PARTE IV. CONTROVERSIE SULL’ANFITEATRO FLAVIO.

CAPITOLO PRIMO. Quest. 1.a — Nella dedicazione dell’Anfiteatro Flavio, ove si celebrarono le naumachie?

Prima di rispondere a questo quesito e di presentare al lettore le varie opinioni su questa scabrosa questione, mi sia lecito premettere che ai tempi di Domiziano, fratello e successore di Tito, l’Anfiteatro Flavio fu positivamente inondato, vi si fecero giuochi nell’acqua, e vi si diedero indiscutibilmente battaglie navali. Gli epigrammi XXIV, XXV, XXVI e XXVIII del libro Spectaculorum di Marziale, e le parole di Suetonio[859] non ammettono obiezioni di sorta[860]. Ciò premesso, diciamo:

Nelle solenni feste augurali date da Tito in occasione della dedicazione della venerabile mole dei Flavî, l’arena anfiteatrale fu inondata, e vi si eseguirono naumachie. Il fatto lo deduco dalla narrazione di Dione[861] il quale scrisse: «E dedicando il teatro venatorio ed il bagno che porta il suo nome, diè (Tito) molti spettacoli e straordinarî. E molti gladiatori pugnarono a duello, molti in truppa in battaglie terrestri e navali: conciossiachè avendo fatto riempire all’improvviso quello stesso teatro di acqua, v’introdusse cavalli e tori, ed altri animali mansueti ammaestrati a fare entro l’acqua tutto ciò che erano assuefatti a fare sulla terra e v’introdusse sopra barche anche uomini, e questi ivi combatterono divisi in Corintî e Corciresi»[862].

La testimonianza di Dione trova un’eco nell’epigramma XXVIII di Marziale[863]. Qui il poeta cesareo esalta enfaticamente l’Anfiteatro-naumachia dei Flavî, dicendoci che in questa Mole si fecero tali giuochi in acqua che nè nella naumachia d’Augusto nè nel Fucino nè negli stagni neroniani si sarebbero potuti eseguire. Oltre alla corsa di carri e alle battaglie navali, egli novera il manovrar dei quadrupedi entro l’acqua, ed aggiunge che le dee marine Teti e Galatea avean veduto fra le onde della Flavia naumachia, bestie a loro ignote:

. . . . vidit in undis

Et Thetis ignotas et Galatea feras;

le quali altre non furono che «i cavalli e tori ed altri animali mansueti, ammaestrati a fare entro l’acqua tutto ciò che erano assuefatti a fare sulla terra», come appunto ci dice Dione.

Sebbene i citati autori siano sufficientemente chiari nei loro scritti, nondimeno alcuni, ad es., il Marangoni ed il Gori, basandosi sul silenzio di Suetonio relativamente ai giuochi navali dati da Tito nell’Anfiteatro in occasione delle feste inaugurali di quel monumento, han dubitato dell’asserzione di Dione. Il primo[864] sostiene che la battaglia navale rappresentata in Roma nella dedicazione del Colosseo ebbe luogo unicamente nella vecchia naumachia; che l’inondamento dell’Anfiteatro ed i giuochi, ivi dati nell’acqua e narrati da Dione, furono eseguiti in altro tempo; e termina (vedremo con quanta poca saggezza) rinnegando l’autorità del greco storico. Nè è facile comprendere come egli (il Marangoni) abbia potuto riferire l’ibidem di Suetonio[865] all’Anfiteatro, quando lo stesso Dione ci attesta che, per dar nella vecchia naumachia ludi gladiatorî e cacce, una parte del lago[866] fu coperta con tavolato e circoscritta da steccati di legno.

Il Gori[867] s’oppone parimenti al passo di Dione, ed asserisce che Tito non fè eseguire i giuochi navali nell’Anfiteatro, sibbene e solamente nella vecchia naumachia. Impressionatosi egli della piccolezza dell’arena inondata; pensando non esser possibile che in essa vi si potesse rappresentare il famoso combattimento navale descritto da Tucidide, il quale ebbe luogo nel golfo di Ambracia tra le flotte dei Corintî e dei Corciresi; e credendo che nel nostro Anfiteatro vi si fosse dovuta non imitare ma rappresentare assolutamente al vero la summenzionata battaglia, viene a questa conclusione: «È dunque assai più probabile il racconto di Suetonio: che, cioè, Tito facesse eseguire tutti i combattimenti navali nella vecchia naumachia alimentata dall’acqua alsitina nella valle di S. Cosimato in Trastevere».

Il dubbio mosso dai citati scrittori non mi pare fondato; primieramente, perchè il loro argomento è negativo, e quindi non ha valore; secondariamente poi, perchè nel passo di Suetonio quell’aggettivo applicato a munus in grado superlativo — largissimumque — ha tale estensione da poter abbracciare i ludi gladiatorî, navali e molto più. Che poi Tito abbia data in quella solennità una battaglia navale nel Nemus Caesarum, ossia nella vecchia naumachia, non esclude che quel Cesare l’abbia pur data nell’Anfiteatro: anzi da quell’ET (etiam) navale praelium in veteri naumachia potremmo forse dedurre che la mente di Suetonio sia stata appunto quella di volerci indicare che, oltre alla battaglia navale eseguitasi nella vecchia naumachia, ne fosse stata data un’altra nell’Anfiteatro Flavio, benchè in proporzioni tanto piccole da lasciarla sottintesa. Ed invero: le lotte gladiatorie e le cacce di belve, date nella suddetta naumachia di Augusto, adattate all’uopo in quella circostanza, escludono forse il munus apparatissimum (almeno gladiatorio e venatorio), che, per testimonianza dello stesso Suetonio, si diè nell’Anfiteatro?

Il parere del Nibby[868] conferma la mia opinione. Ecco quanto egli scrive a questo riguardo: «Dione serve di chiosa e dilucidamento a Suetonio, e fa conoscere che questo scrittore non tenendo conto del combattimento navale dato nell’Anfiteatro alluse a quello dato nel Nemus Caesarum colla frase in veteri naumachia, giacchè ivi come notossi fu la naumachia scavata primieramente da Augusto...... Quanto poi al combattimento navale dell’Anfiteatro fu una vera parodia di quella de’ Corintii e Corciresi, descritta da Tucidide»[869].

In conclusione: l’esplicita testimonianza di Dione, l’allusione di Marziale[870] e lo stesso silenzio di Suetonio, il quale con ogni verisimiglianza può contenere un velato accenno, ci costringono a ritenere che nelle feste d’inaugurazione date da Tito, l’Anfiteatro Flavio fu inondato e vi si celebrarono naumachie.

Che nella naumachia di Augusto si eseguissero in quella stessa circostanza battaglie navali, non v’ha dubbio. Gli storici antichi ce l’attestano concordemente. Nella dedicazione dell’Anfiteatro, dunque, si celebrarono giuochi in acqua tanto nella vecchia naumachia quanto nell’Anfiteatro; anzi quelli celebrati in quest’ultimo superarono, se non nella grandiosità nella singolarità, quelli eseguiti nella naumachia di Augusto; tanto che Marziale potè esclamare dell’Anfiteatro Flavio: «hanc unam norint saecula Naumachiam».

Sennonchè, se è vera la narrazione di Dione e quanto si deduce da Marziale, l’Anfiteatro dovette fin dall’origine essere stato costruito in modo da potervi dare all’occorrenza giuochi in acqua!.... Interroghiamo il monumento, e la sua risposta o smentirà Dione o lo sosterrà.

Abbiam veduto nella Parte III, cap. V, come l’arena dell’Anfiteatro Flavio fu stabilmente sostrutta fin da principio, e che il suo livello, in origine più basso, fu poscia[871] sollevato. Abbiam veduto che il tavolato dell’arena primitiva con la sua armatura in legname poggiava sulle mensole di travertino che sporgono dai piloni, dei quali è fornito il muro di perimetro dell’ipogeo, rimanendo perciò il suo piano ad un livello più basso di circa due metri da quello dell’arena rialzata; e deducemmo, per legittima conseguenza, che dalla soglia delle due porte[872] vi dovette essere un piano inclinato per discendere nell’arena.

Abbiam veduto che gli archi[873] impostati su quei piloni rimanevano fuori del piano dell’arena poco meno della lunghezza del raggio. Osservammo che nella parete di fondo di ciascuna di quelle nicchie, dal piano superiore delle mensole in giù, v’era un’apertura rettangolare a guisa di piccola finestra. Riscontrammo che le volticelle a sesto ribassato, le quali tagliano a metà le nicchie, furono costruite posteriormente, e che, in origine, eran queste vuote dal piano dell’ipogeo alla loro cima (V. Fig. 9ª).

Nello studio del sotterraneo dell’arena osservammo uno speco (V. Fig. 11ª)[874], il quale è situato sotto il pavimento del cripto-portico (Tav. V, lett. K), e si eleva al di sopra del piano dell’ipogeo; si vide che il sistema di cloache per lo smaltimento delle acque e delle immondezze si trova sotto il piano dello stesso ipogeo; e che tutte quelle cloache vanno a far capo ad una di maggiori dimensioni, la quale gira attorno all’Anfiteatro[875]. Da questa cloaca dovette certamente partire un braccio che andava a scaricare le acque nel grandioso collettore emulo della cloaca Massima, il quale corre a piè del Palatino, lungo la via che dall’Arco di Costantino conduce a S. Gregorio[876].

La semplice esposizione della struttura della parte infima dell’Anfiteatro mi sembra renda più che manifesto il pensiero di Vespasiano: d’aver voluto, cioè, costruire la sua mole in modo che si potesse a piacimento inondare. Lo speco anzidetto, come lo persuade la sua orientazione e la sua elevazione rispetto al piano degl’ipogei, fu con tutta probabilità destinato ad introdurre in questi un grosso volume d’acqua, a tale scopo derivando dal castello di divisione, situato sulla piazza della Navicella (per intero od in parte), la quantità della Claudia condotta dal ramo celimontano, il cui speco è largo m. 0,716, alto m. 1,633 fino all’imposta della volticella, che ha m. 0,445 di freccia[877].

Fig. 11.ª

Sul sito preciso di questo castello non può cader dubbio, avendolo il Cassio individuato matematicamente con due coordinate — 90 passi dal portone di S. Stefano Rotondo, e 30 dall’arco di Dolabella. — Questo dotto scrittore ragiona diffusamente del castello suddetto nella sua opera Corso delle acque antiche[878]. Ecco le parole con cui intitola il capitolo: «Degli archi, sui quali condusse Nerone la Claudia sul Celio diramandone un rivo allo stagno dell’aurea sua casa. Questi non furono opra di Claudio. Delli bassi; si mostra il Castello non osservato da moderni antiquari». Di questo lungo capitolo recherò in NOTA i tratti che più c’interessano[879].

Se il Cassio avesse potuto vedere quello che fortunatamente abbiam veduto noi, lo sbocco, cioè, di quel sotterraneo condotto all’estremità dell’asse maggiore dell’Anfiteatro dalla parte del Laterano, ad un livello superiore al piano dell’ipogeo dell’arena; si sarebbe risparmiato l’improbo lavoro della ricerca di pozzi e conserve nell’altipiano artificiale dell’orto dei religiosi del convento de’ Ss. Giovanni e Paolo, per l’inondazione dell’Anfiteatro Flavio; ed avrebbe senza dubbio ritenuto con noi che Vespasiano, il quale risarcì appunto il condotto della Claudia, si servì dello speco neroniano, che prima conduceva quell’acqua allo stagno, per l’inondazione della sua magnifica mole.

Il Lanciani[880] giustamente nega che questo speco fosse (come si credè quando apparve negli scavi del 1874) l’emissario dei sotterranei dell’arena; ed io convengo pienamente con lui, ed ammetto che le acque vi dovettero correre «dal Celio verso il bacino del Colosseo». Convengo eziandio col ch. archeologo che quello speco abbia servito per uso dello stagno neroniano; ma credo in pari tempo che servisse ancora alla condotta delle acque per l’inondazione dell’Anfiteatro; imperocchè nell’edificazione della Mole Vespasianea lo speco non venne distrutto: ciò che si sarebbe fatto, se più non serviva, a fine di evitare il considerevole ed incomodo dislivello tra il piano del criptoportico e quello delle due lunghe stanze adiacenti e del rimanente degli ipogei.

Quel che più poi mi conferma in questa opinione, si è l’orientamento simmetrico di questo speco rispetto all’Anfiteatro; la qual cosa ci costringe a ritenere o che Vespasiano orientasse l’Anfiteatro relativamente allo speco, o che, con un nuovo braccio, torcesse l’antico andamento di questo per farlo riuscire come ora lo vediamo, vale a dire all’estremità orientale dell’asse maggiore; restando sempre comprovato da quel fatto che Vespasiano si servì dell’antico speco per l’inondazione dell’Anfiteatro. Anzi sarei di parere che appunto lo speco che conduceva la Claudia allo stagno di Nerone, dove si designò d’erigere l’immensa mole, sia stato ii movente nella mente di Vespasiano di un teatro-naumachia.

Il piano del nostro speco è alquanto più basso di quello degl’ipogei. Penso che ciò sia stato fatto perchè con quel battente venisse moderato l’impeto della corrente, impedendo così un urto violento della corrente stessa contro le sostruzioni dell’arena che le si paravan innanzi.

In un tempo più o meno lungo[881] potevansi in tal guisa inondare tutte le cavità dell’ipogeo e far giungere il livello dell’acqua fin quasi a toccare il pavimento dell’arena, sul quale potevansi eseguire liberamente i ludi, senza che gli spettatori s’accorgessero punto del sotterraneo inondamento e potessero prevenire la sorpresa che era loro preparata. Giunto il momento di cambiare scena, cessavano i ludi; s’apriva di nuovo la saracinesca; l’acqua scendea precipitosamente dal castello, e, non potendo salire sull’arena, perchè impedita dal pavimento solidamente assicurato alle sostruzioni, rigurgitava dai trentadue archi delle nicchie, riversandosi sull’arena ed allagandola con un primo strato quasi in un attimo: Amphitheatro de repente aqua impleto[882].

L’acqua andava man mano crescendo; e non s’arrestava il suo sollevamento, se non quando era giunta all’altezza necessaria a sostenere le rates.

Le aperture poi che si vedono nel fondo di ciascuna delle trentadue nicchie, (V. Fig. 9ª), furono evidentemente emissarî per far tornar in secco, in breve tempo, il pavimento dell’arena. Marziale cantò:

Non credis? spectes, dum laxent aequora Martem

Parva mora est, dices hic modo pontus erat.

Il grosso volume di acqua che inondava gl’ipogei veniva, per mezzo di gore sotterranee, scaricato a comodo nella principale. Con tal sistema potevasi far salire e discendere a piacimento il livello dell’acqua sul piano dell’arena; il quale livello poteva variare da zero a pressochè due metri.

L’inondazione di tutte le cavità dell’ipogeo rimuoveva il pericolo dell’abbassamento del voluto livello dell’acqua sull’arena: abbassamento che poteva probabilissimamente avvenire, se, come opinò Lorenzo Re[883], si fosse introdotta l’acqua solamente sopra il pavimento, non giovando certo nè le saracinesche alle porte nè il catrame alle moltissime commessure del tavolato ad impedire il filtramento dell’acqua.

Potrebbesi pur anche immaginare con qualche fondamento che l’inondazione sotterranea fosse stata limitata al solo primo ambulacro curvilineo, nel quale si trovavano le nicchie; chiudendo allo scopo sigillatamente le quattro porte, che da quest’ambulacro mettevano al secondo. La cosa sarebbe stata molto più semplice, meno dannosa; e l’inondazione sotterranea si sarebbe eseguita in più breve tempo. Ma in tal caso rimaneva il pericolo d’accidentale filtrazione dell’acqua nella parte centrale del pavimento. Io ho preferito l’allagamento totale, ma non posso asserire con certezza a qual dei due partiti si saranno attenuti gli antichi.

Un indizio dell’allagamento della parte infima dell’Anfiteatro l’abbiamo nell’incastro che si vede negli stipiti di travertino della porta che dall’ipogeo introduce nel cripto-portico meridionale. Anche gli accessi degli altri tre cripto-portici dovettero avere avuto i loro incastri, a fine d’impedire l’inondazione di quelle vie sotterranee.

E qui è bene avvertire che nell’ingegnoso ritrovato per l’inondazione dell’Anfiteatro, chiaramente manifestatoci dall’esame del monumento, non occorreva munir d’incastri e saracinesche le due grandi porte che immettevano nell’arena; poichè l’acqua saliva dolcemente su i piani inclinati già ricordati, e, giunta al massimo livello, appena lambiva la soglia delle due porte: donde si potevano con agio far discendere nell’acqua bestie e i cocchî, e varare comodamente le barche.

All’allagamento totale degl’ipogei e dell’arena potrebbesi obiettare il danno che ne veniva alle parti lignee ed ai meccanismi; nonchè il tempo e la spesa che occorreva per rimettere ogni cosa allo stato normale.

Obiezione giustissima, ma che per altro conferma il fatto risultato dallo studio del monumento e degli antichi scrittori. Io opino che questa appunto sia stata la causa, se non unica almeno principale, che fè determinare i successori di Domiziano ad abolire per sempre le naumachie dall’Anfiteatro e a sollevare il livello dell’arena.


Verso la metà del secolo XVIII il Cassio s’interessò del calcolo circa la quantità dell’acqua necessaria ad inondare l’arena dell’Anfiteatro Flavio, per darvi naumachie. A questo scopo, dice egli[884], «stimossi opportuno il ricorrere alla nota abilità del P. Boshovitz pubblico lettore di tali scienze (matematiche) nel Collegio Romano. Egli sapeva essere stato scritto in altre occasioni sopra lo spazio ed estensione della medesima Cavea dal sig. Ab. Gaetano Ridolfi espertissimo in geometria, aritmetica ed anco idraulica. Suggerì perciò non potersi trovare di lui più idoneo per soddisfare al proposto quesito. Si compiacque la di lui gentilezza di assumere il laboriosissimo incarico, e dopo serî riflessi ne stese la dotta operazione nel foglio che si aggiunge al § 7, pagina 134».

In sostanza, il Ridolfi venne a questa conclusione: che per allagare l’arena dell’Anfiteatro (ritenuta non sostrutta) all’altezza di 10 palmi architettonici, pari a m. c. 2,23 (altezza abbondante perchè possano galleggiare le barche, ma da lui supposta, perchè, come egli scrive: «le navi e gli uomini che si sommergessero non avessero a recare impedimento al libero andare dei naviganti)», occorreva un volume d’acqua di barili 139784, pari a m. c. 8134,784. — Si deve avvertire che il Ridolfi suppose l’arena, allora interrata, alquanto più ampia di quella che realmente era.

Lorenzo Re, il quale sostenne l’arena sostrutta fin da principio, e la suppose inondata soltanto sopra al pavimento, disse che a sostenere le barche erano sufficienti tre o al più quattro piedi d’acqua: vale a dire m. 1,18 il massimo.

Per noi (posta l’arena al piano dei mensoloni e stabilita la superficie massima dell’acqua all’altezza di metri due dal piano del tavolato) occorrerebbe un volume d’acqua di 6400 m. cubi. Ma non pare che vi sia stato bisogno di tanta altezza nè di tanto volume. Le barche infatti che dovevan solcare il piccolo mare anfiteatrale, non poterono essere di grande mole nè cariche di molti uomini; ma sibbene di limitate proporzioni, e, come bene osserva il Gori[885], non più lunghe di 5 metri; nè forse ebbero più carico che di un otto uomini ciascuna fra rematori e combattenti.

La portata dello speco è tale, che in pochissimi minuti l’acqua potea raggiungere i due metri d’altezza sul pavimento dell’arena. Io nondimeno credo che non vi se ne introducesse tutta quella quantità di cui era capace; e congetturo inoltre che a bello studio ne venisse introdotta minor quantità; che questa raggiungesse il livello sul piano dell’arena di m. 1,70 circa, altezza, più che sufficiente a sostenere le piccole barche Corintie e Corciresi; e che l’acqua si facesse affluire in modo, che, per raggiungere questo livello, impiegasse un’ora circa di tempo. Questo lo deduco dall’epigramma XXVIII[886] di Marziale il quale in linguaggio poetico così cantò:..... «Mentre che Nereo apparecchia le sue onde a ricevere le truci navi, pe’ i feroci combattimenti, permette di andare pedestramente nelle liquide acque. Videro intanto Teti e Galatea guazzar nell’onde animali ad esse ignoti; e nell’equorea polvere videro cocchi tratti da focosi destrieri che Tritone stesso credette i cavalli del suo signore. La doviziosa onda Cesarea t’offriva quanto nel Circo e nell’Anfiteatro s’ammira».

Le espressioni poetiche del poeta cesareo vengono a dichiararci che nel tempo del lento sollevamento dell’acqua[887], e mentre questa trovavasi in un conveniente livello[888], s’eseguivano in essa corse di cocchî e giuochi di animali «assuefatti a fare nell’acqua quel che facevano in terra».

L’inondazione degl’ipogei poteva farsi a comodo; e quindi poco c’importa di conoscere il volume dell’acqua necessaria a riempirli ed il tempo che questa v’avrà impiegato. Contuttociò, poste le sostruzioni stabili, si può dedurre che il volume necessario fu circa di un terzo minore di quello che sarebbe occorso a riempire l’intero ipogeo vuoto all’altezza di m. 3,50; ossia occorreva un volume d’acqua di m. c. 7467 circa, ed appena un’ora ed un quarto di tempo.

Opino che simili inondazioni si facessero prima che gli spettatori occupassero i gradi, acciocchè il rumore del grosso volume d’acqua, che si scaricava nel sotterraneo, non tradisse il segreto che si voleva serbare.

E qui mi si permetta manifestare una mia idea circa i varî ludi dati da Tito nell’Anfiteatro, allorquando lo dedicò, e dei quali parla esplicitamente Dione.

Alcuni scrittori opinarono essere impossibile il combattimento delle gru; ed il Casaubono era tanto persuaso di questa impossibilità, che corresse il testo di Sifilino, sostituendo alla gru (γεράυοις) i germani (Γερμανοὺς). Il Reimaro s’oppose a questa correzione, ed io non vedo l’assoluta impossibilità di quel combattimento. Chi di noi non sa che i volatili e tutti gli animali s’azzuffano fra loro, allorchè vengono a contrasto per una preda? Perchè dunque dovrà sembrare impossibile che le gru, quei grossi uccelli, abbiano potuto azzuffarsi fra loro, molto più se, come è possibile, fossero state antecedentemente ammaestrate, e legate a lungo per una zampa? — Che realmente si eseguisse questo strano combattimento, me lo persuade inoltre lo stesso divisamento di Vespasiano, in voler dare nel suo Anfiteatro giuochi in acqua: divisamento che potè far sorgere in Tito l’idea di completare, direi quasi, la straordinaria rappresentazione, dando un combattimento di nuovo genere; esibendo, cioè, nella solenne dedicazione del nostro monumento, giuochi aerei, terrestri e marini.

Concludiamo:

L’esame del monumento ci ha fatto conoscere la verità della narrazione di Dione; ha confermato il parere del Nibby relativamente al passo di Suetonio, ed ha illustrato splendidamente l’epigramma XXVIII[889] di Marziale, rivelandoci il vero senso di quei versi oscuri. Ora in grazia di quest’esame, intendiamo come veramente nel solo Anfiteatro-Naumachia di Vespasiano Nereus poteva concedere di andare pedester nelle liquide onde, potendo correre sul piano inondato dell’arena (prima che le acque giungessero ad un livello da sopportar le barche) i cocchî, camminare gli uomini e guazzare le bestie; e vediamo come i versi di chiusa, che finora sembravano una puerile incensata, non erano che l’espressione di un fatto vestito di poetiche forme:

Fucinus et pigri taceantur stagna Neronis,

Hanc unam norint saecula Naumachiam.

CAPITOLO SECONDO. Quest. 2.ª — Quali soggetti erano rappresentati nei clipei? Come erano questi disposti? Quanti erano?

Nel secondo capitolo della PARTE I dimostrammo che la voce clypeum, usata dal cronografo dell’anno 334[890], significava scudo rotondo, per lo più di bronzo, coll’effigie scolpita od a rilievo di una divinità o di un eroe o di qualche personaggio illustre; ed aggiungemmo che esso scudo solevasi collocare nelle pareti esterne dei tempî ed in luoghi pubblici. Dimostrammo parimenti che questi clipei ornarono il quarto ordine dell’Anfiteatro Flavio; dicemmo che tuttora si ravvisano i fori nei quali erano fissati quegli scudi, e promettemmo finalmente di dare il nostro umile giudizio circa i seguenti quesiti:

1.º Chi si rappresentò in quei clipei?

