XVIII.

Dolce cosa! La fata ove dimora

Che far seppe un incanto così bello?

In te, dici? La buona fata allora

Come il cuor del tuo cuore ama, o fratello!

Dana.

Alcune settimane dopo la data di quella sua missiva Gertrude seppe da Giorgio, il quale andava giornalmente in città a fare la spesa, che la signora Sullivan aveva lasciato detto per lei nella bottega del rubicondo macellaro, loro antico conoscente, ch'era giunta una lettera di Guglielmo, e che venisse a leggerla non appena le fosse possibile. Emilia acconsentì di buon grado a permetterle d'andarci subito, ma c'era una difficoltà: Carlotto, l'unico cavallo che il signor Graham teneva, appunto era fuori, e non si presentava nessun'altra occasione.

— O perchè non la mandate con l'omnibus? — domandò la signora Ellis.

Gertrude le rivolse uno sguardo di gratitudine. Era la prima volta che quella donna favoriva un suo desiderio.

— Sola? — disse Emilia. — Non la crederei abbastanza sicura.

— Non abbastanza sicura? Una ragazza così grande! — esclamò la governante che, considerata quale una persona di famiglia, usava parlare alla signorina senza soggezione.

— Vi pare?... Infatti, a me sembra sempre una bambina; ma oramai è quasi una ragazza, come voi dite, e dev'essere capace di badarsi da sè. Gertrude, sei certa di conoscere la strada, dalla stazione degli omnibus, in Boston, alla casa della signora Sullivan?

— Oh, benissimo, signorina Emilia! — rispose la fanciulla.

Senz'altre esitazioni, le furono posti in mano due biglietti per l'andata e il ritorno con la vettura pubblica, ed ella partì tutta raggiante e palpitante di gioia. Trovò la vedova e il vecchio Cooper in buona salute, e lietissimi delle ottime notizie avute da Guglielmo, il quale, dopo un lungo ma pur piacevole viaggio, era arrivato a Calcutta sano e salvo. Egli descriveva la sua nuova casa e le sue nuove occupazioni, parlava de' suoi nuovi principali: il rimanente della lettera era dedicato ad affettuosi messaggi, a domande riguardanti i suoi cari, e Gertrude v'aveva gran parte. Questa desinò con la signora Sullivan, poi ritornò sollecitamente a prendere il suo posto nell'omnibus.

Mentre aspettava la partenza si divertiva a guardare i passanti. Mancava poco alle tre, ed ella cominciava a credere che non avrebbe avuto compagni di viaggio, quando la colpì la voce d'una persona da lei non veduta: una voce strana. Andò verso l'uscio, e le apparve dietro la vettura la figura più bizzarra che mai si fosse offerta a' suoi occhi. Era una vecchia signora, piccola e assai curva. Alla prima occhiata Gertrude riconobbe un medesimo spirito originale nell'idea e nell'esecuzione di ciascuna parte del suo straordinario abbigliamento. Ma non aveva ancora bene osservato i numerosi particolari di quell'insieme stupendamente grottesco, che la sua attenzione fu cattivata dal contegno non meno curioso della vecchietta.

Dopo vani tentativi di salire nel piuttosto incomodo veicolo, ella era rimasta con un piede sul primo scalino e chiamava in suo soccorso il conduttore. L'uomo venne a lei.

— Signore, — ella domandò con tono dignitoso — cotesto cocchio viaggiante è affidato alle vostre onorevoli cure?

— Come dite?... — fece egli. — Ah! Gnora sì, sono il cocchiere. —

Così dicendo aperse l'uscio, e senz'aspettare la cerimoniosa richiesta ch'era sulle labbra della passeggera, le pose una mano sotto un gomito, e innanzi ch'ella s'accorgesse della sua intenzione, la issò fin dentro l'omnibus, e richiuse.

— Ohimè! — ella gemette sedendosi di faccia a Gertrude e accomodando le pieghe del suo velo e gli altri suoi panneggiamenti. — Quell'individuo non è versato nell'arte di porgere aiuto a una signora senza detrimento della sua abbigliatura. Oh Dio, oh Dio! — proseguì tutto d'un fiato. — Ho perduto il mio parasole! —

Si rizzò per cercarlo; ma giusto in quel momento l'omnibus partiva, e l'improvvisa scossa le fece perdere anche l'equilibrio. Se non cadde fu grazie a Gertrude che lesta lesta l'afferrò per un braccio e la rimise a sedere.

