte, Lucia cessò di frequentare quella parte della nave dove solevo stare durante la giornata; sicchè di rado avevo occasione di scambiare una parola con lei, se non la cercavo apposta.
«Ma avemmo tempi burrascosi che mi costringevano a cercare rifugio nella cabina, e là quasi sempre m'incontravo con la fanciulla che, seduta sulla traversa di poppa, leggeva o contemplava le onde agitate. Il viaggio era lungo; necessariamente quindi ci si trovava spesso insieme, tanto più che il capitano Grey, quegli che m'aveva scherzosamente invitato ad imbarcarmi, continuava a mostrare una cordiale simpatia per me, e incoraggiava benignamente quell'amicizia considerandola come un aiuto a trarmi dal mio stato di malinconia, il quale sembrava stupire e addolorare il gioviale comandante del bastimento quasi quanto la sua pietosa e sensitiva figliuola.
«La timidità di Lucia andava a poco a poco dissipandosi, e molto innanzi il termine della traversata io non ero più un estraneo per lei. Ella parlava meco familiarmente, o, piuttosto, mi parlava: perchè mentre io, nonostante qualche accenno di curiosità da parte della ragazza, mantenevo un rigido silenzio circa i casi miei, ai quali non potevo nemmeno pensare nonchè discorrerne, ella, in compenso, s'ingegnava d'intrattenermi raccontandomi la storia della sua vita, di cui mi riferiva con semplice franchezza quasi tutti i particolari.
«A volte l'ascoltavo attento; a volte, assorto nelle mie dolorose riflessioni, non udivo più la sua voce e dimenticavo la sua presenza. Allora ella s'interrompeva, e quando, scotendomi dalla mia fantasticheria, alzavo subitamente gli occhi, sorprendevo il suo sguardo fisso nel mio volto con un'espressione di rimprovero che mi faceva raccogliere tutta la mia forza di volontà per mostrare di prestarle una seria attenzione, che spesso ella alfine riusciva a cattivarsi davvero.
«Fino ai quattordici anni Lucia era vissuta con sua madre in una casina sul Capo Cod. Soltanto a rari intervalli il focolare domestico veniva rallegrato dal ritorno del padre da uno de' suoi lunghi viaggi. Di solito si recavano in quelle occasioni nella città dove il bastimento era approdato, passavano alcune settimane in continuo tripudio, e poi se ne tornavano a piangere la partenza del gaio capitano, e a contare le settimane e i mesi che dovevano trascorrere prima di rivederlo.
«E infine avvenne che la madre ammalò e morì. Lucia mi diceva con parole commoventi il suo immenso dolore, e quanto amaramente il babbo aveva pianto apprendendo al suo arrivo la triste notizia; mi narrava la sua vita a bordo della nave che dopo la perdita della mamma era divenuta la sua casa; mi confidava come si sentisse mesta e abbandonata quando infuriava la burrasca ed ella, mentre il capitano era al suo posto sul ponte, sedeva sola sola nella cabina, ascoltando l'urlo del vento e il ruggito delle onde.
«Ella aveva gli occhi gonfi di lacrime nel parlare di queste cose, ed io la guardavo con pietà come una che il dolore faceva mia sorella. Ma le prove sofferte non potevano tuttavia soffocare in lei i vivaci e baldi spiriti giovanili. Cinque minuti dopo finito di raccontare con patetica eloquenza un episodio delle sue precoci peripezie, se il padre, sempre allegro, capitava a sorprenderla con qualche burletta e a stuzzicarla provocando le sue rappresaglie, ella era già bell'e pronta a un duello di frizzi, e perfino di scherzi un po' rudi. La cabina o la tolda risonavan di chiassose risate, di motti giocosi, le malinconie erano dimenticate; e io, rifuggendo da una gaiezza che mal s'accordava con la mia infelicità e feriva i miei nervi irritati, mi ritiravo in qualche angolo remoto a meditare e piangere su miserie per le quali non potevo sperare simpatia, cui nessuno poteva partecipare, che dovevo soffrire solo, senza conforto.
«Le mie sventure m'avevano reso così misantropo, che la gara di piacevolezze tra il buon capitano e la sua vispa figliuola, il riso musicale con cui la fanciulla rispondeva alle barzellette di due o tre vecchi marinari privilegiati, mi urtavano come un'offesa: nè avrei creduto possibile che una creatura tanto poco atta a comprendere le profonde mie pene, come Lucia, provasse per me una compassione sincera, se non avessi talvolta veduto, non senza commozione, la sua innocente ilarità cadere d'un tratto, e dar luogo ad un'aria grave e triste, quando per caso i suoi sguardi incontravano il mio viso addolorato, reso più scuro ancora dal contrasto con la sua allegria e quella de' suoi compagni.
«Ma non devo più dilungarmi sulla nostra vita a bordo, perchè ho da riferire gli eventi di anni, e conviene ch'io mi tenga nei limiti d'una concisa esposizione dei fatti. M'astengo dunque dal descriverti la spaventosa tempesta durante la quale, per due giorni e una notte, la povera Lucia fu pazza di terrore, e che a me, noncurante dei disagi, indifferente al pericolo, diede occasione di contraccambiare la sua benevolenza, prodigandole tutte le cure e tutti i conforti ch'era in mia facoltà darle. Ma questo ed altri casi del lungo viaggio, conferirono a farle concepire una fiducia in me che quando fummo arrivati in porto mi pose a una difficile prova, piuttosto impacciante.