XVII.
Imprendere su questo mare un lungo
Venturoso viaggio è tuo destino.
Può il saggio naufragar, lo stolto deve.
Or dunque a tempo di saggezza t'arma.
Ware.
Emilia sedeva sola nella sua camera. Il signor Graham era andato a un'assemblea dei direttori delle banche. La signora Ellis mondava dell'uva passa nel salotto da pranzo. Gertrude s'intratteneva ancora con Guglielmo nella piccola biblioteca a pianterreno. Ed Emilia s'abbandonava al corso de' suoi pensieri mentre il lume della luna invadeva la stanza non meno buia per lei. Ella appoggiava la fronte sulla mano; il suo volto abitualmente placido e sereno aveva un'espressione di profonda mestizia, la sua persona era accasciata in un'attitudine di dolore e di scoramento. E man mano che i ricordi le si affollavano nella mente, e i passati affanni le si ridestavano nel cuore, ella veniva reclinando il capo sui cuscini dell'agrippina, e lente lacrime stillavano di tra le sue dita.
D'improvviso una manina leggera la toccò. Ella diede un sobbalzo, come sempre quand'era sorpresa, perchè, tutt'assorta nella sua meditazione, non aveva udito i passi di Gertrude.
— Avete qualche dispiacere, signorina Emilia? — domandò la fanciulla. — Desiderate che vi lasci sola, o mi permettete di rimanere? —
Il tono affettuoso, la delicatezza della domanda, commossero la cieca.
— Oh, sì, rimani! — le rispose traendola a sè e cingendole con un braccio la vita. — Ma tu che hai? — soggiunse, poichè in quell'atto aveva sentito che ella era violentemente agitata. — Tremi tutta, sei scossa da singhiozzi.... Che t'è accaduto? —
Gertrude proruppe:
— Ah, cara signorina! Mi sembrava che piangeste quando sono entrata, e speravo che mi lascereste piangere con voi.... Sono in tanta desolazione! Non posso far altro. —
Emilia si calmò dinanzi all'intensa angoscia della sua piccola protetta, evidentemente cagionata da una nuova e grave afflizione. Ella volle conoscerla. E seppe questo: Guglielmo era venuto a dirle che partiva, che lasciava l'America, per andare, diceva lei, «in capo al mondo»: nell'India. Il signor Clinton essendo cointeressato in una casa commerciale di Calcutta, aveva offerto al giovane Sullivan di mandarvelo in qualità di commesso a condizioni vantaggiosissime. Gli si schiudeva così un avvenire ben più splendido di quello che poteva sperare in patria: già fin d'ora lo stipendio assegnatogli era tale da bastare non solo a tutte le sue spese personali, ma altresì al benessere de' suoi che d'anno in anno avevano maggior bisogno del suo aiuto; ed anche le probabilità d'avanzamento erano grandi. Pertanto, sebbene l'amoroso suo cuore sanguinasse al pensiero del distacco dal paese nativo e da coloro che amava, egli non esitò un momento a seguire il consiglio datogli a un tempo dal suo dovere e dal suo interesse. Accettò la proposta, e per fiere che fossero le sue intime lotte nel prendere questa risoluzione che lo condannava a un esilio di cinque anni almeno, di dieci forse, vi si mantenne con virile fermezza, e ne parlò gaiamente a sua madre ed al nonno.
— Signorina Emilia, — disse Gertrude quando si fu quetata alquanto — come sopporterò io la partenza di Guglielmo? Come potrò vivere senza di lui? È tanto buono, mi vuol tanto bene! Sempre è stato per me più che un fratello, e da quando lo zio True è morto, che non ha fatto per confortarmi? Io credo che la morte dello zio True non l'avrei sopportata, se non avessi avuto Guglielmo.... E ora ho da rassegnarmi a lasciarlo andar via?
— È un gran dolore — fece benevolmente Emilia — ma, senza dubbio, si tratta della sua fortuna. Tu devi pensare a questo, e farti una ragione.
— Lo so, lo so, sarà un vantaggio per lui.... Ma voi non potete immaginarvi a qual segno io lo ami.... Siamo stati tanto tempo insieme; eravamo noi due soli, e si viveva l'uno per l'altro.... Egli è molto più grande, e mi proteggeva, aveva cura di me.... No, è impossibile che vi facciate un'idea della nostra amicizia.... —
Gertrude aveva inconsciamente toccato una corda che faceva vibrare tutta l'anima d'Emilia.
