CAPITOLO QUINTO. Scavi eseguiti nell’Anfiteatro Fiavio dal 1810 sino ai nostri tempi.

Prima d’incominciare la narrazione degli scavi regolarmente eseguiti nell’Anfiteatro Flavio a fin di studiarlo e conoscerlo in tutte e singole le sue parti, mi si permetta di ricordare un tentativo, quasi direi preistorico, fatto nel secolo XV.

Nell’«Excerpta a Pomponio, dum inter ambulandum cuidam domino ultramontano reliquias ac ruinas urbis ostenderet», il cui testo genuino fu rinvenuto dal De Rossi nel codice Marciano latino[822], e divulgato negli Studi e Documenti di Storia e Diritto[823]; al f. 25º si accenna «a scavi, nel corso dei quali furono scoperte le cloache che solcano in vario senso il substrato dell’Anfiteatro, come pure il largo marciapiede che lo attorniava, scoperto nuovamente nel 1895»[824].

Gli scavi intrapresi nel Colosseo dal Governo Francese, rappresentato dal barone Daru, Intendente della Corona, furono fecondi di buoni successi. Si lavorò indefessamente per lo spazio di quattro anni circa: la direzione degli scavi fu affidata al famoso architetto romano Valadier, e lo sterro dell’arena si eseguì con inappuntabile regolarità. Fu allora che si rinvenne il podio, il passaggio di Commodo, gli ipogei dell’arena, ecc. Questi ultimi consistevano in tre pareti concentriche al podio, delle quali la più vicina a questo era formata da una serie di pilastri egualmente distanti fra loro; in due ambulacri racchiusi dalle dette pareti, ed in altri cinque ambulacri centrali, tre rettilinei e due mistilinei, i quali fiancheggiavano quattro serie di bottini o pozzi, come più piace chiamarli, che, per la loro uniforme regolarità, indicavano d’essere stati fatti per uno scopo determinato (V. Fig. 8ª).

Fig. 8.ª

La costruzione di questi muri appartiene evidentemente ad epoche diverse; giacchè mentre alcune parti sono d’opera quadrata di massi regolari di travertino e tufo, nell’insieme presentano quella costruzione irregolare (formata di pietre e laterizio), che apparisce sovente negli edificî dei tempi della decadenza. La varietà di costruzione e la promiscuità di materiali usati in una stessa opera, furono l’origine di vivaci dispute e di disparate opinioni fra i dotti, le quali noi per ragion di storia riporteremo in succinto, ed esporremo in fine il nostro parere.

Vi fu chi opinò che quelle costruzioni fossero coeve all’Anfiteatro o del tempo di Tito, e che poscia fossero state risarcite da Basilio. Altri le giudicarono dell’epoca dei Frangipani. Altri finalmente opinano nè esser quelle contemporanee all’edificazione dell’anfiteatro nè dell’età di mezzo, ma della fine del secolo II o degl’inizî del III. La prima opinione fu difesa dal Bianchi, coadiuvato nella parte archeologica dal Prof. Lorenzo Re, i quali basarono la loro tesi:

1º Sulle regolarità dei pozzi, donde, dissero, uscivano le gabbie che racchiudevano le belve.

2º Sul fatto che il podio era munito di «macchine versatili, reti e denti lunghissimi sporgenti sull’arena»[825].

3º Sul passo di Erodiano[826], nel quale leggesi: ἀναῤῥιπτέιν (sursum mittere, sursum iacere).

Il Bianchi prevenne l’obiezione che gli si potea facilmente rivolgere, ricordandogli le naumachie narrateci da Suetonio e da Dione; e, disprezzando soverchiamente e con poca equità la fama storica del secondo, asserì che una sola naumachia ebbe luogo nell’Anfiteatro Flavio; quella cioè che si diè ai tempi di Domiziano; ed aggiunse che, anche ammettendo altri combattimenti navali, questi non osterebbero alla sua opinione, imperocchè, dice, quattro piedi d’acqua possono sostenere qualunque barca; e con ripari provvisori si potè impedire che l’acqua penetrasse negli ambulacri e nei portici.

