XLVII.

Non rigettar

La mia preghiera! Questo lungo errare

Sempre più lunge, troppo m'ha estenuato,

Nè so una spiaggia dove il disperato

Mio dolor possa mai requie trovare.

E. B. Browning.

«Il capitano Grey morì. Eravamo a circa sei o sette giorni di navigazione da Rio Janeiro quando cadde improvvisamente ammalato, e tre giorni innanzi che gettassimo l'àncora in quel porto esalò l'ultimo respiro. Io aiutai Lucia ad assisterlo, gli chiusi gli occhi, e portai tra le mie braccia la fanciulla svenuta, in un'altra parte della nave. Le feci riprendere i sensi, e tentai di confortarla con parole affettuose; ma quando ella ebbe piena coscienza della sua sventura, s'abbattè in una cupa disperazione più penosa a vedersi che la precedente assoluta insensibilità.

«Suo padre non aveva in alcun modo provveduto a lei; nè invero egli avrebbe potuto farlo come provò in seguito lo stato de' suoi affari. Ben a ragione la poveretta si doleva della triste sua sorte, perchè ella si trovava senza altri parenti e senza denaro, e doveva sbarcare in una terra straniera che non offriva alcun ricovero all'orfana.

«Seppellimmo il capitano in mare. Compiuto il lugubre ufficio, andai in traccia di Lucia, e procurai novamente, come già m'ero provato senza alcun successo, di destare in lei il sentimento della sua condizione, e deliberare sul da farsi, posto ch'eravamo già vicini al porto, e tra alcune ore saremmo stati costretti a lasciare il bastimento e cercare alloggio nella città. Ella m'ascoltò, ma non aprì bocca,

«Infine accennai alla necessità di separarci, e le domandai che idee avesse per il suo avvenire. La sua risposta fu uno scoppio di lacrime.

«Io manifestai tutta la mia pietà per il suo cordoglio, la esortai a non disperarsi.

«Allora, tra i singhiozzi, e interrompendosi spesso per dare in esclamazioni di dolore, ella si raccomandò con semplicità infantile alla mia compassione, supplicandomi di non lasciarla, anzi diceva di non «abbandonarla», ricordandomi ch'era sola al mondo, e che toccando terra sarebbe stata sperduta in paese straniero, implorando la mia misericordia perchè la salvassi dal morire derelitta e disperata.

«Che dovevo fare? Mi trovavo anch'io solo e sperduto, la mia vita non aveva alcun fine. Eravamo tutt'e due del pari, orfani e desolati. Non v'era che un punto di differenza: io potevo lavorare e proteggerla, ella non era in grado d'aiutarsi. A me ella offriva una ragione di vivere: il rifugio ch'io avrei offerto a lei, per quanto povero, sarebbe stato sempre qualche cosa di meglio che il rimanere esposta ad ogni sorta di sofferenze e di pericoli. Io le dissi chiaramente che ben poco avevo da darle; perfino il mio cuore era spezzato. Ma volentieri avrei lavorato per sostentarla, l'avrei difesa, consolata, e forse anche amata, col tempo.

«L'ingenua fanciulla non pensava al matrimonio invocando il mio appoggio: cercava la protezione d'un amico, non già un marito. Io le spiegai che soltanto il vincolo coniugale poteva impedire la nostra separazione, ed ella nell'umiltà della sventura finì con l'accettare la mia non molto lusinghiera profferta.

«L'unico confidente del nostro subitaneo fidanzamento, l'unico testimonio della cerimonia nuziale, seguita poche ore dopo, fu un vecchio marinaro, un veterano incotto dal sole e dai venti, che aveva conosciuto ed amato Lucia fin da bambina, e il cui nome ti sarà probabilmente familiare: Ben Grant. Egli scese a terra con noi e ci accompagnò alla chiesa, che fu la nostra prima mèta, e poi nel più che modesto alloggio di cui bisognava per allora contentarsi. Il buon uomo si dedicò alla figlia del suo capitano con abnegazione; ma ahimè, in un frangente che or ora saprai, il suo zelo fu malinteso e riuscì funesto.

«Dopo molte difficoltà ottenni un impiego da un negoziante nel quale riconobbi per caso un ottimo amico del mio defunto padre. Egli era stabilito a Rio da parecchi anni, ed esercitava un vasto traffico. Volentieri m'accolse nella sua casa commerciale in qualità di commesso, e di tanto in tanto mi mandava anche a trattare affari in posti più o meno lontani. Le mie occupazioni erano regolari e proficue, sicchè presto non solo fui al riparo dal bisogno, ma potei procurare alla mia giovane sposa una certa agiatezza, se non il lusso.

