1. Chiarimento storico.
Andando io verso la Galleria, per uno de' miei appuntamenti operosi, l'ingresso n'era sbarrato da una fila di sorridenti soldati.
Di là da essa fila vedevo gente gesticolare, e gridavano moderatamente. Qualcuno, dopo aver gridato, usciva dalla Galleria e veniva a mescolarsi con la folla di piazza della Scala, ov'io ero.
Anche qui c'era gente che gridava, ma più forte; e molti, così vociferando, guardavano verso quel palazzo che nel maturo Rinascimento l'operoso genovese Tomaso Marino si fè costruire per propria dimora; ma nel tempo di cui parlo era, ed è oggi ancora, sede della municipalità di Milano.
V'erano anche taluni che invece di gridare e guardare le finestre del palazzo, tentavano d'entrare nella Galleria: se non che quei sorridenti soldati, i quali ne lasciavano uscire chiunque, non vi lasciavano per contro entrare persona. Era matematico che con un tale sistema la Galleria, in un lasso imprecisato di tempo, avrebbe finito con l'essere sgombra.
Ma l'occupare o lo sgombrare Galleria Vittorio Emanuele non erano le tesi principali su cui stavan divisi gli animi in quel pomeriggio, che fu nel febbraio del primo anno del dopoguerra. Trattavasi d'una questione di bandiere.
C'era in quel tempo (e c'è oggi ancora; ma poichè un giorno, come ogni cosa mortale, non sarà più, mi piace lasciarne in queste storie il curioso ricordo) c'era dunque quella specie di parte politica, acceso avanzo dei recenti spiriti di guerra, denominata «fascismo», e trovavasi in reciso contrasto di atteggiamenti con il rivoluzionarismo comunista. Ora, appunto quel giorno era avvenuto che i fascisti avessero bruciato una bandiera rossa, e similmente i rivoluzionari avessero bruciato una bandiera tricolore. Tuttavia nè gli uni nè gli altri erano paghi dell'equilibrio così stabilito. Di qui il tumulto. Perchè in quell'epoca storica, e poi per qualche tempo ancora, tali gare pittoresche furono il segno più visibile del travaglio politico dell'epoca: il quale era in realtà, ed è, assai più profondo e fecondo, come il sèguito degli avvenimenti dimostrerà a quanti avranno la fortuna di sopravvivere per qualche anno.
I cittadini d'Italia — cioè coloro che non avevano una fede assoluta in alcuna delle tesi politiche in contrasto — erano mossi da un solo spassionato desiderio: il desiderio che una qualunque delle due bandiere — oppure una terza, o una quarta, o una ennesima — riuscisse a bruciare tutte le altre e imporsi amabilmente sul paese, che appariva abbandonato a se stesso e alla malfida signoria del dio Caso. Ma nessuna bandiera osava assumersi un così onorevole còmpito.
Non ignoro che se queste pagine saranno lette da qualche curioso tra molti anni, forse egli trarrà da alcune delle mie parole ragioni d'incertezza e di dubbio. Ho nominato il tricolore fascista. Ma a quel tempo non c'era — si domanderà quel postero dubitoso — non c'era appunto un tricolore ufficiale, da cui moveva il reggimento della cosa pubblica? il «fascismo» era dunque al potere?
No. Nessuno dei lettori odierni può confondere il tricolore ufficiale con quello politico di cui ho parlato, e ch'era stato bruciato dai rossi; nè i rossi avevano compiuto un siffatto olocausto come manifestazione ostile al Governo. In quel tempo, del tricolore ufficiale governativo non sopravviveva che l'asta: e si badi bene di non intendere questa governante asta come simbolo di inflessibile rigidità.