1. Preludio mirabile.

La piattaforma del tranvai è la glandola pineale della vita moderna. Trovandomi io un giorno sulla piattaforma d'un tranvai di Milano, un individuo con barba grigia e cappello verde alla calabrese mi stralunò in volto due occhi quasi bianchi spiritati, poi disse:

— Scusi, signore....

Non avrei mai immaginato che quegli occhi potessero pronunciare una frase tanto garbata. Mi rimisi dunque dalla prima impressione ch'era stata alquanto sgomenta.

— Scusi, signore: sa dirmi dov'è via Belloveso?

— Non so — risposi con la maggior grazia possibile. — Sa, — aggiunsi poi sentendo non so qual dovere di giustificarmi — io non sono di Milano.

— Ah.

Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati, episcopali, che nei dialoghi della vita indicano soddisfatta conclusione e lasciano l'animo pacato: fu un «ah» arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri non hanno ancora trovato la maniera di distinguerli nella scrittura, e mettono «ah» senz'altro, in tutt'e due i detti casi e anche nei loro infiniti intermedi e collaterali: la quale è una lacuna non lieve dell'arte nostra.

Io n'ero rimasto oscuratamente scontento e guardingo, mentre il tranvai continuava la sua rotolante corsa per le rette e le curve della Città Operosa.

Infatti l'uomo imminendomi ribadì:

— E se fosse di Milano?

— Se fossi di Milano — risposi con pronta dialettica — sarebbe più probabile, non però certo, ch'io sapessi dov'è via Belloveso.

La soddisfazione di questa nitida risposta mi ristorò: e per un momento credetti d'essere libero dal sorprendente personaggio, perchè subito egli si rivolse al più vicino dei nostri compagni di andare, uomo comune con cappello duro e spilla nella cravatta. Con gli stessi occhi e con la stessa voce domandò a lui:

— Scusi, signore, è di Milano lei?

— Sì — rispose il signore volonteroso col cappello duro — sono proprio di Milano, del Verziere.

— E lei che è proprio di Milano, sa dirmi dov'è via Belloveso?

— No: non l'ho mai neanche sentita nominare.

— Ma se l'avesse sentita nominare — incalzò l'incontentabile, — saprebbe dirmi perchè si chiama via Belloveso?

L'uomo comune s'inalberò:

— Come sarebbe a dire?

— Sa lei, signore di Milano, sa lei chi era Belloveso?

L'altro lo guardò un momento, poi guardò me, poi tutti gli altri intorno, torse un'occhiata più lunga alla strada che fuggiva sotto i nostri occhi: e d'un tratto, poichè il tranvai rallentava, scese precipitosamente e senza voltarsi indietro si inabissò nella prima via trasversale.

Il tranvai finì di rallentare e fermò del tutto. L'energumeno gentile tornò a me:

— Lei, signore, che almeno non è di Milano, la prego: scenda con me.

Non so quale forza mi spinse ad acconsentirgli.

Sopra una cantonata una guardia di città sonnecchiava a capo chino. L'amico lo svegliò:

— Vigile, sa dirmi dov'è via Belloveso?

L'altro riscosso mormorò:

— Pellevese, Pellevese.... nun saccio.

— Potrebbe guardare nella guida.

L'esule partenopeo si cavò blandamente di seno un libretto e cominciò a sfogliarlo:

— Come avete detto? Pellurese?

— No: Bel-lo-ve-so: col bi.

Il pubblico funzionario compitò con scrupoloso travaglio parecchi nomi del suo indice alfabetico: — Bec-ca-ria — Bel-fio-re — Bel-gio-io-so.... quest'è, Belgioioso?

— No: Bel-lo-ve-so.

— Bel-lez-za — Bel-li-ni — Bel-lot-ti.,.. mo' ce stiamo 'n coppa — Be-na-co.... no: Bellevese nun ce sta, Eccellenza.

Lo piantammo, chè era esausto. Seguivo faticosamente e con grande interesse la mia agitata guida. Lo vidi precipitarsi contro una carrozza vuota che veniva traballando placidamente verso noi. La fermammo, le demmo la scalata, occupammo il sedile. Quando ci sentimmo saldi nella conquistata posizione, il mio compagno comandò con aria sciolta:

— Portaci in via Belloveso.

Allora, con mia suprema stupefazione, avvenne questo fatto mirabile: che il vetturino non disse nulla, e neppure si voltò a noi; ma dette una frustata all'aria, una voce al cavallo, e partì; e tutti partimmo con lui.