2.º Perchè questi non furono collocati in tutti e singoli gli spazi liberi, ma procedeano e si alternavano in una maniera tanto strana?

Eccoci adunque pronti ad esprimere il nostro parere: ma desideriamo che questo nostro giudizio sia ritenuto del tutto ipotetico, e ripetiamo ancora una volta di essere sommamente lieti, se altri potessero dare ai quesiti proposti soluzione più plausibile.

Negli scudi dunque, che anticamente decoravano i tempî e gli edificî pubblici, eranvi rappresentate le effigie delle divinità, degli eroi e dei personaggi illustri. Ora quali di questi soggetti erano effigiati nei clipei del nostro Anfiteatro?

Non pare probabile che in essi vi siano state le immagini delle divinità pagane, tanto perchè gli anfiteatri non erano tempî, quanto perchè, essendo quelle divinità così abbondanti in Roma gentile, l’imperatore Domiziano avrebbe potuto scegliere quaranta di esse e farle collocare in ciascuno dei quaranta spazî liberi del quarto ordine dell’Anfiteatro stesso. Ma noi abbiamo spazî i quali furono certamente privi di clipei!

Oltre a ciò, nell’Anfiteatro Flavio v’erano 160 fornici, e tutti con statue. Ora, se quell’imperatore avesse voluto decorare l’Anfiteatro colle immagini della divinità, avrebbe prescelto al clipeo collocato in alto, la statua posta in luogo più visibile, quali erano i fornici: contentando, in questa guisa il maggior numero possibile della sterminata serie dei Numi maggiori, minori e minimi.

Ma a questi argomenti di convenienza noi possiamo aggiungerne uno di fatto. Negli inizî del secolo XIX, in una escavazione praticata nelle basse arcate del Colosseo, furono rinvenuti parecchi torsi di statue panneggiate, nonchè una bellissima testa di Mercurio, la quale, come leggesi nelle Memorie enciclopediche Romane[891], servì a restituire la famosa statua acefala di questa divinità, che allora ornava il Giardino Pontificio, e che ora ognuno può vedere nel ricco Museo Chiaramonti al Vaticano[892]. Gli artisti esaminarono diligentemente la qualità del marmo, le proporzioni, lo stile; e giudicarono che la rinvenuta testa di Mercurio apparteneva alla statua suddetta[893]; ed oggi, tanto per la sua integrità, quanto per la finezza dell’arte e l’intelligenza dello scultore, quel simulacro forma uno dei principali capi di quell’interessantissima collezione. Ora questo fatto non conferma l’ipotesi che le immagini delle divinità non furono, nel Colosseo, scolpite od a rilievo sui clipei, ma bensì statue marmoree collocate nei fornici?

Escluse le divinità, rimangono gli uomini illustri. Ma i personaggi più illustri dell’Impero furono senza dubbio gl’Imperatori; e questi, a mio parere, vi furono effettivamente effigiati. Io congetturo che Domiziano abbia fatto incidere o fondere undici clipei, quanti cioè erano gli Imperatori che avevano governato l’Impero da Augusto fino a Domiziano stesso; e che poscia, li abbia egli fatti collocare negli spazî liberi esterni del quarto ordine dell’Anfiteatro; curando, per quanto fu possibile, una certa simmetria nella loro disposizione. Sennonchè, onde ottenere questa simmetria, come avrà egli fatto? Se gli Imperatori, e conseguentemente gli scudi, fossero stati dodici, era cosa facilissima il disporli simmetricamente. Bastava fissare tre clipei in ciascuna delle quattro parti corrispondenti ai quattro principali ingressi dell’Anfiteatro. Ma gli Imperatori, e quindi i clipei erano soltanto undici! Ed allora?....

I fori o le tracce superstiti mi sembra possano dare un indizio del modo con cui Domiziano sarà riuscito a raggiungere, per quanto fu possibile, questa simmetria. Secondo la nostra ipotesi, i clipei sarebbero stati undici. Faceva dunque mestieri decorare uno degli ingressi con due soli clipei. E poichè l’ingresso rivolto all’Esquilino era, diremo così, meno nobile, conveniva lasciar questo (come infatti si lasciò) con due soli clipei, anzichè gli altri ingressi dell’asse maggiore e quello dell’asse minore, il quale fu indiscutibilmente decorato, come apparisce dalle medaglie, di uno scudo centrale. Noi dalla parte dell’Esquilino troviamo le tracce dei clipei in due spazî liberi, egualmente distanti dall’ingresso centrale; e questi spazî si trovano sui fornici corrispondenti ai numeri XXXV e XLII. La disposizione di questi due degli undici clipei c’invita a congetturare che dalla parte opposta ve ne siano stati collocati altri due, e alla stessa maniera relativamente all’ingresso imperatorio. Anzi in quella parte che guarda il Celio ve ne dovette essere un terzo, il quale, come apparisce dalle medaglie dei Flavî, trovavasi nello spazio centrale (V. Fig. 12.ª).

Ora ragion vorrebbe che sugli altri due ingressi dell’asse maggiore fossero stati collocati gli altri sei clipei: tre in ciascuna parte, e allo stesso modo disposti. Ma se la presenza dei fori allo spazio corrispondente al numero XXIII ce lo persuaderebbe, la mancanza dei fori allo spazio LIIII della parte opposta ce ne dissuade assolutamente; e ci spinge a ritenere che in queste due parti non vi poterono essere più di due clipei. Dico non più di due clipei, perchè immaginandone noi tre, l’uno tanto prossimo all’altro, ne sarebbe venuta una disposizione troppo difforme da quella che avevano i tre clipei nel centro della parte più nobile; mentre se noi ne immaginiamo soltanto due, ai numeri LVI e LIX da una parte, XVIII e XXI dall’altra, detti clipei sarebbero stati distanti fra loro in ciascuna parte, quanto lo erano i tre situati sull’ingresso imperatorio.

Manca ora di trovare il posto degli ultimi due. Io opino che, essendo la parte dell’ingresso imperatorio la più nobile (come ce l’attestano le medaglie, le quali sempre riproducono l’Anfiteatro dalla parte suddetta), i clipei siano stati collocati nei punti intermedî fra i numeri LIX e LXIII, e fra XVIII e IV. Ma non essendo stato possibile collocarli ai numeri LXVI e XI, equidistanti da LIX e LXXIII, e da IV e XVIII, perchè quegli spazî erano occupati dalle finestre; mi sembra ragionevole ritenere che essi fossero stati collocati ai numeri LXVII e X, anzichè agli altri LXV e XII; per la ragione che, collocando ciascuno dei due clipei in quei dati punti intermedî da me prescelti, essi (sebbene alquanto disugualmente distanti dai laterali) sarebbero sembrati posti pressochè ad egual distanza dagli altri clipei, per l’effetto ottico prodotto dall’ovale, più spiccato verso l’estremità dell’asse maggiore e meno verso quella del minore.

Fig. 12.ª

Ciò supposto, cerchiamo d’indagare qual ordine si sia potuto tenere nel collocare le effigie di questi undici Imperatori. Io mi permetto congetturare che siano stati disposti per ordine cronologico, ed in questa guisa: al numero LXVII Augusto; al LIX Tiberio; al LVI Caligola; al XLII Claudio; al XXXV Nerone; al XXI Galba; al XVIII Ottone; al X Vitellio; al IV Vespasiano; sull’ingresso imperatorio, Tito; al numero LXXIII Domiziano. Quest’ordine, che pone l’effigie d’Augusto a destra del gruppo centrale, e fa coincidere i clipei dei tre Flavî fondatori dell’Anfiteatro nell’ingresso imperatorio, parmi rafforzi la ragionevolezza della supposta disposizione dei clipei (V. Fig. 13ª).

Fig. 13.ª

Ma qui sorge spontaneamente una difficoltà. Oltre ai fori che vediamo negli spazî liberi, corrispondenti alle arcate superstiti che portano i numeri XXXV e XLII, e che hanno aperto la via alla soluzione del problema propostomi, noi abbiamo altri spazî similmente con fori; e questi spazî si trovano precisamente sopra gli archi portanti i numeri XXIII, XXV, XXXI, XXXIII, XL, XLVIII, e L! Come spiegarci questo fatto?... O noi dobbiam dire che questi secondi clipei furono aggiunti successivamente, secondo che si succedevano gli Imperatori; o dobbiam dire che furono aggiunti tutti in una volta. Nella prima ipotesi, non essendovi tracce di clipei in tutti gli spazî liberi, e d’altronde essendo il numero di questi molto inferiore a quello degli Imperatori che succedettero a Domiziano; converrebbe affermare che in un dato tempo si fosse cessato dal collocare nel quarto ordine dell’Anfiteatro le effigie dei reggitori dell’Impero. — Io, non vedendo ragione plausibile di questa cessazione, preferisco attenermi alla seconda parte del dilemma; e trovando opportunissimo il tempo della grande restaurazione dell’Anfiteatro, compiuta da Severo Alessandro, opino che questo Cesare sia stato appunto colui il quale fe’ collocare i clipei tutti in una volta, e, con ogni verosimiglianza, tanti quanti furono gli Imperatori da Nerva (immediato successore di Domiziano) a Severo Alessandro inclusivamente. Questi Imperatori furono quindici, ma i periodi di regno furono solamente tredici, perchè Marco Aurelio e Lucio Vero (161-180), Caracalla e Geta (198-217) regnarono insieme; e ritengo probabile che nei clipei relativi a questi due periodi di regno fossero i due rispettivi Cesari rappresentati insieme, come era solito farsi nelle medaglie e nelle monete. Così vediamo accoppiate le teste di Nerone e Agrippina, di M. Antonio e Cleopatra, di Postumo ed Ercole; e quelle di M. Aurelio e L. Vero, di Caracalla e Geta, le quali nelle medaglie le vediamo l’una di contro all’altra.

Anche qui è necessario investigare il modo con cui Severo Alessandro avrà distribuito i tredici clipei che egli (secondo la mia ipotesi) aggiunse agli undici già posti da Domiziano.

Nella parte superstite del recinto esterno dell’Anfiteatro (la quale è poco meno della metà dell’intero recinto) noi, oltre alle tracce di due dei clipei da me attribuiti a Domiziano, vediamo le tracce di altri sette clipei. Ora, ammessa la mia ipotesi, nell’altra metà ve ne dovettero essere stati altri sei. — Accingiamoci senz’altro ad indagare il posto che essi poterono occupare.

Mentre le medaglie dei Flavî ci mostrano il quarto piano dell’Anfiteatro decorato da tre tondi e quattro rettangoli, una delle medaglie di Severo Alessandro ed una di Gordiano ce lo rappresentano decorato da una serie di tondi, terminata da due rettangoli. Ognuno vede che queste ultime medaglie ci attestano, nel loro linguaggio convenzionale, un aumento di clipei nella parte centrale (sull’ingresso imperatorio), dall’epoca di Severo Alessandro in poi. Basato su questo fatto, colloco un clipeo al numero II ed un altro al LXXV, i quali, aggiunti ai tre Domizianei, formano un numero pressochè uguale a quello dei tondi espressi nelle ultime delle anzidette medaglie. — Le tracce esistenti ai numeri XLVIII e L, nella parte superstite del quarto piano, mi fanno argomentare che altri due clipei fossero stati aggiunti a quelli Domizianei (numeri LXVII e X), occupando i numeri LXV e XII. Gli ultimi due clipei che mancano per compire i sei, li colloco a piombo dei due ingressi posti alle estremità dell’asse maggiore.

Disposti in tal guisa i tredici clipei, ciascuna delle due parti principali (quella, cioè, più nobile — dell’ingresso imperatorio — e l’altra della porta principale, divenuta ai tempi di Severo Alessandro ancora più ragguardevole che per l’innanzi, sì per il tempio di Venere e Roma, sì per il famoso Colosso), quelle due parti, ripeto, sarebbero state decorate con simmetria.

Ci resta ora a vedere con qual ordine Severo Alessandro avrebbe collocati gli Imperatori effigiati nei clipei.

Mi par naturale che, potendolo egli fare, li debba aver disposti cronologicamente, ponendo, cioè, nel primo posto dopo Domiziano Nerva, immediato successore di lui; quindi Traiano, e così via dicendo, fino allo stesso Severo Alessandro. Il fatto poi che questa disposizione dei tredici clipei avrebbe fatto capitare Eliogabalo e Severo Alessandro (i grandi restauratori dell’Anfiteatro) sull’ingresso imperatorio, fra Vespasiano, Tito e Domiziano, mi conferma nella proposta opinione (V. Fig. 13ª).

Osservando la disposizione dei clipei nella parte superstite del quarto piano dell’Anfiteatro, nasce spontaneamente la curiosità di sapere perchè, potendosi disporre i sette clipei aggiunti ai due Domizianei, colla stessa simmetria con cui sarebbero stati disposti i clipei dalla parte opposta, (vale a dire sull’ingresso imperatorio); siano stati invece disposti irregolarmente rispetto all’asse minore.

In questo caso, purtroppo certo, noi non possiamo procedere altrimenti che per arzigogoli; ed io propongo ciò che in questo momento mi passa nella fantasia.

Non si potrebbe opinare che Severo Alessandro abbia trascurata la simmetria che con ogni certezza poteva ottenere sull’ingresso rivolto all’Esquilino, affinchè i tre fondatori ed i due restauratori dell’Anfiteatro non avessero riscontro sopra alcuno degli altri ingressi, e perchè tutti e cinque quei Cesari occupassero la parte più cospicua del recinto? Sennonchè Severo Alessandro pur ottenne, secondo la mia opinione, e subordinatamente al principio propostosi, una relativa simmetria nella parte meno nobile qual’era quella dell’Esquilino.

Difatti: nella parte caduta del recinto (giusta la disposizione da noi immaginata), tra un gruppo di clipei e l’altro restano cinque interpilastri, e cinque appunto ne restano dalla parte dell’Esquilino; talchè potremmo congetturare che in questa parte si sia data agli scudi quella disposizione, onde ottenere almeno la stessa distanza tra i varî gruppi di clipei in tutto il recinto.

Concludiamo:

Che fra un finestrone e l’altro del quarto ordine dell’Anfiteatro Flavio vi siano stati clipei fissi e non posticci, come opinò il Maffei, è certo. Quali soggetti però vi siano stati effigiati, noi non lo sappiamo con certezza; ma fino a che non si dia a questa questione una soluzione più plausibile di quella da me presentata, io riterrò che in quei clipei vi furono rappresentate le immagini degli Imperatori, da Augusto a Severo Alessandro.

CAPITOLO TERZO. Quest. 3ª. — L’Anfiteatro Flavio e i Martiri.

Nell’Introduzione di quest’opera facemmo notare che la venatio fu, fra i Romani, un’impresa ordinariamente libera e volontaria; dicemmo che i padroni talvolta punivano i servi, e la pubblica autorità i delinquenti, obbligandoli a discendere sull’arena e pugnare colle fiere; ed aggiungemmo che se i suddetti delinquenti eran rei di delitti gravissimi e capitali, venivan essi esposti alle fiere legati ed inermi.

È questa una cosa tanto nota, che non ha mestieri di dimostrazione. Gli antichi scrittori, tanto storici che poeti, sì oratori che legisti, ce l’attestano concordemente e ripetutamente.

Ma non tutti i delitti si punivano con siffatte pene; e senza perderci in inutili parole riportiamo le leggi romane riguardanti i delitti e le pene di cui parliamo. Eccole[894]:

1. Qui noctu manu facta praedandi ac depopulandi gratia templum irrumpunt, BESTIIS OBIICIUNTUR.

2. Auctores seditionis et tumultus vel concitatores populi pro qualitate dignitatis aut in crucem tolluntur aut BESTIIS OBIICIUNTUR, aut in insulam deportantur.

3. Lex Cornelia poenam deportationis infigit ei qui hominem occideriti eiusve rei causa furtive facendi cum telo fuerit, quive venenum hominis necandi causa habuerit, vendiverit, paraverit, falsumque testimonium dixerit, quo quis periret, mortisve causam praestiterit; quae omnia facinora in honestiores poena capitis vindicari placuit; humiliores vero aut in crucem tolluntur, aut BESTIIS OBIICIUNTUR.

4. Qui sacra impia nocturnave ut quem obcantarent, defigerent, obligarent, fecerint faciendave curaverint, aut cruci suffiguntur, aut BESTIIS OBIICIUNTUR.

5. Qui hominem immolaverint exve eius sanguine litaverint, fanum templumve polluerint, BESTIIS OBIICIUNTUR, vel si honestiores sint capite puniuntur.

6. Magicae artis conscios summo supplicio affici placuit, id est BESTIIS OBIICI aut cruci suffigi.

7. Qui patrem, matrem, avum, aviam, fratrem, sororem, patronum, patronam occiderit, etsi antea insuti culleo in mari praecipitabantur, hodie tamen vivi exuruntur vel ad BESTIAS DANTUR.

8. Lege Julia maiestatis tenetur is, cuius ope, consilio adversus imperatorem vel rempublicam arma mota sunt, exercitusve eius in insidias deductus est; quive iniussu imperatoris bellum gesserit delectumve habuerit exercitumve comparaverit, sollicitaveritve, quo desereret imperatorem. Hi antea in perpetuum aqua et igni interdicebantur; nunc vero humiliores BESTIIS OBIICIUNTUR, honestiores capite puniuntur.

Ora domandiamo: i pagani credettero di rinvenire nei Cristiani qualcuno degli enumerati delitti? Ed in caso affermativo, furono essi damnati ad bestias? E se in Roma furono effettivamente dati alle fiere, in qual punto dell’alma Città eseguivasi la condanna?

***

Tutti sappiamo che fino all’impero di Nerone nessuna legge colpì il Cristianesimo; e non v’ha chi ignori che fino a quei giorni fu esso ritenuto dai gentili per una setta del giudaismo. Giunto il funesto momento dell’incendio di Roma, ordinato, come si legge in Plinio sen., Stazio, Suetonio e Dione[895], dallo stesso Nerone; questi, onde liberarsi dall’infamia di cui l’opinione pubblica giustamente avealo marchiato[896], ne incolpò i giudei. Il volgo ritenne per vera quella voce sparsa; e la calunnia si rese ancor più credibile, quando potè accertarsi che l’incendio avea avuto principio dalle taberne giudaiche, site presso il Circo Massimo, e che i quartieri da loro abitati[897] erano rimasti non tocchi dal fuoco. Ma i giudei ben presto si liberarono da quel terribile incubo, poichè Poppea, seguace dell’ebraismo, istigata dai suoi correligionari, perorò la loro causa. Essa ripetè a Nerone le spudorate calunnie già disseminate dai giudei contro i Cristiani; gli descrisse il cristianesimo quale setta empia ed illegale; aggiunse che il Fondatore della nuova religione era autore di una dottrina malefica, e che insegnava i delitti più empî e nefandi[898], e concluse che l’imputazione dell’incendio di Roma non dovesse ricadere sopra i giudei ma sopra i Cristiani, comunemente ritenuti per una setta del giudaismo.

La perorazione di Poppea produsse effetto favorevole per i giudei, i quali, alla lor volta, riprodussero nei tribunali le più sfrontate calunnie contro i Cristiani, accusandoli di seguire una religione nuova e malefica; di usare sacrifizî umani, cibandosi delle carni dei bambini e bevendo il lor sangue; di praticare adunanze tenebrose e turpi[899], ecc.

I seguaci di Cristo procurarono difendersi: addussero convincentissime prove della loro innocenza e dell’onestà delle loro azioni, e dimostrarono esser una spudorata calunnia quella del preteso versamento del sangue dei bambini nei loro sacrifizî. Ma non poterono discolparsene ancor meglio, giacchè la legge dell’arcano vietava loro di manifestare i misteri della Fede e di ponere margaritas ante porcos: e se poterono attestare solennemente l’insussistenza delle azioni nefande nelle loro adunanze, non poterono però negare di radunarsi in luoghi reconditi e sotterranei, e talvolta in ore notturne; nè poterono negare i portenti che Iddio, per loro mezzo, operava a conferma della verità della nuova religione.

Le prove addotte dai Cristiani non valsero a distogliere i giudici dal condannarli; e, guidati da principî erronei, basati sulle false testimonianze dei giudei, violentati dalla volontà del tiranno, conclusero in senso sfavorevole per il Cristianesimo; dichiararonlo religione nuova e malefica[900], affermarono che i suoi seguaci facevano sacrifizi empi e tenebrosi, ed aggiunsero che i cristiani erano conoscitori dell’arte magica, sediziosi e concitatori dei popoli[901].

In seguito a questa dichiarazione, il nome cristiano fu proscritto; e dai tribunali di Nerone in poi, bastava che il Cristiano confessasse di esser tale perchè non potesse parlare in sua difesa; e l’esser seguace di Cristo equivalse ad una sintesi di delitti. «Sed Christianis solis nihil permittitur loqui quod causam purget, quod veritatem defendat, quod iudicem non faciat iniustum, sed illum solum expectatur, quod odio publico necessarium est, confessio nominis, non examinatio criminis quando si de aliquo nocente cognoscitis, non statim confesso eo nomine homicidae, vel sacrilegi, vel incesti, vel publici hostis (ut de nostris eulogiis loquar) contenti sitis ad pronuntiandum, nisi et consequentia exigatis qualitatem facti, locum, modum, tempus, conscios, socios»[902].

A quei tempi S. Pietro esortava i fedeli alla costanza della confessione della fede, e dalle sue parole apparisce chiaramente che fin d’allora i cristiani venivano sottoposti alle pene stabilite dalle citate leggi: «Nemo autem vestrum patiatur ut homicida, aut fur, aut maledicus, aut alienorum appetitor. Si autem ut Christianus non erubescat, glorificet autem Deum in isto nomine»[903].

Nella seconda metà del primo secolo Plinio giuniore interroga Traiano circa il da farsi contro i Cristiani: «Nomen ipsum, gli dice, etiam si flagitiis careat, an FLAGITIA COHERENTIA NOMINI puniantur?» Questa domanda, come ognun vede, presuppone una legge, e questa fu lasciata intatta da Traiano colla sua famosa risposta: «Conquirendi non sunt, si deferantur et arguantur puniendi sunt»[904].

Adriano vietò che si continuasse la persecuzione dei Cristiani, per aversi egli potuto accertare che eran essi innocenti dei delitti che a quel nome ritenevansi annessi, e sentenziò: «Iniustum esse ut quisquam sine crimine reus constitueretur»[905].

Lattanzio, Sulpizio Severo, Prudenzio ed Orosio, autori rispettabilissimi, non certo coevi ai fatti, ma non più lontani da quell’epoca funesta che di due o tre secoli al massimo (e quindi più autorevoli di coloro i quali nel secolo nostro e nel passato osarono negarlo), ci dicono pur essi che Nerone emanò decreti di proscrizione del nome cristiano, e che i Fedeli, anche dopo la strage fatta da quel tiranno per l’incendio di Roma, venivano tradotti innanzi ai tribunali e condannati perchè seguaci di Cristo.

È dunque indiscutibile che i Cristiani, in virtù degli editti di proscrizione emanati da Nerone e mantenuti in vigore fino a Costantino Magno[906], furono assoggettati alle pene comminate da quelle leggi ai rei: e poichè fra queste non era ultima la damnatio ad bestias, vediamo se i Cristiani siano stati talvolta dati alle fiere.

Ulpiano (secondo Lattanzio) raccolse le leggi in vigore contro i Cristiani: «Domitius, De Officio Proconsolis, libro septimo, rescripta principum nefaria collegit, ut doceret quibus poenis affici oporteret eos qui se cultores Dei confiterentur»[907]. «Questa collezione di leggi, dice il ch. Lugari[908], noi ora non la troviamo nel Digesto, nè potremmo trovarcela; poichè nel riordinamento della legislazione romana fatto da Giustiniano, tutte le leggi emanate in onta del Cristianesimo furono espulse. Per questa sola riflessione cade la poco seria sentenza di alcuni moderni che ritengono aver errato Lattanzio[909], senza pensare che Lattanzio, avendo vissuto sotto Diocleziano, sarebbe stato testimonio de auditu ed anche de visu di quel che diceva».

Poste adunque le leggi, i contravventori alle stesse dovean esser puniti; e perchè fossero puniti, dovean essere ricercati dalla pubblica autorità, giacchè è dovere di ogni magistrato scovare i delinquenti, onde purgarne la società. Nell’Impero romano non mancò nè potè mancare questa doverosa vigilanza; chè ogni buon preside, dice Ulpiano, «sacrilegos, latrones, plagiarios, fures conquidere debet, et prout quisque deliquerit in eum animadvertere». Balduino[910] commentando un passo di Cicerone, nell’orazione pro Roscio Amerino, esce in queste parole: «Egli è peraltro vero che ai Romani piacque di comandare che in mancanza di accusatori i magistrati stessi facessero la inquisizione dei colpevoli, e fossero nel medesimo tempo accusatori e giudici».