«Il suo carattere dolce, il buon animo e l'umor gaio con cui aveva sopportato le privazioni, l'ardore de' suoi sforzi per rendermi felice, non rimasero senz'effetto. Combattei la mia torva malinconia, pervenni a rasserenare il mio aspetto; e le rughe precoci che la sua piccola mano amorosamente spianava, alfine non ricomparvero più. Il breve tempo che passai con tua madre, Gertrude, è un episodio soave nella memoria della tempestosa mia vita. Giunsi ad amarla molto; non come amavo Emilia.... questo sarebbe stato impossibile.... ma ella era il fiore solitario che cresceva sulla tomba delle mie speranze giovanili e diffondeva intorno a me una gentile fragranza. La figliuola ch'ella mi diede non m'è più cara perchè è una parte di me stesso che per essere il frutto di quel caro fiore, tanto presto divelto e schiacciato....

«Circa due mesi dopo la tua nascita, bambina mia, innanzi che i tuoi occhi avessero appreso a sorridere alla vista di tuo padre necessariamente molto spesso lontano da casa, gli affari di cui ero incaricato quale agente mi chiamarono in una piazza piuttosto distante da Rio. Ero assente da quasi un mese, avendo dovuto estendere il mio viaggio oltre l'itinerario fissatomi, e avevo sempre mandato regolari notizie a Lucia (la quale, però, credo non ricevette mai le mie lettere), quando capitai in un posto i cui dintorni erano infestati da malaria. Per amore della mia famiglia presi tutte le precauzioni a fine d'evitare l'infezione, ma furono inutili. La terribile febbre mi colse e giacqui settimane tra la vita e la morte. Durante la mia malattia fui crudelmente negletto, perchè non avevo colà alcun amico, e l'esiguità della mia borsa non allettava i mercenari: ma la pena in cui ero per Lucia e per te, superava di gran lunga i patimenti fisici, pur tanto gravi.

«La mia immaginazione inquieta mi suscitava ogni sorta di paure: ahimè, nessuna delle peggiori s'avvicinava alla realtà che m'attendeva al mio ritorno. Dopo un'interminabile degenza, ripresi la via di Rio, emaciato, estenuato, quasi privo di denaro e con le vesti lacere. E quando cercai la mia casa la trovai deserta, e fui ammonito d'allontanarmene, poichè la funesta epidemia della quale io ero stato preda, aveva poco meno che spopolato quella strada e le adiacenti. Benchè facessi le più minuziose inchieste, non potei saper nulla di mia moglie e della mia creatura. Corsi all'orribile carnaio dove durante l'infierire della pestilenza venivano esposti i cadaveri non riconosciuti; ma tra quei miserandi avanzi sfigurati era impossibile distinguere i propri congiunti dagli estranei. Errai giorni e giorni per la città sperando d'ottenere qualche informazione concernente Lucia: nessuno l'aveva mai udita menzionare. Esplorai tutte le banchine che Ben Grant, al quale v'avevo affidate, tua madre e te, soleva frequentare, chiesi di lui, descrivendo esattamente la sua persona: non ne scopersi la minima traccia.

«Il mio primo pensiero era stato ch'egli e Lucia si fossero, com'era naturale, rivolti al negoziante per cui viaggiavo a fine di conoscere la causa della mia prolungata assenza. E però trovando vuota la mia casa avevo affrettato il passo in cerca di lui. Anch'egli era caduto vittima del morbo dominante! Il suo banco era chiuso, la sua ditta cancellata. Io continuai le indagini finchè l'ultimo bagliore di speranza non fu spento. Ma venni assicurato che quasi nessuno tra gli abitanti del rione dove avevo lasciato la mia famiglia era sfuggito al flagello; e persuaso alfine che il mio fato continuava a perseguitarmi con un implacabile furore di cui quest'ultimo colpo, ch'io mi avrei dovuto aspettare, non era se non un singolo sfogo, disperatamente risolsi d'imbarcarmi, pagando la traversata col mio lavoro, sulla prima nave che mi portasse a questo prezzo lontano dai luoghi pieni di così strazianti ricordi.

