2. Spirito d'avventura.

Dalla parte di San Fedele — crescendo il vocìo e moltiplicandosi qua e là per la piazza episodi personali e violenti — cominciarono a scaturire gruppi di militi, meno sorridenti di quelli che chiudevano il passo alla Galleria: e a ognuno di quegli arrivi nascevano d'improvviso sussultori impeti entro la folla, nei quali sussulti qualche fianco s'ammaccava e qualche gola tramutava il grido di parte in imprecazione di dolore. Allora alcune donne e giovinette, che qua e là s'erano spinte avanti, rinculavano verso il fondo della piazza strillando come ninfe sorprese dai satiri o galline investite da una bicicletta: poi, appena riagguagliatosi il movimento, tornavano a ficcarsi innanzi con pertinacia degna d'un sesso più costante e di moventi più efficaci. Ma d'un tratto con duro ansimar di motore sgorgò sulla piazza un'autopompa; un getto d'acqua salì altissimo a brillare al sole invernale e ricadde con fredda eleganza sui gruppi centrali della folla animosa.

C'è chi sostiene che nelle pubbliche dimostrazioni una pompa lanciatrice di pura acqua di fonte faccia più paura d'una mitragliatrice. Non so che cosa sarebbe avvenuto all'apparire d'una mitragliatrice: al primo lampeggiare dell'acqua fui travolto improvvisamente da una fuga ruinosa. Mi sentii come trainato e sommerso in una corrente, sbattuto contro un muro, sollevato a mezz'aria e alfine precipitato in un vano. Solo allora potei sciogliermi, sollevare il capo, guardarmi attorno. Eravamo, otto o dieci, nell'atrio d'una casa, e due de' miei accidentali compagni stavano precipitosamente serrando e sprangando il portone.

Come fummo separati dal rimanente universo, tendemmo l'orecchio.

Fuori il fragore dei marosi politici si andava qua e là punteggiando di spari secchi; ogni tanto gli spari cessavano, poi riprendevano; ogni tanto dall'urlo scaturivano strilli.

Uno dei due che avevan chiuso, com'ebbe contemplato irosamente l'effetto della savia operazione ruggì:

— Mascalzoni!

Non appurai se l'apostrofe fosse diretta all'una, oppure all'altra, delle fazioni dimostranti, o ai pompieri, o a tutta insieme l'umanità tumultuante nelle piazze e nelle vie a preparare l'età nuova: non approfondii questo punto, perchè in quell'istante mi occupò un altro problema. Il mio primo movimento — appena il mio corpo si trovò sciolto dall'amalgama umano e rifatto individuo — il mio primo affettuoso movimento era stato di correr con le mani alla tasca a cercarvi il pacchetto delle sigarette.

Ma esso era tutto miserevolmente schiacciato.

Di sigarette non n'era rimasta intera e fruibile neppur una.

Esclamai:

— Questo sì mi dispiace.

Il duro sbarrator di portoni mi gettò un'occhiata sprezzante.

Ma un terzo, che doveva aver assistito con simpatia al mio dramma, si fece avanti con un sorriso e un portasigarette aperto e ricolmo, e mi porse l'uno e l'altro invitandomi:

— La prego, si serva.

Intanto il rumore delle strade pareva allontanarsi. Io m'ero seduto sul primo gradino d'una scala che metteva in quell'atrio. Gli spari cessarono del tutto. Qualcuno dei più curiosi propose di aprire il portone, ma l'arrabbiato non volle. L'uomo tranquillo che mi aveva offerto una sigaretta, venne a sedere, anch'egli fumando, accanto a me sul gradino, e mi disse con grande serenità:

— Da otto giorni non piove, per questo fa tanto freddo.

Questa superiorità ci affratellò, improvvisamente ci distinse e separò dal gruppo dei curiosi e degli affannati. Assaporammo l'inattesa fratellanza fumando per un poco in silenzio.

Fu riaperto il portone. Uscimmo tutti. Il tumulto era finito. La piazza era un lago.

— Lei da che parte è diretto? — mi domandò il mio compagno.

— Avevo un appuntamento d'affari, ma ormai è tardi. Anderò a pranzo in qualche trattoria.

— Perchè non viene alla mia pensione?

— Dove?

— Si fidi di me: si troverà bene.

Un invincibile spirito di avventura ha sempre spinto la mia vita ad accogliere di buona voglia ogni invito dell'imprevisto. Accettai; e docilmente seguii colui che m'avea soccorso in un momento difficile della vita.

Camminando a fianco a fianco con lui, m'aspettavo ch'egli mi si presentasse; e perdurando il silenzio, mi domandavo che cosa lo tratteneva ancora dal compiere quel dovere elementare. Più in là mi risposi che forse egli aspettava mi presentassi io. Poco profondo in tale materia, deplorai di non possedere qualche principio generale di cui poter compiere dialetticamente l'applicazione al caso presente.

Mentre in questi pensieri tacito combattevo entro me, eravamo giunti, ch'io non m'ero reso conto del cammino percorso, alla mèta a me ignota.

— Eccoci.

Salimmo una scala stretta e chiara quali usano nelle modernissime case delle città operose, cioè con le pareti a mattonelle bianche lisce e lucidissime, da parer perpetuamente bagnate, e danno tutte un'invincibile impressione di waterclosets ben tenuti. Al secondo piano entrammo in un lindo appartamento; nell'anticamera c'era una specie di palmizio. La mia guida s'affacciò a un uscio avvertendo: — C'è un signore che rimane a pranzo, è con me — poi mi scortò a un salottino con un piccolo divano messo d'angolo in un canto e dietro il divano un alto specchio molato sormontato da una minacciosa aquila di legno. Entrò una signora assai giovane, ma piuttosto grassa, e la mia guida proclamò:

— La signora Irene, la nostra padrona.

Stimai opportuno, inchinandomi, di mormorare approssimativamente il mio cognome.

— Lei è di Milano?

— Sono qui da un mese.

La signora Irene si volse all'introduttore:

— Questo signore rimarrà dei nostri?

— Lo spero — rispose l'altro, — mi pare che ci abbia una eccellente disposizione.

Io trasecolai.