— Non vi sgomentate, signora, — disse la fanciulla — eccolo qui! —

E le mostrò il parasole che, quantunque avesse quasi le dimensioni d'un «parapioggia», ella portava attaccato alla cintola, con un nastro verde, e non s'era che spostato. Ma non quel solo oggetto vedevano pendere dal medesimo nastro gli occhi attoniti di Gertrude: c'erano inoltre una borsa enorme, dei più vivi e più diversi colori, una berretta di trina nera, un gran ventaglio di penne, un rotolo di carta da fiori finti, e altre cose ancora parzialmente nascoste da uno scialle nero di seta leggera. Ella faceva alla sua giovane compagna l'effetto d'una ladruncola reduce da una spedizione fortunata. In tal caso, però, la rea aveva una mirabile disinvoltura, giacchè tranquillamente appoggiò i piedi sulla panchetta di contro e si mise a fare il proprio comodo. Cominciò con l'inorridire Gertrude togliendosi di bocca i denti che ripose nella borsa: poi sostituì ai guanti di seta nera che calzava, altri di cotone, staccò il suo lungo velo di trina, lo ripiegò e lo appuntò alla cintola tra il resto, sciolse i nastri del cappello, gettò su questo una larga pezzuola colorata per ripararlo dalla polvere, infine slegò, non senza fatica, il ventaglio e prese a sventolarsi coscienziosamente, socchiudendo gli occhi come se avesse voglia di fare un pisolo. Infatti di lì a poco stette quieta: segno che s'era addormentata. Gertrude, assorta ne' suoi pensieri, guardava i nuvoloni che venivano levandosi da ponente, e quasi aveva dimenticato la sua singolare compagna di viaggio, quando una mano posatasi d'improvviso sulla sua ed una viva esclamazione le fecero dare un sobbalzo.

— Mia cara damigella, — disse la vecchietta — non vi sembra che quelle negre nubi siano foriere d'un temporale?

— Credo, sì, che voglia piovere, — ella rispose.

— Quando sono uscita, stamani, — seguitò l'altra — il sole rifulgeva in un cielo sereno; fin gli alati cantori dell'aria proclamavano nei loro inni la gioia dell'universo; ed ecco che innanzi ch'io sia pervenuta al mio ritiro, le mie delicate gale di trina, — e chinava lo sguardo sul suo corpetto — rischiano d'esser vittime della spietata tempesta.

— Non passa l'omnibus davanti alla vostra porta? — domandò la ragazza impietosita dall'evidente angoscia della vecchia signora.

— No, ahimè, no! C'è almeno mezzo miglio.... E voi siete più fortunata, gentile signorina?

— Al contrario. Ho un miglio intero di cammino dalla stazione, io. —

Mossa da un impulso di simpatia la vecchia s'accostò a Gertrude dicendo con querulo accento:

— Ah, me ne duole per l'immacolata bianchezza dei nastri del vostro cappellino! —

L'omnibus intanto era arrivato alla sua destinazione. Le due passeggere scesero. Gertrude rimise al conduttore il suo biglietto, e fece per avviarsi; ma la bizzarra signora l'afferrò per la veste a la pregò d'attenderla, visto che seguivano la medesima strada. L'attesa fu lunga perchè insorse una difficoltà. La vecchietta si rifiutava di pagare il prezzo chiestole per il suo posto, affermando che non era il prezzo ordinario, e accusando «l'individuo» dell'intenzione d'appropriarsi l'eccedenza di due centini[1]. Gertrude stava sulle spine, perchè s'aspettava da un momento all'altro acqua a torrenti. Finalmente, venuto il conduttore a una transazione con la sua troppo tirata passeggera, si misero in cammino. Avevano fatto un quarto di miglio, circa, a passo di lumaca, quando cominciarono a cadere i primi goccioloni. E Gertrude dovette staccare dalla cintura della sua compagna l'ampio parasole, e reggerlo in guisa da riparare sè e lei. Proseguirono così sotto la pioggia, sempre più fitta. Dopo un altro quarto di miglio, mentre sembrava che si fossero aperte tutte le cateratte del cielo, la fanciulla udì qualcuno correre dietro a loro, e voltandosi vide Giorgio, il servitore del signor Graham, che andava di volo in direzione della villa.