Quel «conquirendi non sunt» di Traiano a Plinio, è una bella conferma della ricerca che facevasi dei rei; e una conferma ancor più chiara la troviamo nella nota fuga dei Cristiani all’inasprirsi delle persecuzioni: fuga di cui ci rendono certi Tertulliano[911], Origene[912], S. Cipriano[913], e S. Giovanni Crisostomo[914].

Alla ricerca dei colpevoli fatta dalla pubblica autorità s’aggiunga finalmente la schifosa genia dei delatores, sì pagani o giudei che cristiani apostati e fratelli rinnegati; e questi ultimi poi erano, come è chiaro, anche più pericolosi dei primi «periculis in falsis fratribus», perchè potevan essi dare alle autorità gentili copiose liste di nomi e minuti ragguagli sulla novella religione.

Ora, presentati che fossero i Cristiani dinanzi ai tribunali; confessato che questi avessero di essere seguaci di Cristo; potevano per avventura evadere le pene comminate per quei delitti che si ritenevano connessi col nome Cristiano? No, ma si deferantur, rispose Traiano a Plinio, et arguantur puniendi sunt; e i delinquenti, se honestiores, venivano per lo più o decapitati od esiliati; e gli humiliores (e talvolta anche gli honestiores) erano o crocifissi o condannati ad bestias.

Il popolo ritraeva grande sollazzo dall’assistere a quest’ultima pena, e bramava tanto di vedere un tale spettacolo, che, come ce l’attesta Tertulliano[915], per il più piccolo motivo domandava ai magistrati che si gettassero i Cristiani alle fiere: «Si Tiberis ascendit in moenia, si Nilus non descendit in arva, si coelum stetit, si terra movit, si fames, si lues; statim Christianus ad leonem acclamatur». Il popolo romano avea, a tale riguardo, privilegi speciali. Nel Digesto leggiamo: «Ad bestias damnatos favore populi praeses dimittere non debet: sed si eius roboris vel artificii sint, ut digne populo romano exhiberi possint, principem consulere debet»[916].

Ai tempi dell’Impero i cittadini romani erano esenti per legge dalla damnatio ad bestias; i Cristiani però furono ben presto condannati a quella pena, qualunque si fosse la loro condizione. Così, ad esempio, in Lione nell’anno 177, reclamante populo, fu condannato ad bestias un Cristiano il quale era cittadino Romano. Gli stessi Imperatori si dilettavano di siffatte condanne; e di Caligola si legge che un giorno, non essendovi in pronto rei da darsi alle fiere, fè prendere alcuni spettatori, e, sospintili nell’arena, diè compimento allo spettacolo. E quanto più prendevan voga i giuochi anfiteatrali, tanto più gli Imperatori cercarono di trovar materia onde più frequentemente celebrarli; e fra i condannati ad bestias vennero annoverati i parricidi, i fratricidi e i rei di lesa maestà: «Etsi antea insuti culleo in mari praecipitabantur, hodie tamen vivi exuruntur vel ad bestias dantur»; e dei rei di lesa maestà leggiamo: «Hi antea in perpetuum aqua et igni interdicebantur; nunc vero humiliores bestiis obiiciuntur, vel vivi exuruntur»[917].

Dagli scritti di Tertulliano e di altri scrittori apprendiamo che, alla fine del secondo secolo, le pene da subirsi dai Cristiani erano determinate dall’arbitrio dei magistrati; ma il fatto ci ha dimostrato che fra quelle non era ultima la «damnatio ad bestias». Onde il condannato venisse meglio dilaniato dalle belve, legavasi ad un palo; e perchè gli spettatori meglio lo vedessero, il palo collocavasi in un punto alquanto elevato. Così leggiamo di S. Policarpo, che ricusò di essere legato (nel rogo) al palo[918]; di Saturo: ad ursum substrictum..... in ponte[919]; di s. Blandina: Blandina vero ad palum suspensa bestiis obiecta est[920]. Questo pulpito o ponte vedesi rappresentato in varî cimelî; come, ad esempio, in una lampada di Cartagine, illustrata dal P. Bruzza[921], nella quale vedesi il disgraziato paziente legato ad un palo che sorge su di un ponte, mentre un feroce leone lo assalisce per dilaniarlo.

Non sempre le belve uccidevano la vittima, perchè per lo più, anzi che di ultimo supplicio, quella condanna serviva per torturare e far soffrire il paziente, usandosi in tali casi di belve ammaestrate[922]. E questa fu forse la ragione per cui s. Ignazio scriveva ai romani che nutriva la speranza di trovare nelle belve tale disposizione, che non gli perdonassero la vita.

È notissimo che i seguaci di Cristo si propagarono in un modo straordinario; e non possiamo negare che il Cristianesimo, specialmente in Roma, abbia avuto uno sviluppo rapido e trionfale. In una lettera, che s. Paolo scrisse ai Romani nell’anno 58 di C., leggiamo il nome di un gran numero di fedeli, ai quali in gran parte erano connesse intiere famiglie. In quella lettera si ricordano infatti i coniugi Aquila e Prisca et domesticam Ecclesiam eorum; Epitteto, Maria, Andronico, Giunia, Ampliato, Urbano, Stachyn, Apelle; quei della casa di Aristobolo; Erodione; quei della casa di Narcisso, Trifena e Trifosa, Perside, Rufo, Asincrito, Flegonte, Erma, Patroba, Ermine, et qui cum eis sunt fratres; Filologo, Giulia, Nereo e la sua sorella Olimpiade, et omnes qui cura eis sunt sanctos[923]; e nella lettera ai Filippesi S. Paolo fa menzione di coloro, qui de Caesaris domo sunt. Nell’anno 64 dell’êra nostra, al triste momento dell’incendio neroniano, fu tradotta innanzi ai tribunali, secondo la frase di Tacito, una multitudo ingens di Cristiani: frase, dice l’Armellini[924] che ha fatto impazzire un povero scrittore straniero, Hochart P.[925], il quale non sapendo, per odio al Cristianesimo, accettare questa testimonianza, ha finito col sentenziare, Tacito essere non un autore genuino, ma uno pseudonimo d’uno scrittore del medio evo!!

Nè per la persecuzione la nuova fede perdè terreno; giacchè, secondo la espressione di Tertulliano, semen est sanguis Christianorum; e talmente s’ingrossarono le sue file, che poco mancò che nell’anno 80, coi nipoti di Domiziano, il Cristianesimo non salisse al trono dei Cesari. Esso combattè gloriosamente per due secoli ancora, e si propagò in tal guisa, che secondo lo stesso Tertulliano, se i Cristiani, ritenuti dai pagani per loro nemici, avessero emigrato in remote parti dell’orbe, i gentili avrebbero avuti più nemici da combattere che cittadini cui comandare[926].

Una prova materiale poi del gran progresso del Cristianesimo in Roma, l’abbiamo finalmente nelle aree primitive e nei cimiteri sotterranei. Nel solo raggio di cinque chilometri dal recinto di Servio Tullio, e senza considerare le aree ed i cimiteri minori, noi troviamo circa 30 cimiteri detti maggiori, i quali tutti furono iniziati non oltre il III secolo inclusive.

Da quanto fin qui si è detto, possiamo dedurre:

1.º Che Nerone proscrisse la religione cristiana, e che colle sue leggi si diè principio all’êra delle persecuzioni;

2.º Che i delitti connessi col nome cristiano erano puniti da quelle leggi con varie pene, e fra queste non era ultima la damnatio ad bestias;

3.º Che i Cristiani furono tradotti dinanzi ai tribunali, sia perchè ricercati d’ufficio dai magistrati, sia perchè accusati dai delatores, o pagani o ebrei o rinnegati fratelli;

4.º Che i seguaci di Cristo furono realmente condannati ad bestias; ed abbiamo addotto, per incedens, qualche esempio[927];

5.º Che essendo i Cristiani a quei tempi in gran numero, numerose pur dovettero essere le vittime, nel mondo pagano in genere, e nella sua capitale in ispecie.

***

Ma se queste deduzioni sono generalmente ammesse dagli storici, non così concordi sono essi nello stabilire il sito in cui nell’alma Città de’ Cesari si gettavano i Cristiani alle fiere dopo l’edificazione dell’Anfiteatro Flavio.

Alcuni dicono non potersi assicurare che l’arena del Colosseo sia stata bagnata dal sangue cristiano: ed appoggiano il loro argomento sulla mancanza di formali documenti, i quali (dicono) sono necessarî, perchè in Roma v’erano circhi in cui egualmente s’eseguivano i combattimenti colle fiere, e perchè v’erano almeno due anfiteatri. Rispondiamo:

Dicemmo nell’Introduzione che dopo l’invenzione degli anfiteatri, le venationes si eseguirono costantemente in questi; che il circo non venne più usato a tal uopo, perchè poco adatto allo scopo; e che se in qualche caso eccezionale tornò questo ad usarsi per i ludi venatorî, ciò avvenne mentre l’anfiteatro veniva restaurato per danni subiti e causati da incendî, terremoti, ecc. — Ora ci piace aggiungere quanto a questo rispetto scrive il ch. P. Sisto Scaglia[928]: «Veteres antiquitatum romanarum periti, non videntur satis distinxisse inter circum et anphitheatrum, circa praefata spectacula. Ut sim brevis, Demsteri dumtaxat verba citabo: Quamvis autem theatra, circi et alia huiusmodi loca singulares quaeque, ac proprios ludos haberent, et exercitationes cuique loco accomodatas: tamen eadem saepe omnibus in locis peracta sine discrimine fuerunt[929]. Est scilicet in his verbis cur quaeramus quomodo et ludi circenses in amphitheatro et tragoediae vel gladiatorii ludi in circo fierent. Circus Romuli Maxentii, circo Neronis multo inferior, cuius notabiles adhuc ruinae ad tertium circiter milliarium Viae Appiae conspiciuntur, satis ad rem nostram conferret. Sed quid dicendum de maioribus circis? Nemo non videt quam parum eiusmodi hippodromi scenicis spectaculis ludisque gladiatoriis aliisque id genus convenirent, cum exigua tantum pars spectatorum possent ludis gaudere. E contrario in amphitheatris omnes ad unum ludos cernere satis, quocumque in arenae loco agerentur, poterant. Quod autem omnem dirimit difficultatem illud est, quod NULLIBI IN RUINIS HIPPODROMORUM inventae sint caveae ubi belluae asservarentur; eas vero in superstitibus amphitheatris recognoscere adhuc aliquando licet».

Relativamente poi alla seconda ragione che si adduce, e che consiste in ammettere almeno due anfiteatri in Roma, diciamo:

A pag. 31 di questa opera asserimmo che gli anfiteatri stabili in Roma non furono che due: quello di Statilio Tauro ed il Flavio; ed aggiungemmo che il Castrense, se potè chiamarsi nei catologhi anfiteatro, non fu tale che per la forma e non già per la sua destinazione a’ pubblici spettacoli, che mai non l’ebbe[930]. Se noi infatti esaminiamo l’edifizio castrense; se esaminiamo, dico, le sue dimensioni, la rozzezza dei suoi muri ed il sito ove sorgeva, vedremo tosto che un tal edifizio non potè essere stato adibito a scopo di pubblici spettacoli.

Ho detto: le sue dimensioni; giacchè era esso tanto piccolo che in nessuna maniera poteva servire ad accogliere in sè le tante migliaia di spettatori che s’adunavano nell’anfiteatro in occasione dei ludi gladiatorî; ed era assolutamente improporzionato ad una città di pressochè un milione e mezzo d’abitanti, e alla quale in quelle circostanze affluivano genti pur anche da remotissime regioni. L’anfiteatro Castrense non ebbe che il podio ed una precinzione composta di nove soli gradi; e di questo ce ne fa fede Palladio in un disegno, già forse conosciuto dal Durand, ed ultimamente riprodotta dal ch.º Lanciani[931], ove abbiamo le misure già prese dal famoso architetto Vicentino.

Ho aggiunto: la rozzezza dei suoi muri; poichè nella costruzione di quell’edificio il materiale usato fu il laterizio, e quindi di ben poca cosa in confronto coi muri degli anfiteatri Tauro e Flavio, che sono di pietra tiburtina.

Ho detto finalmente: la posizione od il sito ove sorgeva; imperocchè non fu esso edificato urbe media, come il Flavio, o nel Campo Marzio, come il Tauro; ma fuori delle mura della città, in un luogo di poco conto e affatto incomodo per accedervi.

I classici ricordano gli anfiteatri Taurino e Flavio, ma nessuna menzione fanno del Castrense; e se lo troviamo nei cataloghi, dobbiamo ciò ad Aureliano, il quale ebbe la bella idea di conservarlo, innestandolo nelle sue mura.

Io opino con il Lugari[932] che l’edifizio Castrense altro non fosse che il vivarium, cioè il serraglio delle belve destinate ai giuochi, e la schola dei venatores. «Che questo edifizio fosse il vivario, dice il testè citato autore, è reso evidente da un passo di Procopio nella sua storia della guerra gotica dove questo scrittore narra l’assalto dato da Vitige alle mura di Roma[933]. Dice pertanto Procopio che — Vitige andò con molta gente nei dintorni della porta Prenestina contro quella parte del recinto che i Romani chiamano Vivario, dove le mura erano facilissime ad espugnarsi. — Nel capo poi seguente aggiunge che — ivi il luogo era piano interamente e perciò soggetto agli assalti dei nemici, e le muraglia talmente a mal termine da non poter la cortina opporre gagliarda resistenza; che — v’era in quel punto un muro sporgente per non lungo tratto dalla linea del recinto, costrutto dai Romani dei tempi più antichi, non per sicurezza maggiore, perchè non aveva nè la difesa di torri, nè vi erano stati fatti i merli, nè altra cosa dalla quale si fosse potuto respingere un attacco dei nemici contro il recinto, ma fatto per un piacere non bello, cioè per tenervi custoditi leoni ed altre fiere, dal che questo edifizio fu chiamato vivario, poichè così chiamano i Romani il luogo ove sogliono nudrire bestie non mansuete. Ora essendo indisputabile che l’anfiteatro Castrense si trovi nei dintorni della Porta Prenestina, che faccia parte delle mura sporgendo fuori della linea del loro andamento, che non abbia difesa di torri, non risultando dal suddetto disegno del Palladio, aver avuto merli; vedendosi manifestamente le mura contigue a questo edifizio dalla parte di Levante verso la porta Prenestina, ove innanzi è pianura aver sofferto gravissimi danni, tanto d’essere stato necessario in gran parte ricostruirle, e le mura che si attaccano al Castrense dalla parte di Ponente verso l’Asinaria, ove il terreno è scosceso mostrandocisi tuttora assai ben conservate, ed apparendo nel mezzo del nostro edifizio tracce non dubbie di destruzione, quali dovrebbero esservi state secondo la narrazione di Procopio, e non trovandosi infine altra parte delle mura circostanti alla quale accomodar si possano così bene i connotati lasciatici da Procopio, ritengo d’aver còlto nel segno riconoscendo in questo edifizio il Vivarium. A ritenere pel vivario il Castrense, prosegue il Lugari, non può recarci ostacolo l’esser tal fabbrica di forma ovale, perchè nessuna legge dettata dalla natura della cosa ha mai prescritto dover essere il vivario rettangolare, quale comunemente se la immaginarono gli archeologi: nè osta il suo tipo anfiteatrale, che parrebbe per sè escludere affatto l’idea di celle per custodirvi le belve, avvegnachè vi poterono queste nel caso trovar posto comodo ed abbondante[934]. Anzi io stimo il tipo anfiteatrale essere acconcio assai per siffatto edifizio. Infatti, dovettero i venatores avere la loro scuola ove addestrarsi alla caccia e dove ammaestrare le belve[935]; ma separare il vivario dalla schola dei venatores sarebbe riuscita cosa assai incomoda e pericolosa per il trasporto quotidiano delle belve dal vivario all’arena e dall’arena al vivario qualora i due edifizî fossero stati distinti; dunque dovette avere il vivario nel suo centro l’arena, attorno alla quale, per sua natura di forma ovale, fosser disposte le celle per le fiere. Confortano questa mia opinione le escavazioni fatte dal P. Martignoni nell’anfiteatro Castrense durante la prima metà del secolo XVIII, nelle quali fu scoperta, come dice il Ficoroni che la vide, l’antica platea, ossia l’arena, e sotto questa si rinvennero delle vaste stanze ripiene di stinchi e d’ossa di grossi animali; ecco le sue parole: «portandomi colà, e veduto l’antico piano, restai non poco maravigliato; ma più rimasi sorpreso, allorchè avvisato dal detto P. Martignoni calai per una scala contigua al muro di fuori sotto la platea, e vidi, che ve n’era un’altra più spaziosa ripiena di stinchi, e d’ossa di grossi animali»[936]. Le espressioni del Ficoroni ci fanno conoscere che quest’arena non fu di legno come nell’Anfiteatro Flavio, ma stabile e di murazione; e che quelle vaste stanze sotterranee non servirono per gli usi dei giuochi anfiteatrali, ma per deposito di ossa di grossi animali. Questo fatto rannodato all’altro, del non essersi, nell’escavazione degli ambulacri formati dai muri di sostruzione dell’arena dell’Anfiteatro Flavio, trovata traccia di ossa di animali, mentre stando alla proporzione dei due anfiteatri se ne sarebbero ivi dovute trovare in copia grandissima, ci conduce a ragionevolmente pensare che le fiere uccise nell’Anfiteatro Flavio venissero trasportate nel Castrense, dove date le carni in cibo alle belve che là si custodivano, si gettasse in quei sotterranei il carcame, forse regalìa dei venatores, i quali poi a lor vantaggio avran fatto traffico di quelle ossa: chè fur queste sempre materia di commercio, anche ai nostri tempi; ne’ quali di più a somma vergogna della decantata civiltà del secolo XIX s’andò tant’oltre da far traffico eziandio delle ossa umane su i campi di Crimea. So bene che il Nardini seguito dagli archeologi fin quasi al dì d’oggi pensò fosse stato il vivario in quello spazio rettangolare che trovasi a destra della porta Maggiore lungo le mura esternamente[937]; ma dopo la demolizione delle torri onoriane e d’altre costruzioni che deturpavano il magnifico monumento delle due acque Claudia ed Aniene nuova, la supposizione del Nardini non può più reggersi, avvegnachè il fornice destro che egli stimò fosse la porta principale del vivario, si vide aver servito a tutt’altro, al passaggio cioè della via Labicana come al passaggio della via Prenestina serviva il sinistro. Inoltre la serie dei monumenti sepolcrali rinvenuti presso il detto fornice sul margine destro della Labicana rendono affatto impossibile il vivario in quel posto; dacchè tra l’area occupata dai sepolcri e l’acquedotto di Claudio, che in quel tratto fu incorporato alle mura, non resta che uno strettissimo spazio.

«Ancor peggiore di questa è l’altra opinione la quale fu in vigore tra i secoli XV e XVI, che cioè nell’area del castro Pretorio vi fosse stato eziandio il vivario[938], e questo, come si deduce dalle espressioni di Lucio Fauno e dei suoi contemporanei, lo argomentarono a quei tempi sia per la protuberanza che questo edifizio produceva nelle mura, credendolo perciò il vivario accennato da Procopio, senza badare alla località del tutto diversa in cui lo poneva lo storico, sia per le celle che si vedevano attorno alle mura, le quali allor si pensava fosser covili di fiere; così Lucio Fauno: id ex eo etiam perspici potest quod nonnullae caveae prope moenia videmus manufactae ferarum antris ac lustris persimiles. Il volgo poi appellava quell’area vivariolo, come ci attestano concordemente gli scrittori di quell’età[939], ad eccezione del Bufalini che nella sua pianta di Roma lasciato l’appellativo vivarium all’area del castro Pretorio applica il nome di vivariolum ad alcuni pochi ruderi posti nella vallata al di fuori del suddetto castro[940].

«Siffatta opinione fu confutata dal Panvinio col riconoscere assolutamente in quella grande area quadrata, detta fino a quel tempo castrum custodiae ed insieme vivario, il campo dei pretoriani e conseguentemente in quelle celle le abitazioni dei militi. Fu allora che alcuni pensarono il vivario ricordato da Procopio fosse sorto in quel tratto di terreno che fiancheggia esternamente alle mura il lato sud del castro Pretorio. Ma questa opinione riconosciuta erronea nei suoi fondamenti, per non trovarsi quell’area nella località indicata da Procopio, fu rigettata dal Nardini e dal Nibby, seguiti pressochè da tutti gli archeologi posteriori. Taluno però ai nostri giorni impressionatosi dalla presenza di due grossi muri posti ad angolo retto tra loro nel tratto di terreno suddetto, segnatone uno dal Bufalini nella sua pianta di Roma e l’altro dal Nolli nella sua, e dei quali si potè vedere qualche resto fino al 1872, ha risollevato la vieta idea del vivario in quel posto. Ma da quel che sono per dire si parrà chiaro che quelle muraglie non possono in alcun modo convenire al recinto del vivario ricordato da Procopio; e da prima la lor costruzione di opera quadrata a grandi parallelepipedi di tufa; dico di tufa giacchè ce lo attestano quei massi squadrati adoperati nei risarcimenti delle mura in quel torno, fa rimontare quell’edifizio a tempo anteriore assai alla introduzione dei giuochi anfiteatrali in Roma; e la forma rettangolare di quell’area circoscritta da quei muri tufacei d’opera quadrata fa nascer più che d’altro la idea di un antichissimo campo d’arme in quella località, riconosciuta in tutti i tempi la più esposta agli assalti dei nemici; fin dal tempo di Romolo del quale si legge di aver costituiti due accampamenti attorno alla sua Roma e l’un dei quali appunto su queste alture, e chi sa quell’area non sia propriamente desso forse abbandonato quando fu costruito il famoso aggere serviano; abbandono confermatoci dalla mancanza di un terzo muro che corresse lungo la via, la quale usciva dalla porta Viminale dell’aggere di Servio, e dal prostrarsi, a quanto sembra, di quel lato del claustro, ricordato dal Nolli al di là della detta via, come il chiarissimo Lanciani ha opinato, segnandolo con linee punteggiate nella Forma Urbis; per le quali cose la via anzidetta avrebbe traversato contro ragione l’area in discorso.

«Ed è tanto spontanea la idea che destan quell’area e quei muri, di un accampamento, che lo stesso Lanciani parlando di quella, che esso ritiene pel vivario, esce in siffatte parole: il vivario fu un lungo rettangolo del tipo di un campo romano fabbricato di grandi blocchi di pietra, simile alle baracche della seconda legione Partica ad Albano. Del resto fosse o no questo l’accampamento di Romolo, il certo è che il claustro in questione è di tempo anteriore all’età dell’Impero, e già a quest’epoca abbandonato, essendo che il castro Pretorio, per quel che sopra si è detto di quei muri, ne occupò una parte; e di più i ritrovamenti fatti presso gli avanzi di quelle antiche muraglie, di capitelli marmorei di grandi dimensioni e di lastre di marmo mischio[941] ci dicono che nel periodo imperiale altre fabbriche ancora vi si ergevano. Inoltre trovandosi codesti muri del preteso vivarium in condizioni tali da non potersi supporre lasciati in piedi da Aureliano, è giuocoforza conchiudere che non siano queste le muraglie del vivario. I muri in questione non fecer parte del recinto aurelianeo, chè le mura in quel punto tagliandoli fuori si attaccano direttamente a quelle del Castro Pretorio. Ora supporre che siano stati lasciati intatti a lor posto grossi muri di qualche altezza a contatto del recinto, è supporre un errore strategico madornale, che sebbene si volesse, non si potrebbe supporre in Aureliano, il quale per essere rimasto il circo di Eliogabalo a contatto delle mura lo fece appunto abbattere per tal riguardo; dunque dovettero questi muri essere stati demoliti da Aureliano, se pure a quel tempo erano in piedi, e perciò non furono le muraglie del vivario. Nè per attestarcene la esistenza in pieno essere ai tempi di Aureliano giova appellare alle piante iconografiche ed alle prospettive del secolo XVI, chè per quanto uno voglia mettere a lambicco il cervello per ritrovarveli non gli sarà mai dato. Vegga chi lo desidera le piante iconografiche illustrate dal De Rossi, dallo Stevenson, dal Müntz, dal Gnoli e dall’Hülsen, che se in talune vi ha segnato qualche monumento estramuraneo, questo lo troverà fuor di tutte altre porte che della Tiburtina. Di più la lunghezza di questi muri è talmente grande da contrastare apertamente con quanto del muro del vivario ci narra Procopio, vale a dire che era di breve lunghezza. Oltre di che la espressione dello storico Greco, un muro, mal si addirrebbe a due muri in isquadra. Ma quello che fa assolutamente escludere la ipotesi, che l’area presso il Castro Pretorio fosse il vivario, è la sua situazione. Il vivario, secondo narra Procopio, si trovava nei dintorni della Porta Prenestina, sicchè non possiamo cercarlo oltre la Tiburtina, ma quest’area è al di là e assai al di là della Tiburtina, dunque essa evidentemente non fu il vivario.