«Da quel punto cominciò quella corsa angosciosa attraverso il mondo, senza termine e senza requie, in cui si riassume la mia vita. Con vari propositi, e lottando con varia fortuna per conseguirli, viaggiai in tutte le regioni del globo. Non v'è quasi una terra che il mio piede non abbia premuta; ho navigato tutti i mari, respirato l'aria di tutti i climi. Ho vissuto parimente nella città e nel deserto, fra gli uomini inciviliti e fra i selvaggi. Ed ho imparato la triste verità, che la pace non esiste in nessun luogo, e che l'amicizia per lo più è un nome vano. Se sono giunto a odiare, a sfuggire, a disprezzare il genere umano, è perchè io lo conosco bene.

«Una volta visitai perfino la dimora dove trascorse la mia adolescenza. Non conosciuto, non veduto, calcai il suolo familiare, mirai le facce familiari benchè tocche dal tempo. Stetti davanti alla finestra della biblioteca del signor Graham, vidi l'aspetto sereno d'Emilia, contenta, felice nella sua cecità e nell'oblio del passato. Una fanciulla sedeva accanto al fuoco tentando di leggere alla luce vacillante della fiamma. Io non sapevo allora che desse un così dolce incanto alla sua fisonomia pensosa, nè perchè il mio sguardo vi si posasse con raro piacere: nessuna voce diceva al mio cuore paterno che io contemplavo il volto della mia figliuola. Non giurerei che il forte impulso da cui mi sentivo spinto ad entrare, a farmi riconoscere, ad implorare da Emilia una parola di perdono non fosse per prevalere sul timore del suo sdegno; ma in quella apparve il signor Graham, con la sua aria glaciale e severa, ed io fuggii di là.... Il giorno seguente ripartivo alla volta di luoghi lontani.

«Quantunque nei diversi lavori che ero costretto a intraprendere per mantenermi decentemente, io guadagnassi spesso tanto da poter godere una temporaria indipendenza, e concedermi il lusso di costosi viaggi, non pensavo ad accumulare un patrimonio: a che m'avrebbe servito, poichè non avevo da provvedere che alla sodisfazione de' miei bisogni immediati? Ma il caso mi gettò dinanzi quella ricchezza ch'io non m'affannavo a cercare.

«Dopo un anno passato nelle selvagge solitudini dell'Occidente, tra avventure il cui racconto ti sembrerebbe incredibile, seguitai ad attraversare quella regione, compiendo, senza compagni, un aspro e lungo viaggio, il quale aveva l'unico fine d'appagare il mio umore vagabondo. Venni così a trovarmi nel paese che fu poi chiamato la «terra promessa», nonostante che per molti dei cupidi emigranti fosse invece una terra di false lusinghe e di amari disinganni. Tuttavia per me ne scaturì l'oro di cui non avevo sete. Io fui tra i primi scopritori delle prodigiose miniere, e uno dei più fortunati, benchè dei meno diligenti e meno bramosi d'arricchirsi.

«Ma questa non fu la sola nè la maggiore delle fortune toccatemi. Coi primi frutti delle mie fatiche comperai un'immensa distesa di terreni, approfittando di un'occasione offertasi. Ero ben lungi dal sognarmi che quei campi deserti diverrebbero un giorno le strade e le piazze d'una grande e prospera città. Eppure fu così: ed io senza sforzi, quasi senza saper come, acquistai ricchezze favolose.

«Non è tutto. Il caso felice che guidò i miei passi alla terra dell'oro, mi condusse a scoprire una perla preziosa, un tesoro a paragone del quale le miniere della California sono un nulla ai miei occhi.

«Tu sai che il grido della conquista corse il mondo, e uomini d'ogni nazione portarono le loro braccia al campo della fortuna. Poi venne la fame, seguita dalla malattia e dalla morte; e molti furono quelli che mentre s'affrettavano ansiosamente verso l'aurea mèsse, caddero sul margine della via prima d'averla pur veduta ondeggiare da lontano.

«Per quanto io disprezzassi quell'avida canaglia, non potevo, nelle mie privilegiate condizioni, ricusarmi di soccorrere gli sciagurati che venivano ad abbattersi ai miei piedi; e, per una volta, la mia umanità trovò la sua ricompensa.