— Oh, signorina Gertrude! — esclamò l'uomo riconoscendola. — Vi bagnerete fino alle ossa, voi, e la signorina Pace.... Sarà bene che vi rifugiate in casa sua, dove sarete al sicuro. Su, lesta! —

Così dicendo pigliò in braccio la vecchietta, e accennato a Gertrude di seguirlo, si slanciò attraverso la strada, nè si fermò finchè non ebbe deposto il suo fardello nell'entrata d'un casinetto vicino. Quasi nello stesso punto vi arrivò anche la fanciulla.

La signorina Pace, giacchè così si chiamava la bizzarra creatura, era tanto sbalordita che le ci volle qualche minuto prima di raccapezzare come si trovasse di botto a salvamento sotto il proprio tetto: intanto Giorgio convenne con Gertrude ch'ella rimarrebbe lì un paio d'ore, finch'egli ripassasse a prenderla col legno al suo ritorno dalla stazione ferroviaria dove andava regolarmente tre volte la settimana, per il suo padrone.

Marta Pace non godeva fama di persona ospitale. Ella era proprietaria del casinetto in cui abitava, e ci viveva affatto sola, senza neppure una serva. Non riceveva mai visite, ma in compenso ne faceva moltissime; e poichè tutti i suoi parenti e i suoi amici stavano a Boston, o ancor più lontano da D***, dove ella dimorava soltanto da qualche tempo, era una costante frequentatrice degli omnibus e altre vetture pubbliche. Per questo, e per la sua assiduità agli uffizi divini, molta gente la conosceva; nondimeno Gertrude forse era la prima ospite che varcava la sua soglia: ospite, del resto, non invitata.

E dovette ella stessa, alla porta, prendere la chiave, aprire, far entrare la padrona di casa nel salotto, aiutarla a levarsi le bavere, gli scialli, i veli in cui era avvolta. Quando però la signorina Marta Pace si fu riavuta, si comportò con l'elegante urbanità che la distingueva. Benchè vivissimo fosse il suo rammarico per i danni sofferti dai propri indumenti, seppe abbastanza padroneggiarlo, da manifestare quasi altrettanto eloquentemente i suoi timori circa quelli di Gertrude. Bisognò che questa l'assicurasse che i suoi stivaletti erano appena bagnati, che il suo vestito e la sua mantellina di ghingano sfidavano la pioggia, e che il suo bel cappellino di paglia era stato ben protetto dalla sciarpa gettatavi sopra, perchè ella si risolvesse a trascurar un momento i doveri dell'ospitalità a fine di mutare l'abito trinato con uno più casalingo.

Lasciata sola, Gertrude, la cui curiosità già era punta dalla strana apparenza del salotto, prese ad esaminare più da vicino i diversi oggetti d'uso e d'ornamento che lo riempivano.

Il salotto veramente non era meno singolare della signora. Come l'abbigliatura di lei, la sua mobilia si componeva di parti eterogenee rappresentanti varie mode di varie età, cominciando da certe seggiole dell'epoca del «Fior di Maggio»[2] fino ai guancialini da spilli che volevano essere moderni, e ai saggi mal riusciti d'erbe cristallizzate.

L'acuto sguardo osservatore di Gertrude si pasceva con delizia in quell'originale miscuglio di poche reliquie d'antica eleganza e di numerosi esempi di cattivo gusto e d'aberrazione, quando la padrona di casa rientrò.

Ella aveva indossato una veste di lana nera, semplice benchè di foggia un po' strana, in cui pareva signora di miglior qualità che con le sue gale di trina da lei tanto pregiate. Portava un gran bicchierone d'acqua pepata, che offerse alla sua ospite dicendole che le avrebbe scaldato lo stomaco ed evitato un'infreddatura; ma la ragazza, rattenendo a stento le risa, ricusò il beveraggio. Allora la signorina Marta sedette e, mentre andava sorbendo con voluttà quello stravagante rinfresco, incominciò una conversazione la quale a momenti induceva la sua interlocutrice a crederla una donna molto sensata, a momenti la persuadeva ch'ella era pazza addirittura.

Gertrude faceva su di lei un'impressione più precisa. La giovane damigella, com'essa diceva, era incantevole, possedeva un intelletto degno d'una regina, aveva le forme snelle, e l'andatura leggera di una gazzella, e movenze più graziose di quelle del cigno.

Quando Giorgio venne a riprenderla, la signorina Pace mostrò un sincero rincrescimento di separarsi da lei, e l'invitò cordialmente a ritornare. Ella glielo promise.