— Io, figliuola mia, non potermelo immaginare? — cominciò questa. — Ah, comprendo meglio che tu non te lo figuri, quanto egli ti sia caro! Anch'io ebbi.... —
La voce le tremava; s'interruppe bruscamente, s'alzò da sedere, mosse a rapidi passi verso la finestra, e premette la fronte bruciante contro il gelido cristallo; poi ritornò alla fanciulla dicendo con un tono ridivenuto calmo:
— O Gertrude! Nel dolore che t'opprime tu non vedi il gran conforto che ti è concesso.... Pensa, cara, che Guglielmo potrà darti di frequente sue notizie e ricevere le tue.... È una felicità questa di cui devi render grazie a Dio.
— Sì, m'ha detto che scriverà spessissimo alla sua mamma ed a me....
— Inoltre tu dovresti esser lieta della buona opinione che il signor Clinton ha di lui. La piena fiducia che mostra nella sua intelligenza e nella sua probità scegliendolo per quel posto così importante, è un grande onore.
— È vero; non l'avevo considerato.
— E voi due siete stati sempre felici insieme, e vi separerete in perfetta pace. O, Gertrude, Gertrude, una separazione come la vostra non deve affliggerti così: ve n'hanno di ben più crudeli.... Sii paziente, figliuola mia, fa' il tuo dovere, e forse il giorno che vi rivedrete vi recherà tanta gioia, da compensarvi ampiamente di quanto v'avrà fatto soffrire la lontananza. —
Nel proferir queste parole la voce d'Emilia di nuovo tremava. Gli occhi di Gertrude erano fissi nel suo viso con un'espressione di maraviglia.
— Signorina Emilia, — ella disse — comincio a credere che tutti abbiano le loro pene.
— Certo, cara. Come potresti dubitarne?
— Non lo credevo, una volta: io, sì, ne avevo molte, ma stimavo gli altri più fortunati. M'immaginavo che i ricchi, poi, non avessero niente da desiderare; benchè voi siate cieca, e che questa sia una cosa terribile, vedendovi sempre di buon umore e tranquilla avevo finito col persuadermi che essendovici assuefatta non ne soffriste più, e che adesso nulla mai vi tormentasse. E Guglielmo! Era sempre così allegro ch'io non potevo nemmeno figurarmelo con un viso triste; ma un giorno, quando non riesciva a trovare un'occupazione, lo vidi piangere a calde lacrime; e così per la morte dello zio True; e stasera, mentre mi diceva che sarebbe andato via, i singhiozzi gli facevano nodo alla gola. Sicchè se anche voi, anche lui, avete i vostri dolori, e in certi momenti non rattenete il pianto, vuol dire che il mondo è pieno di triboli e che ad ognuno ne tocca la sua parte.
— È questa la sorte dell'umanità, Gertrude, e non dobbiamo lusingarci di sfuggirvi.
— Ma allora chi può essere felice?
— Soltanto coloro che hanno imparato a sottomettersi; coloro che perfino nelle più gravi afflizioni vedono la mano d'un Padre amoroso, e obbedienti al suo volere baciano la verga che li castiga.
— Dura prova, signorina Emilia!
— Sì, molto dura, e perciò ben pochi in questo mondo possono veramente chiamarsi felici. Ma se in mezzo alle nostre miserie leviamo lo sguardo a Dio con fede ed amore, ci è dato, mentre tutto s'oscura intorno a noi, gustare una pace foriera della beatitudine celeste. —
Emilia aveva ragione. Chi, tra quelli che tendono con sincero sforzo verso la mèta d'una vita cristiana, non ha provato, volgendo nelle ore di supremo sconforto il cuore amante e fidente a Colui dal quale ogni nostra virtù deriva, commozioni di gioia estatica, di sublime speranza, ignote ai gaudenti che il mondo chiama felici? Il cristiano che ha così sognato un sogno di pace eterna, può farsi un qualche concetto di ciò ch'è serbato al popolo di Dio, se l'anima con amore indiviso, con fede immacolata, si riposa nel suo Creatore.
Spesso Gertrude aveva trovato nell'influsso delle credenze religiose un sollievo alle sue pene; ma non aveva ancora come quella sera sentito uno spirito non terreno sorgere dal medesimo turbine di dolore che la travolgeva e accendere in lei la fiamma della più nobile, della più pura sensazione che mai l'avesse commossa.