«Un uomo di miserabile aspetto, cencioso, sfinito, mezzo morto, si trascinò fino alla mia tenda (il paese, in quel tempo primitivo, non offriva altra abitazione) e con voce fievole si raccomandò chiedendo la carità. Io lo accolsi nell'angusta mia dimora, e non gli fui avaro delle cure che ero in grado di prestargli. Ma egli non soffriva che d'inedia, e quando si fu satollato, manifestò subito la selvaggia brutalità della sua natura nell'arcigna indifferenza con cui ricevette l'ospitalità benevolmente concessagli da un estraneo, e nella vile ingratitudine con cui ne abusò. In capo ad alcuni giorni le sue forze erano ristorate, sicchè io, desideroso di levarmi d'attorno quell'intruso il quale cominciava a condursi in modo da farmi dubitare della sua buona fede, lo avvertii che doveva andarsene, non senza però mettergli in mano una quantità d'oro sufficiente ad assicurare il suo sostentamento finchè fosse giunto alle miniere ove diceva d'essere diretto.

«L'uomo parve malcontento. Mi chiese il permesso di rimanere fino alla mattina seguente non avendo egli alcun ricovero per la notte che già s'avvicinava. Io accondiscesi, perchè non m'immaginavo qual serpente avessi riscaldato al mio focolare. In sulla mezzanotte un leggero rumore mi destò: ci voleva poco a turbare il mio sonno che non era mai profondo. Mi rizzai e vidi l'ospite affaccendato a impadronirsi del mio denaro, e pronto a svignarsela senza salutarmi. La sua ribalderia andò più oltre. Nell'atto ch'io l'agguantavo rimproverandogli il furto vergognoso, egli afferrò un'arme che si trovava lì presso, e attentò alla vita del suo benefattore. Ma io stavo all'erta; rapidamente schivai il colpo, ed essendo il più forte, in pochi momenti ebbi ridotto all'impotenza il mio disperato avversario. Costui si trascinò alle mie ginocchia implorando grazia con l'abietta sommissione che si conveniva a un così spregevole furfante. E ben aveva di che tremare, perchè la legge di Lynch era allora nel suo pieno vigore, e faceva giustizia sommaria dei criminali.

«Avrei probabilmente abbandonato il traditore alla sorte meritata, se egli non avesse per caso scoperto alla mia cupida brama un oggetto desiderabile a segno, ch'io gli offersi la libertà come prezzo del suo possesso, con un ardore in cui dimenticai il castigo dovuto a tanta perfidia.

«Il ladro, obbedendo al mio comando, vuotò le sue tasche per restituirmi l'oro, la cui perdita non m'avrebbe oltremodo afflitto: e mentre il vil metallo rotolava ai miei piedi, vidi brillare tra le monete un gioiello mio, legittimamente mio quanto il resto; e quella vista mi colmò di maraviglia e di gioia, più che se fosse stato una stella caduta dal cielo.

«Era un anello assai singolare per il disegno e la fattura, già appartenuto a mio padre, portato poi da mia madre fino al tempo delle sue seconde nozze, e da lei allora dato a me. Io lo tenevo caro come un'eredità preziosa, ed era uno dei pochi oggetti di valore presi meco nell'abbandonare la casa del mio patrigno. L'avevo lasciato, insieme con un orologio e qualche altro piccolo gioiello, a Lucia, quando m'ero separato da lei a Rio, e rivedendolo mi sembrava udire una voce da una tomba.

«Con ansiosa avidità interrogai il mio prigioniero per sapere come quell'anello fosse venuto nelle sue mani, ma egli si chiuse in un ostinato silenzio. Ora toccava a me supplicarlo; e alfine, la promessa che, terminato il suo racconto, l'avrei lasciato partire immune dalla «fustigazione della giustizia»[6] gli strappò il segreto che per me aveva un'importanza vitale. Ti riferirò in poche parole la sua intralciata e scucita narrazione.

«Quell'uomo era Stefano Grant, il figlio del mio vecchio amico Ben. Egli aveva udito dalla bocca di suo padre la dolorosa storia della tua mamma, e la circostanza d'un violento alterco tra il marinaro e quella megera di sua moglie quando egli le aveva portato in casa la giovane straniera, era servita ad imprimerla bene nella memoria del ragazzaccio.