Le consolanti notizie di Guglielmo e le divertenti avventure della sua gita avevano infuso a Gertrude una così briosa allegrezza, ch'ella balzò dal legno e salì le scale con quella sua aerea rapidità di piccola fata che lo zio True tanto amava, e che l'abbattimento cagionatole dalla morte del buon uomo le aveva fatto perdere. Di corsa si diresse verso la sua camera per deporre il cappello e mutar vestito prima d'andare in cerca d'Emilia a cui si struggeva di raccontare gli avvenimenti della giornata.

Ma sulla soglia incontrò Brigida, la donna di servizio, che ne usciva con in mano la granata, la cassetta, e il resto. E, domandatole che ci fosse venuta a fare a quell'ora insolita, seppe che la signora Ellis durante la sua assenza aveva ordinato di ripulire la stanzina da cima a fondo e mettere a posto i mobili da lei destinativi, giacchè era stata allestita provvisoriamente, e si trovava finora un poco sossopra. Turbata, senza ben sapere perchè, all'idea di quest'invasione del suo dominio da parte della governante, ella s'affrettò ad ispezionarlo con un lieve senso d'inquietudine che man mano venne trasformandosi in collera veemente.

Nel lasciare la casa della signora Sullivan per quella del signor Graham a Boston, Gertrude aveva portato seco, oltre il baule contenente i vestiti e la biancheria, una certa vecchia scatola di latta, e l'aveva accuratamente riposta sul palchetto d'un armadio a muro nella sua camera, dov'era rimasta tutto l'inverno chiusa, senz'esser mai notata da nessuno.

Quando la famiglia si trasferì in campagna la scatola v'accompagnò la sua proprietaria, portata da questa e vigilata con grande attenzione. Là, non essendovi nella nuova camera di Gertrude alcun ripostiglio, essa la nascose in un angolo dietro il letto. Ora appunto la sera innanzi la sua gita in città ne aveva estratto e rimirato parte degli oggetti custoditivi. Ognuno era per lei un caro e mesto ricordo, e molte lacrime aveva sparso la fanciulla su quel suo piccolo tesoro. C'era il Samuele di gesso, primo regalo dello zio True, assai deteriorato dal tempo e dai disastri. Esaminando una grave contusione alla nuca, effetto d'un colpo datogli sbadatamente dallo stesso donatore, e rammentando come il buon vecchio si fosse pazientemente ingegnato a riparare il danno, sentiva che non si sarebbe privata della povera figurina per tutto l'oro del mondo. E c'erano le sue pipe, annerite dal lungo uso, umili pipe d'argilla, ma pensando che a lui avevano procurato tanto piacere, ella trovava una consolazione nel conservarle piamente. S'era portata via anche la sua lanterna, perchè non poteva scordare la gaia fiammella che aveva recato il primo raggio di luce nell'oscurità della sua vita. E come poi avrebbe trascurato il vecchio berretto di pelo sotto cui le sembrava di rivedere il benevolo sorriso che tante volte v'aveva cercato, e mai invano?... A queste reliquie s'aggiungevano alcuni balocchi, qualche libro figurato donatole da Guglielmo, un minuscolo panierino ch'egli aveva intagliato per lei in un guscio di noce, e altre coserelle.

Tutti quei vari oggetti, tranne il berretto di pelo e la lanterna, ella li aveva lasciati sul caminetto. Ed ora, entrando nella camera, il suo sguardo corse subito in cerca dei preziosi ricordi. Non c'erano più. Il caminetto era diligentemente spolverato, e affatto sgombro. Si precipitò verso l'angolo dove teneva la scatola di latta. Scomparsa anche questa. In un baleno Gertrude raggiunse la serva, la chiamò, la tempestò di domande ansiose.

Brigida serviva in quella casa da poco, ed era uno dei più stupidi esemplari della sua specie; ma la fanciulla seppe così bene interrogarla, che riuscì a chiarirsi di ogni cosa. La figurina, la lanterna e le pipe erano state buttate in un mucchio di vetri rotti e di cocci e ridotte in briciole, come Brigida affermava; il berretto, dichiarato invaso dalle tignuole e condannato al fuoco; quanto agli altri ammennicoli, ella non era proprio sicura, ma supponeva che avessero finito anch'essi nel camino. E tutto questo, in obbedienza agli ordini formali della signora Ellis. Gertrude lasciò andare Brigida senza farle conoscere la gravità della perdita che soffriva, e chiuso l'uscio si gettò sul letto e dette in un violento scoppio di pianto.