Quand'ella uscì dalla camera d'Emilia era serena, di quella serenità ch'è una forza; e se l'anima dello zio True, guardandola dalla fulgida stella a lei tanto cara, sospirò nel veder le lacrime che le imperlavano le ciglia, la consolò il sorriso della luce divina che splendeva nel suo volto, e che quando ella ebbe chiuso gli occhi al sonno, v'impresse il suggello della pace.
La partenza di Guglielmo fu così affrettata, che la signora Sullivan ebbe appena una settimana per fare tutti i preparativi che la sua previdenza materna stimava indispensabili. Ella era sopraccarica di lavoro, e Gertrude, alla quale Emilia aveva dato libertà di passare quel tempo da lei, le fu di grande aiuto. Guglielmo, occupatissimo durante la giornata, tornava a casa tutte le sere per stare qualche ora con loro.
Una volta rincasò sull'imbrunire. Sua madre e il nonno Cooper erano fuori; e poichè Gertrude aveva appunto terminato il suo lavoro di cucito, egli le disse:
— Se non hai paura di pigliar freddo, vieni a sedere con me sullo scalino dell'uscio, come facevamo in passato: oggi la temperatura è abbastanza mite, ma non c'è da sperare che duri.... E chi sa se avremo più occasione di sederci insieme su questa soglia e guardar la luna sorgere sopra la vecchia casa all'angolo della strada....
— Oh, Guglielmo, — ella l'interruppe — non parlare di non ritrovarci più insieme qui! Mi fa tanta pena la sola idea.... Non c'è una casa in tutta Boston che possa mai piacermi come questa!
— E neanche a me.... Ma non credo a una probabilità contro cento che al mio ritorno tra cinque anni io non trovi al suo posto un bel blocco di magazzini, quando verrò a cercarla.... Vorrei che non fosse, perchè sento che avrò la nostalgia della nostra antica dimora....
— Ma se la demoliscono, che faranno tua madre e tuo nonno?
— Non è facile dire che farà uno qualsiasi di noi a quel tempo; ma se saranno costretti a sgomberare, mi confido d'essere in grado di provvederli di un'abitazione migliore.
— Però tu non ci sarai, Guglielmo.
— Lo so, ma ci scriveremo sempre, e potremo parlarne e regolare ogni cosa per lettera. Il pensiero degl'inevitabili mutamenti è ciò che più mi turba nel lasciarli; temo che si risentano della mia assenza, che abbiano bisogno di me.... Gertrude, tu avrai cura de' miei cari, non è vero?
— Io! — esclamò ella, sbalordita. — Una bambina come me che può fare?
— Se rimarrò lontano da cinque a dieci anni, tu non sarai sempre una bambina, e in molti casi vale più l'appoggio d'una donna che quello d'un uomo; specie d'una buona e brava donna quale tu diverrai senza fallo. Io non ho dimenticato l'ammirabile assistenza che prestasti allo zio True; e quando mi figuro la mamma e il nonno vecchi ed infermi, penso a te sperando che ti saprei accanto a loro; perchè sono certo che tu li potresti aiutare meglio assai che non possa io. E però li lascio affidati a te, Gertrude, benchè tu non sia che una bambina ora.
— Grazie, Guglielmo, della tua fiducia ch'io farò per loro tutto ciò che starà nelle mie forze. E lo farò finchè avrò vita. Ma è possibile ch'essi siano vegeti e sani durante tutto il tempo della tua assenza, e che invece io, sebbene tanto giovane, mi ammali e venga a morire.
— Ahimè, non è che troppo vero! — disse egli con accento di tristezza. — E potrei morire anch'io. Ma è inutile pensare a questo.... Mi pare che non avrei il coraggio d'andarmene se non mi confidassi di ritrovarvi tutti in buona salute e contenti, al mio ritorno. Tu devi scrivermi ogni mese, perchè sarebbe un compito assai più faticoso per la mamma che per te, e, sicuro, essa t'incaricherà quasi interamente della corrispondenza; sarà tutt'uno che le mie lettere siano dirette all'una o all'altra.... E tu, Gertrude, non mi scordare, sai.... voglimi sempre bene come se fossi presente.... Me lo prometti, cara?