Il difensore della seconda opinione fu l’avv. Fea[827], il quale asserì ostinatamente che l’arena del Colosseo non fu giammai sostrutta, e che le sostruzioni che noi vediamo son opera dei bassi tempi, e precisamente dell’epoca dei Frangipani. Il Fea procurò provare il suo asserto coi seguenti argomenti:

1º Il podio, ammessa l’arena sostrutta, sarebbe stato alto appena dieci piedi. Malgrado dunque le rotule, i denti e le reti, la sua altezza era insufficiente a salvare gl’Imperatori, i Pretori, ecc. dai salti delle tigri e dalla proboscide degli elefanti.

2º Un’arena sostrutta è affatto inadatta per le naumachie.

3º Finalmente il piano rinvenuto, disse, non può essere il vero e primitivo livello dell’arena; ma questo devesi ricercare in maggiore profondità.

Il Masdeu[828] tentò di conciliare le due opposte opinioni: scrisse a questo scopo 21 lettere, ma ricevè ai suoi scritti un’acre risposta dall’avvocato Fea[829].

Il Nibby, nelle Aggiunte al Nardini[830], propendè per l’opinione difesa dal Fea; ma nella sua pregievolissima opera Roma nell’Anno MDCCCXXXVIII cambiò d’opinione, e scrisse:

«Le testimonianze di Suetonio e di Dione apertamente dichiarano che nell’Anfiteatro Flavio vi si diedero combattimenti navali sotto Tito e sotto Domiziano. Stando.... ai fatti riconosciuti, e dando il peso dovuto all’autorità degli antichi scrittori, parmi doversi stabilire, che da principio, sotto Tito e Domiziano, quando vi si diedero giuochi navali, l’arena era di livello più basso e non sostrutta; che Traiano nel restauro fatto nell’Anfiteatro comprese ancora il lavoro di alzare l’arena al piano attuale, per mezzo di sostruzioni regolari essendo crollate pe’ terremoti avvenuti sotto Teodosio II e Valentiniano III nel quinto secolo, e sotto Teodorico sul principio del sesto furono risarcite secondo lo stile di quei tempi da Lampadio e da Basilio prefetti di Roma; così si dà ragione della diversità delle costruzioni, così pure si comprende HARENAM AMPHITHEATRI . . . . RESTITUIT, e quella della lapide di Basilio: ARENAM ET PODIVM QVAE ABOMINANDI TERRAEMOTVS RVINA PROSTRAVIT . . . . RESTITVIT: così chiaramente s’intendono i passi di Petronio, Erodiano e Calpurnio. Il primo nel Satyric. c. IX dice: non taces gladiator obscoene quem de RVINA ARENA DIMISIT. Erodiano raccontando le cacce date da Commodo appunto in quest’Anfiteatro, così si esprime: λεοντων δε ποτε εξ ὑπογαιων ἑκατον αναρρ’ ιφδεντων, ισαριδμοις ακοντιοις παντας απεκτεινεν: ed una volta essendo stati lanciati su dai SOTTERRANEI cento leoni con altrettanti strali tutti li uccise: finalmente Calpurnio, ecl. VII, v, 69, esclama:

Ah trepidi quoties nos Descendentis arenae

Vidimus in partes ruptaque voragine terrae

Emersisse feras!

Il Lanciani, come altrove dicemmo, opina che, almeno fino dal principio del secolo III, l’arena lignea fosse pensile sulle proprie sostruzioni; ed aggiunge[831] che «Pausania nel cap. 12 delle ΗΛΙΑΚΩΝ § 4, registra fra le grandi opere di Traiano in Roma, καὶ Θέατρον μέγα κυκλοτερὲς πανταχόθεν[832], cioè l’Anfiteatro Flavio. Dalla quale inesatta asserzione del geografo alcuni hanno voluto trarre indizio di restauri avvenuti sotto l’impero dell’ottimo Principe, dei quali non si ha altrimenti notizia. Il Nibby R. A. I, 421, suppone che Traiano abbia costruito gli ipogei dell’arena, ma questa è supposizione gratuita[833]. Sul piano dell’abaco di un capitello a foglie d’acqua, caduto dal vertice dell’Anfiteatro in fondo all’arena, rimangono le casse di nove lettere di metallo, alte m. 0,37 spettanti ad iscrizioni monumentali:

«Il capitello, prosegue, è dei tempi bassi: e non reca maraviglia il vederlo scolpito con masso di marmo appartenente a più antico edifizio, forse all’arcus divi Traiani della region prima, le spoglie del quale servirono ad abbellire il vicino Arco di Costantino»[834].