«Venendo ora alla seconda parte della mia sentenza, prosegue il Lugari, dico che l’appellativo Castrense dato dai cataloghi a questa fabbrica di forma anfiteatrale ci apre la via a riconoscere in essa la palestra dei venatores e ci conferma eziandio nell’opinione che fosse questo edifizio al tempo stesso il vivario. Ognun sa che la parola castrense accenna a malizia: così era detto peculium castrense quel danaro che il figlio, ricavatolo dal militare, potea ritener come suo. Suetonio dice che Caligola cognomen castrensi ioco, o loco come leggono alcuni, traxit, quia manipulario habitu inter milites educabatur[942]. Militari furono i giuochi appellati ludi castrenses e munus castrense; e similmente la corona castrensis fu detta così perchè premio dei militari. Quando dunque i cataloghi appellano castrense questa fabbrica è sicuro indizio che essa appartenne a soldati: a quale scopo poi loro appartenesse la forma anfiteatrale cel dice chiaro, e tutti gli archeologi lo hanno riconosciuto, a scopo di giuochi[943]. I ludi castrenses ed il munus castrense, giuochi venatorî[944] dati probabilmente dai Pretoriani[945], ci fan travedere che furono essi i soldati ai quali questo edifizio appartenne; e come a costoro veramente appartenesse ed a qual fine ecco in pronto ad insinuarcelo alcune antiche testimonianze.

«Da due lapidi, una dedicatoria rinvenuta sul principio dello scorso secolo presso la porta Viminale[946], l’altra lusoria trovata nel Castro Pretorio[947] apprendiamo che dei Pretoriani v’ebbe una classe dominata dei venatores, il compito della quale era, come dall’assieme dei fatti è lecito ragionevolmente dedurre, non solo di prodursi nelle rappresentanze venatorie, che in date ricorrenze davansi nei loro alloggiamenti[948], e talora in quelle apprestate nei luoghi destinati ai pubblici spettacoli[949], ma eziandio di ammaestrar le fiere ed addestrare alla lotta i bestiarî. Or questi Pretoriani venatores dovettero avere un luogo ove potessero comodamente esercitare sè stessi a lottar colle fiere ed adempiere il loro magistero; ma come non riconoscerlo e per la forma, e per la inettitudine a pubblici spettacoli e per la pertinenza a giuochi militari, nell’anfiteatro Castrense, situato appunto nella regione del Castro Pretorio? — Inoltre questa palestra non avrebbe potuto trovare posto migliore che nel centro dello stesso vivario, dove senza condurre in giro quotidianamente le belve a fin di portarle alla schola dei venatores, le avesser questi avute belle e pronte ad ogni concorrenza.

«Questa ragionevole postura della palestra averla ben compresa gli antichi lo dimostra il fatto, d’essere stato cioè affidato il vivario alla custodia appunto dei Pretoriani, ed il monumento epigrafico che ce lo attesta, col rappresentarci venatori esenti, venatores immunes, far causa comune col custode del vivario, cum custode vivarii, ci conforta a ritenere indivisa la palestra dal vivario.

«Dunque l’applicazione di Castrense data dai cataloghi a questo edifizio di forma anfiteatrale ci è argomento a ritenere che questa fosse la schola dei venatores, e corrobora le deduzioni già fatte, che fosse a un tempo il vivario».

Fin qui il ch. Lugari.


Escluso l’Anfiteatro Castrense, non rimangono in Roma che due anfiteatri stabili e destinati ai pubblici spettacoli: il Taurino ed il Flavio. Ma l’anfiteatro di Statilio Tauro fu, fin dal principio e per la sua scarsa capacità in poco uso. In occasione infatti della vittoria Aziaca, della pretura di Druso, del natalizio di Augusto e della morte di Agrippina, benchè l’anfiteatro di Tauro già fosse edificato, pur nondimeno i solenni ludi non furono celebrati in esso, ma bensì o nel Campo Marzio, entro steccati di legno, o nel Flaminio o finalmente nei Septi; e l’anfiteatro di Tauro andò sempre maggiormente in disuso. Caligola tentò di darvi nuovamente giuochi gladiatorî, ma se ne indispettì per la sua piccolezza di quell’anfiteatro, e, come dice Dione, lo disprezzò: τὸ γὰρ τόῦ Ταῦρου Θέατρον ὑπερεφρόνησε[950]. Per i giuochi che egli diede nell’anno 38 dell’èra volgare, fece chiudere con legnami un’area, e perchè questa fosse più spaziosa, ordinò la demolizione di grandiosi edifizî. Nerone non si curò affatto dell’anfiteatro Taurino, e ne fe’ costruire uno di legno nella regione del Campo Marzio, il quale durò tutto il terzo anno del suo impero. Nel regno di questo stesso Principe arse l’anfiteatro di Tauro[951], e dopo l’edificazione del FLAVIO, non si pensò più a restaurarlo: anzi la nuova e grandiosa mole fece dimenticare, come dice il Nibby, l’anfiteatro Taurino, e d’allora in poi non venne più ricordato dagli storici; e se lo troviamo nei cataloghi, è perchè nel secolo IV ancora se ne conservavano considerevoli avanzi, i quali, secondo il Maffei[952] — appoggiato ad un passo di Cassiodoro[953] — erano forse ridotti ad altr’uso. E lo stesso Maffei opina inoltre che ai tempi di Teodorico già fosse diroccato e passato da parecchio tempo addietro in proprietà privata. Nè sarebbe questo un caso unico nei cataloghi, poichè anche l’anfiteatro Castrense, tuttochè abbandonato e ridotto a far parte delle mura, pur nondimeno se ne fa in essi menzione.

Dunque non rimase in Roma che un solo anfiteatro stabile ed in pieno uso per i pubblici e solenni spettacoli; e questo fu il FLAVIO.

Gli antichi scrittori confermano questa conclusione. Essi infatti non contraddistinguono mai l’Anfiteatro Flavio con aggettivi, ma ne parlano costantemente in modo assoluto. Capitolino, narrando le opere eseguite da M. Antonino Pio, così si esprime: Romae haec extant: Templum Hadriani, Graecostadium post incendium restitutum, instauratum AMPHITHEATRVM. — Lampridio scrive: AMPHITHEATRVM ab eo instauratum post exustionem; e Vopisco: additit alia die in Amphitheatro una missione centum iubatos leones etc.

È questo il modo costante di esprimersi di tutti gli autori; talchè il Maffei[954], in un capitolo della sua Verona illustrata, parlando degli anfiteatri, dice: «Il perpetuo modo di parlare degli scrittori e Cristiani e Gentili fa conoscere a bastanza, come in Roma un Anfiteatro solo era d’uso, ed era in possesso di tal nome; poichè nol distinguono essi con sopranome alcuno; e quando dicono, fu ristorato l’anfiteatro, fu condotto nell’anfiteatro, si fecero giuochi nell’anfiteatro, intendono senz’altro di quel di Tito, il che dimostra come era solo; poichè non soleano a cagion d’esempio dire il Teatro per significare quel di Pompeo, benchè più sontuoso degli altri».

Concludiamo:


Abbiam veduto che le venationes, dopo l’invenzione dell’anfiteatro, si celebrarono ordinariamente e costantemente in questo, e raramente ed eccezionalmente nei circhi.

Abbiam veduto che l’unico anfiteatro, che in Roma era in pieno uso dall’anno 80 d. C. in poi, fu il FLAVIO.

Abbiam veduto che ove si celebravano le venationes, ivi eziandio si gettavano alle fiere i rei, veri o presunti che fossero, di certi delitti; e poichè i reati che si credevano connessi col nome cristiano si punivano, come dicemmo, colla damnatio ad bestias, dobbiam conchiudere che l’arena dell’Anfiteatro Flavio fu bagnata dal sangue cristiano; e che il numero dei Martiri ivi immolati non fu scarso, giacchè la proscrizione del Cristianesimo, proclamata da Nerone, durò fino alla promulgazione dell’editto di Costantino[955].

Ma se possiamo positivamente affermare (e di questo ne debbono essere persuasi anche i più ipercritici) che l’arena del Flavio Anfiteatro fu bagnata dal sangue cristiano, non così, dopo i — sebbene vacui — sofismi dei moderni ipercritici[956], possiamo dare un elenco specifico dei singoli Martiri. Farebbe mestieri accompagnarlo con un lungo e laborioso studio critico sopra ciascuno di essi[957]. Io mi limito a riprodurre i nomi di quei pochi Martiri, che fino al 1897 comunemente si ritennero immolati nel Colosseo; lasciando ad altri il compito di dimostrare l’autenticità di quest’elenco.

A quest’elenco del Marangoni aggiungerò col Martigny (Dictionnaire des antiq. chrétiennes s. v. Colysée) e col Kraus (Real-Encyclopaedie der christlichen Alterthümer, s. v. Colosseum) S. Alessandro Vescovo, per le ragioni accennate quando si parlò degli oratorî che circondavano il Colosseo[958].

CAPITOLO QUARTO. Quest. 4ª — L’iscrizione «Sic premia servas» è genuina o falsa?

Il titolo di questa questione farà sogghignare parecchi archeologi moderni. Oggi infatti quasi generalmente si ritiene che la lapide di cui parliamo sia una falsificazione del secolo XVII. Io, a dire il vero, non avrei voluto toccare questo tasto, e volentieri avrei taciuto, se lo studio del Colosseo non mi avesse, quasi direi, trascinato ad indagare l’origine di questa moderna persuasione, e a pesare le ragioni per cui la nostra lapide venga annoverata fra le false. Inoltre, se io avessi saltato a piè pari questa questione, il lettore avrebbe avuto ogni diritto di notare nel mio lavoro una lacuna, e giustamente avrebbe potuto fare delle osservazioni poco benevole a mio riguardo. Non era dunque possibile tacere; e poichè in un’opera di quest’indole, non sarebbe stato sufficiente limitarsi alla semplice esposizione delle varie opinioni, e terminare (come a bello studio feci altrove)[959] con un punto interrogativo, ma faceva d’uopo esaminare criticamente gli argomenti dei dotti; perciò ho creduto conveniente fare sulla nostra lapide uno studio speciale.

Pertanto prego vivamente il lettore di non volersi decidere per la genuinità o falsità della stessa, prima di aver letta per intero la mia dissertazione.

Contradittori non mancheranno certamente; e pensare di persuaderli sarebbe (specialmente ai tempi nostri) pressochè un’utopia. Del resto ricordiamoci che se gli scrittori del settecento non furono infallibili, non lo sono neppure i contemporanei.

Io appartengo al numero dei secondi, e quindi posso ingannarmi. Nondimeno confesso con ogni lealtà che, specialmente nella presente questione, non posso seguire ciecamente nè gli uni nè gli altri; ma voglio studiare spassionatamente la lapide, e, senza preconcetti di sorta, voglio esaminare le ragioni che generalmente s’adducono per dimostrare la genuinità o meno della nostra epigrafe.

Nè per questo pretendo dire che il mio studio riuscirà completo e sotto ogni rispetto esauriente, no; m’auguro però che esso vorrà richiamare nuovamente l’attenzione degli archeologi in genere e degli epigrafisti in ispecie; affinchè essi, mossi dall’amore di quella scienza che è loro propria, possano tornar sopra una questione che, secondo il mio giudizio, è tutt’altro che risoluta.

Presento nuovamente la riproduzione della lapide tratta dal calco eseguito con ogni cura dal Sig. Attilio Menazzi sull’originale che trovasi nei sotterranei di S. Martina. (V. Fig. 14ª).

Fig. 14.ª

Non è mia intenzione fare una storia particolareggiata di questa lapide sepolcrale. Sarebbe cosa superflua; giacchè gli archeologi già sanno che la nostra epigrafe fu rinvenuta nel cimitero di S. Agnese sulla Via Nomentana, negli scavi ivi eseguiti al principio del secolo XVII[960].

Sappiamo pur anche che questa lapide passò poscia nelle mani della marchesa Felice Randanini, famosa raccoglitrice di memorie sacre; che questi fatti ci vengono narrati da testimonî coevi e fededegni, quali sono il Bellori[961] e l’Aringhi[962]; e che il primo di questi scrittori fu un uomo integerrimo per costumi, dotto, e, per quanto lo comportavano i suoi tempi, competentissimo in materie archeologiche[963].

Nessuno ignora, finalmente, che la nostra lapide più tardi la possedè Pietro Berrettini da Cortona[964]. Presso di lui si trovava quando il Tolomeo la descrisse, il quale, allorchè costrusse il sotterraneo di S. Martina, la fè fissare nelle pareti di quello stesso sotterraneo in cui tuttora si conserva.

Oltre ai citati autori, l’epigrafe «Sic premia servas» è ricordata dal Reinesio[965], dal Bonada[966], dal Fleetwood[967], dal Lam[968], dal Mamachi[969], dal Bianchini[970], dal Mabillon[971], dal Marangoni[972], dal Venuti[973], dall’Orsi[974], dal Marini[975], dal Mazzolari[976], dal Magnan[977], dal Terribilini[978], dal Fea[979], dal Visconti[980], dal Nibby[981], dal Canina[982], dal Piale[983], dal O’Reilly[984], dal Giampaoli[985], dal Gori[986], ecc.

Sebbene tutti questi scrittori ammettano in genere l’autenticità della lapide[987] (non escluso il Gori, il quale, come abbiamo visto a pag. 101, trattò di diminuire quanto più potè il valore della medesima), pur nondimeno non tutti convengono circa l’età e l’interpretazione dell’epigrafe. Passiamo ora ai moderni e contemporanei. Essi sono: il De Rossi[988], il Tomasetti[989], il Promis[990], l’Armellini[991], i Bollandisti[992], il Mantechi[993], il P. Grisar[994], il Rohrbacher[995], il Cinti[996], il P. Scaglia[997].

Tutti questi autori (eccettuati il Tomasetti[998] e il Rohrbacher) ritengono la lapide per falsa[999].

Dalla lista considerevole di scrittori che trattarono la presente questione si deduce chiaramente essere tre le opinioni degli archeologi intorno a questa lapide. Alcuni la dicono genuina, e non posteriore alla seconda metà del secolo I; altri la dicono pure genuina, ma non anteriore al secolo V dell’era volgare; altri finalmente la credono una falsificazione perpetrata nel sec. XVII, o, secondo qualcuno, nel secolo XIV.

Esaminiamo una per una queste disparate opinioni, incominciando dalla più grave: da quella, cioè, che ritiene l’epigrafe per una falsificazione del secolo XVII.

A qualcuno potrà sembrare che quest’opinione possa trovare appoggio sulla sentenza del De Rossi[1000] il quale scrisse: «Christiana res epigraphica, quae corruptricis Ligorii manus effugerat, in redivivum aliquem hac aetate Ligorium videtur incidisse, qui optimis illis viris (Severano ed Aringhi) fucum quandoque fecerit. Ma applicare la sentenza del De Rossi alla nostra lapide, sarebbe fare un oltraggio alla sua scienza e alla sua autorità; giacchè da questa applicazione ne risulterebbe una inverosimiglianza ed una impossibilità morale. Difatti, se fosse vero che quell’ignoto falsario, quel redivivo Ligorio, avesse fatta incidere la nostra iscrizione, egli, con la sua astuzia, sarebbe giunto ad allucinare non solamente quegli ottimi uomini del secolo XVII, quali furono il Severano e l’Aringhi, ma eziandio un altro uomo eruditissimo e dottissimo dello stesso secolo; un uomo amato da personaggi i più distinti, stimato dagli eruditi, encomiato dai Gronovi, dai Mabillon, dai Crescinbeni, onorato da tutti i buoni[1001], sarebbe giunto ad allucinare, dico, il Bellori, il quale assicura che la lapide «Sic premia servas» è neque SPURIA NEQUE RECENS. Inoltre quel redivivo Ligorio, quell’ignoto falsario, sarebbe giunto colla sua astuzia ad allucinare non solo quegli uomini dotti ed ottimi del secolo XVII or ora ricordati, ma anche quelli del secolo seguente XVIII; e così avrebbe allucinato un Mamachi, un Bianchini, un Mabillon, e tanti altri che con essi ritennero la lapide per vera.

Quell’ignoto falsario, quel redivivo Ligorio, sarebbe giunto colla sua astuzia ad allucinare non solo quegli uomini ottimi e dotti del secolo XVII e XVIII, ma anche quelli del secolo XIX, quali furono il Fea, il Nibby, il Visconti ed altri, poichè anche essi dissero che quella lapide è sincera, genuina; e taluno giunse a dirla sincrona. Non basta: sarebbe giunto ad allucinare il Marini, quel grande epigrafista, che lo stesso De Rossi chiamò sommo; e sarebbe finalmente giunto ad allucinare il Card. Mai, gloria della letteratura del secolo XIX; giacchè anche questi approvò e confermò la sentenza del Marini, che aveva detta elegans la congettura del Marangoni[1002].

Ma che un falsario possa arrivare colle sue astuzie ad allucinare tutti i dotti di tre secoli, non esclusi i contemporanei alla scoperta, è cosa non solamente inverosimile ma anche moralmente impossibile. Dunque, ripeto, se la lapide di Gaudenzio si dicesse falsa per la sola sentenza del De Rossi, si farebbe un insulto alla logica, alla scienza e all’autorità dell’illustre archeologo, il quale si protesta che quella sua sentenza era quasi inapplicabile alle lapidi romane di quel tempo, ed aggiunge: «Id interim satis sit significasse Romanas vix paucas hoc saeculo in lucem editas vel chartis mandatas inscriptiones in capitis iudicium fore vocandas».

Nè si dica che questa nostra lapide debba essere annoverata fra quelle vix paucas, giacchè ciò potrà dirsi delle lapidi d’ignota origine, non però della nostra, la cui storia conosciamo, e la quale testimonî fededegni e contemporanei ci attestano aver veduto quasi direi, coi proprî occhi estrarre da un cimitero sotterraneo (elapsis annis-non multis abhinc annis); e dicono averla poscia posseduta la marchesa Randanini, una delle prime raccoglitrici di lapidi; e precisamente in tempi, in cui «la gara di riunire le memorie cristiane non aveva ancora aguzzato l’ingegno degli speculatori»[1003]. Di fronte alle egregie doti di quei testimonî, non si può dubitare della provenienza della lapide; ed è innegabile che questa fu estratta da un Cimitero nel quale, con tutta verosimiglianza, le escavazioni furono fatte a cura appunto della Randanini e dell’Angelelli; il che si deduce anche dal fatto che in una cripta trovata nel cimitero ostriano (?), vi sono molti nomi di Signore che andarono a visitare il cimitero mentre si scavava[1004].

Nè possiamo dire, finalmente, che la nostra lapide appartenga a quei tempi, in cui i negozianti di Roma non già inventarono nuove lapidi, ma spacciarono esemplari moderni più o meno fedeli di epigrafi genuine ed antiche[1005].

Dunque non potremo neppur dire falsa la lapide per quella sentenza scritta dal De Rossi. Più tardi esamineremo le altre ragioni che adduce lo stesso De Rossi per dichiarare falsa la lapide di Gaudenzio.

Ma andiamo innanzi nell’esame degli altri argomenti che si adducono in favore della falsità della lapide. Innanzi tutto faccio avvertire al lettore che le falsificazioni sono assai più comuni e si trovano più facilmente nei codici e manoscritti in genere, che nelle lapidi.

Faccio avvertire inoltre che se vi sono falsificazioni epigrafiche antiche scolpite su marmo, queste erano quasi esclusivamente delle lapidi pagane. Ho detto quasi esclusivamente, giacchè, come già si disse, il vizio delle iscrizioni cristiane sospette, consiste in essere riproduzioni più o meno fedeli di epigrafi genuine ed antiche[1006]: ora riproduzione non è davvero sinonimo di falsificazione!

Da queste due avvertenze deduco che la sentenza di coloro i quali dicono essere la nostra lapide una falsificazione del secolo XVII, è per lo meno inverosimile; e quell’iscrizione sarebbe od il primo, e finora caso unico, od un raro esempio di lapide cristiana esistente, totalmente falsa. Ora per affermare una cosa simile, non basta una semplice asserzione, ma è necessaria una piena, evidente e matematica dimostrazione.

Ma ammettiamo per un momento che si tratti di una falsificazione del secolo XVII. Noi, come abbiam visto, conosciamo la storia della lapide. Fu trovata nel cimitero di S. Agnese, e questo non può negarsi, perchè testimonî fededegni ce l’attestano.

Ora ciò che questi testimonî ci riferiscono viene confermato dai fatti. Si sa con certezza che quando venne in luce la lapide, nel cimitero di S. Agnese, furono eseguiti degli scavi. Questi dovettero restituire, come l’esperienza c’insegna, epigrafi cristiane, le quali poi (per ciò che si è detto di sopra) dovettero andare nelle mani dell’Angelelli e della Randanini; e noi sappiamo, che precisamente nelle mani di questa andò la nostra lapide. L’autenticità dunque dell’iscrizione «Sic premia servas» non può essere contrastata logicamente. E se si ammettesse che l’iscrizione fosse stata falsificata, si dovrebbe pure dimostrare che il falsario, ignoto, ebbe tanto ardire da portarsi per il primo in un cimitero sotterraneo fino allora inesplorato, nonchè l’avvertenza, forse singolare in quel tempo, di scrivere la lapide in questione sopra un marmo di forma cimiteriale, perchè non s’avesse in seguito a dubitare della sua autenticità; nasconderla in quel cimitero; e tutto ciò poi senza alcun utile da parte sua, e senza sua gloria, giacchè scoperta che fu ed estratta, i testimonî contemporanei non dànno lode ad alcuno, nè dicono che alla Randanini costasse molto l’averla[1007]. Ma tutto ciò è inverosimile. L’origine dunque della lapide fa giustamente argomentare che ella non sia falsa.

Dal momento poi della scoperta fino ai giorni nostri la sua storia si potrebbe scrivere senza difficoltà.

Dal cimitero passò alla Randanini, da questa a Pietro da Cortona, e questi, dopo poco tempo, la pose ove tuttora la vediamo. Di qual monumento si conosce con maggior precisione, con più certezza la storia? E questo è un altro argomento per negare la falsità dell’epigrafe.

Ma se la falsità non è probabile nè verosimile, è però possibile; benchè, per quel che si è detto, nego che vi sia possibilità morale.

Ma ammettiamo che vi sia: in questo caso non resta che esaminare l’iscrizione giusta i canoni della critica lapidaria. Prima però che io incominci questo esame, credo opportuno ripetere al lettore che la sentenza che dice falsa la nostra lapide, ha contrario il parere di uomini sommi. Nè intendo parlare degli antichi collettori epigrafici, i quali poterono riunire, senza discernimento, lapidi genuine e false, non altrimenti che i moderni compilatori, i quali ne annoverano fra le lapidi false altre che forse un giorno la sana critica restituirà alla loro vera fede e fra le lapidi sincere. Nè parlo di altri scrittori sotto altro riguardo rispettabilissimi, ma che in materia epigrafica, o in critica lapidaria, non hanno autorità decisiva, come sono il Mamachi, l’Orsi, il Bianchini, il Mabillon, ecc.; nè di quegli archeologi, i quali, sia per ragione di tempo sia per ragione di studio, non potrebbero dare (come direbbero i moderni) adeguato giudizio su antichità sacre, come, p. es., il Fea, il Nibby, il Venuti, il Piale, ecc.; ma parlo di profondi conoscitori di epigrafia, e di epigrafia cristiana, e di letterati, alla cui memoria si farebbe un grave insulto, se si dicesse che eglino non seppero scernere il vero dal falso in questione di epigrafia. Parlo del Marini. Questi la ritenne per lapide genuina, l’annoverò fra le iscrizioni cristiane sincere, e disse elegans la congettura del Marangoni, già da noi riportata al c. III, part. I di questo lavoro. È vero che il Marini non ordinò nè rivide o corresse le sue schede per la gran collezione epigrafica cristiana; ma è pur vero che la nostra epigrafe si trova in quella parte del manoscritto che era la più disposta, direi quasi, per la stampa. Ecco la ragione per cui il Mai la pubblicò senza difficoltà di sorta. Ma in ogni modo è certo che la nostra lapide non fu, come tante altre, trascritta dal Marini per soli suoi fini particolari, ma fu da lui esaminata, studiata, riveduta: giacchè entra nel novero di quelle poche, cui appose nota; e non una nota qualsiasi ma una nota, che, nella sua brevità, rivela la competenza del sommo epigrafista che era.