— Scordarti, Guglielmo!... Io non penserò che a te, e t'amerò più che mai.... Come potrebb'essere diversamente? Ma tu sarai lontano in un paese straniero, dove tutto ti sarà nuovo, tutto ti distrarrà.... e non penserai di certo a me, altrettanto.
— Se tu lo credi, Gertrude, vuol dire che non mi conosci abbastanza. Tu qui avrai dintorno tanti buoni amici, io mi troverò solo laggiù in mezzo a gente estranea; ma il mio cuore sarà sempre con te e con la mamma, e vivrò più tra voi, che dove sarò in persona. —
Furono interrotti dal ritorno del signor Cooper e non riannodarono più il discorso su questo soggetto. Ma la mattina della partenza, mentre nella stanza attigua la signora Sullivan, china su un baule ben riempito, cercava di nascondere le sue lacrime, e il vecchio stava a testa bassa più del solito, con in mano la pipa spenta, Guglielmo disse sottovoce a Gertrude che ritta sopra una cassetta di libri ne premeva il coperchio affinchè egli potesse chiudere il lucchetto:
— Cara, per amor mio, abbi cura di nostra madre e del nostro nonno.... Sono tuoi quasi quanto miei. —
Nel momento che il giovanetto lasciava così, la prima volta, la sua casa, e andava a sostenere fra gli uomini la lotta per la vita, il signor Cooper, il quale nel suo scetticismo non poteva crederlo capace di vincere contro la fortuna, lo ammonì ripetutamente di non vagheggiare speranze che non si sarebbero mai avverate, e gli rammentò con insistenza quanto fosse inesperto del mondo.
La signora Sullivan invece non si diffuse in consigli al figliuolo che partiva, ma fidando negli insegnamenti da lui ricevuti fin dalla più tenera infanzia si contentò di riassumere il suo monito materno in queste semplici parole:
— Ama e temi Dio, Guglielmo, e fa' ciò che tua madre s'aspetta da te! —
La sera innanzi ella aveva recitato con lui la preghiera usata; quella mattina, lo aveva ancora una volta benedetto. Dopo la colazione, a cui Gertrude prese parte, furono scambiati gli ultimi abbracci, gli ultimi addii. E Guglielmo s'imbarcò.
La pia e amorosa donna, che da diciott'anni riponeva le sue speranze, il suo orgoglio, la sua tenerezza in quell'unico figliuolo, mantenne anche nel sacrificio supremo il suo spirito d'abnegazione, si separò da lui senza un lamento. Nessuno sapeva con quali sforzi penosi ella domasse il cuore spasimante che si ribellava, nè donde le derivasse la virtù che la sosteneva. E nessuno quindi le attribuiva la forza d'animo di cui diede prova. I vicini rimasero vedendo la piccola vedova attendere tranquillamente come di consueto alle sue faccende il giorno innanzi che il suo figliuolo s'imbarcasse per l'India, e riprenderle il giorno dopo, con la calma e la paziente umiltà che la caratterizzavano.
Oggi che l'emigrazione offre ai giovani l'allettamento di straordinarie speranze, non v'è nella Nuova Inghilterra città nè villaggio, per quanto minuscolo e remoto, dove non sanguinino cuori di madri separate, forse per sempre, da figli adorati. Speriamo, crediamo anzi, che tra questi erranti cercatori di fortuna, ve ne sia più d'uno mosso non da brama d'oro, o d'avventure, o di mutamento, ma dall'amore stesso della mamma che lasciano, dal desiderio ardente di toglierla da una vita di travagli e di povertà. Sia benedetto e prosperi colui che varca il mare con questo fine! E se perisce, non sarà vissuto invano; perchè, soccombendo alla malattia o cadendo colpito da mano violenta, nel fervore della lotta e del lavoro, egli attesta con la sua morte la consolante verità che vi sono ancora figliuoli degni dell'amor materno; l'amore ch'è il più sublime, il più santo, il più puro tipo di Dio sulla terra.