Il Canina, finalmente, congettura che la costruzione dei muri degli ipogei suddetti sia dell’epoca di Severo Alessandro.

Alle varie opinioni già esposte mi sia lecito aggiunger la mia.

La sostruzione dell’arena è talmente necessaria ad un anfiteatro, che se questo ne fosse privo, perderebbe, quasi direi, la sua speciale caratteristica. Immaginare infatti un edificio anfiteatrale senza gl’ipogei dell’arena, sarebbe lo stesso che immaginar un corpo animato senza gli organi interni. La vita, dirò così, dell’anfiteatro si svolgeva negl’ipogei, e si manifestava sull’arena; e non mi sembra plausibile l’opinione o la supposizione che Vespasiano abbia voluto erigere il suo celeberrimo Anfiteatro senza l’arena sostrutta. Poteva per avventura mancare nell’Anfiteatro per eccellenza, costruito in pietra, e, giusta l’idea d’Augusto, media urbe, ciò che ebbero fino i temporanei che lo precedettero? Petronio, scrittore dei tempi Neroniani, dice: «non taces gladiator obscoene, quem de ruina arena dimisit?» e poco dopo: «ergo me non ruina terra potuit haurire . . . . . . . . aufugi iudicium, arenae imposui»[835].

Io opino adunque che l’arena fosse sostrutta fin dal principio, e che avesse un livello più basso di quello a cui fu poi elevata.

Sennonchè, a cagione delle naumachie (le quali positivamente si rappresentarono due volte nel nostro Anfiteatro), l’arena fu da prima sostrutta stabilmente con muri, oppure con un’armatura lignea da potersi rimuovere all’occorrenza? La seconda ipotesi è inammissibile per molte ragioni, che credo qui inutile addurre perchè gli scavi decisero la questione.

Nei muri degl’ipogei si sono rinvenuti avanzi tuttora al posto di massi regolari di travertino e tufo, che sono la materia adoperata in grandissima copia nella costruzione dell’Anfiteatro, e specialmente nei siti ove richiedevasi maggior solidità. I due portici esterni sono stati costruiti di pietra tiburtina, ed i muri che nel piano terreno formano i cunei delle scale e dei passaggi, sono composti d’intelaiature di massi di travertino, racchiudenti specchi in parallelopipedi di tufo. Di questo parere fu eziandio Lorenzo Re, il quale, nelle sua Illustrazione e difesa delle Osservazioni dell’architetto Pietro Bianchi sull’arena e sul podio dell’Anfiteatro Flavio, dice: «Fig. 8, 9, 10. Porzioni delle sostruzioni dell’arena in bellissima costruzione di grandi pietre rettangolari uniforme perfettamente alla generale costruzione dell’Anfiteatro»[836].

Se le sostruzioni dell’arena avessero potuto o no impedire l’esecuzione delle naumachie, lo vedremo allorquando si parlerà di queste.

Gli scavi, oltre all’averci indicato negli avanzi dei muri primitivi l’originaria sostruzione stabile dell’arena, ci hanno pur anche manifestato l’antico suo livello.

Il muro di perimetro dell’ipogeo ha in ogni quadrante dell’ovale una serie di otto grandi nicchie arcuate, a fondo piano, larghe m. 3 e profonde oltre un metro[837]. Dalla fronte di ciascuno dei trentasei piloni che sostengono gli archi, sporgono due mensoloni di travertino, i quali si trovano 3 metri circa sotto il livello attuale dell’arena: tra una mensola e l’altra, nella fronte del pilone, v’è un’incavatura verticale, a piè della quale è murato un masso di travertino, lungo quanto è grosso il pilone; l’incavatura poi sarebbe atta a ricevere una trave (V. Fig. 9ª).