Il Marini dunque, che nei suoi Arvali (e quante volte ebbe occasione) battè senza pietà il povero Ligorio, ed inveì sempre e veementemente contro i falsarî, non pensò punto alla falsità della nostra lapide; anzi la lodò e ne ammise l’autenticità.

Parlo inoltre del Mai, il quale visse in tempi in cui l’archeologia cristiana aveva già incominciato il suo sviluppo; che aveva ben veduta nella raccolta Mariniana lo studio dell’illustre collettore, il quale, eccezione fatta delle lapidi calaritane, tutte le altre ben aveva riunite per pubblicarle; del Mai, dico, il quale non ebbe difficoltà di riportare la nostra epigrafe e ritenerla per genuina e sincera.

Parlo finalmente del Visconti.

Egli nel 1827 dimostrò la genuinità e la sincerità della nostra lapide e la ritenne come sincrona; nè mai ritrattò la sua sentenza benchè cessasse di vivere nel 1875, quando la sacra archeologia aveva raggiunto il suo pieno sviluppo ed era già ridotta a scienza.

Ritenendo dunque come cosa indiscutibile la falsità della nostra iscrizione s’andrebbe contro la notissima autorità di sommi uomini, epigrafisti, letterati ed eruditi.

Ma, a dire il vero, oggi a questo poco si bada; e solo fanno eco e trovano appoggio facilmente quelle opinioni moderne che tendono a distruggere una qualche tradizione. È vero che i progressi fatti dall’archeologia sacra in questi ultimi anni, sono notevoli, ma è anche vero che non hanno gettata nuova luce sulla nostra questione.

Le cose si trovano allo stesso punto, e le difficoltà purtroppo sono sempre le stesse! Non resta per tanto che esaminare criticamente la lapide.

***

Uno dei maestri della critica lapidaria, non v’ha chi l’ignori, è il Maffei.

È vero che oggi si ritiene che i suoi canoni siano applicabili alle sole lapidi pagane, e si opina aver egli errato nello studio delle lapidi cristiane. Ma se noi esaminiamo i suoi canoni, e con riserbo facciamo qualche distinzione, mi sembra che essi possano anche applicarsi alle lapidi cristiane.

Infatti, nella sua Arte critica lapidaria[1008] il Maffei stabilisce certi criterî, coi quali egli insegna il modo di distinguere le iscrizioni vere dalle false; e dice che di due specie sono gli indizi per i quali si possono riconoscere le une dalle altre: ALTERA PRACTICA, uti vocant, ab ipsa monumentorum inspectione petita; INTERIORA ALTERA et ab iis quae continentur desumpta.

Gli indizî estrinseci, secondo lo stesso autore, sono: genus, facies, color; e segue spiegando ciò che per essi s’intende. I secondi poi, ossia gli intrinseci, sono: la troppa antichità della lapide, la singolarità delle formole, i punteggiamenti e cose simili.

Ora è evidente che i primi, vale a dire, i canoni estrinseci, siano applicabili anche alle lapidi cristiane.

Un’iscrizione cristiana scolpita su di un marmo, la cui facies et color mostrino essere marmo moderno, si dirà giustamente falsa[1009]. Lo stesso si dica di una lapide sepolcrale cristiana (il cui genus è cimiteriale), se questa per la paleografia si dovesse riportare ai secoli VII e VIII. Viceversa: una lapide che per la sua iscrizione dovremmo creder dell’epoca in cui i cimiterî sopratterra erano rari, e di cui quindi il genus dovrebbe essere cimiteriale; se essa presentasse la forma ossia il genus delle lapidi non cimiteriali, non si potrà recisamente ripudiare, ma si potrà dubitare della sua sincerità.

Dunque questi dati estrinseci, che c’insegna il Maffei per distinguere le lapidi vere dalle false, mi sembra possano applicarsi anche alle lapidi cristiane.

In quanto poi all’indizio intrinseco principale (la paleografia), volendo il Maffei che si usi circa di esso somma cautela e che mai sia disgiunto dagli indizî estrinseci, è indubitato che valga eziandio (non certo assolutamente e disgiunto dagli altri) anche per le lapidi cristiane. E il De Rossi[1010] c’insegna: «Egli è innegabile, ed anche i più circospetti e peritosi epigrafisti lo confermano, che l’argomento paleografico, adoprato con giudizio, ha molto valore».

Dunque i dati estrinseci posti dal Maffei possono aver forza nell’esame delle lapidi cristiane sospette. I dati intrinseci poi non sono tutti egualmente ed assolutamente applicabili alle lapidi cristiane.

Il Maffei dubita dell’autenticità di una lapide se questa presenta un’antichità assai remota. Ma questo criterio non può applicarsi alle epigrafi cristiane, delle quali ve ne sono molte che risalgono fino ai tempi primitivi della Chiesa e alla stessa età Apostolica. Dunque questo canone non è applicabile al caso nostro. Dubita ancora di una lapide, se l’epigrafe si allontana, secondo la sua specie, dalla comune formola e dizione. Ma questo canone, se è giusto per le lapidi appartenenti a monumenti romani pubblici e privati, non è così assolutamente applicabile alle lapidi cristiane, le quali, benchè anch’esse avessero, secondo la diversità delle epoche, le loro formole e dizioni, pure, per la singolarità delle circostanze, dei luoghi e degli scrittori, poterono andar soggette, e vi andarono effettivamente, ad eccezioni[1011]. Il Lupi[1012] scrive: «In omnibus facultatibus habenda prae oculis est aurea illa sapientium virorum constitutio qua iuris prudentes in legum oraculis intelligendis utuntur ut semper exceptione aliqua restringenda putent effata veterum, quamtumlibet absuluta, ne forte inopino aliquo casu queat eorum veritas labefactari; omnis namque definitio in iure civili periculosa est, rarum est enim ut non subverti possit quod quidem aliqua prudentes dictum, prudentissime dicitur ubi sermo est DE ANTIQUORUM EPITAPHIIS».

Ciò posto, applichiamo alla nostra lapide tutti quei criterî che si possono ad essa applicare.

Il marmoris color et facies è uno dei criterî estrinseci. Ora il marmo della nostra lapide è evidentemente antico, essendo marmo greco, ed è certamente antico, anche perchè sull’altra faccia della lapide v’è scritta un’altra epigrafe indiscutibilmente antica, e che secondo l’Aringhi, il Fletwood, il Marini ed altri, dice:

AVRELIA AVGVRINA HIC EST[1013].

Ora questo laconismo, questa totale mancanza di simboli, questo nome Augurina e questo gentilizio Aurelia scritto per intiero, ci fanno necessariamente dire che il marmo su cui è scolpita l’iscrizione non è posteriore al secolo II[1014].

Il marmo dunque su cui è l’epitaffio di Gaudenzio, per il suo colore, per la sua qualità, ecc. può dirsi, senza timore d’essere contraddetti, antico e antico assai, e certamente non posteriore al secolo II.

Nemmeno si può dir falsa la lapide per il marmoris genus, giacchè ha essa tutti i requisiti perchè sia lapide cimiteriale, al cui genus appartiene. L’altezza, la forma, il fatto incontestabile che essa è stata estratta da un cimitero, ecc., son tutte cose le quali ci dicono che essa appartiene indiscutibilmente alla classe delle lapidi cimiteriali.

Alla nostra lapide dunque non mancano i requisiti estrinseci perchè essa sia ritenuta per genuina.

Tralascio per ora la questione paleografica, perchè di essa ne parlerò nell’esame della seconda opinione.

Ma fin d’ora faccio notare che la paleografia è criterio fallace assai se si separa dagli altri, come avvertono il Maffei, il Fabretti, il Marini, il Morcelli, e lo stesso P. Scaglia[1015] il quale, appena due anni fa, scriveva: «Criteria omnia ista sese invicem conplent ac confirmant, paucis exceptis casibus, in quibus aut lapicidae imperitia aut alia de causa exceptio datur». E a pag. 58, aggiunge: «Non semper vero e complexu litterarum aetatem erui fas est; nam bene potuit etiam saeculo primo lapicida quilibet, sive ex negligentia, sive ex imperitia, litteras inelegantes describere, et viceversa etc.». E quindi, riconosciuto che per la nostra lapide stanno gli altri canoni citati, s’userebbe l’argomento paleografico senza giudizio[1016], se per questa sola ragione si dicesse falsa.

L’unico criterio intrinseco posto dal Maffei, applicabile alle iscrizioni cristiane, è, come abbiamo veduto, la singolarità: e questa, non si può negare, è veramente applicabile alla nostra.

Se si riflette che l’iscrizione di Gaudenzio, ammesso che non sia riproduzione o falsificazione, dovrebbe essere del tempo dei Flavî, e considerata la specie cui dovrebbe appartenere, essa s’allontana pur troppo da quella semplicità, da quel laconismo, da quelle formole proprie della classe di epitaffi cimiteriali di quei tempi. Ma in questo caso si può, innanzi tutto e con ragione, applicare ad essa l’eccezione di cui parla il Lupi[1017]; e secondariamente quest’epigrafe appartiene a quella specie d’iscrizioni quarum vim ut quis intelligat seiungere eas non oportet ab adiunctis loci, temporis, ac personae quae epitaphium posuit[1018].

Oltre a ciò, quest’iscrizione nulla ha che fare con quelle semplici memorie che vediamo sui sepolcri di un fedele qualunque, od anche di un martire; le quali presentano precisamente un laconismo e una semplicità caratteristica; ma dobbiamo dirla un elogio, un epitaffio di una natura tutta sua propria. Dunque dai canoni estrinseci posti dal Maffei per riconoscere la falsità della lapide, e che sono applicabili alle lapidi cristiane, si deduce che la nostra non è falsa: il canone intrinseco poi, perchè non applicabile a questa per le circostanze della lapide, non può neppure convincerci della falsità della iscrizione di Gaudenzio. Secondo la critica epigrafica dunque, non possiamo dichiarare falsa l’iscrizione «Sic premia servas».

Ma lasciamo il Maffei, ed esaminiamo la cosa secondo i dettami del De Rossi, le cui dichiarazioni, specialmente sulla presente questione, tanto più valgono, in quantochè, come si legge nei suoi Musaici, egli crede la nostra iscrizione una falsificazione dei tempi di Urbano VIII. Ma anche di questo suo parere ci occuperemo tra breve.

Il De Rossi adunque[1019] scrive: «Si distinguono SEMPRE le lapidi incise con cura, secondo la regola dell’arte, da mano perita, del mestiere; da quelle che appaiono tracciate in fretta, senza studio di calligrafia epigrafica o da mano nuova ed inesperta dell’arte lapidaria». Ora è evidente che la nostra epigrafe appartenga alla seconda specie, cioè a quella delle iscrizioni tracciate in fretta, senza studio di calligrafia epigrafica; e non a quella delle lapidi incise con cura e secondo le regole dell’arte. Ma le lapidi appartenenti a questa seconda classe, secondo il chiaro archeologo «niuna impronta hanno di tipo speciale e caratteristico (caso assai raro), ovvero alle lettere dei manoscritti più che all’alfabeto epigrafico ci si mostrano affini».

Dunque la nostra lapide, come quella che niuna impronta ha di tipo speciale e caratteristico, non può dirsi falsa per la sua paleografia non regolare e non comune. Nel cimitero di Domitilla, in mezzo a quattro epigrafi in caratteri bellissimi, il De Rossi ne trovò una scritta in paleografia molto trascurata, perchè incisa da mano imperita: eppure le giudicò tutte contemporanee[1020]. L’illustre archeologo poi, nella sua memoria sul museo epigrafico cristiano Pio-Lateranense, afferma che «il delicato fastidio degli umanisti del quattrocento e dei dotti del cinquecento per l’umile e popolana epigrafia dei primi cristiani, l’ha trovata quasi immune dalla lebbra che tutta ne ha impestata e guasta la parte classica»[1021]. E se vi furono lapidi della cui sincerità può dubitarsi, ciò non può dirsi che di quelle le quali spettano al cadere del secolo XVII, quando cioè, differita l’esecuzione del nobilissimo disegno (ideato dal Boldetti di un museo lapidario cristiano), istituirono privati musei di lapidi antiche segnatamente cristiane, e si studiarono di derivare a loro pro qualche parte di quanto iva in dispersione[1022], il Carpegna, il Bianchini, il Capponi, il Vettori, il Ficoroni, e tanti altri. Ora la nostra lapide era già nota, veduta e scritta, anzi stampata nella prima metà del secolo XVII.

Dunque non può essere compresa nel numero delle false suddette.

Di più: la gara di collettori di lapidi cristiane adescò i venditori a falsare la merce (scrive il De-Rossi).

Ma in che consiste questa falsificazione? Ascoltiamolo dal sommo maestro: «I negozianti di Roma, ai quali solo si faceva capo da ogni paese, spacciarono esemplari moderni più o meno fedeli di epigrafi genuine ed antiche, ed ho trovato essere talvolta avvenuto, che della medesima epigrafe, l’originale rimanesse in Roma, e che copie moderne si fossero in pari tempo spedite una al museo di Catania e una all’arcivescovile di Ravenna».

Dunque la falsificazione, chiamiamola così se si vuole, consistette nel copiare lapidi esistenti in Roma e spedirle fuori, come originali. Ma la nostra, si trova proprio qui a Roma. Dunque, secondo la stessa teoria del De Rossi, essa non cadrebbe nella classe delle falsificate, e sarebbe, in ogni modo, originale. Non basta. È certo, e niuno potrà negarlo (e questa vedo sia la ragione principale su cui si basa la sentenza od opinione che discutiamo), che la nostra lapide è una singolarità[1023]. Ora, considerato che gente fossero i falsarî od il fine che essi si proponevano, il nostro marmo come potrà dirsi falso?

I falsarî, l’ho detto poc’anzi colle parole del De Rossi, veduta la gara dei collettori di lapidi cristiane, ingannarono specialmente i lontani col formare esemplari più o meno fedeli di lapidi genuine e sincere. Non inventarono dunque nuove lapidi, ma soltanto copiarono più o meno fedelmente dagli originali. Ora la nostra lapide, non essendo copia più o meno fedele, ma originale, non può dirsi falsa. Ed il fatto di essere essa nella sua dicitura affatto singolare, esclude l’ipotesi di una falsificazione. Lo scopo dei falsarî, è notissimo, era il guadagno; e a questo fine, astutamente facevano esemplari più o meno fedeli. E appunto per il lucro, dovettero essi incidere le lapidi in modo che la loro merce fosse sicuramente spacciata. E per spacciarla più facilmente mandavano fuori di Roma copie più o meno fedeli delle lapidi esistenti. Ma se anche avessero inventato tutto di sana pianta i falsarî, avrebbero certamente procurato di non allontanarsi troppo dalle formule esistenti e conosciute; molto più che quegli esemplari si spedivano a raccoglitori i quali spessissimo erano eruditi. E gli eruditi, ammaestrati forse dall’accaduto ai raccoglitori delle lapidi pagane, dubitarono ancora delle cristiane; ed una prova l’abbiamo appunto nella nostra lapide. Il Bellori dice che quest’iscrizione è neque SPURIA neque recens. Si vede dunque che ai suoi giorni v’erano lapidi spurie e recenti, e che gli eruditi l’esaminavano attentamente per non essere tratti in inganno! Gli spacciatori dunque e i falsarî dovevano avere un interesse speciale di formare le lapidi in modo che a prima vista non facessero dubitare della loro sincerità.

Ma se questo dubbio, di fronte a una lapide non comune, sorgeva lontano da Roma, con quanta più ragione non sarebbe sorto in Roma se i falsarî avessero voluto spacciare una lapide, la quale, come la nostra, è tutta propria, eccezionale, singolarissima? Dunque, ripeto, il fine stesso propostosi dai falsarî, e la singolarità della lapide, escludono la sua falsità.

Non mi pare infine verosimile che un falsario del secolo XVII, senza avere dati di sorta, atti, ecc., potesse giungere a scrivere un epitaffio così veemente, tanto espressivo, così significante, che corrispondesse a qualche dato storico, quale è il nostro. A me pare, per la ragione che son per esporre, che quello non possa essere stato dettato se non da colui il quale si trovava presente ad un atto sommamente indegno di chi lo commetteva, ed evidentemente ingiusto verso di colui che lo riceveva. Infatti, qui lo scrittore rimprovera Vespasiano, e lo rimprovera non con espressioni qualsiansi, ma con queste parole: «Sic premia servas»; e a Gaudenzio dice; «Premiatus es morte». Si ponga mente alle espressioni suddette, e si vedrà la ragionevolezza della mia asserzione. Sappiamo che Vespasiano diè premî agli artisti, ai letterati, a tutti quei genî insomma, che facevano qualcosa di pubblica utilità. Si legga Suetonio, e si troverà che quell’imperatore (e non ricorda altri imperatori) premiò oratori greci e latini, premiò poeti, premiò il ristauratore del Colosso di Nerone, ed un meccanico per aver solamente progettato il trasporto d’ingenti colonne al Campidoglio; premiò Apollinare il trageda, premiò Tarpejo e Diodoro citaristi e via dicendo.

Ora è verosimile che un falsario ignoto del secolo XVII, il quale doveva essere certamente astuto, e che cercava non la sua gloria ma soltanto il suo proprio interesse, fosse potuto giungere ad indicare Vespasiano tanto sottilmente, e che (anche ammessa la sua sottigliezza ed astuzia) avesse scritto una lapide, la quale, in fin dei conti, non avrebbe potuto facilmente vendere, per la stessa ragione, che allontanandosi dal solito formulario, l’avrebbero creduta inventata? Inoltre: il presunto falsificatore della nostra lapide, fu un letterato o fu un volgare idiota? Se letterato, come concepire tutti quegli errori? Non avrebbe procurato, per meglio ingannare l’incauto compratore, di adoperare lo stile classico del tempo dei Flavî? Se idiota, come è che conosceva le opere di Suetonio? Ma v’ha di più: il Baronio, nei suoi Annali, ha dimostrato ad evidenza che Vespasiano pretese essere il Cristo, di cui sapeva parlarsi nelle sacre pagine. Ciò posto, quanto non sono espressive quelle parole: «Promisit iste, dat Kristus omnia tibi?».

Egli volle dire: «Promisit iste qui se dicit Christus, at Christus verus OMNIA tibi DAT».

E chi può affermare senza dubitare, che la scienza, la sagacia di un falsario settecentista giungesse a tanto? Questo è moralmente impossibile. È dunque moralmente impossibile che la lapide sia una falsificazione del sec. XVII.


Il P. Grisar[1024] dice che l’iscrizione di Gaudenzio fu fabbricata nel secolo XIV (1300). Meno male! Dal 1700 alla metà circa, del 1400, già siamo tornati indietro di tre secoli! E le ragioni? Le stesse di coloro che la dicono falsificata nel secolo XVII: La paleografia, lo stile dell’iscrizione[1025]. E se si leggono tutti gli autori moderni che parlano di questa lapide, tutti ci ripetono le stesse cose. E quelli che la credono genuina, ma una riproduzione del secolo V, od anche un’eco di una leggenda popolare dello stesso secolo, che argomenti adducono? Gli stessi!!! Ma di questi ultimi ci occuperemo dopo di avere esaminato quanto il De Rossi, l’Armellini, ecc., dicono per dimostrare che la lapide è una falsificazione fatta sotto il pontificato di Urbano VIII.

Il De Rossi ragiona così:

«Poco prima che Urbano VIII facesse erigere dal Bernini il tabernacolo di bronzo sulla Confessione Vaticana, il Salvatore in musaico della sua nicchia fu delineato dal Grimaldi (nel codice Barberiniano XXXIV, 50, p. 250); e l’iscrizione del libro in quell’immagine è assai diversa dalla forma, che ora vediamo e che è fornita di punti sugli I.... L’iscrizione adunque, dopo il disegno fattone dal Grimaldi[1026] fu tutta arbitrariamente rifatta: e ciò deve essere avvenuto[1027] quando Urbano VIII fece eseguire l’opera tutta nuova in musaico ai lati della nicchia le immagini dei principi degli Apostoli e risarcire quella antica del Salvatore.

«Nell’epigrafia cristiana però VERI PUNTI ROTONDI su tutti gli I (non su quelli soltanto sui quali poteva cadere l’accento) si veggono in due lapidi della penisola Iberica, una del 589 nella Spagna, una del secolo incirca VII nel Portogallo.

«In tutta la rimanente epigrafia cristiana[1028], ed in ispecie in quella di Roma e dei suoi musaici, giammai appare il punto sull’I, eccetto in due iscrizioni che oggi si giudicano[1029], e con piena ragione, falsificate ai tempi incirca di Urbano VIII. Una è quella del preteso architetto dell’Anfiteatro Flavio che dal museo della Marchesa Felice Randanini passò all’ipogeo di S. Martina ove tuttora si vede. L’Aringhi, suo primo editore, e quanti dopo di lui la pubblicarono neglessero i punti sugli I[1030]. Pietro Ercole Visconti li notò e ne fece grande caso, stimandoli accenti. Ma non è così; non potendo l’accento cadere costantemente su tutti gli I[1031]. L’altro esempio, e di fattura contemporanea al precedente, è l’iscrizione del martire Primitivo data ai tempi di Urbano VIII alla predetta marchesa Randanini, e da lei inviata poi a Faenza».

Qui si nota tosto una petizione di principio. L’iscrizione del libro in musaico dovè essere rifatta arbitrariamente ai tempi di Urbano VIII, perchè ha i punti sull’I come le iscrizioni di Gaudenzio e di Primitivo. Le iscrizioni di Gaudenzio e di Primitivo furono fatte ai tempi di Urbano VIII, perchè hanno i punti sull’I come l’iscrizione in musaico del vaticano.

Ma, anche ammesso che il disegno del Grimaldi fosse esatto e che prima non vi fossero i punti sull’I, non è logico da ciò dedurne la falsificazione della nostra lapide. Perchè non dice altrettanto delle due lapidi dell’isola Iberica? Perchè in Ispagna ed in Portogallo, prima di Urbano VIII, si poterono usare i punti sull’I, e in Italia no? E la lapide di Gaudenzio, non l’avrebbe potuto incidere uno spagnuolo.

E lo stesso nome Gaudentius, non potrebbe essere, come Laurentius spagnuolo? E se quei punti triangolari che vediamo sugli I della lapide dell’ipogeo di S. Martina fossero stati aggiunti da mano moderna[1032], per questo solo noi dovremmo ritenerla per falsa?

***

Il De Rossi scrive che «quegli apici si trovano talvolta sovrapposti, non come accenti, ma veri punti complementari della vocale i, nei documenti diplomatici e manoscritti fino dal secolo in circa XII, oggi è consentito dai più autorevoli paleografi. Ma ciò spetta alla scrittura minuscola, nè vale per la maiuscola segnatamente delle epigrafi incise in pietra od effigiate a musaico. In quanto alla paleografia epigrafica classica l’Hübner sentenzia: quod puncta litterae superimponuntur, in universum ab antiqua consuetudine prorsus abhorrere et nocivi usus esse creditur, recte».

Che nell’epigrafia classica non siano stati usati i punti, è certo; ma che per via eccezionale, ed in lapidi volgari, non si usino, non punti, ma apici (come si veggono nella nostra), è anche certo, e noi abbiamo esempî, sempre eccezionali, anche antichissimi. Fra migliaia d’iscrizioni pompeiane noi ne abbiamo qualcuno che ha gli apici. Si veda, il C. I. L., vol. IV, i n.i 1186, 1068, 1189, 1190 ecc., e si troveranno gli apici sulle parole:

IV´NIAS, VENATIÓ, VÉLA, POMPÉIS, VENÁTIO, FADÍVM, CENÁCVLA SEXTÁS, ANNÓS, SATRIÓ, LVGRÉTIO, MV´NIFICO, PRÓ, VÁRVS, SÍRICVM, etc.

Si dirà che questi sono accenti? Ma accenti anche su quel Venatió, Sextás, Amnós, SATRIÓ, MV´NIFICO? S’aggiungerà che non sono sulla vocale I? Ma l’abbiano in quel SÍRICVM, FADÍVM.