«A quanto rilevai da ciò che Stefano mi disse, pare che la mia prolungata assenza e la mancanza di notizie mentre io giacevo malato, fossero interpretate dal fedele ma troppo diffidente amico e consigliere della mia sposa, come un volontario e crudele abbandono. La povera figliuola, per la quale la mia vita passata era un mistero, e rimanevano quindi inesplicabili molti particolari del mio carattere e della mia condotta, cominciò a sentirsi persuasa che i timori e i sospetti del buon vecchio non erano infondati. Ella s'era rivolta al mio principale, a fine d'ottenere qualche informazione; ma egli, che mi sapeva esposto all'epidemia e mi credeva oramai nel numero dei morti, non volendo desolarla le aveva dato risposte così oscure ed ambigue, da mutare quasi in certezza le sue vaghe apprensioni. Tuttavia si ricusò fermamente di lasciare la nostra casa, e attaccandosi a un'ultima speranza stette ad aspettarvi il mio ritorno finchè il morbo non principiò a menare strage nel vicinato. Il suo piccolo gruzzolo era già finito, le forze sì morali che fisiche le venivano meno, e Ben, sempre più sicuro che l'ingenua Lucia era stata tradita e abbandonata, potè finalmente indurla a vendere la sua mobilia, e grazie alla somma così raccolta fuggire dal paese infetto prima che fosse troppo tardi. Ella partì per Boston con un bastimento su cui il suo umile protettore s'era imbarcato in qualità di marinaro; e, giunti in porto, egli la condusse nella sola casa che poteva offrirle: la sua.

«Là si compì il fato della tua sventurata madre con la sua morte nel fior degli anni, e tu, bambinetta, restasti sola alla mercè della femmina crudele che unicamente la coscienza d'un crimine commesso e la tema di essere scoperta, rattenne dal cacciarti fin da allora fuor del misero asilo trovato sotto il suo tetto. Questo crimine consisteva in un vilissimo furto perpetrato da lei e dal già infame suo figlio in danno dell'innocente e infelice Lucia che la sua debolezza rendeva oramai una facile preda per la loro rapacità.

«I frutti del ladrocinio non furono però mai goduti da Annetta Grant, il cui promettente rampollo tanto la superava in duplicità ed astuzia, che fattosi consegnare i gioielli col pretesto di venderli bene, si tenne per sè ciò che gli parve opportuno, e s'appropriò il denaro ricavato dal resto.

«L'anello antico ora tornato in mio possesso, la preziosissima reliquia di una luttuosa tragedia, avrebbe seguìto la sorte degli altri oggetti rubati se non fosse parso al ladro di poco valore. Ma esso salvò, temporariamente almeno, lo sciagurato Stefano dal castigo dei felloni che certo aspetta quel peccatore impenitente; e quanto a me.... ah, quanto a me rimane dubbio ancora se il segreto di cui fu la chiave consolerà la vita che m'avanza o farà pesare sovr'essa una più grave maledizione!

«Quantunque le informazioni così ottenute suscitassero in me l'eccitante idea che la mia figliuola vivesse ancora e potesse alfine essermi resa, io non osavo abbandonarmi a quest'ardita speranza, perchè nulla m'assicurava che non fosse destinata a perire in germe, che il perduto tesoro di cui avevo miracolosamente scoperto le tracce non dovesse di nuovo sfuggire alle mie ansiose ricerche. A tutte le domande concernenti te, mia Gertrude, Stefano, il quale non aveva più ragione alcuna di nascondermi la verità, rispose che non era in grado di comunicarmi particolari posteriori al tempo in cui eri andata a stare con Trueman Flint. Egli sapeva che il lampionaio t'aveva ricoverata la notte che Annetta ti cacciò in istrada, e un caso gli apprese, di lì ad alcuni mesi, la tua permanenza in quel luogo di rifugio, essendo stato il vecchio (per dire come disse lui) tanto solennemente imbecille da recarsi di spontanea volontà a risarcire sua madre del danno da te fatto in uno sfogo d'infantile vendetta alla vetrata d'una sua finestra.

«Di più non giunsi a rilevare, ma era uno stimolo sufficiente perchè io m'adoprassi con tutte le mie energie a ritrovar la mia creatura. Pieno il cuore di quest'unico desiderio, m'affrettai a partire per Boston. Non durai fatica a rintracciare le notizie del tuo benefattore, e quantunque fosse morto da anni, non poche persone, degne di fede, m'attestarono le sue grandi virtù, che ben erano conosciute. Nè la sua figliuola adottiva era dimenticata nel quartiere dove aveva passato l'infanzia. Più d'una voce rispose alle mie inchieste con accento di gratitudine, enumerando le ragioni di ricordare la fanciulla che essendo venuta in prospere condizioni dopo aver provato la povertà, s'era fatta un dovere e un piacere di soccorrere nei loro bisogni i suoi vicini d'un tempo, le cui sofferenze le erano note per avervi partecipato.

