3. Il primo e il secondo.

Trasecolai, e credo che con la persona mi ritraessi in un improvviso moto di diffidenza: quasi temevo oscuramente d'essere giunto a chi sa quale turpe agguato. La mia guida disse:

— Con permesso.

E se n'andò verso le stanze interne di quella dimora misteriosa. Ciò aumentò il mio turbamento, anche perchè le donne grassocce non mi piacciono. Ma quasi subito dall'anticamera entrò un uomo grave, e la signora me lo presentò:

— Questo è Giulio, mio marito.

E subito aggiunse:

— Il mio secondo marito.

Dopo il consueto convenevole anche il nuovo venuto scomparve dalla parte ond'era uscito l'altro. Io e la vedova rimaritata rimanemmo soli. Mi risolsi a sedermi. E nell'anticamera sentii sorgere una voce bassa che canterellava un'aria della Nina di Paisiello, e si avvicinava: la quale cantilena s'interruppe nel momento in cui balzò di lì nel salottino un nuovo personaggio, piccolo, panciuto, vivace, che quasi in ritmo di danza si chinò davanti alla signora, le baciò la mano, e le domandò:

— Come state, donna Irene?

Donna Irene me lo presentò:

— Il signor Pietro.

E subito aggiunse:

— Il mio primo marito.

Sentii il mio volto impallidire, i capelli drizzarmisi tragicamente sul capo. Un vento gelido mi soffiò sulla fronte.

Ma il signor Pietro non era uno spettro, perchè gli spettri, quando se ne vanno, scompaiono silenziosamente dalla vista dei mortali; invece il primo marito della vedova rimaritata chiese cerimoniosamente licenza d'andare a lavarsi le mani (cosa che gli spettri non fanno), mi salutò porgendomi la destra di quelle (ed era calda e carnosa) e uscendo riprese a mezza voce la canzoncina interrotta nell'anticamera.

Tutti questi sintomi di vita normale valsero a temperare alquanto il gelido terrore che mi aveva sconvolto. Ripresi un sufficiente dominio di me medesimo. Ma sentii che questa volta il silenzio tra me e donna Irene sarebbe stato insostenibile. Era necessario ch'io squarciassi i veli che si addensavano intorno a me. M'imposi di avviare una conversazione. E le domandai:

— Dov'è stata in campagna l'estate scorsa, signora?

Ella aggrottò un momento le ciglia come per ricordarsi, poi d'un tratto sospirò:

— Ah non mi parli dell'estate scorsa.

Mi sentii smontato. Ma con uno sforzo mi ripresi, e ritornai per un altro varco all'assalto.

— Dove andrà in campagna l'estate prossima, signora?

La interrogata questa volta sorrise; tuttavia mi raccomandò:

— Non mi parli della villeggiatura dell'estate prossima.

— Scusi — mi ribellai, — ma di che villeggiatura le debbo parlare?

— Dunque lei — replicò con grande ragionevolezza donna Irene — lei ha proprio la necessità di parlare di villeggiatura?

Questa osservazione mi colpì in pieno, mi rivelò che fino a quell'istante, senza ch'io me ne avvedessi, i miei spiriti erano rimasti in una condizione di turbamento profondo, e avevo parlato come ebro.

— Ha ragione, signora — gridai. — E io non vorrei ch'ella credesse ch'io ho l'idea fissa della villeggiatura. No. Non ne parlo mai. Non ci penso mai. Non ci vado neppure, per ragioni profonde che ho spiegate in un mio racconto intitolato «Florestano e le chiavi», che mi permetto di raccomandarle perchè non scrivo più e mi son dato agli affari. Così, com'ella vede, con un brevissimo intreccio di parole la ho messa al corrente di me, della mia indole, del mio passato e del mio presente. L'avvenire è sulle ginocchia di Zeus. Le dirò una cosa ancora: la occupazione principale cui la sorte ha votato la mia vita, nelle ore d'ozio, è quella di ascoltare. Lei non può immaginare quanto io ascolti. Tutti, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, e anche nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. Mi narrano la loro vita le loro speranze i loro affanni le loro crisi le loro perversioni spirituali sessuali cerebrali, e io ascolto ascolto tutto, tutti, tutte: idioti e sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne invertiti, cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove semplici, vedove rimaritate. Se lei, signora, appartiene a una di queste categorie, mi parli di sè, e io la ascolterò. Se appartiene a una categoria diversa, ch'io abbia dimenticata o mi sia ancora ignota, racconti racconti, e io avrò una sottospecie di più da aggiungere alle varietà delle persone che mi hanno raccontato i fatti loro. Intanto, se permette, fumo una sigaretta.

Così dicendo mi ricordai che n'ero sprovvisto. Prima però che rivelassi alla donna questa difficoltà all'attuazione del mio proposito, ella me ne aveva porta una scatola colma. Ma frattanto l'incidente, richiamando improvviso al mio pensiero la scena di mezz'ora prima, sotto il portone, dopo i tumulti politici di piazza della Scala, mi fece sentire d'un tratto ch'io non sapevo dove fossi, neppure in qual via o quartiere della città, nè per che scopo gli dèi mi avessero posto di fronte a donna Irene. Mi sentii fuori del tempo e del mondo.

La signora sorrise. Sorrise come sorridono tutte le donne piccole e grassocce, cioè non con gli occhi e la bocca soli, ma con gli zigomi, con le guance e con tutto il seno. Poi disse:

— Fino a sei mesi fa ho vissuto in provincia, e non conta. Sei mesi fa sono venuta a stare a Milano con mio marito, il mio primo marito....

Questa parola produsse automaticamente sul mio volto un'aria contrita e commossa quale si usa quando una vedova parla del marito defunto. Ma subito ricordai che il marito defunto mi aveva stretto la mano pochi minuti prima e se n'era andato cantando la Nina di Paisiello. Allora m'affrettai a tornare sorridente e attento. Fu lo specchio, sotto l'artiglio dell'aquila scolpita, a rilevarmi queste successive espressioni del mio volto. La signora non s'era avvista della mia momentanea distrazione.

— Ci siamo portati, naturalmente, il nostro bambino che ha due anni. Ma a Milano a grande stento abbiamo trovato una camera, una sola, piccola e brutta, ci vivevamo in tre, stretti, malissimo, come può immaginare. E fu inutile ogni nostra più affannosa ricerca di un quartierino. Mio marito aveva un amico, Giulio, che era scapolo e solo e aveva un appartamento grande, questo qui. Allora, com'era giusto, ho divorziato da Pietro e ho sposato Giulio.

— Divorziato!

— Divorzio privato, si capisce: quando verrà il divorzio legale, se intanto la crisi degli alloggi non sarà risolta, faremo anche quello. E amichevole. Qui c'erano stanze in soprannumero: abbiamo aperto una piccola pensione: uno dei primi pensionanti sa chi fu? Pietro.

— Il defunto?

— Come sarebbe a dire?

— Niente. Ciò che lei mi ha narrato, signora, è estremamente attuale e patetico.

— Tutto questo ci ha dato delle idee: una magnifica idea: è a quest'idea, suppongo, che debbo la sua presenza qui.

— La mia presenza?...

Ma mentre aspettavo l'agognata spiegazione, entrò la cameriera ad annunciare che il pranzo era servito. La signora s'avviò, la seguii; mentre giungevamo in sala da pranzo, da usci varî contemporaneamente vi sgorgavano tutti i commensali, cioè, oltre la mia guida e i due mariti di donna Irene, tre altre persone, tra le quali una donna.