Ma lasciamo questi esempî pompeiani e adduciamone altri più a proposito per la nostra lapide, nella quale gli apici potrebbero essere d’altronde, tante altre gagliofferie che in questa stessa lapide fece l’ignorantissimo scalpellino[1033]. Lapidi adunque con gli apici sull’I, ve ne sono e ne vediamo una nel Museo Veronese[1034], un titoletto riportato dal Lupi[1035], che è del tempo di Domiziano, ossia dell’epoca della nostra. Un’altra fu riportata dal Chimentelli[1036]; v’è inoltre quella di C. Livio Clemente riferita da Zaccaria[1037], e per finire dirò che v’è la famosa lapide di Furfone[1038] (V. pag. 303).

(litt, maior.) a. u. 696.

Il Garrucci[1039] descrisse questa lapide e ne fece fare un calco in carta. Un altro calco, pure in carta, fu fatto dal Bormann, e il Ritschel ne fece fare un disegno e lo pubblicò. Ma non ostante che gli apici fossero 36 e bene incisi sul marmo, pure, come dice il P. Garrucci[1040], legere non noverunt neque animadverterunt. E mentre il Mommsen faceva strani ghigni e versacci quando vedeva le riproduzioni del Ritschel ed assicurava che questi prendeva facilmente degli abbagli, pure, quando si trattò di contradire il Garrucci, ricorse tosto ai calchi del Ritschel che erano privi di apici, e negò che vi fossero: ed il Mommsen, a colui che, a suo parere, prendeva sempre abbagli (il Ritschel), questa volta (che in realtà l’aveva preso) diè ragione, dichiarando il Garrucci l’allucinato. Ma il dotto gesuita fece fare un accurato calco in gesso della lapide e ne pubblicò un’esatta riproduzione in una dissertazione archeologica[1041].

Gli apici c’erano purtroppo, e tutti sull’I; il granchio l’aveva preso il Mommsen; il quale, non sapendo che rispondere, cercò una scappatoia e disse: i punti sono stati aggiunti da mano moderna!!! Bravo!

Come si fa presto a levarsi dagli imbarazzi!

Siamo dunque leali. Il Garrucci diceva: i punti vi sono; non so che significhino, ma vi sono. Ed io dico: iscrizioni con apici, o punti vi sono. Saranno eccezioni, ma vi sono; e non è lecito dire che una lapide, specialmente se è nota la sua storia, sia falsificazione del secolo XVII, solo perchè ha i punti. Anzi aggiungo che i punti triangolari od apici sull’I, sono anch’essi una prova dell’autenticità della lapide; perchè essendo quelli cosa eccezionalissima nell’epigrafia, il falsario si sarebbe bene guardato dal metterli; volendo falsificarla, egli avrebbe data ad essa ogni apparenza di genuinità, omettendo cioè tutto ciò che poteva renderla sospetta. Avrebbe, dico, fatta l’iscrizione imitando la paleografia dell’epoca cui voleva riportarla, ed avrebbe tralasciato di mettere gli apici sull’I per meglio ingannare il compratore[1042]. Ma poi, che bisogno aveva un falsario del secolo XVII, di fare quell’iscrizione, se lui, con quella lapide stessa, poteva ottenere il suo scopo senza incidervi «Sic premia servas» essendovi (nell’altra parte) l’iscrizione di Augurina Aurelia che è certamente genuina e antica? Sarebbe bastato darla al compratore come si trovava! Il guadagno l’avrebbe avuto lo stesso, e vendendo una cosa autentica!

Inoltre il De Rossi (come s’è detto) fa questo ragionamento: il Grimaldi fece il disegno dell’iscrizione in musaico del Vaticano, ed in esso (disegno) non vi sono punti sull’I. Dunque in origine non v’erano, e furono aggiunti sotto Urbano VIII quando fu tutta arbitrariamente rifatta. Ed io potrei argomentare lo stesso: l’Aringhi, il primo editore della lapide Sic premia servas, e quanti dopo di lui la pubblicarono, la pubblicarono senza i punti sugli I. Più tardi poi la vediamo pubblicata con punti rotondi ed altre volte triangolari. Dunque, in origine, quando fu scoperta nel cimitero di S. Agnese, era senza punti. Più tardi furono aggiunti. Che ti sembra, o lettore, di questo ragionamento? Io non avrei difficoltà in ammetterlo, perchè non impedirebbe ma confermerebbe la genuità della lapide. Ma bisognerebbe dimostrarlo, e non basta l’esempio del Grimaldi, il quale avrebbe potuto anch’egli neglettere, come l’Aringhi, i punti sull’I[1043]. Ma se tanta era la mania di mettere i punti triangolari sull’I, in lapidi esistenti, come vorrebbe il Mommsen relativamente alla lapide Furfonense, anche noi, se così vogliono gli archeologi moderni, diremo, che furono aggiunti arbitrariamente ai tempi di Urbano VIII, benchè, come nella lapide di Furfone, non vi sia ragione di sorta per asserirlo[1044].

E qui aggiungerò quanto il Garrucci[1045] dice intorno alla forma dei segni che noi vediamo appunto nella lapide di Gaudenzio: «una proposizione finalmente (così Egli) parmi degna di nota, quella dico, del Ch. Ritschel, il quale scrive che l’apice posto sopra le lettere non ebbe mai la figura di punto: puncti figuram apex ne habuit quidem unquam. All’apice sia che si consideri come distintivo della quantità, sia che dell’accento acuto insieme e della quantità, trovasi surrogato il PUNTO in Albina Brvˆti F. e in Fâtv della beneventana epigrafe già da me citata.... Ma inoltre di esso punto è marcato l’I lungo, e non alla maniera singolare al certo, delle lapidi di Furfone e di Fiume. Siano esempio PÎSO, così scritto in due nitidissimi esemplari del Museo Vaticano.... il che fa salire l’uso del punto sugli I un quindici anni avanti ai primi esempii di punti impressi sugli V, che non precedono il 680, laddove il danaro di Lucio Pisone dimostrato dal Cavedoni coll’assentimento del Borghesi, battuto circa il 665[1046]. Un esempio forse più remoto, di tal paleografia erasi citato dal Borghesi[1047], e fu da me richiamato nella dissertazione medesima: leggesi inciso in un bollo di mattone così scritto: M. ALFÎSI. F. Laonde fa maraviglia come il ch.º Ritschel abbia potuto asserire puncti figuram apex ne habuit quidem unquam».

A quest’esempio si può aggiungere un altro, trovato parimenti in bollo figulino dei tempi degli Antonini, bollo che io stesso ho veduto co’ miei occhi, e che ognuno può vedere nel monumento, al suo posto (od anche nell’opera pubblicata da Gio. Battista Lugari)[1048], in cui sull’I di Felicissimo è manifesto il punto rotondo, e mostra esser questo l’uso volgare di scrivere.

OPVS DOLIARE. NEGOTIAN || TE AVR FEiCISSM

(delfino)

I punti od apici dunque che troviamo sull’I della lapide di Gaudenzio non sono sufficienti per farla dichiarare falsificazione dei tempi di Urbano VIII.

***

Ma è già tempo di esaminare la seconda opinione, la quale ci darà motivo di studiare la nostra lapide più particolareggiatamente sotto l’aspetto paleografico.

I seguaci di quest’opinione ritengono che l’iscrizione «Sic premia servas» sia stata incisa nel secolo V. Il Bellori non le assegna un’epoca precisa, ma dopo aver detto che la lapide è neque spuria neque recens, aggiunge che la ortografia e la forma dei caratteri indicano essere molto posteriore ai tempi Vespasianei: sed orthographia et caractheres longe sequiorem Vespasiano Augusto aetatem indicant. Il Nibby, già da noi altre volte citato, è più esplicito nell’esprimere la sua opinione, e dice che lo stile della lapide in questione, presenta tutta l’apparenza del secolo V.

Io non so comprendere come nel secolo V, quando per certo non si pensava a falsificazioni, si volesse formare un epitaffio, che, per lo scritto, dovrebbe riferirsi a Vespasiano. È vero che il Gori, come dicemmo, con maravigliosa disinvoltura afferma che quell’epitaffio è una riproduzione di qualche leggenda popolare: ma, di grazia, una riproduzione in marmo, di una leggenda popolare intorno ad un fatto accaduto circa trecento anni indietro, non ci farebbe dir vero il fatto che in esso marmo è scritto? Ignora forse i carmi di Damaso i quali si riferiscono a fatti di molto anteriori a quel Papa, v. g. Hic habitasse prius ed altri?

Ma lasciamo questo punto per sè chiarissimo, e studiamo la cosa secondo i canoni della scienza archeologica cristiana.

Verso la fine del secolo IV, la sepoltura nei cimiteri sotterranei addivenne più rara, e agli esordî del secolo V, e precisamente dal sesto all’ottavo anno di questo secolo, secondo il De Rossi[1049], o l’anno 426 secondo l’Armellini[1050], cessò. Ora la nostra lapide è cimiteriale, anzi, come vedemmo, fu estratta da un cimitero. Dunque dovrebbe essere stata scritta nel primo decennio[1051] del secolo V. Ma se ciò è possibile per sè, è però impossibile dimostrarlo.

Dire poi che nelle catacombe si scrivessero lapidi per ingannare i posteri, o si riproducessero leggende popolari contrarie alla verità storica, come piacque di asserire al Gori, è ardito ed inverosimile; e il marmo stesso, per sua natura cimiteriale, esclude questa ridicola asserzione. È vero nondimeno che nel secolo V furono usate molte lapidi cimiteriali per chiudere formae e coprire sarcofagi che si trovavano nei cimiterî sopratterra, e che nel rovescio di quelle lapidi furono scritti epitaffi in memoria dei defunti deposti sopratterra; ma è ridicolo pensare che nel secolo V fosse deposto sopratterra un defunto, il quale, secondo l’iscrizione, morì sotto Vespasiano.

Ma poi è inutile insistere.

La lapide fu trovata in un cimitero sotterraneo e non sopratterra, e questo basta per dimostrare che è cimiteriale e quindi anteriore almeno ai primi anni del secolo V. Vediamo piuttosto quali ragioni abbiano spinto il Bellori e il Nibby a credere la nostra iscrizione opera antica sì, ma di molto posteriore a Vespasiano o perchè abbia tutta l’apparenza del secolo V.

Due sono le ragioni addotte dal Bellori: 1º orthographia et caractheres; 2º in ipsa non amphitheatri sed theatri mentio habetur.

Già feci notare che il criterio paleografico è poco dimostrativo se si trova disgiunto dagli altri criterî, dei quali è mestieri sempre tener conto allorchè si tratta della sentenza capitale di una lapide. Ora s’è visto già che gli altri criterî s’addicono, e molto bene, alla nostra iscrizione. Dunque dalla sola paleografia non può trarsi argomento sicuro, e se ciò si tentasse, sarebbe far uso di essa senza giudizio, come dice il De Rossi.

Di più: l’argomento tratto dalla paleografia ha forza quando si tratta di lapidi appartenenti a monumenti pubblici e solenni, ed anche parlandosi di epitaffi cimiteriali incisi da mano perita e secondo le regole dell’arte. Allora giovano certamente a farci distinguere le diverse epoche; ma non già quando si tratta di lapidi private, di epitaffi cimiteriali incisi da mano inesperta, con fretta o con caratteri trascurati. In questo caso non si può trarre prova di sorta; e fallace assai sarà il giudizio dedotto da questo solo argomento, perchè: Non semper e complexu litterarum aetatem erui fas est; nam bene potuit etiam saeculo primo lapicida quilibet, sine ex negligentia, sive ex imperitia, litteras inelegantes describere[1052].

L’iscrizione «Sic premia servas» trovasi precisamente nel numero di queste seconde lapidi, e dalla sua paleografia non si può dedurre essere del sec. V. Il Fabbretti[1053] d’altronde già aveva insegnato quanto fosse fallace il giudizio d’una lapide basato su i soli caratteri: «Incertum et fallax esse probationis genus ex caractherum conformatione tempora distinguere». Il Maffei[1054]. aggiunge: «Satis profecto colligi iam posse arbitror quam fallax et ambigua scripturae coniectura sit, dies enim in re deficeret, ubi singula quae in hanc rem animadverti proferre velim.... infirmum ergo in litterarum exaratione argumentum est ad aetatem lapidum eruendam. Scripturae argumentum generatim minime certum est, indubitatum esse ita ut ex eo tantum de sinceritate lapidum possimus decernere, nam ea quidem quandoque est in lapidibus scriptum facies ut validum aut vetustatis aut novitatis iudicium faciat, at saepissime ita ambigua est, ut ARGUI NIHIL POSSIT. Secundo haberi pro certo velim aberrare toto coelo qui e litteris num sub Traiano an sub Commodo, num secundo vel tertio vel alio quopiam saeculo.... inscripti lapides fuerint decidi posse opinantur».

Il maestro finalmente dell’arte lapidaria[1055], scrisse: «Neque a Maffeio dissentio, quem verissime scripsisse puto.... ut ii omnino fallantur qui PLERUMQUE.... AETATEM INSCRIPTIONUM CERTE se nosse dictitant». Si dice che questi finiscono poi quasi con disdirsi; e che in pratica sovente affermano, questa o quella lapide offerire lettere di questo o quel secolo.

Questa è un’ingiuria che si fa a questi uomini dotti e maestri dell’arte lapidaria; ma dato pure che si siano serviti del criterio paleografico più spesso di quello che in realtà fu, non possiamo però dire che nel determinar essi l’epoca ad una lapide, abbiano trascurato gli altri canoni da loro stessi posti; e se, scrivendo, si contentarono di accennare una delle ragioni della loro affermazione, dovettero però sottintendere le altre, dalle quali la paleografia non deve andar disgiunta.

Del resto, noi non dobbiamo guardare alle azioni degli uomini i quali tutti humana patiuntur, ma alle loro dottrine: e se queste sono ragionevoli, giuste e rette, dobbiamo aderire ad esse senza punto badare alle loro azioni individuali opposte ai principî retti e alle dottrine sane e vere che essi stessi dettarono; e ciò che essi non fecero per qualche ragione speciale, dobbiamo farlo noi seguendo i loro dettati.

Quando poi si desiderasse una dimostrazione pratica, e quindi convincente, della veracità, rettitudine e ragionevolezza dei principî posti da quei sommi uomini; quando, cioè, si volesse vedere che basare il giudizio di una lapide sopra la paleografia, sarebbe un giudizio assai fallace, ambiguo ed erroneo, si confronti per poco questa nostra lapide con epigrafi antichissime di età certa, e se ne troverà un confronto nei bronzi, nei graffiti, nelle pitture, nei marmi di grossa e piccola mole, e nelle lapidi anche di epoca molto antica e dei secoli migliori.

Così, per es., l’A nel nostro marmo ha qualche volta la sbarra ad angolo; e tutti sappiamo che questa forma fu comune e molto usata appunto nel secolo V e nei secoli posteriori. Ma sappiamo altresì che questa forma di A, si trova pur anche usata innanzi alla prima guerra punica, nelle monete della metà del secolo VI di Roma, ed in altre dell’èra repubblicana[1056]. Nei marmi dei secoli anteriori all’Impero[1057], e parimenti in quelli del secolo I dell’Impero troviamo l’A della forma citata. Così nel C. D. R. N. pag. 113, n. 220, leggiamo una lapide pompeiana con l’A di tal forma; e il Xengeimester (Inscript. pariet. Pomp. Vol. IV), c’insegna che questa forma di A fu usata nelle iscrizioni delle pareti di Pompei, le quali non possono essere posteriori all’anno 80 dell’êra volgare, vale a dire all’età a cui dovrebbe riportarsi la nostra lapide.

Un esempio poi ugualissimo al nostro, e dell’epoca appunto dei Flavî, lo troviamo fra i marmi grezzi di Marmorata, ove, sopra un masso di africano, si legge:

Queste lettere furono incise da un marmista idiota, che, per il nome del servo Laetus deve riferirsi all’anno 80 dell’era nostra[1058].

Un altro esempio più recente è poi quella lapide cristiana del cimitero Ostriano nella quale si vede nei due A la sbarra ad angolo: e questo marmo, come avverte il ch.º Armellini, è di data antichissima.

Da quanto si è detto si deduce che dalla sola paleografia non si può trarre argomento per dimostrare che l’iscrizione «Sic premia servas» sia del secolo V, e si deduce esser purtroppo vero il canone di quei sommi maestri i quali dissero che la paleografia plerumque e generatim è assai fallace e non ha valore demostrativo.

Vediamo ora se dall’ortografia si possa o no argomentare che la nostra lapide è posteriore a Vespasiano e precisamente del secolo V. È questa la seconda parte della prima ragione che adduce il Bellori per dubitare dell’età di quest’iscrizione. E senza dimorarmi di più, dico subito: neppure dall’ortografia si può trarre argomento, e lo provo prima coll’autorità e poi col fatto.

L’Oderici[1059] scrive: «le leggi della chiarezza e della grammatica non furono sempre le più religiosamente osservate nelle iscrizioni: mille esempi se ne mostrano tutto giorno». Il De Rossi[1060] dice: «quod si ne his epitaphiis, scriptura, dictio, sermo non modo ab elegantia sed ab ipsis quoque gramaticis legibus non semel abhorrent, id ab auctorum rusticitate et vernaculae linguae ac pronunciationis specie, magis quam a saeculi barbarie esse repetendum satis intelligitur».

Dalle autorità passiamo ai fatti. Gli errori ortografici della nostra lapide sono: 1º la mancanza del dittongo ae.

2º La m usata invece della d nella parola ALIUM.

3º La mancanza della c nella parola AUTORI.

4º Il segno d’abbreviazione sull’V, nella voce THEATRV il quale veramente non si potrebbe dire come a suo luogo vedremo, errore ortografico.

Per quel che riguarda la mancanza del dittongo ae, lo Scaligero[1061] insegna che la e si trova frequentemente usato dagli antichi invece del dittongo ae; ed il Fon[1062] pretende che ciò si debba ascrivere alla grande quantità di schiavi greci ed asiatici che erano in Roma, e quindi all’influenza dei nomi grecanici. Sia però questa od altra la ragione, è certo che fu spesso ed in ogni età tralasciato.

Così il Noris, nei suoi Cenotafi Pisani[1063] assicura che la parola caetera, ai tempi di Augusto, si scriveva senza il dittongo ae.


Ed il Lupi, parlando della mancanza di questa a[1064] dice: «Quod si ad inscriptiones provoces plenae sunt rei notissimae exemplis collectiones, Manutii, Lipsii, Gruterii, Bosii, Aringhii, Reinesii, Sponii, Fabretti, Malvasiae, Vignolii, Boldetti, Donii, Gorii, aliorumque». E prosegue[1065]: «Neque haec barbaries et neglectus ortographiae quod attinet ad diphtongos in christianis lapidibus tantum observatur.

Non solum tangit Atridas

Iste dolor.

Etiam Ethnici epitaphiographi: licet ut plurimum diligentiores epigrammatis suis, leges tamen exacte scribendi saepe sunt praetergressi».

E lo Zaccaria[1066] dice: «Questi (dittonghi) spesse fiate da negligenti scalpellini si tralasciavano».

Difatti, iscrizioni d’ogni età, d’ogni sorta, pagane e cristiane, hanno questa mancanza[1067].

Il difetto della c nella parola AVTORI, secondo, l’Heinrichio, il Ballhornio e il Bejero, non sarebbe un errore ma un’esattezza ortografica.

Ma questa è un’opinione loro speciale; io però che non ritengo il nostro quadratario per un dottore in filologia, seguo l’opinione più comune ed ammetto che la voce auctor s’abbia a scrivere con la c; anzi aggiungo che la mancanza di questa consonante in quel vocabolo è un errore.

Ma questa scorrezione è confacentissima al caso nostro; al caso, cioè, di un uomo del volgo, forse di un marmista che lavorava nell’Anfiteatro, il quale a sfogo dello sdegno da cui fu preso nel vedere condannato a morte il suo, dirò così, principale, mentre era degno di premio e di lode, scolpì sul marmo i suoi sentimenti nell’impeto dello sdegno, con quei modi e con quelle parole che erano usate comunemente dal volgo, come noi stessi spesso leggiamo negli scritti di gente idiota, gli stessi errori che pronunziano parlando. E questo fatto lo vediamo verificarsi anche a’ giorni nostri, e possiamo essere sicuri che ciò avvenne in tutti i tempi, non esclusi i più remoti, come ce l’insegna il Padre Marchi[1068] di ch. memoria.

L’altro errore, quello della m invece della d, può essere un errore grammaticale od anche di ortografia. Se grammaticale, non è questo il primo esempio del mascolino usato in luogo del neutro. Troviamo per es.: monumentus hic est[1069] e hic monumentus per hoc monumentum in lapidi antiche[1070]: collegius[1071], cubiculus, eum sepulchrum, hunc aedificium[1072]. Onde nel caso nostro, se si fosse usato il mascolino per il neutro non sarebbe cosa nuova, e non indicherebbe che la lapide è di tarda età.

Se poi si volesse considerare come errore ortografico, esempî di cambiamenti di lettere nelle lapidi antiche sono frequentissimi, senza che queste perdano punto della loro antichità. Chi di noi non sa, a mo’ d’esempio, quanto sia comune nelle lapidi la B in luogo della V, scambio che noi troviamo nelle lapidi non solo arcaiche ma anche in quelle dell’alto impero?

Parimenti fu uso comunissimo quello di usare la b per la p e viceversa. Così si legge pleps per plebs; collabsum per collapsum, sup per sub, ecc. Lo stesso si dica della d per la t, come v. g. si vede nei cenotafi pisani che sono dell’età augustea, e in lapidi dell’epoca degli Antonini; la e per la i e la i per la e; la m per la n; la q per la c (specialmente nelle lapidi napoletane); e così troviamo pure at fines per ad fines, set per sed, ed anche qui per quo, ecc.

Il segno d’abbrevazione sulla V, non può dirsi un errore, ma piuttosto un’eccezione ortografica: la quale però non basta a far dichiarare una lapide falsa o di bassa età.

Infatti, questo segno non è che un ripiego del quadratario, il quale, o lo fece perchè l’ultimo verso rimanga nel mezzo, o, e più probabilmente, perchè dimenticatosi d’incidere la M, e avvertitolo dopo aver inciso il resto, ricorse alla correzione solita a farsi in questi casi. E che questa correzione sia stata usata nelle epigrafi antiche ed in quelle d’età non bassa, lo deduco dalle parole del Morcelli[1073], sommo maestro in arte lapidaria. Egli dice che «caeterum haec emendationis causa assegnaveris ne mendum a scriptore ipso prodiis videatur». E che gli antichi, prima della decadenza, usassero questo segno lo vediamo in molte lapidi, e troviamo che precisamente sta in luogo della M. Così ad es. in honore, Deoru, Olla, Eoru, Foebu, libertu, agne, memoria, parentu, maloru, ecc., ecc., che si trovano nelle lapidi già riportate dal Gruterio, Fabretti, Marini, registrate in varie collezioni epigrafiche, e che ora si trovano quasi tutte riunite nel C. I. L., le quali ognuno può facilmente vedere. Nondimeno credo opportuno aggiungere quanto il Garrucci, nella sua bella opera sui segni delle lapidi,[1074] scrive: «Riscontransi.... dei segni così fatti nelle lapidi, ed il Marini, colla usata sua dottrina e diligenza ne ha raccolto un buon numero di esempî[1075].

«Ma essi dimostrano l’assenza di una consonante o di una sillaba e meritano perciò il nome di notae scripturarum dato da S. Isidoro a simili segni[1076]. Nè sono essi di uso sì recente che non rimontino ai tempi medesimi di Augusto, siccome in Proni dei cenotafi pisani invece di Patroni, in Ceria nel graffito pompeiano, che porta la data dell’anno 717, in luogo di Centuria; in SINCERV d’altro graffito pure pompeiano[1077], ed in ITE[1078], ed in Olla[1079], adoperato ad esprimere l’assenza di un M, ecc.».

Conchiuderò queste osservazioni alla prima parte delle obiezioni del Bellori, colle parole del Maffei[1080]: «nulla fere est informium litterarum, nulla distortae, inaequalis, tremulae, oblongae, confusae, connexae, scripturae facies cuius specimen vel in milliaris cippo, vel in funereis paganorum tabellis aliquando non viderim».

Ed aggiungerò le parole di un illustre archeologo, il quale trattando del ragionamento letto dal sig. De Petri sopra le tavolette cerate di Pompei[1081], finisce così il suo discorso: «Quanto alle quistioni grammaticali crediamo che serviranno queste scritture per aprir gli occhi, se è possibile, a coloro i quali si OSTINANO A DETERMINAR LE EPOCHE CO’ DATI DELL’ORTOGRAFIA.