«Ma, ahimè, alla somma delle mie tristi vicissitudini, una ancora doveva aggiungerne l'inesorabile destino.... Nel momento ch'io m'accertavo che mia figlia viveva ed era al sicuro, nel momento che il mio cuore paterno esultava al suono delle lodi da cui sentivo accompagnare il suo nome, mi colpirono come un fulmine queste parole tremende: «Ella è ora la figliuola adottiva della dolce Emilia Graham, della buona signorina cieca!»

«O strana coincidenza! O giusto guiderdone. Mentre mi credevo sul punto di vedere la cara mia speranza divenire una felice realtà, la mano ferrea di quel destino che non voleva lasciarsi sfuggire la sua vittima, mi afferrava un'altra volta, e mi schiacciava.... La mia creatura, la mia unica figliuola, stretta da vincoli di gratitudine e d'affetto, fin dai suoi teneri anni, a colei nel cui volto non oserei fissare lo sguardo, se fosse conscia della mia presenza, per tema di leggervi una condanna che mi fiaccherebbe l'anima per sempre!

«Le terre e i mari che ci dividevano finora, mia Gertrude così lungamente perduta per me, sembravano alla mia immaginazione torturata un ostacolo meno insormontabile del fatto che la sola creatura umana nel cui amore ancora speravo, era stata educata in una famiglia dove io ero odiato, dove il solo mio nome destava un senso d'orrore!

«Straziato dal pensiero tormentoso che tutte le mie preghiere, tutte le mie spiegazioni sarebbero state impotenti a cancellare quella prima impressione, che le mie cure, la mia tenerezza, per quanto grandi non avrebbero ottenuto altro che un freddo e formale riconoscimento dei miei diritti, o, peggio ancora, un'ipocrita larva d'amor filiale, quasi risolsi di lasciar ignorare a mia figlia da chi fosse nata, di rinunziare a veder mai il suo viso piuttosto che imporle la terribile necessità di scegliere tra l'adorata amica e un padre da cui l'animo suo rifuggiva con raccapriccio e terrore come da un reo di neri delitti.

«Dopo aver molto combattuto con sentimenti contrari, in fiera lotta tra loro, deliberai di tentare una prova: conoscere la mia Gertrude, ma guardandomi bene dallo scoprirle chi io fossi. Mi confidavo, e lo confermarono i fatti, che i mutamenti enormi operati dal tempo nel mio aspetto, mi permetterebbero di nascondere l'esser mio alle persone con cui non avevo avuto una lunga dimestichezza; e però m'avvicinai alla casa del signor Graham, senza paura di tradirmi. La trovai chiusa, e, a quanto pareva, deserta.

«Mi diressi allora verso il troppo noto banco. Là un commesso, non bene informato, mi disse che tutta la famiglia del suo principale, te compresa, aveva passato l'inverno a Parigi, e che allora si trovava in Germania, a Baden-Baden. Io, senza indugio, presi il piroscafo per Liverpool, e da Liverpool proseguii speditamente alla volta dell'elegante cittadina tedesca, una giterella per me, avvezzo a ben altri viaggi.

«Senza avventurarmi sotto gli occhi del mio patrigno, colsi un'occasione di farmi presentare alla sua nuova moglie, e presto seppi dalla loquace signora che Emilia e tu eravate rimaste a Boston, e che in quei giorni vi ospitava il dottor Jeremy.

«Io presi immediatamente la via del ritorno, e durante la traversata feci la conoscenza del dottor Gryseworth e di sua figlia: conoscenza che fu per me preziosa avendomi agevolato il modo d'avvicinarmi a te.