Dopo la partenza di Guglielmo, Gertrude si stabilì definitivamente in casa Graham. Cominciò subito a frequentare la scuola, e fino alla primavera s'applicò allo studio con somma diligenza. La sua vita era piuttosto uniforme, perchè Emilia riceveva, per costume, poche persone, anzi, l'inverno, in città, quasi punte, ed ella non aveva stretto amicizia intima con alcuna delle sue condiscepole. Ma con la sua protettrice passava molte ore felici, facevano insieme piacevoli passeggiate, leggevano buoni libri, conversavano. Attraverso gli occhi penetranti di Gertrude che tutto osservava, e le sue vive e pittoresche descrizioni delle cose che le cadevano sotto lo sguardo, la giovane cieca andava rinnovellando la propria conoscenza del mondo esteriore. Nelle opere di carità e di misericordia la fanciulla era la sua compagna o la sua messaggera. Tutti i dipendenti della famiglia, dalla cuoca al ragazzino che veniva a prendere, sull'uscio, i rimasugli di pane, s'accordavano nell'amare e lodare la piccola Gertrude, la quale non era bella, a rigore, nè vestita con eleganza; ma aveva un'aerea leggerezza nel passo, una grazia nelle movenze, una dignità nel portamento, tali da farli certi che in lei non albergava l'anima d'una pitocca, qualunque fosse la sua nascita o il suo stato; infatti, rivolgendole la parola, la chiamavano sempre «signorina».
I pregiudizi della signora Ellis contro «l'intrusa» non erano vinti: nondimeno, essendo Gertrude sempre manierosa, e tenendole Emilia prudentemente distanti l'una dall'altra quanto più era possibile, non avvenivano conflitti.
Il signor Graham, da principio, vedendola pensierosa e mesta, non s'occupò di lei; ma dopo che ebbe parecchie volte ritrovato il suo giornale accuratamente ripiegato, e veduto miracolosamente ricomparire i suoi occhiali rimasti irreperibili per lui ad onta di lunghe ricerche, cominciò a pensare che ella era una ragazza svegliata: e quando poi un giorno, prendendo in mano l'ultimo numero del Buon Agricoltore, vide che le pagine della rivista erano già tagliate e ben cucite insieme, egli, immaginandosi che Gertrude l'avesse fatto per proprio uso, la dichiarò una ragazza davvero intelligente.
Ella visitava spesso la signora Sullivan. La primavera s'avvicinava, ed esse oramai attendevano notizie di Guglielmo; ma non ne erano tuttavia venute al tempo che i Graham andarono in campagna per passarvi la stagione estiva. Dalla villa, Gertrude scrisse all'amico lontano una lunga lettera che dava un'idea della sua condizione e del suo modo di vita.
Dopo avergli diffusamente espresso il proprio dispiacere di non saper ancora nulla di lui, e raccontato l'ultima visita da lei fatta a sua madre prima di lasciare la città proseguiva:
«Ma tu mi facesti promettere, caro Guglielmo, di parlarti di me, dicendomi che desideravi conoscere tutto ciò che mi concerne in casa del signor Graham. E però se la mia lettera è più noiosa del solito, la colpa è tua, perchè ho molti particolari da riferirti circa il nostro soggiorno a D***.
«Qui si vive in tutt'altro modo che a Boston.... Ma a questo punto mi par di sentirti esclamare: «Ohimè, Gertrude si rimette a descrivermi la villa Graham....» No, non temere: mi rammento sempre come l'ultima volta, non appena incominciato, tu mi ponesti una mano sulla bocca per interrompermi, e m'assicurasti che il luogo t'era già familiare quanto se tu ci avessi abitato fin da bambino, posto ch'io dagli otto anni in su te lo descrivevo almeno una volta la settimana. Ti costrinsi allora a chiedermi perdono della tua inciviltà: ma, devo confessarlo, t'ho parlato tanto della mia prima visita qui, che tu sei scusabile se il soggetto t'è venuto a noia. Voglio dirti solo la disillusione che ho provata: tutto nella villa de' miei ricordi mi sembra più piccolo e meno bello; l'ingresso e il portico non sono così spaziosi come me li figuravo, nè le stanze così alte, nè il giardino e i chioschi e le serre così grandi. No, no, non ti ridescrivo nulla.... Giorni sono la signorina Emilia mi domandò se il luogo mi piacesse e corrispondesse all'impressione che ne avevo serbata. Io le dissi la verità, ed ella non se n'ebbe a male: rise anzi di quelle mie immagini fantastiche della casa e delle sue adiacenze, ed osservò che questo succede sempre quando si rivedono cose vedute nell'infanzia.