«Lasciando stare gli errori, noi vediamo che i Pompeiani tuttavia ritenevano nella pronunzia, la quale ci si manifesta nella scrittura privata, di sopprimere l’aspirata in Chirographum, Amaranti, Nimpodoti, Agatomeni, Agatoclis, Cryseroti, Ienurnae, Pospori, Pronimi, Palepati; di adoperare la V in luogo della Y in Lampuris; in Hupsaeo, che del resto trovansi in generale scritti anche col h e coll’y; di porre il qu in luogo del cu in pasquon, e l’inserire una vocale in Ichimas, Lanisisticis, invece di Ichmas, ossia Icmas, lanisticis; l’s prende il posto dell’x in Sexcentos, la f per ph in Alfei, in Fatiscus; l’xs sta x in Maxsimus, Axsiochus, dixsit, Sexs, Alexsandrini, Sexsaginta. Finalmente Giovianus è così scritto invece del comunissimo Jovianus, della quale ortografia non so altro, se non stupire, dovendo ammettere che la pronunzia del Gi e Ge per J si abbia da far rimontare ad un’epoca sì remota alla quale finora non si ardiva di portare il Geronymus, il Genuarius, il Gerusalem, delle antiche scritture».

La paleografia dunque e l’ortografia non sono ragioni sufficienti perchè questa lapide si dica del secolo V.

A queste ragioni del Bellori ne aggiunge un’altra il Nibby, dicendo che la lapide per lo stile presenta tutta l’apparenza del secolo V. La difficoltà del Nibby poteva aver forza quaranta o cinquant’anni fa; ma ora, che si sa positivamente che la sepoltura cimiteriale cessò nei primi anni del secolo V, e per quello che fin qui s’è detto, la difficoltà del Nibby rimane priva quasi di ogni valore. Del resto trattandosi di stile, potremo vedere se vi siano lapidi d’epoca più antica, e che possano confrontarsi colla nostra.

Leggiamo in Plinio[1082] che sulle pareti del tempio di Ardea si leggeva quanto segue:

«Dignis digna loca picturis condecoravit

Reginae Junionis Supremae coniugis templum,

Marcus Ludius Elotus Aetoliae oriundus

Quem nunc et post semper ob ostem

Nunc Ardea laudat».

È innegabile che quest’epitaffio abbia molta somiglianza col nostro. Ora, se all’epoca classica della latinità, ossia ai tempi Augustei, furono scritti sulle pareti di un tempio versi tali da far dire al Tiraboschi[1083]: «Se io non gli avessi trovati in Plinio, gli crederei fatti ne’ nostri secoli bassi; così sono essi composti in uno stile barbaro a un tempo e moderno»; con più ragione, ai tempi di Vespasiano e nell’oscurità delle catacombe, si poterono scrivere i nostri versi da un quadratario idiota nell’impeto dello sdegno; senza che per questo lo stile si debba dire barbaro e basso. Dissi versi, giacchè, se bene si pone mente, quell’iscrizione ci ricorda i versi saturnî come quelli riportati da Plinio, e dei quali ha trattato magistralmente il P. Garrucci nella sua Sylloge Inscriptionum[1084], alla quale rinvio il lettore perchè giudichi se io abbia o no errato in chiamarli così. Dunque anche la difficoltà dello stile, come quelle della paleografia e dell’ortografia, non ha qui forza.

Ma un’altra difficoltà ci presenta il Canina[1085]. Egli dice che il nome ed il modo con cui viene designato Gaudenzio fa riportare questa lapide ad età tarda. Riguardo al modo, confesso che non so che rispondergli, perchè non capisco che cosa egli voglia intendere con questa parola generica. Ma se per modo vuol intendere lo stile della lapide, la questione l’ho or ora risolta.

Se poi per modo voglia significare l’espressione della lapide, non so come questa si possa dire di molto posteriore a Vespasiano quando i due protagonisti della lapide stessa sono appunto Gaudenzio e Vespasiano.

Relativamente al nome, non nego che questo possa fare una tal quale obiezione, giacchè la desinenza in entius fu frequentissima nei tempi tardi, ma però non fu esclusivamente propria di quell’età.

Infatti, o Gaudenzio appartenne a famiglia libera o fu servo o fu liberto. Se appartenne a famiglia libera (ciò che non pare probabile), anche fra le famiglie libere (ed in tempi remotissimi) si ricordano nomi che hanno la desinenza in entius, come Mexentius[1086], Placentius[1087], Eventius, Dentius; e nella epoca repubblicana e dell’alto impero, abbiamo varî Terenzî, ecc., per esempio: Terentius (console), Terentius (scrittore), Terentius (comico); abbiamo: Juventius (console), Juventius (comico)[1088], Juventius (giureconsulto); Placentius[1089], Calventius[1090], Gentius[1091], Cosentius, ecc.: e tra i nomi femminili, s’ha: Gentia[1092], Calventia[1093], ecc. Onde non sarebbe strano se ai tempi de’ Flavî vi fosse stato un Gaudentius; e a questo riguardo (desinenze in antius, entius, ontius) il De Rossi[1094], scrive: «inde tamen minime colliges illarum appellationem quae saeculo praesertim quarto viguere, ne primas quidem origines ab antiquiore aetate esse repetendas».

Se si dica poi che il nostro Gaudenzio fu o servo o liberto (come sembra più verosimile); allora, attese le circostanze ed i tempi, atteso che il cristianesimo fu estesissimo nella famiglia de’ Flavî; che fu uso dei padroni servirsi dei liberti nelle opere loro, l’obiezione cade da sè. Difatti: fra l’immensa serie di nomi dei liberti e servi, per la maggior parte a noi sconosciuti, chi potrà con serietà affermare non esservene stato a quei tempi neppur uno che avesse la desinenza in entius?

Esaminiamo ora le altre difficoltà, incominciando da quella già proposta dall’Aringhi due secoli e mezzo fa, e riprodotta nuovamente dal Gori nell’anno 1875. Questa lapide, dicono, non può essere dei tempi di Vespasiano, perchè sotto quest’imperatore non vi fu persecuzione.

Rispondo:

Sebbene sotto l’impero di Vespasiano non avesse luogo una persecuzione, pure non v’ha difficoltà per opinare plausibilmente che Gaudenzio (appunto perchè cristiano) potesse esser vittima di quell’imperatore. Infatti:

Se Gaudenzio, divenuto cristiano, si fosse ricusato di prestare più oltre la sua opera nella costruzione di un luogo che sarebbe stato poi il teatro del sangue umano[1095]: o se[1096] invitato da Vespasiano a costruire una naumachia[1097], egli ne avesse accettato l’incarico; ma che poi, mutata l’idea della naumachia e stabilito di ridurre l’edificio a luogo di spettacoli gladiatorî (tanto aborriti dai cristiani) avesse voluto declinare dall’incarico preso: o finalmente che si fosse ricusato di costruire l’ara, ecc.; non sarebbero stati motivi sufficienti per un Imperatore pagano, benchè non persecutore del cristianesimo, per fargli mettere in esecuzione la legge neroniana, a quei tempi purtroppo vigente, per far uccidere Gaudenzio? E non furono questi i motivi per cui i Quattro Santi Coronati, scultori di opere notevoli (per essersi, cioè, ricusati di scolpire una divinità), furono barbaramente uccisi?

Del resto ancorchè la Chiesa sotto alcuni Imperatori godè di pace, pur nondimeno, come tutti sappiamo, non mancarono mai qua e là martiri; e chi ignora che sotto lo stesso Vespasiano, per es., fu ucciso il santo Vescovo di Ravenna, Apollinare?

Ma a quest’obiezione dell’Aringhi avean già risposto trionfalmente il Marangoni[1098] ed il Piale[1099], alle opere dei quali rinvio il lettore.

Infine Dione Cassio[1100] ci dice che Vespasiano fe’ morire varî qui in mores Judaeorum transierunt; e questo passo non si spiega altrimenti (attesa la nota confusione che fu fatta a quei primi tempi tra il cristianesimo e giudaismo) che coll’aver fatto, Vespasiano, uccidere varie persone convertite al cristianesimo; religione che gli Imperatori e i gentili in genere, credettero fosse la stessa, o almeno una setta del giudaismo.

Dunque benchè Vespasiano non movesse persecuzione contro il cristianesimo, pur nondimeno Gaudenzio potè essere martirizzato sotto quell’imperatore, sia perchè, essendo quegli cristiano, potè ricusarsi di proseguire l’opera affidatagli; sia perchè anche sotto Vespasiano vi furono martiri; e sia finalmente perchè, per testimonianza dello storico pagano già citato, Vespasiano fe’ realmente uccidere varî, i quali, verosimilmente, furono quelli che abbracciarono la religione di Cristo, e furono scoperti come tali.

***

Siamo giunti finalmente a poter dire con certezza morale che la lapide «Sic premia servas», risale all’età Vespasianea, e che per conseguenza il Gaudenzio in essa ricordato, visse in quegli stessi tempi. Ma chi fu questo Gaudenzio? Perchè Vespasiano lo fece uccidere? Per rispondere a questi quesiti basta mettersi sott’occhio la lapide e spiegarla: dalla semplice lettura di essa, tutto appariva chiaro.

«Sic premia servas, Vespasiane dire,

Civitas ubi gloriae tue autori

Premiatus es morte Gaudenti letare

Promisit iste, dat Kristus omnia tibi

Qui alium paravit theatru in coelo».

La disposizione dei versetti (a due coppie, con uno spazio frapposto in mezzo, forse per la forma bislunga del marmo) indica che la nostra lapide si debba leggere a colonna. Laonde non so spiegarmi la ragione per cui il Marangoni ed il Fea ne abbian fatto la versione letterale leggendola continuatamente, senza far conto di quello spazio, che pur v’è; e così avvenne che quella traduzione poco concordasse colla versione libera che poi ne fecero.

Fatta questa osservazione necessaria, ecco la versione letterale della lapide:

Così i premî serbi, o Vespasiano crudele?

O Città, dove all’autor della tua gloria....

Premiato sei colla morte, o Gaudenzio, rallegrati.

Promise questi; Cristo ti dà ogni cosa,

Che altro teatro preparò nel cielo.

In versione più libera, può suonar così:

Così serbi la fede dei premî promessi, o crudel Vespasiano? e dove, o Roma, riserbi i dovuti premi all’autore della tua gloria? La morte fu il tuo premio, o Gaudenzio, ti rallegra; Vespasiano promise, ma Cristo ti dà tutto, preparandoti nel cielo miglior teatro.

Non credo necessario giustificare quelle poche supposizioni che si troveranno in questa spiegazione, giacchè esse sorgono spontaneamente come si dimostra dalla concordanza perfetta delle due versioni.

Dall’esame analitico di questa lapide si può ricavare:

1º Che il nostro Gaudenzio fu cristiano: Kristus dat omnia tibi. Qui alium paravit theatru, in celo[1101].

2.º Che fu martire: Premiatus es morte. Un cristiano il quale fu fatto uccidere dall’Imperatore, e che per questa ragione ricevè da Cristo la gloria del Paradiso, non dovrà dirsi martire?

3.º Che fu martirizzato sotto Vespasiano: Vespasiane dire.

Ma qui si potrebbe obiettare:

Quel Vespasiano, invece dell’Imperatore, non potrebbe esser un altro qualunque che avesse lo stesso nome?

No. Infatti, se questo Vespasiano invece di premiare fece uccidere Gaudenzio, dobbiam dire che quegli avesse nelle sue mani il potere di premiare e di punire colla morte; avesse, cioè, quel potere che i giuristi chiamano merum imperium.

Ora apprendiamo dalle Pandette e dal Codice di Giustiniano (e tutti gli interpreti del diritto romano, come Cuiacio, Donnello, Averano, Roet, Brunemann, Perezio, ecc. sono concordi), che questo potere competeva all’Imperatore, direi, per natura; e, per delegazione, al Prefetto della Città e a quello del Pretorio. Si deduce questo anche dalle famose parole dette da Traiano al Prefetto del Pretorio[1102]: «Accipe gladium, quem pro me, si bene atque ratione imperavero, distringes: sin minus, eo ad interitum meum utere». Nè si può supporre che, all’infuori del fondatore della famiglia imperiale dei Flavî, vi siano stati altri imperatori di nome Vespasiano. Nè questo nome apparisce nei cataloghi dei Prefetti del Pretorio o in quello della Città[1103].

Quindi se il nostro Gaudenzio fu ucciso da un Vespasiano il quale avesse il potere di uccidere, questi non potè essere che l’Imperatore.

4.º Finalmente, che fu martire in Roma: «Civitas, ubi glorie tue autori». Ho detto martire in Roma, e lo deduco dal fatto che la lapide fu trovata scavando un cimitero cristiano romano. E la sana critica c’insegna che, usandosi in un discorso un nome generico, questo si deve riferire a quella cosa che gli è vicina e non lontana; e ora la lapide fu trovata a Roma: dunque la città cui si riferisce il discorso, è Roma.

Nè vale obiettare che in questo caso si sarebbe dovuta usare la voce Urbs e non Civitas; giacchè qui il discorso non è rivolto alla città materiale, ossia alle mura, ma ai cittadini; e tutti sanno che i latini usarono la voce civitas per indicare il formale, e Urbs il materiale della città. E nel caso nostro si dovè dire, come fu detto, civitas, e non altrimenti.

Di più: in quella lapide si fa allusione ad un teatro, e ad un teatro dei tempi di Vespasiano, a cui pure è rivolto il discorso. Ma, ad eccezione dell’Anfiteatro Flavio, non s’ha memoria che Vespasiano abbia eretto altri edifizî per darvi spettacoli pubblici.

Se dunque la città a cui qui si rivolge il discorso è Roma, se il marmo fu trovato in un cimitero cristiano di Roma (e questo indica che il martire fu deposto in Roma), dobbiam pur dire che Gaudenzio è un martire romano.


Fin qui l’iscrizione ci dice che Gaudenzio fu cristiano, che fu martire, che subì il martirio sotto Vespasiano, e che lo subì in Roma. Ma chi fu questo Gaudenzio? Nulla si potrà dedurre dalla lapide? Il Nibby, il Canina e il Gori, pur trovando difficoltà intorno a quest’iscrizione, concedono nondimeno che il Gaudenzio in essa ricordato abbia relazione con un luogo di spettacoli fatto edificare da Vespasiano. E questo è innegabile, ed è chiaro anche per quel relativo alium che si riferisce a Theatrum. Ora sotto l’impero di Vespasiano e per suo ordine fu edificato in Roma quel luogo di spettacoli che formò la gloria di Roma, una vera maraviglia del mondo, il Colosseo, di cui Marziale:

«Barbara pyramidum sileant miracula Memphis».

Se dunque si parla in questa lapide di un luogo di spettacoli costruito sotto Vespasiano; se in essa si rimprovera Roma, perchè, ingrata, anzichè premiare, lasciò uccidere colui il quale fu l’autore della gloria sua; non essendovi memoria di sorta, la quale ricordi che Vespasiano abbia eretto altri edifizî da spettacoli in Roma, come or ora dicemmo; e molto meno, che sotto Vespasiano siano sôrti in Roma tali edifizî da potersi dire «gloria della Città», se si eccettui il Colosseo: credo non si possa dubitare che quel luogo di spettacoli non fosse l’Anfiteatro Flavio, e quindi che questo abbia relazione col nostro Gaudenzio.

Ma in che consiste questa relazione? Non si può dire che Gaudenzio fosse uno dei famosi gladiatori dei quali qualche città andava stoltamente superba, perchè quest’ipotesi viene esclusa dalla natura della lapide, che è cristiana, e dal fatto: giacchè se Gaudenzio fu ucciso sotto Vespasiano, non potè certamente presentarsi sull’arena dell’Anfiteatro Flavio, perchè questo fu dedicato da Tito.

Diremo forse col Nibby[1104], che Gaudenzio sia stato un artista che pose in quel colosso l’opera sua? Ma le singole parti e la scultura di quest’Anfiteatro non sono certamente tali da poter far chiamare l’esecutore autore della gloria di Roma! Di più quella voce THEATRV non vuol dire un capitello, un ornato, una statua; ma significa, in senso comune, il corpo intiero della fabbrica.

Che resta dunque, se non che Gaudenzio sia stato l’inventore, l’autore insomma l’architetto del Colosseo?

Ecco dunque che dalla lapide si deduce pur anche chi fosse Gaudenzio. Ma se a questo noi aggiungiamo l’argomento di cui si serve il Marangoni[1105] per manifestare quella sua ormai famosa opinione, che il Marini dice elegans; l’argomento, dico, tratto dal silenzio degli scrittori antichi sull’architetto del Colosseo, ci convinceremo ancor meglio della verosimiglianza del nostro asserto.

Non v’ha, direi quasi, scrittore pagano il quale parli di fabbriche di qualche fama, che non rammenti l’autore della fabbrica stessa. Si parla del celebre tempio di Giove Olimpico, e se ne ricordano gli architetti[1106]; si nomina il celebratissimo tempio di Diana in Efeso, ed ecco insieme il nome de’ suoi architetti, Ctesifonte, Demetrio e Teonio[1107]; si nominano i Propilei d’Atene e nel medesimo tempo ci si fa sapere che ne fu architetto Mnesicle. Plinio[1108] ricorda il celebre Arsenale Ateniese, e ci dice che l’architetto ne fu Filone; fa menzione del famoso Laberinto di Lesurnio, e fra gli architetti nomina Teodoro[1109]. Sostrato si nomina quando si parla del Foro d’Alessandria[1110]. Si fa menzione del Foro Traiano, e si ricorda Apollodoro[1111]; si rammenta il tempio dell’Onore e della Virtù, ed ecco dirsene l’autore Muzio[1112].

Demetriano e Detriano sono ricordati in occasione del tempio della dea Bona e del trasferimento della sua statua[1113].

Ricordano Prisciano[1114] e Cornelio Nipote il tempio di Marte al Circo Flaminio, e dicono che Edmodono ne fu l’autore.

Plinio Giuniore[1115] dice che Mustio fu l’architetto del tempio di Cerere e de’ Portici. Narrasi che nei giuochi di Libone per la prima volta si coprì il teatro, e se ne dice autore Valerio Ostiense[1116]. Così pure non si nomina il Portico di Ottavia, senza che si ricordi Batraco; il tempio di Venere e Roma, senza che si nomini Adriano; e via via.

Ora, come mai quello stesso Marziale, che tanto lodò Rabirio[1117] per una fabbrica che non si può certamente paragonare col Colosseo, non nominò, non lodò, anzi come mai non scrisse, non dico un epigramma, ma nemmeno una parola in lode di colui che architettò ed edificò quella maraviglia mondiale, alla quale egli stesso dedicò ben 28 epigrammi, un libro intiero?

Dicemmo che Suetonio, nella vita di Vespasiano, narra che quest’Imperatore usò premiare quegli artisti che lo servivano: e questa fu una proprietà speciale di Vespasiano, giacchè quest’atto di liberalità Suetonio non lo attribuisce a nessun altro Imperatore. Ora se dice che donò premi ed onori ai retori greci e latini, ai poeti, al restauratore del Colosso di Nerone, ad un meccanico per aver fatto il semplice progetto del trasporto d’ingenti colonne al Campidoglio, al trageda Apollinare, ai citaristi Tarpeio e Diodoro; perchè nulla ci dice del premio che, meritamente e con più ragione che agli altri, si sarebbe dovuto dare dal liberale Imperatore all’architetto della fabbrica più grandiosa della sua epoca: all’autore, dico, di quella maraviglia mondiale?

È questo un problema storico, il quale, come ben dice l’O’Reilly[1118] è di facile e chiara soluzione, se il silenzio degli storici pagani s’attribuisca all’odio che essi nutrivano verso i cristiani, e all’astio che avevano di vedere che un’opera così stupenda e così celebre fosse stata architettata da un cristiano: ma il problema è altrettanto oscuro e di difficile soluzione se si tentino altre spiegazioni.

Finalmente conferma ciò che si è finora detto, il consenso universale. Appena questo nostro epitaffio rivide la luce, tosto fu appropriato all’architetto del Colosseo; e le parole del Bellori: elapsis annis reperta.... quae amphitheatri Flavii Architecto adscribitur, ne sono una prova.

A quell’epoca non v’era certamente ragione di partito, d’interesse, o di altro, perchè si desse a questa lapide una simile interpretazione. In quell’epoca (secolo XVII), il Colosseo, come abbiam visto, era abbandonato; non era ancora stato solennemente dedicato al culto; anzi poco tempo dopo, era addivenuto un ricovero di malandrini, ecc. E nessuno si sarebbe presa certamente la briga di cercare il nome dell’architetto di quella fabbrica, in tempi in cui il monumento era purtroppo trascurato; quando nessuno aveva fatto in proposito la minima questione; e molto meno poi si sarebbe cercato l’architetto di quell’edificio pagano e destinato a’ giuochi tanto odiati dai fedeli, in un cimitero sotterraneo cristiano; e se il volgo e i dotti diedero a quella lapide (venuta allora alla luce, e trovata al posto, murata in un loculo) l’interpretazione esposta, fu perchè questa risulta chiaramente dalla lapide stessa. Nè si dica doversi ciò attribuire all’ignoranza dei tempi e a persuasione erronea; poichè non è verisimile che l’errore e l’ignoranza trionfino lungamente, e trionfino su persone di ogni sorta, tanto dotte che ignoranti. Ben presto l’ignoranza viene illuminata, l’errore vinto, l’inganno smascherato.

Ora quest’interpretazione data alla nostra lapide, non pur da anni, ma da tre secoli, dura; e non solo è ritenuta vera tenacemente dal volgo, ma eziandio dai dotti da noi citati, ed anche da altri contemporanei, i quali, se non hanno scritto intorno a questa lapide, pure da me consultati hanno risposto essere dello stesso parere mio[1119], ad eccezione di alcuni i quali, o dubitano, o negano recisamente, adducendo però argomenti puramente negativi.

Dunque quest’interpretazione si può dire costante e generale, la quale, appunto perchè tale e perchè spontanea, è vera, e forma uno di quei criterî filosofici di verità, i quali ci rendono moralmente certi di una cosa.

E qui potrei conchiudere, ma prima voglio rispondere ad alcune difficoltà che si presentano.

Il Bellori dubita che il nostro Gaudenzio possa essere stato l’architetto del Colosseo perchè in ipso (marmore), così egli, non Amphitheatri sed theatri mentio habetur.

Rispondo innanzi tutto, che:

Pictoribus atque poetis

Quidlibet audendi semper fuit aequa potestas.

Ora, essendo l’iscrizione di Gaudenzio un epitaffio che l’autore ha voluto scrivere con un certo ritmo, è perdonabile che egli abbia detto «teatro» invece di «anfiteatro», giacchè usando quest’ultima voce, l’ultimo verso avrebbe sonato molto male. Di più, non può fare difficoltà che in un epitaffio di questa natura si sia usato il genere per la specie. Ora è certo che la voce «teatro» potè usarsi, e si usò effettivamente anche dai classici, per indicare in genere qualunque edificio o luogo atto a celebrarvi spettacoli[1120]. Dunque lo scrittore del nostro epitaffio avrebbe potuto usare questa voce, anche se fosse stato un letterato. E ciò è così vero, che la legge che riguardava gli spettacoli, fu detta dagli antichi lex theatri: e senza perder tempo in cercar prove per dimostrarlo, valga per tutte quell’iscrizione appartenente appunto all’Anfiteatro Flavio, incisa su di uno dei gradi, ove leggesi:

IB. IN THEATR. LEGE. PL VE...... VR IA

ICET. P.. X I I R

(C. I. L. 6. Pars.add. 32098).

E questo vuol dire che, secondo la legge degli spettacoli, lex theatri, nell’anfiteatro si assegnavano tanti posti ad una data associazione, ecc.

Del resto, la voce theatrum usata in quest’iscrizione, per la ragione già detta, non potea dar luogo ad equivoci, e dovea necessariamente interpretarsi per Amphitheatrum, anche perchè l’opera massima fatta da Vespasiano per gli spettacoli, non fu un «teatro», ma l’Anfiteatro nostro.

Quindi non pare che questa difficoltà possa veramente fare ostacolo.

Un’altra obiezione è tratta dalla qualità della persona di Gaudenzio. Se questi fu cristiano, si dice, non potè essere architetto dell’Anfiteatro Flavio, perchè un cristiano non avrebbe osato architettare un edificio per un genere di spettacoli, nei quali (senza dire che tutti e sempre gli spettacoli furono con ragione aborriti dai cristiani) lo spargimento del sangue umano era l’oggetto del divertimento e del plauso del popolo; e tali appunto erano quelli che si davano negli anfiteatri.