«Arrivato a Boston, corsi alla casa del dottore. Come già quella del signor Graham, la trovai abbandonata dai suoi inquilini e in apparenza chiusa per la stagione. Per fortuna potei interrogare un uomo occupato a riparar lo scalino della soglia. Egli mi rispose che la famiglia era assente, ma non sapeva dirmi dove fosse andata; soggiunse però che c'erano le persone di servizio, le quali m'avrebbero informato. Arditamente io tirai il campanello. Venne ad aprire la signora Ellis: la donna che venti anni addietro aveva crudelmente, spietatamente, fatto risonare al mio orecchio le parole con cui m'annunziava la morte della mia ultima speranza sulla terra. Vidi alla prima occhiata che il mio «incognito» era sicuro, giacchè ella incontrò il mio sguardo acuto e penetrante senza tremare, nè retrocedere o fuggire, come certo avrebbe fatto alla vista dello spettro di Filippo Amory.

«Ella rispose alle mie domande con altrettanta freddezza e compostezza che a quelle di forse una mezza dozzina di delusi clienti del dottore: egli era partito per Nuova York la mattina stessa, e non sarebbe ritornato che fra due o tre settimane.

«Nulla poteva meglio favorire il mio disegno. Io t'avrei raggiunta, avrei fatto conoscenza con te, a poco a poco, quale compagno di viaggio.

«Tu sai come riuscii nel mio intento. Ora seguendovi, ora precedendovi, mi mantenni sempre vicino a voi. Per conferire in qualche modo al tuo benessere e a quello d'Emilia, per conoscere il vostro itinerario, prevenire i vostri desiderî, accaparrarvi le camere migliori e assicurarvi le premure della servitù, non risparmiai nè pene nè spese.

«Della libertà con cui potei accostarti, e penetrare qualche volta nel vostro circolo, sono, ahimè, in gran parte debitore alla cecità della tua protettrice; perchè non posso dubitare che altrimenti nè il tempo, nè i mutamenti da esso prodotti, le avrebbero impedito di riconoscermi. Perciò soltanto all'ultimo atto di questo dramma, quando ci trovammo a faccia a faccia con la morte, e la dissimulazione divenne impossibile, osai fare udire un momento ad Emilia la mia voce.

«Nessuno le cui facoltà mentali non siano talora state acuite e vivificate da qualche ragione così forte, può comprendere quanto intensamente io osservassi ogni tua azione, pesassi ogni tua parola, cercassi di leggerti in viso ogni pensiero: e chi giungerà a misurare l'angoscia del tenero padre che di giorno in giorno imparava ad amare di più ardente e più profondo affetto la sua creatura, eppure non ardiva stringerla al suo seno?

«Specie quando ti vidi oppressa da un grave ed intimo dolore, soffersi struggendomi di proclamare il mio diritto alla tua confidenza, e più d'una volta mi sarei tradito, se non m'avesse frenato il timore che m'incuteva la dolce Emilia... dolce con tutti fuorchè meco! Io non sopportavo l'idea che la mia confessione trasformasse per te l'amico fidato in un padre aborrito! Mi rassegnai a vegliare sulla mia figliuola celatamente, a tenermi distante da lei come un estraneo, piuttosto che apparirle quale il temuto tiranno che poteva strapparla dalla casa donde egli stesso era stato cacciato, ai cuori caldi d'amore per lei, ma per lui di sasso e di ghiaccio.

«Così serbai il silenzio; ed a volte, presente ai tuoi occhi, ma ancor più spesso nascosto, m'aggirai sul tuo cammino fino al giorno funesto, indimenticabile, in cui obliando tutto fuorchè la salvezza tua e di Emilia, il mio cuore parlò, tradì il suo segreto.

«E adesso tu sai tutto: le mie follie, le mie sventure, i miei dolori, i miei peccati!

«Puoi tu amarmi, Gertrude? Questo solo ti chiedo. Io non pretendo di toglierti alla famiglia ch'è divenuta la tua, non voglio privare la povera Emilia d'una figliuola che ella forse ha cara quanto io stesso. L'unico balsamo che cerca la mia anima straziata, è la semplice e sincera promessa che tu ti proverai almeno a voler bene al tuo babbo.

«Io non ho alcuna speranza in questo mondo, nè, ahimè, nell'altro, fuorchè te sola. Se tu sentissi come batte il mio cuore contro le sbarre della sua prigione, comprenderesti che ove non trovi un po' di calma, si spezzerà bentosto.... Vuoi calmarlo tu con la tua pietà, mia dolce creatura adorata? Vuoi consolarlo col tuo amore? Se sì, vieni, stringimi fra le tue braccia, mormora al mio orecchio parole di pace! In vista della tua finestra, nel vecchio padiglione rustico all'estremità del giardino, aspetto, palpitando, di udire il suono dei tuoi passi....»