— Ah, questa, — ella pensava — questa era la ragione che la induceva ad agevolare la mia gita! Ed io credevo che volesse compiacere al mio desiderio! Venire qui voleva, per derubarmi, la ladra! —

Saltò giù dal letto con impeto, come vi s'era gettata, e si slanciò per uscire; ma subitamente frenata da un nuovo pensiero, tornò indietro, cadde in ginocchio singhiozzando forte, e nascose la faccia tra le palme. Due o tre volte alzò il capo, quasi in procinto di rizzarsi e correre ad affrontare la sua nemica; ma sempre quel pensiero le riattraversò la mente e la rattenne. Non era paura; oh, no, Gertrude non temeva nessuno. Doveva essere qualche cosa di più forte, e che tuttavia aveva un influsso calmante; giacchè dopo ogni lotta vinta diveniva più tranquilla. Infine si levò, andò a sedersi accanto alla finestra aperta, appoggiò la fronte a una mano e guardò fuori.

La pioggia era cessata, e il sorriso della terra tutta bella, tutta fresca, si rifletteva in uno splendido arcobaleno che misurava l'orizzonte orientale. Un uccellino venne a posarsi sopra un ramo d'un albero vicino alla finestra, e intonò il suo Te Deum. Ondate di deliziosa fragranza s'espandevano da un arbusto di lilla in piena fioritura. E nell'anima di Gertrude si diffondeva una pace prodigiosa. Ella sentì «la grazia che arreca la pace succedere alle passioni che conturbano». Usciva trionfante dal conflitto; aveva riportato la massima delle vittorie umane: la vittoria sopra sè stessa. Più bella di tutte le cose belle che rallegravano la terra dopo la tempesta, dall'iride fulgente incontro al sole, al canto della creatura alata tra le fronde, al ravvivato profumo dei fiori, una luce serena splendeva nel viso della fanciulla, mentr'ella alzava gli occhi al cielo e dal suo cuore, dove l'intima tempesta era sedata, saliva a Dio la tacita offerta del sacrificio.

Il suono della campanina che annunziava il tè la scosse. In fretta bagnò la faccia nell'acqua fredda, si ravviò i capelli e scese. Nella sala da pranzo non trovò che la signora Ellis; il signor Graham era in città, Emilia aveva una fiera emicrania. Per conseguenza ella prese il tè sola con la governante. Costei, sebbene non sapesse quanto preziose fossero per Gertrude le vecchie reliquie distrutte, era conscia d'aver commesso un'azione maligna, e dinanzi al contegno dell'offesa che non dimostrava ombra di collera nè d'astio, anzi s'asteneva fin dal menzionare il fatto, ella si sentiva più confusa e mortificata che non avrebbe voluto confessare. La cosa passò dunque sotto silenzio, allora e poi: ma la signora Ellis provò sempre il cocente sentimento della superiorità di quella fanciulla su lei, in materia di generosità e di pazienza.

Il giorno seguente la cuoca bussò all'uscio d'Emilia, e fatta entrare disse tirando fuori il guscio di noce tagliato in forma di panierino:

— Vorrei sapere, signorina Emilia, dove sia la signorina Gertrude; ho trovato il suo panierino nella cassetta del carbone, e credo che sarà molto contenta di riaverlo. Non s'è sciupato punto.

— Quale panierino? — domandò la cieca.

La donna le mise il ninnolo in mano, e con tono assai concitato le raccontò la distruzione degli oggetti appartenenti a Gertrude, di cui ella stessa era stata testimone indignatissima. Descrisse pure in modo commovente l'angoscia della ragazza nell'interrogare Brigida, avendo ella udito tutto dalla sua camera dove si trovava mentre esse parlavano poco lontano.

Emilia, ascoltando la pietosa storia, si rammentò che nel pomeriggio del giorno innanzi le era parso di sentir Gertrude singhiozzare nella sua stanza alla quale quella di lei era adiacente, ma aveva poi creduto d'essersi ingannata.

— Andate, signora Prime, — disse alla benevola cuoca — andate a portarle il panierino: è nella piccola biblioteca. Ma, ve ne prego, non le dite d'avermi parlato della cosa. —

Ella attese parecchi giorni che la sua protetta si lamentasse con lei del torto patito: ma la brava figliuola tenne dentro il suo dolore e lo sopportò in silenzio.

Era la prima volta che Gertrude giungeva a padroneggiarsi così perfettamente, e fu l'ultima che il farlo le costò una così aspra lotta. Da quel momento ella andò acquistando sempre maggior potere nel governo di sè, e accrescendosi il suo vigore con ogni nuovo sforzo ella divenne un esempio mirabile agli occhi di coloro che sapevano con quale temperamento avesse a combattere.