Dall’imposta degli archi in su, per tutto il giro dell’ovale, vedesi un taglio praticato nella fronte delle nicchie: taglio, che riduce alla metà circa la profondità delle vôlte, la sommità delle quali è ripresa (dove più dove meno, secondo che occorreva) con archi di mattoni. Nel fondo di ciascuna nicchia, dal piano superiore delle mensole in giù, v’è un’apertura rettangolare, a guisa di piccola finestra, addossata al pilone, larga m. 0,70 circa, la quale ha un grosso architrave di pietra tiburtina.

Fig. 9.ª

Nella parte inferiore delle nicchie si vedono addossate ai piloni per tutta la loro profondità due piccole spalle, sulle quali son gettate volticelle a sesto scemo, terminate in fronte da archi. Le vôlte, l’estradosso delle quali trovasi ora al piano inferiore delle mensole, otturano, per la metà circa, l’altezza delle aperture ora descritte nel fondo delle nicchie. La costruzione laterizia dei piloni e del fondo delle nicchie è dell’epoca di Vespasiano, e quindi contemporanea all’edificazione del monumento; mentre la costruzione degli archi scemi, delle piccole spalle e della ripresa delle vôlte è discreta anch’essa, ma d’epoca posteriore a quella dei Flavî.

Sarei di parere che il taglio nella parte superiore delle nicchie e le volticelle sceme con le loro spalle riportate, sia un lavoro eseguito contemporaneamente ai pilastri di opera quadrata di tufo, per formare dietro di essi un passaggio.

Che le trentadue nicchie appartengano alla primitiva disposizione della parte infima dell’Anfiteatro, oltre alla costruzione dei muri, ce lo manifesta quella serie di pilastri che noi vediamo costruiti di massi di tufo, collegati fra loro con architravi della stessa materia, i quali, a breve distanza dalle mensole, si ergono fin quasi al piano attuale dell’arena, disposti con regolarità fra loro, ma con nessuna rispetto alle mensole stesse ed ai piloni retrostanti; dichiarandoci quei pilastri, col complesso di tutte le circostanze concomitanti, che essi furono costruiti posteriormente ai piloni, e che questi e le mensole avevano a quel tempo perduto il loro scopo.

Io congetturo pertanto che, ai tempi di Vespasiano, sopra i mensoloni fossero collocate orizzontalmente attorno attorno delle grosse travi, sulle quali e sui muri di opera quadrata degli ipogei riposassero altre travi che sostenevano il tavolato dell’arena. Posta la mia supposizione, detratte dal dislivello che v’è tra il piano delle mensole e quello dell’arena attuale (che è il medesimo dell’antica rialzata) le grossezze delle travi e del tavolato, ne segue che il livello dell’arena primitiva era più basso di quello dell’arena posteriormente rialzata, di circa due metri, e che l’ipogeo ebbe in origine un’altezza di circa tre metri e mezzo[838]. E siccome il podio nella sua primitiva costruzione non fu più basso di quello che ora lo vediamo (poichè i muri che sostengono la gradinata del podio suddetto e le scale che conducevano al ripiano dei senatori, sono di assoluta costruzione Vespasianea); così dovrà concludersi che il ciglio superiore del parapetto del podio all’epoca dei Flavî distava dal piano dell’arena di circa sette metri.

Disposte le cose in tal maniera, risulta pure che gli archi impostati su i piloni rimanevano quasi del tutto fuori del livello dell’arena; ed io credo che questi, muniti di grate, servissero verosimilmente a doppio scopo: tanto, cioè, per dar luce all’ipogeo, quanto, e principalmente, nell’esecuzione delle naumachie come a suo luogo vedremo.

Le incavature poi, che appariscono nella fronte dei piloni fra le mensole dovettero servire, come giustamente osservò il Gori, a ricevere le travi che sostenevano la grande rete.