E questo va benissimo; ma io già previdi questa difficoltà e l’accennai quando dissi che la prima idea di erigere media urbe (e precisamente ove erano gli stagna Neronis) un edificio, non fu quella che l’edificio stesso servisse per darvi spettacoli gladiatorî e venatorî, ma per farvi giuochi navali ed incruenti. Si dovea, cioè, edificare una naumachia, della quale, come dissi, parla Marziale. E che la primitiva disposizione dell’Anfiteatro Flavio fosse stata per naumachia, l’ho già dimostrato nel corso dell’opera.

Inoltre i cristiani non correvano certamente, senza una speciale ispirazione, incontro alla morte; ma se erano perseguitati fuggivano, secondo l’insegnamento del Maestro, in aliam terram.

E non solo materialmente, ma evitavano la morte anche con mezzi leciti ed onesti, dei quali potevano usare senza offendere la loro fede. Ora se noi supponiamo che Gaudenzio fosse liberto di Vespasiano[1121], ciò che è assai verosimile, e che fosse stato costretto a prestare la sua opera al Patrono, cui, per la libertà ricevuta, era in dovere d’ubbidire; io non vedo la ragione per cui Gaudenzio, benchè cristiano, si fosse potuto ricusare di servire il suo Patrono nella costruzione di una fabbrica, lo scopo della quale (per sè e riguardo alla costruzione materiale, che spetta all’architetto) è del tutto indifferente, colla certezza di esser ucciso.

Ma anche ammesso che l’Anfiteatro Flavio fosse stato fin dalla prima idea costruito per darvi giuochi cruenti; dato che Gaudenzio non fosse stato liberto di Vespasiano; allora dirò col Piale[1122], che, appunto per questo, fu fatto uccidere da Vespasiano; perchè, cioè, fattosi poi cristiano, si ricusò di prestare più oltre l’opera sua in quell’edificio. Dunque quest’obiezione o non nuoce o conferma l’asserto.

Sennonchè questa soluzione è causa di una nuova difficoltà. Se il nostro Gaudenzio fu un personaggio cotanto celebre e martire della Chiesa nascente perchè non se ne fa menzione nei martirologî, nei calendarî, negli indici, nei fasti della Chiesa Romana? Come è che si ricordano un Gaudenzio martire in Africa, un Gaudenzio di Novara, un Gaudenzio di Rimini, un Gaudenzio di Arezzo, ecc.; e del nostro Gaudenzio non si fa nessuna menzione?

Rispondo:

I nomi dei martiri non erano registrati nei calendarî, nei martirologî, negli indici, ecc., se non dopo praticata la così detta vindicatio. Ora questo processo di riconoscimento vi sarà stato relativamente al martirio di Gaudenzio? Dalla lapide si rileva che egli fu martire, premiatus es morte, ecc.; ma noi non sappiamo positivamente se sia stato o no vindicatus. E se la Chiesa non dichiarò che Gaudenzio sparse il suo sangue per la fede, non potè essere venerato dai fedeli. Mancando dunque il dato positivo della vindicatio, non v’ha ragione di maravigliarci se nei cataloghi, nei martirologî, ecc., non si trova il nome di Gaudenzio; e dalla mancanza di questo nome non si può dedurre, come è chiaro, che egli non fosse vero martire[1123], e, molto meno, architetto del Colosseo.

Ma del resto questo è un argomento negativo, il quale di fronte a tanti argomenti positivi e diretti, non ha valore; e dal quale si potrebbe solamente dedurre che nessuna memoria si conosce di questo martire romano; mai però che questa memoria non sia esistita, o che un dì non possa (come tante altre memorie) tornare a luce. Anzi, se non m’inganno, a me sembra di trovare questa memoria nel martirologio di Usuardo, codice di Brussels, e precisamente al giorno 7 Maggio.

Dopo la memoria di Flavia Domitilla e di S. Giovenale, si legge: Ad radicem Montis Septimi passio S. Gaudentii martyris. Il Martirologio di Usuardo è d’epoca tarda, tardissimo è il codice di Brussels, e la sua autorità è assai debole; ma tutte le memorie dei codici martirologici sono sempre preziose per le ricerche archeologiche, massime quelle che mostrano un certo classicismo ed una certa antichità, da qualunque fonte esse provengano. Non disprezziamo dunque questa notizia isolata, e maturiamola con calcolo per la nostra ricerca.

È certo che il Gaudenzio ricordato in quell’inciso non è tra quelli finora conosciuti: quis hic Gaudentius sit, fateor me ignorare, scrisse il Sollier[1124].

È anche certo che il dettato di quest’inciso non ci costringe a dire che il Gaudenzio in esso ricordato sia dell’età di mezzo, giacchè l’aggiunto martyris ci fa escludere ciò, direi quasi, per natura; ed il nome Gaudenzio non è dell’età di mezzo, ma antico e non raro nei cimiterî romani, ed abbonda, dirò così, nei cimiterî della Via Nomentana, dai quali appunto uscì fuori la lapide di quel Gaudenzio di cui parliamo.

È certo eziandio ed innegabile che quest’inciso è dettato con tale laconismo e semplicità, che ci ricorda gli incisi dei martirologî più antichi, il dato caratteristico dei quali è appunto la semplice indicazione topografica, il nome del Santo e il suo aggiunto distintivo.

Ora tale è il nostro inciso (ad radicem montis Septimi. Gaudentii martyris)[1125]. Dunque quest’inciso è un brano perduto di un martirologio antichissimo, ma che, per fortuna, fu conservato dal codice di Brussels del Martirologio d’Usuardo. Esaminiamo ora questo prezioso inciso, e cerchiamo chi sia il Gaudenzio in esso ricordato.

Che questo Gaudenzio sia un martire romano me lo dice l’indicazione topografica: ad radicem montis Septimi.

In nessuna geografia, sia antica che moderna, ho potuto trovare un monte di questo nome. Soltanto Varrone[1126], allorchè parla dell’Esquilino, dice: Septimius mons quinticepsos lucum Petilium.

Questa è la lezione della maggior parte dei codici e ritenuta dai migliori interpreti, non ostante lo Sceptius dello Sprengel, che non è alla fine che una scorrezione ed abbreviazione di Septimius malamente letto e peggio interpretato. I moderni leggono Cespius[1127], ma la questione di questo passo Varroniano è questione di fatto.

Qual’è la vera lezione, l’antica o la moderna? Fino alla metà circa del secolo scorso si ritenne per vera la lezione da me seguita. Lo Scaligero, il Turnebo, l’Agostini lessero Septimius mons quinticepsos, e su questa lezione fecero i loro lavori[1128]. Il testo seguito dallo Scaligero è anche più antico di quello da me e da altri finora ritenuto, ma similissimo; ed io ho seguito l’edizione pubblicata (dopo quella della fine del secolo XVI) in Roma.

I topografi, come ad es. il Nardini e il Brocchi, seguirono quest’edizione fino alla metà del secolo scorso; il Nibby[1129] poi s’attenne a questa stessa edizione nonostante conoscesse quella del Müller e le varianti accettate e preferite dai moderni.

Come è dunque che i recenti hanno pubblicato un’edizione così diversa da quella, e, per aggiunta, mutila?

Forse han veduto e seguito un codice più imperfetto di quello veduto e seguito degli antichi, o, seguendo l’andazzo dei nostri tempi, hanno corretto il testo secondo le loro opinioni?

Lo Stara-Tedde[1130] scrive: «Nel documento degli Argei (quale la presentano e seguono i moderni) manca l’indicazione del secondo sacello, giacchè dal princeps si passa al terticeps, omettendo il biceps.... omissione che certo non dovea originariamente trovarsi nel documento[1131], ma da attribuirsi allo stato lacunoso in cui ci è pervenuto il testo varroniano». E perchè non seguire il testo Varroniano che ha l’indicazione del secondo sacello?

Nel testo ritenuto e seguito dai moderni manca parimenti quell’Esquiliae duo montes habiti, quod pars Cispius mons suo antiquo nomine etiam nunc in sacreis appellatur.

Varrone[1132] divide l’Esquilino in due prominenze principali: Esquiliae duo montes habiti quod pars Oppius (così legge il Müller), pars Cespius mons suo antiquo nomine. Tanto l’Oppio che il Cispio ci sono noti: gli archeologi ritengono concordemente che il primo risponde a quella sommità dell’Esquilino ov’è S. Pietro in Vincoli; il secondo all’altro ov’è S. Maria Maggiore. L’Oppius è diviso da Varrone[1133] in più località, ognuna delle quali aveva il suo nome speciale. Così: Oppius mons princeps lucum Esquilinum, lucum fagutalem quae sub moerum est. Oppius mons bicepsos simplex. Oppius mons tercicepsos lucum Esquilinum dexterior via in Tabernola est. Oppius mons quadricepsos lucum Esquilinum via dexterior in figlineis est. Septimius mons quinticepsos lucum Petilium. Esquilinus. A suo luogo esamineremo una per una queste località dell’Esquilino. Che il Settimio si debba collocare nell’Oppio e non nel Cispio ce l’indica, la topografia del monte.

Noi abbiamo fra questo e quello una gola che separa le due località dell’Esquilino, e senza perderci in inutili parole, metto sotto gli occhi del lettore la pianta altimetrica dell’ingegnere Francesco Degli Abbati[1134], fatta da noi parzialmente ma fedelmente riprodurre (V. Fig. 15ª).

Quindi non si può cambiare, come fanno i moderni, il Septimius in Cispius, perchè quella prominenza non si trova situata sul Cispio ma sull’Oppio.

Il nome Septimius deriva, a mio modo di vedere, dai sacrifici che si facevano in occasione del Septimontium, i quali, al dire di Festo, si celebravano (per ciò che riguardava il monte Esquilino) in quella parte del monte che si chiamava Oppio. Ed io congetturo che detto sacrificio si celebrasse precisamente in quella cima dell’Oppio che era più prossima al Palatino, centro del Septimontium, e che prendesse il nome di Septimius per specificarla dalle altre cime dell’Oppio stesso. Questo viene confermato dalle parole del lodato Varrone, il quale soltanto a questa e non ad altre prominenze dell’Oppio dà un nome proprio: Oppius mons, princeps; Oppius mons, bicepsos; Oppius mons, tercicepsos; Oppius mons quadricepsos; Septimius mons quinticepsos, ecc.[1135].

(Fig. 15.ª)

È vero che ivi negli Argei si legge anche Esquilinus sexticepsos; ma ciò si spiega benissimo, perchè, la sesta cima era su quella parte dell’Oppio che, per antonomasia, era chiamata Esquilino, essendovi là il Forum Esquilinum, il Campus Esquilinus, etc.

Esaminiamo ora una per una le località suddette.

1.º Oppius mons princeps lucum Esquilinum, lucum Fagutalem sinixtra quae sub moerum est. Quel lucum Esquilinum ci fa necessariamente collocare questa parte dei monte in vicinanza alla spianata di esso monte; imperocchè è la parte che più propriamente si dice Esquilinus. Ivi è ricordata la porta Esquilina, ivi il campus Esquilinus, ivi il forum Esquilinum: in una parola, la denominazione Esquilinus competeva più propriamente a quella parte che alle altre. Dunque l’Oppius mons princeps era quella parte del monte che è presso la già villa Caserta (ora chiesa di S. Alfonso all’Esquilino), ove anni indietro venne in luce il muro antichissimo della città, sinistra quae sub moerum est.

2.º Oppius mons bicepsos simplex. Questa località (senz’altro aggiunto, perchè non se ne fa menzione veruna) mi sembra che sia quella parte del monte, alla quale più propriamente fu dato, e che tuttora conserva, il nome di Oppio; ossia quella parte che è in prossimità, come si è detto, della Chiesa di S. Pietro in Vincoli.

3.º Oppius mons tercicepsos lucum Esquilinum dexterior via in tabernula est. Questa, per quel lucum Esquilinum, non potremo separarla dalla prima; ma per quel dexterior via in tabernula est, la dovremo dire rivolta al Celio, perchè la tabernula era nel Ceriolense, qua itur Coelium; e quindi è quella parte dell’Oppio che ha a sinistra l’Esquilino propriamente detto, e che è rivolta al Celio.

4.º Oppius mons quadricepsos lucum Esquilinum via dexterior in figlineis est. Per quel lucum Esquilinum non si può disgiungere dalle antecedenti; per quel dexterior poi, conviene situarla da quella parte stessa che guarda il Celio; e quindi la collocherei nella parte sovrastante alle velocia munera[1136], le quali sorsero in quel luogo già occupato, fino ai tempi di Nerone, da meschini abituri, probabilmente di figlini, come c’insegna Marziale:

«Hic ubi miramur velocia munera thermas,

Abstulerat miseris tecta superbus ager».

5.º Esquilinus. Ultimo punto dell’Oppio, a Nord, ricordato da Varrone. Per la sua denominazione assoluta (Esquilinus), e per la mancanza dell’aggiunto: mons (benchè non si ricordi alcun bosco), credo sia propriamente quella parte cui si diè e si dà tuttora il nome di Esquilino.

Per il Septimius mons quinticepsos lucum Petilium, situato, secondo Varrone, fra il quarticepsos e l’Esquilinus, non rimane dunque altra sommità dell’Oppio che quella in cui vi sono i grandi ruderi delle Terme e della Domus Titi, incontro all’Anfiteatro Flavio. E qui appunto il Nibby[1137] colloca il mons Septimius. L’autorità del Nibby è sempre grande; ma in questo caso è maggiore, perchè egli qui, non sostiene una sua opinione particolare, non difende l’autenticità di una località da lui già ammessa e da altri contrastata; ma ciò che scrisse lo scrisse senza prevenzione alcuna, e soltanto per effetto della sua scienza topografica, della conoscenza che egli aveva della topografia di Roma.

Insomma: il Cispio era la sommità ove è S. Maria Maggiore: l’Oppio era diviso in più parti, delle quali l’Oppius simplex era quello ove è S. Pietro in Vincoli; Esquilinus, ov’era il campus Esquilinus propriamente detto: l’Oppius princeps, l’Oppius tercicepsos e l’Oppius quadricepsos (per il lucum Esquilinum a tutti e tre comuni) si debbono collocare in modo, che più s’avvicinino a quella parte che era detta per antonomasia Esquilinus, e che siano ben distinte le due parti; il princeps (per quel sinistra quae sub moerum est) sotto la già Villa Caserta; il tercicepsos (per quel dexterior via in tabernola est) deve collocarsi rivolto al Celio, ma non più in là delle Terme, perchè ivi (per l’aggiunto in figlineis) v’era il quadricepsos; e per il Septimius, quinticepsos, non resta che quella parte che sovrasta il Colosseo.

E questa denominazione era ancor vigente nel secolo VIII, giacchè nel Liber Pontificalis (in Leone III) si fa menzione di una basilica dedicata a S. Michele Arcangelo: S. Arcangeli in Septimo; basilica che qualcuno credè situata in milliario septimo della Via Salaria.

Ma vi sono molte ragioni per non dare a quel passo una simile interpretazione.

E primieramente, perchè quelle basiliche extramuranee, ricordate nella vita di quel Pontefice, sono basiliche cimiteriali, edificate su qualche memoria di martiri e santi celebri, e non in onore di Angeli e di Arcangeli.[1138]. Secondariamente poi, perchè manca l’indicazione della via. Dice in Septimo ma di qual via?

Al contrario, quando nella stessa vita (di Leone III) si parla di chiese extramuranee, si dice: B. Stephani primi martyris constituta via latina milliario tertio. — S. Cyriaci posita via Ostiensi. — S. Valentini in Flaminia. — B. Andreae Apostoli sita in tricesimo via Appia.

Relativamente a quel S. Marcelli sitam in quartodecimo, siccome immediatamente prima s’era parlato di S. Aurea in Ostia, potrebbe intendersi che fosse situata in via Ostiensi.

Ma la nostra basilica è posta fra due intramuranee, come or ora vedremo, e non fra le extramuranee. Infine, lo scrittore della vita di Leone III non segue già un ordine topografico nell’enumerazione delle chiese arricchite dai doni di quel Pontefice; e se anche avesse voluto non avrebbe potuto. È nondimeno certo e incontestabile che, generalmente parlando, le chiese di una regione o di una località sono aggruppate insieme. Così leggiamo che Leone III fece dei donativi alla Diaconia Beati Hadriani, et in ecclesia beatae Martinae....., et in Diaconia antiqua. — Immo et in Diaconia S. Theodori..... et in Diaconia Sanctorum Cosmae et Damiani..... et in Diaconia S. Adriani. — Et in Diaconia S. Luciae, quae ponitur in Orphea[1139]....... et in Diaconia Beati Viti Martyris quae ponitur in Marcello. E così di altre. Ora la nostra basilica è ricordata fra S. Agata[1140] e S. Agapito in Vincula, ossia fra due chiese situate nella località varroniana dell’Esquilino. Quindi diremo che la basilica S. Arcangeli quae ponitur in Septimo non è la basilica extramuranea situata al settimo miglio, o sesto secondo il Martirologio Geronimiano (codice di Berna), passo d’altronde un po’ confuso, ma una basilica intramuranea, citata cioè nella stessa guisa con cui si cita il monasterium Sancti Iohannis qui ponitur in Appentino, ossia in Aventino monte[1141].

Nello stesso Libro Pontificale[1142] in Simmaco, leggiamo: «Intra civitatem Romanam, basilicam Sanctorum Silvestri et Martini a fundamentis construxit. .... Ad beatum Iohannem et Paulum fecit gradus post absidam. Item ad Archangelum Michael basilicam ampliavit et gradus fecit et introduxit aquam. Item ad Sanctam Mariam, oratorium sanctorum Cosmae et Damiani a fundamentis construxit».

Il Duchesne[1143] dice che la Chiesa di S. Michele ricordata in questo passo non può essere quella situata al settimo miglio della Salaria, perchè qui è scritto: «intra civitatem Romanam» ed ivi si fa menzione di lavori eseguiti a cura di Simmaco alle chiese di S. Martino, dei Ss. Giovanni e Paolo, di S. Michele e di S. Maria Maggiore.

E questo significa che il Duchesne ritiene che nell’interno della città esistè una chiesa dedicata a S. Michele, situata nella stessa località ricordata nella vita di Leone III, quando si parla di S. Michele in Septimo, fra la chiesa di S. Agapito, qui ponitur ad Vinculam, e quella dei santi Silvestro e Martino. Lo stesso Duchesne[1144] scrive che la chiesa di S. Agapito è quella stessa che più tardi fu detta S. Maria (ante titulum Eudoxiae) ossia il monastero (S. Mariae) ad S. Petrum in Vincula.

Dice inoltre che S. Maria in Monasterio era situata dietro la chiesa di S. Pietro in Vinculis; vale a dire più su quella cima dell’Oppio detta Esquilinus che sul Septimius. A pag. 61, n. 63, tomo II, aggiunge però che, da un documento del 1014 la chiesa di S. Maria in Monasterio è detta ANTE Titulum Eudoxiae. L’Armellini, il quale pubblicò la seconda edizione delle «Chiese di Roma» alcuni anni dopo dell’edizione duchesniana del Liber Pontificalis, dimostrò ad evidenza che la chiesa di S. Maria in Monasterio, cioè S. Agapito, era di fronte alla Chiesa di S. Pietro in Vinculis, che è quanto dire sul Settimio.

La Chiesa di S. Michele in Septimo, ricordata fra quelle di S. Pietro in Vinculis e S. Agapito, sorgeva dunque su quella parte dell’Oppio che si disse Septimius, cangiato poi in Septimus o per una delle solite alterazioni causate dal tempo e dagli uomini, od anche, e più verosimilmente, perchè il copista tralasciò una i; ed in questo caso noi dovremmo leggere senz’altro: Basilica S. Arcangeli in Septimio (monte).

Nè fa ostacolo la sentenza del Nardini, il quale, a motivo di quel Petilium lucum aggiunto al Settimio, cerca questo nell’Esquilino sì, ma verso il Viminale; e lo deduce da quel Petilinum lucum di Livio. Ma innanzi tutto Petilium o Poetelium e Petilinum o Poetelinum sono nomi ben diversi; eppoi, quel Lucus Petelinus menzionato da Livio e da Plutarco, a proposito del giudizio contro M. Manlio, trovavasi extra portam Flumentanam (così leggono ormai quasi tutti i critici, invece di frumentariam); e questa porta i topografi la collocano presso il Forum Olitorium, e cioè tra l’odierno Ponte Rotto e il Ponte Quattro Capi, presso a poco ove ora è la Via o Vicolo del Ricovero[1145].

Nemmeno fa ostacolo l’opinione del Corvisieri, il quale crede che questa parte dell’Oppio fosse detta Coliseo[1146]. Imperocchè, pur concedendo che tal nome fosse stato dato a quella collina, sarebbe sempre il nome volgare, (il nome dato al tempio d’Iside, come egli dice, situato in quel colle (!) per distinguerlo forse da qualche altro tempio dello stesso nome); ma il nome classico, il vero nome, il nome proprio sarebbe stato sempre quello di Septimius in tempi remoti, e di Septimus (se così si voglia leggere) in tempi meno antichi: e così qui verrebbe a proposito il detto del medesimo autore: che, cioè, nella stessa città s’incontrano contrade e monumenti più conosciuti per un nome di volgare capriccio che per il vero dato loro in origine.

Questa soluzione però gioverebbe se vi fosse difficoltà, ma per me questa difficoltà non esiste. Imperocchè il tempio d’Iside della III regione non fu (nè deve quindi supporsi collocato) sulla collina che sovrasta all’Anfiteatro. Noi già confutammo l’opinione del Corvisieri nella Parte II, cap. I di questo studio; riputiamo quindi inutile ripetere quanto allora dicemmo.

Pertanto, conchiudendo, diremo che nessuna località geografica è conosciuta col nome di mons Septimius; e soltanto, per testimonianza di Varrone e del Libro Pontificale, si ricorda in Roma una parte dell’Esquilino così denominata.

Dunque il martire che si legge nell’inciso del codice di Brussels è un martire romano.

Ma nessun martire di nome Gaudenzio è conosciuto in Roma, ad eccezione di quello di cui si parla nella lapide che ha motivato questa lunga dissertazione. Dunque probabilmente è questo il martire ricordato nell’inciso del Martirologio d’Usuardo, codice di Brussels.

Quanto non sarebbe eloquente per la storia del nostro Gaudenzio questa località, designata dal Martirologio Brusellense, con quelle parole: «Ad radicem montis Septimi passio S. Gaudentii martyris»?..... Ci direbbe insomma che Gaudenzio, liberto di Vespasiano, fu fatto uccidere nella casa del suo padrone, dinanzi alla fabbrica da lui edificata, ove appunto fu scoperto uno degli oratorî che attorniavano il Colosseo; unico oratorio (come dicemmo quando parlammo delle chiese ed oratorî che circondarono l’Anfiteatro Flavio) rimasto senza nome.

Ma, ripeto, questa non è che una mia congettura, della quale, se a qualcuno piacesse potrà servirsene per dire chi sia quel Gaudenzio che il Sollier confessava di non sapere, fateor me ignorare; e rimarrebbero soddisfatti anche coloro, i quali, col Muratori, s’auguravano che un giorno gli studiosi avrebbero fatto un po’ di luce su quel Gaudenzio ignoto.

Riassumiamo. Abbiamo visto:

1º che la lapide di Gaudenzio fu rinvenuta negli scavi praticati nel secolo XVII nel cimitero di S. Agnese sulla Via Nomentana;

2º che alla marchesa Randanini non costò l’acquistarla, e che non si può supporre una falsificazione fatta a scopo di lucro;

3º che a nessuno degli scopritori si dà lode dagli autori coevi al rinvenimento, perchè essa fu trovata a caso inaspettatamente, invece di essere stata studiosamente cercata;

4º che a quell’epoca non v’era questione di sorta sull’architetto del Colosseo; e quindi non vi potè essere chi, per far trionfare la propria opinione, avesse motivo di nascondere quella lapide sotto le frane di un cimitero sotterraneo;

5º che non fanno ostacolo all’autenticità della stessa lapide la paleografia, gli apici e la dicitura;

6º che anche ai tempi di Vespasiano vi poterono essere martiri, e che vi furono effettivamente; ed abbiamo addotte le ragioni plausibili per ammettere che Gaudenzio potesse essere l’architetto del Colosseo;

7º abbiamo veduto, finalmente, che il Gaudentius menzionato nel Martirologio di Usuardo è probabilmente il nostro.

Non è dunque ormai ragionevole negare recisamente l’autenticità della lapide «Sic premia servas», basandosi soltanto sugli argomenti negativi generalmente addotti e da noi sfatati. Ed io son certo che ogni uomo di buona volontà dovrà convenire che, se i miei argomenti non sono del tutto atti a dimostrare apoditticamente la genuinità di quella lapide, sono almeno atti a suscitare dei dubbi, i quali faranno sì che i dotti, col loro studio, tornino sopra una tanto scabrosa questione.