3. Via Belloveso.

Egli era scomparso; ma io, raggiunta in pochi passi quella che avevo sempre veduta essere la piazza del Duomo, io trovai ora che non vi scorgevo più il Duomo, nè il frivolo calamaio di bronzo del monumento a Vittorio Emanuele, nè intorno a esso il girotondo dei tranvai con i trolleys rigidi a scarrucolare verso il cielo; e nemmeno si stendevano più, ai lati di quella, lo scenario dei portici settentrionali nè l'obliquo fondale di Palazzo Regio: ma tutto il luogo era occupato non da altro che da basse capanne, in mezzo a suono di ferrame, perchè tra le capanne s'aggiravano vasti guerrieri baffuti con risa oscene. E bisognò qualche tempo e qualche sforzo alla mia fantasia avanti che mi riuscisse di ritrasformare a' miei occhi il rude accampamento dei Galli di Belloveso nel cuore civile e facondo della capitale morale.

L'ossessione mi tenne più giorni. Sotto la larva d'ogni ragioniere milanese vedevo corruscare un Biturigio superbo, ogni dattilografa parevami una sacerdotessa accorrente ad aggiunger fiamme a un sacrificio umano: vidi appunto sull'angolo del Corso sorgere ed elevarsi d'un tratto immani fantocci di vimini, alti come torrioni, e gli eubagi riempirli d'uomini vivi e appiccarvi il fuoco in onore di Hesus, dio sanguinolento armato di scure. Di là, all'aspro odore di quella fiamma, un druido spiegava ai milanesi la trasmigrazione delle anime d'una in altra forma mortale. Vidi anche sotto i miei sguardi la colonna di San Babila tumefarsi e coprirsi di corteccia rugosa e ramificando trasformarsi in quercia, e guerrieri braccati chiamavan quella quercia Teutates ardendovi attorno olocausti di cani.

Non mi riusciva sottrarmi alla suggestione morbosa. Riconoscendone esattamente l'origine, pensai che il passante grigio apparsomi un giorno sulla piattaforma del tranvai fosse stato una incarnazione dell'Antico Maligno, che s'era messo vaste scarpe quadrate per nascondere gli zoccoli. — O forse più semplicemente — mi dissi — quegli fu lo spirito stesso di Belloveso che nel mondo degli immortali non trova requie pensando all'immemore ingratitudine di venticinque secoli di posterità.

Occorreva, per liberarsi, placare lo spirito di Belloveso. In qual modo?

Forse un tempo, quand'ero immerso in classici studi, avrei pensato a scrivere su Belloveso una truculenta e compassata tragedia. Più tardi, poi che la vagante sorte m'ebbe sfiorato con le ibride penne del giornalismo — bizzarra chimera biforme tra l'arte e la vita pratica — avrei tentato di quetare lo spirito di Belloveso ed il mio con una serie di articoli agitanti la proposta di un monumento: tutti gli scultori e i procacciatori di Comitati sarebbero stati con me.

Ma erano i giorni in cui, colpito dall'aspetto del tempo nuovo, avevo stabilito d'uniformarmi a esso e darmi agli affari. Ed ecco dalla mia ossessione germinò l'idea d'un affare vasto e mirifico.

A Belloveso non possiamo offrire un monumento o una caduca tragedia.

Belloveso, primevo animatore della Città Operosa, dev'essere rammemorato con imporre il suo nome a una via della città stessa. Egli in persona, in quel giorno e in quella carrozza fatali, me lo ha suggerito.

A qual via? Egli principiatore del rozzo antico nucleo, deve avere per sè la via più moderna e perfetta: la più lontana da quei rudimenti: una via definitiva.

Occorre costruirla apposta. E bisogna ch'essa sia di tanto più grande e nuova delle presenti, di quanto le presenti sono più grandi e stabili e solenni delle capanne dei Biturigi di duemilacinquecento anni fa. L'ultima parola della modernità. Il non visto ancora tra noi. Una via costruita tutta, sì, tutta di grattacieli, di grandi grattacieli, di grattacieli di cemento armato: via Belloveso.