Un rozzo graffito antico (V. Fig. 10ª) rinvenuto negli scavi eseguiti nel 1874 dal Comm. Rosa negl’ipogei dell’arena, ha tutto l’aspetto di una rappresentazione della fronte primitiva del podio. Così anche parve al Gori[839], e corrisponde, quasi direi, a capello col risultato dei miei ragionamenti. È questo un frammento di lastra marmorea su cui si veggono in graffito, una presso l’altra, cinque arcate di un sesto poco inferiore al semicircolo, munite d’inferriate; sopra queste vi sono pure in graffito linee che formano una transenna enorme relativamente agli archi sottoposti; e sembra che in essa si sia voluto rappresentare, in modo rozzamente convenzionale, la grande rete del podio. Al di sotto delle arcate poi rimane la parte superiore di due figure, le quali ci ricordano probabilmente i bestiarî. La riproduzione che presento a Fig. 10ª è tratta dall’opera del Gori.

Fig. 10.ª

Per ciò che riguarda il piano dell’arena, esso fu evidentemente rialzato. Noi non sapremmo precisare l’epoca; ma possiamo con ogni certezza affermare che ciò avvenne dopo il regno di Domiziano. Pausania, nell’elenco delle opere fatte da Traiano, dice: «theatrum magnum undequaque rotundum», ossia l’Anfiteatro Flavio. Varî scrittori, basandosi su questo passo, opinarono che l’arena fosse stata rialzata da quell’Imperatore. Ed invero, la serie di pilastri di opera quadrata di pietra tufacea, che noi vediamo disposti regolarmente a brevissima distanza dal primitivo muro di perimetro dell’ipogeo (la cui costruzione ben s’addice ai tempi Traianei), e la riflessione che, abbandonata dopo la morte di Domiziano l’idea della naumachia nell’Anfiteatro, si fosse ben presto pensato a sollevare il piano dell’arena, troppo profondo, affinchè gli spettatori potessero godere completamente le rappresentazioni gladiatorie e venatorie, sembrano favorire l’opinione di quei dotti.

L’espressione di Pausania però è troppo ampia, e fuor di questa, come osserva il Lanciani, non se ne ha altrimenti notizia. Comunque sia, dal complesso delle cose a me pare che l’arena prima dell’incendio avvenuto nel regno di Macrino già fosse rialzata.

Molte parti dei muri dell’ipogeo si vedono risarcite in opera laterizia di un carattere conveniente agl’inizî del secolo III. Questi restauri furono fatti probabilmente da Eliogabalo e da Severo Alessandro, dopo l’incendio. Vi si ravvisano poi evidentemente le riparazioni eseguite nel secolo V da Teodosio II e Valentiniano III, ed i restauri fatti da Teodorico sul principio del secolo VI.

L’idea finalmente proposta da alcuni, i quali vorrebbero che anche i Frangipani abbiano fatto dei lavori nell’ipogeo, non mi pare possa avere fondamento. All’epoca dei Frangipani l’arena era la piazza del castello: ora perchè questa piazza fosse ben livellata non occorreva altro che interrar gl’ipogei!...


Scoperta l’arena, si volle ricercare l’antica cloaca che dall’Anfiteatro portava le acque al Tevere, passando per la valle del Circo Massimo. Il lodato Fea[840] oppugnò questo progetto per essere, dice, «in esecuzione difficilissimo e costosissimo per tanto tratto di strada». Ideò invece di ripristinare la Mèta Sudante, e rendere con quell’acqua e relativa costruzione di fontane un vantaggio ai cittadini di quel rione. La spesa, secondo i calcoli del Fea e del muratore Lezzani, sarebbero state tenuissime; grande invece l’utilità pubblica.

Nessuno di questi progetti fu messo in esecuzione; anzi nel 1814 il Governo ordinò di ricoprire gl’ipogei, eccettuandone il passaggio di Commodo.

Nel 1874, ad istanza del Comm. Rosa, si ripristinarono gli scavi nel Colosseo[841].