«Non ho bisogno di ripeterti ch'ella m'è prodiga di bontà e di gentilezza: chi la conosce come te sa bene che non può esservi al mondo persona migliore nè più amabile. Io non sono in grado di fare che una minima parte di quello che vorrei per contraccambiar la sua benevolenza: ma ella gradisce tanto ogni umile dono, è tanto grata d'ogni piccola attenzione, che par possibile a tutti di procurarle qualche gioia. Per esempio, ieri, trovate alcune viole mammole nell'erba, gliele portai: ella mi baciò e mi ringraziò come se fossero state diamanti. L'altro giorno un bambino, che si chiama Beniamino Gately, venne a sonare alla porta d'ingresso, con una cappellata di maceroni, còlti senza gambi, e chiese della signorina Emilia per offrirglieli egli stesso: e la signorina lo accolse graziosamente e lo compensò con un dolce sorriso e un «grazie, Ben» che egli non dimenticherà tanto presto.... Non fu atto gentile, di', Guglielmo?
«Il signor Graham mi ha dato un giardinetto, e mi propongo di coltivarvi i più bei fiori, per lei: sempre che la signora Ellis non se ne immischi. Ma ho gran paura del contrario, perchè s'immischia in tutto. Ah, Guglielmo, caro, la signora Ellis è la mia croce, la mia gran croce! È proprio il genere di donna che io non posso soffrire. Credo che certe persone siano antipatiche a certe altre per natura; e quest'è il caso tra me e la detta signora. Non lo direi a nessun altro perchè so che non sta bene; e forse non dovrei dirlo neppure a te: ma non so nasconderti nessun mio sentimento. La signorina Emilia ragiona spesso meco sul proposito della governante e sostiene che io devo imparare ad amarla e che quando l'amerò sarò un angelo.
«Sicuro tu penserai che qui ricompare il temperamento della Gertrude d'una volta, e forse è vero, ma tu non sai a che dure prove ella mette la mia pazienza; gli è in piccole cose che mi sarebbe difficile raccontare, nè vorrei annoiarti con sì fatti pettegolezzi se anche potessi; non ti parlo dunque più di lei. Farò ogni sforzo per essere perfetta ed amarla caramente.
«Non credere che io adesso non andando a scuola me ne stia con le mani in mano: sono occupatissima invece. La prima settimana della nostra villeggiatura, tuttavia, le mattinate mi riescivano uggiose. Io, tu lo sai, mi levo col sole; la signorina Emilia però non può essere tanto mattiniera, e non la vedo mai prima delle otto, cioè oltre due ore dopo ch'io sono alzata e vestita. A Boston, questo tempo lo passavo studiando; ma poichè sul principio della primavera ella s'accòrse che crescevo in fretta, e udì il signor Arnold osservare ch'ero molto pallida, giudicò nocivo per me lo stare troppo sui libri, e, venute in campagna, stabilì che dedicherei allo studio soltanto poche ore dopo la colazione, nella sua camera. Mi consigliò pure di dormire più tardi la mattina, se potevo; io proprio non posso, sicchè esco sempre dal letto prestissimo e scendo in giardino. Un giorno, mentre v'andavo girellando, trovai il signor Graham già al lavoro; non senza mia maraviglia, perchè l'inverno, in città, non è questo il suo costume. Ma egli è un uomo bizzarro. Mi chiamò e mi chiese d'aiutarlo a piantare semi di cipolle; a quanto sembra me la cavai benino, posto che da allora pianto tutti i giorni insieme con lui ogni sorta di cose, delle quali mi fa scrivere i nomi su cartellini attaccati a bastoncelli che mette sulle rispettive piantagioni; e, infine, con mia viva gioia m'ha offerto un pezzo di terra per coltivarvi fiori a mio piacere. A lui, vera stranezza, de' fiori non importa affatto; coltiva esclusivamente ortaggi e alberi da frutto.
«Dunque io avrò un giardino! Ma ti vo facendo una storia lunga, mio Guglielmo; eppure vorrei prolungarla ancora tanto, se me ne rimanesse tempo! O potessi vederti, potessi parlarti! A voce ti direi in un'ora più che non in una settimana scrivendoti. Tra cinque minuti sentirò il campanello della signorina Emilia che mi manderà a chiamare per farle un po' di lettura....
«Mi struggo di ricevere tue lettere, caro, e prego Dio mattina e sera che t'abbia in Sua custodia e mandi presto le bramate notizie alla tua affezionatissima
«Gertrude.»