2. Fatale andare.
E la carrozza camminò rassegnata e fatidica per vie folte e piazze illustri e ardimentosi crocicchi, tra la folla sonora onde Milano trae l'incitamento perenne al lavoro e all'impeto, alla Vita Intensa e alla Vita Operosa. Il mio compagno s'era chiuso in un degno silenzio; china sulla fronte la tesa verde del cappello calabrese ora si contemplava misticamente le quadrate estremità delle scarpe. Io rispettai quel silenzio e quella contemplazione. M'interessavo alle vicende del nostro andare e al civile paesaggio che percorrevamo. Ma già le piazze e le vie si facevano a mano a mano meno affollate e meno illustri. L'aspetto delle botteghe e delle case graduava rapidamente dalla metropoli al suburbio. Entrammo nell'ignoto. Raggiungemmo l'aborigeno. Ogni tanto la carrozza, mossa da non so quali occulte cagioni, invece di proseguire diritta svoltava in vie laterali, e quasi a ognuna di quelle mutazioni di rotta il colore delle muraglie e dei selciati si faceva più languido e afflitto. Le sfilate di muri grigi presentavano ormai rara l'interruzione di una donchisciottesca barbieria o d'una drogheria sudicia rinforzata dalla giunta d'un romantico bar.
Poi ai bar succedettero francamente le osterie, mentre la carrozza sobbalzava sempre più con singhiozzanti nostalgie dei lastricati lontani.
Essa proseguiva il suo cammino mortale, e a me l'anima si andava fasciando di lenta malinconia: ma ecco, dopo un incerto vagare tra larve di strade d'ambiguo colore e di spiriti crepuscolari, e dopo due o tre svolte più impensate, ecco di lì a poco m'accorsi che la luce si rifaceva nitida, ch'erano scomparse le cànove e riapparsi i romantici bar con le drogherie luridissime: risentii un saluto d'aure familiari, spuntarono al mobile orizzonte più frequenti botteghe, poi grandi vetrate. Riudivo qua e là sonorità umane: e a mano a mano ritrovando il sorriso di vie e piazze note recuperai gli spiriti, fino a che per pochi ultimi audaci quadrivi mi riconobbi tornato presso al cuore del gran corpo di cui avevo rapidamente poco innanzi raggiunto gli arti più lontani.
A questo punto, senza espresso superiore comando nè per altre cagioni apparenti, il cavallo a capo chino ristette, la carrozza sostò, e noi tutti con essa e dentro essa fummo fermi.
Appunto in quell'istante il mio compagno ebbe conchiusa la sua contemplazione, e dalle quadrate estremità delle scarpe levò gli occhi ai due bottoni argentei ond'era insignito il dorso dell'auriga. Tutti tacevamo. Poi l'auriga si voltò e inclinò alquanto verso noi, candidamente così favellando:
— Avevi minga capii ben: che via l'à dit?
— Via Belloveso.
— Adess o capii: la gh'è minga quela via lì a Milan.
Il mio prodigioso compagno si volse a me e disse:
— Lo sapevo, che non c'era.
— E allora, — arrischiai — perchè la cerca?
— Perchè non c'è!
Tutti, il cavallo, l'auriga, la carrozza, il personaggio e io, eravamo muti e fermi: solo si mosse e, credo, mandò una tenuissima voce col suo scatto il meccanismo prestigioso del tassametro. Io ne distolsi lo sguardo. Il personaggio domandò:
— Di dov'è lei, signore?
Io ho sempre pronte diverse città natali a seconda delle varie occorrenze della vita. Ebbi la eccellente ispirazione di rispondere:
— Sono di Roma.
— Sa lei, signore, chi furono Romolo e Remo?
Rividi in un attimo nella memoria la scuola della mia puerizia, e recitai:
— Romolo e Remo, signore, furono i fondatori di Roma, capitale d'Italia.
— E che direbbe ella, signore, di un romano il quale non sapesse rispondere chi furono Romolo e Remo?
— Direi, signore, che è sordomuto.
— Sordomuto: sia ella benedetta ora e sempre per questa parola. I milanesi — e indicò con la mano spiegata la schiena dell'auriga, la coda del cavallo, il lastrico, la casa di fronte, la folla dei passanti — i milanesi sono dei sordomuti. Non sanno chi fu Belloveso. Belloveso fu il Romolo e Remo di Milano. Il gallo Belloveso, signore, che era nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent'anni avanti Cristo varcò le Alpi e qui accampandosi fondò Milano, capitale morale d'Italia. E a Milano nessuno, nessuno, nessuno lo sa. A Milano non c'è una via, una piazza, un corso, un viale, un bastione, un monumento, un vicolo, un portico, un caffè, una scuola, un postribolo, che sia dedicato al nome di Belloveso. Scendiamo, signore. La carrozza la pago io o la paga lei?
— La paghi lei — proposi.
— Sì.
Pagò, e discese, e io dietro lui: ma mentre m'accingevo a salutarlo egli era scomparso, magicamente scomparso davanti a me, o che il movimento della folla me l'abbia sùbito nascosto, o che, come sembrami più probabile, vaporando nell'etere ei sia stato assunto, definitivamente o provvisoriamente, nei cieli.