Toccava quasi i quattordici anni ed era cresciuta così rapidamente, che adesso la sua statura superava l'ordinaria delle ragazze di pari età, anzichè rimanervi inferiore come fino allora. Ma non ne soffriva, grazie al riposo intellettuale, all'attività fisica, all'aria aperta della campagna.

Il suo giardino era per lei una sorgente di vivi piaceri. I fiori ch'ella educava con assidua cura, prosperavano, e tutti i giorni, a colazione, Emilia trovava accanto al suo piatto un bel mazzo fragrante.

Di tanto in tanto visitava la sua vecchia amica, che l'accoglieva cordialmente. La signorina Marta si dilettava di fare fiori artificiali, e i modelli le erano forniti dal giardino di Gertrude la quale perciò di rado arrivava a mani vuote. Ma i risultati corrispondevano così male alle buone intenzioni della fiorista, che sarebbe stato calunniar la natura chiamare le sue fantastiche imitazioni copie fedeli degli originali. Ella però n'era sodisfatta; ed è da sperare che fossero sodisfatti anche i suoi amici a cui destinava i grossi mazzi che portava in giro attaccati alla cintura col famoso nastro verde.

Gli amici di Marta Pace erano numerosi. Parlandone con Gertrude nominava tanta gente da farle pensare che doveva conoscere mezza Boston. Aveva imparato in gioventù l'arte della tappezzeria da lei per molti anni esercitata prestando l'opera sua, come ella raccontava, nelle più cospicue famiglie della città, dove si soleva dire che «Marta Pace possedeva due occhi davanti e due di dietro, e due paia d'orecchie», così acuta osservatrice ella era e di così fine criterio. Nonostante queste sue straordinarie facoltà di visione e comprensione, ella non aveva mai cagionato discordie nè pettegolezzi nelle case che frequentava: Era prudente e coscienziosa, e quantunque assai singolare ne' suoi costumi e nel suo linguaggio, e stravagante in certe sue fantasie a segno d'essere tenuta dagli estranei per una mezza pazza, aveva saputo guadagnarsi e conservare la benevolenza di buone persone, signore e signori, che la ricevevano e la trattavano con grande cortesia. Ella si regolava in modo da visitare per turno, nel corso di ciascun anno, queste famiglie amiche, ogni membro delle quali le stava a cuore, e mantenere viva l'antica intimità.

Un solo dispiacere affliggeva la vecchia zittella: quello di non avere uno sposo. E lo versava spesso nel seno di Gertrude.

— Ah, cara signorina, — ella esclamava allora, dimenticando, a quanto pareva, la sua età ed i suoi acciacchi — camperei pur bene in questo mondo, se avessi un compagno! — E con una mossettina del capo e una cert'aria civettuola, soggiungeva: — Sappiate, bella mia, ch'io qualche volta ci penso a prendere marito! — Poi, accorgendosi della maraviglia e dell'ilarità che questa sua idea destava nella fanciulla, le esponeva le ragioni per cui aveva tanto a lungo differito l'attuazione d'un disegno vagheggiato sempre, e benchè ammettesse di non esser più giovane come nei giorni andati, concludeva invariabilmente: — È vero che il tempo è inesorabile, ma io m'aggrappo alla vita, signorina Gertrude, io m'aggrappo alla vita, e posso ancora maritarmi! —

La moda era un altro soggetto su cui soleva intrattenerla con enfatiche declamazioni, confessando che quanto a lei, ella intendeva d'esserne rigida seguace, a costo di qualunque sacrifizio. Gertrude non poteva astenersi dal pensare che quest'intenzione della signorina Marta non andava meno miseramente fallita di quella d'innamorare un giovanotto. Si persuase anche, a poco a poco, che la vecchietta, quali si fossero le sue possibilità, era oltremodo avara.

Emilia, che la conosceva assai bene e spesso le aveva dato commissioni, non s'oppose alle visite della sua protetta; anzi l'accompagnava più volte. Ella gradiva le occasioni di distrarsi un poco, e la bizzarra conversazione di Marta Pace era per lei un vero divertimento come per Gertrude. Queste visite, del resto, venivano restituite con una sollecitudine che provava la preferenza della vecchia zittella per la parte di visitatrice; e la signorina Graham avendolo osservato, l'invitò a frequentare la villa a suo piacimento: invito di cui quella approfittò largamente.