A settentrione, sotto il podio, tornarono in luce i tre ambulacri circolari, già scoperti dal Valadier; ed il Gori[842] s’affrettò anch’egli a dare il suo giudizio sull’epoca di quei muri. «Questa costruzione, dice, che poco si adatta colla regolarità usata nelle fabbriche del primo impero, dimostra che gli ambulacri vennero edificati dopo il terremoto del VI secolo (?), in un’epoca cioè in cui erano in decadenza, per la irruzione dei barbari, tutte le belle arti» (V. Fig. 8ª).

Da quel che sopra si è detto giudicherà il lettore quanto sia giusto il parere del Gori!...

Alla profondità di circa tre metri apparvero 32 delle 72 mensole di travertino, sporgenti dai piloni delle nicchie poc’anzi descritte (V. Fig. 9ª).

In questo stesso scavo tornarono in luce i cripto-portici, il pavimento, le bocchette[843], le scale, ecc., di cui già parlammo nel capit. III, Parte I, ed i residui seguenti:

1º Varî rocchi marmorei, due dei quali di giallo antico.

2º Fusti di colonne, basi e capitelli.

3º Frammenti d’iscrizione, i quali riporteremo all’App. II di questo lavoro[844].

4º Lucerne fittili, tra le quali una cristiana. L’Armellini[845] così la descrive; «Fra la varia suppellettile tornata alla luce degli sterri dell’arena nell’Anfiteatro Flavio, merita particolar attenzione una lucernina cristiana adorna di storiche e pregevoli rappresentanze. La lucerna, di cui io parlo, manca di circa una metà rimanendone abbastanza conservato il disco sul quale si vedono effigiati i tre giovani ebrei in atto di negare l’adorazione alla statua aurea di Nabucco. Il concetto artistico è identico a quello che trovasi ripetuto frequentemente nei sarcofagi cristiani ed anche in taluna delle pitture delle romane catacombe. Più raro a trovarsi un tal soggetto è nelle lucerne cristiane, ed è per questo che propongo all’attenzione dei dotti cotesto non dispregevole cimelio, il quale può aggiungere alcun lustro benchè assai tenue alle grandiose memorie cristiane del Colosseo».

5º Sei basi di statue ed un bassorilievo rappresentante un coniglio agguantato da una zampa di leone scherzante.

6º Nove teste di statue e sette lastre di marmo[846], le quali ultime hanno uno speciale interesse per i graffiti che in esse scorgiamo. Nella prima di queste lastre si vedono a graffito le cinque arcate, le inferriate e la transenna, ecc., di cui sopra parlammo (V. Fig. 10ª).

Nel secondo graffito vi sono tracciati due gladiatori; l’uno è munito di scudo quadrilatero, l’altro armato di coltello e rete, ed ambedue sono galeati. In questa scena è forse rappresentata la lotta fra un Trace od un Mirmillone con un Reziario, giacchè si scorgono assai chiaramente il tridente ed il balteus[847]. V’è poi una lepre inseguita da un cane; e più in basso un toro avente sul dorso una specie di sella: scena che ci ricorda il sarcofago rinvenuto nel palazzo Fiano, negli scavi eseguiti nel 1874-75.

In un terzo graffito è delineata la figura di un bestiario, avente nella mano destra il venabulo e nella sinistra la mappa.

Il quarto graffito[848] rappresenta l’arena divisa in due parti. Nella prima parte scorgesi un bestiario armato di lancia e lottante con due orsi. Nella seconda, una fiera che trascina una corda, porta un palo al petto e s’azzuffa con un’altra belva sciolta; mentre l’arenario, appoggiando il piede destro sul dorso di una fiera, è per colpire con la lancia un’altra belva fuggente.

Il quinto graffito, fatto in un masso di cipollino, rappresenta un atleta, il quale colla destra stringe una palma, simbolo della vittoria[849], e sul petto gli scende una doppia collana[850], torques gladatoria, da cui pende un ciondolo[851] simile a quello che vedesi nel cippo di Batone. Al sommo della pietra è scritto [FELICI] TER. L’atleta è del tutto nudo, tranne il subligaculum, i calzari, ed alcune fasce alle ginocchia. La figura fu incisa con grosso chiodo: ricordando il PINGIT ZOZZO della Domus Gelatiana, direi, col Prof. Correra[852] che questa figura e le altre sono scariphatae.

Nel sesto marmo v’è disegnata la testa di Diana, adorna di diadema e con frecce in mano.

I diversi sterri ci restituirono finalmente una pietra, in cui è incisa «una grossa palma, ed altrove, fra alcune palme, leggonsi dei nomi di gladiatori od atleti come: HONORVS, QVINTIVS, sormontati dal busto, e vi si scorge l’avanzo di una cartella ansata con le sigle

che potrebbesi leggere PALMA VICTORI FELICITER; e finalmente il nome di VINDICOMVS»[853].

«Il Comm. Rosa, onde meglio far vedere le vesti, i calzari, le armi, le fisonomie dei gladiatori, ecc., dipinse a nero l’incavo dei singoli rilievi»[854].

Più tardi si scavarono le cavee delle fiere, e vennero scoperti gli ambulacri della parte meridionale degl’ipogei dell’Anfiteatro; e si misero a nudo le costruzioni laterizie e di tufo, nonchè le mensole di travertino, simile a quelle del lato opposto. Oltre a ciò si rinvennero altri capitelli e rocchi di colonne; nello stanzone poi che trovasi a destra del cripto-portico orientale, e in due ambulacri dell’arena furono trovate varie tavole di legno, le quali «o sono residui di macchine o vi furono poste per togliere l’umidità del pavimento»[855].

Nell’ambulacro centrale, finalmente, si rinvennero grosse e lunghe travi, rafforzate da travicelli messi a traverso, ora del tutto scomparse.

Nell’Iconografia del suddetto Gori vediamo disegnate alcune costruzioni che attualmente non esistono. Questa mancanza si deve al direttore di quegli scavi, il quale «troncò quei muri, credendoli più recenti; spezzò i massi di tufo che trovò rovesciati al suolo, e li asportò dall’Anfiteatro»[856].

Essendo Ministro della Pubblica Istruzione il Prof. Guido Baccelli, s’intrapresero, di concerto coll’amministrazione comunale di Roma, grandiosi lavori di sterro[857], onde la parte esterna e più conservata dell’Anfiteatro Flavio possa essere ammirata in tutta la grandezza delle sue proporzioni e nella magnificenza della sua architettura.

Gli scavi s’incominciarono sulla piazza che guarda la via di S. Giovanni in Laterano, e precisamente dal punto corrispondente all’estremità dell’asse maggiore dell’Anfiteatro; e furono continuati, per una zona larga circa trenta metri, tutt’attorno al monumento. Questi lavori diedero risultati di non lieve importanza; giacchè tornarono in luce cinque degli antichi cippi terminali, dei quali già parlammo nella PARTE I, cap. III; il lastricato di pietra tiburtina, che girava intorno all’Anfiteatro e che costituiva una zona annessa al lastricato stesso; nonchè il primitivo pavimento stradale, formato di poligoni di lava basaltina.

«A Nord dello stesso Anfiteatro, sul declivio dell’Oppio, avvenne poi un’altra importante scoperta. Alla distanza di m. 18 dal Colosseo e allo stesso livello di questo, tornò in luce la strada che dalle Carine dirigevasi al Celio, seguendo il corso della moderna via Labicana. A Nord della strada rimane una serie di pilastri, costruiti in buon laterizio, le cui basi poggiano sopra un grande masso rettangolare di travertino. Sono decorati da mezze colonne, parimenti costruite con cortina laterizia; ed in origine erano collegati da arcuazioni delle cui imposte restano tuttora alcuni avanzi. Cotesto porticato, la cui costruzione presenta i caratteri propri delle fabbriche della seconda metà del primo secolo, trovasi sopra una linea parallela all’asse maggiore dell’Anfiteatro, ed il suo punto medio corrisponde (quasi) all’ingresso dall’estremità settentrionale dell’asse minore»[858].

Dopo gli scavi testè descritti, nessuna importante esplorazione, che mi sappia, è stata intrapresa nel Colosseo.