2. Una visita d'affari.

Era seduta al pianoforte, ma appena entrai si voltò e abbandonò la tastiera esclamando:

— Bravo! avete mantenuto la vostra promessa, e io mantengo la mia.

Poi fece le presentazioni.

Illustrò il mio nome con le parole «un mio vecchio amico quasi compatriota», al che io nulla opposi. I nomi degli altri due non li commentò:

— Questo è di Malco. E questo è Valacarda.

— Piacere....

— .... piacere.

— Piacere....

— .... piacere.

— E badi che è vero — aggiunse subito quello che si chiamava Valacarda. — Ci sono dei puritani che dicono: «questa frase è un'ipocrisia». No. Si ha sempre piacere di conoscere una persona nuova. È una speranza che rinasce su un mucchio ognora crescente di ceneri. Ogni persona nuova che conosciamo, è una possibilità di più, che ci si presenta, di giustificare il credito illimitato che rinnoviamo continuamente alla simpatia dell'umanità.

— Valacarda — spiegò la signorina — è un incorreggibile ragionatore e divagatore, il che fa a pugni con la sua professione.

Infatti a me e al Dàimone Valacarda era già piaciuto. Di statura mite, baffi piccoli e neri, appariva uomo di spirito aperto e sottile. Lo sentimmo fraterno, là, dove avevamo il secreto tremore di trovarci tra estranei. L'altro no.

L'altro, di Malco, taceva. Riconobbi in lui a prima vista la formula estetica e morale del pescecane-tipo, quale è stata sorpresa e divulgata dai caricaturisti: alto e denso, con un volto raso e un po' grasso, vestito e atteggiato con severità pomposa: un forte anello al dito medio, le lenti legate in oro; e portava la testa alquanto rovesciata indietro sul collo, al duplice fine di reggere quelle lenti e di scrutare l'umanità traverso due feritoie di ciglia socchiuse.

Mentre lo guardavo come si guarda un quadro su di una parete, egli, quasi per completare ai miei occhi la figurazione popolare del pescecane classico, trasse un astuccio, poi dall'astuccio un sigaro panciuto: lo accese e cominciò a fumare con eloquenza.

Di Malco osservò ch'io lo contemplavo, e cercò di rendermisi gradito domandandomi:

— Ha visto l'ultima opera di Puccini?

— Io? — esclamai allibito — io non ho mai visto neanche la prima.

Appena mi fui sentita uscire questa risposta inopportuna, guardai la nostra ospite, la fanciulla volonterosa che m'aveva raccomandato di attaccarmi al pescecane.

Ma l'ospite dal suo sgabello non badava a noi.

Le spalle volte al pianoforte, le braccia tese all'indietro e tenendosi appoggiata con le mani alle due estremità della tastiera, ella si bilanciava su due gambe dello sgabello, e fisso lo sguardo in una lontananza inafferrabile, corrugava la fronte con una vaga preoccupazione: tanto che Valacarda le domandò:

— A che cosa pensate?

— Pensavo — rispose velando la voce — che questo mese non ho ancora ricevuto il burro della tessera.

Un placido profumo di latteria svizzera, di cucina olandese e di biblico girarrosto si soffuse per il salottino semimondano a quella parola domestica. Respirammo tutti e quattro silenziosamente per alcuni secondi un tepore di sole sull'aia, di forno casereccio, di gatto sulla pietra del focolare. Sentimmo scampanare dietro la siepe una capretta mansueta. Poi una nuvola invase morbidamente quel mondo, e per l'etere soavemente ci riportò a un terzo piano in via Monte Napoleone, davanti a quattro tazze di tè. Il fumo del tè saliva a raggiungere il fumo dell'avana del pescecane. Io m'alzai per osservare un'acquaforte.

— Vi piace? — mi domandò Giovanna.

— Non so, non m'intendo di pittura.

— Non dica «non m'intendo di pittura» — mi redarguì Valacarda. — Si procuri cinque o sei frasi, e se ne intenderà. Comincerà con l'applicarle un po' a caso: poi quelle cinque o sei ne germineranno spontaneamente altre nella sua abitudine, e lei si troverà un vocabolario. Quando avrà un vocabolario critico, necessariamente le verranno delle idee critiche.

— Una specie di pistica applicata alla critica? Ma intanto quell'acquaforte non mi suggerisce nulla.

— Quell'acquaforte è fatta di segni neri; allora è elegantissimo dire: «che senso del colore c'è qui dentro!».

— Che senso del colore c'è qui dentro, qui dentro, qui deeeeentro.... — gorgheggiò l'allieva di canto sopra una fioritura rossiniana.

Il pescecane si tolse l'avana di bocca, fissò un momento da lontano l'acquaforte, poi asserì:

— È un maiale con due maialini.

— Badi — continuò Valacarda — che ogni tanto bisogna rifornirsi di sostantivi e di aggettivi. Prima della guerra c'erano le parole «sensibilità», «dinamico», «musicale»; oggi invece le pietre basilari del vocabolario critico sono «costruito», «corposo», «architettura». Un vocabolario di questo genere può durare dai tre ai cinque anni. Anche per il contenuto è così. Fino a qualche anno fa serviva molto la «gioia di vivere». Oggi....

— Voi — interruppe la cantante — siete contento di vivere?

La guardammo tutti e tre per sapere a chi avesse rivolto la domanda. Ma ella non guardava nessuno di noi. Seguendo il suo sguardo vedemmo che andava a finire su una mensoletta di ottone fissa al muro, di quelle a parecchi intagli, che servono per tenerci appoggiate e sospese le pipe. Pipe non ce n'erano. In ogni modo non pareva probabile che la fanciulla desse del voi a una mensoletta d'ottone, e le facesse una domanda di quel genere. Perciò nessuno di noi rispose subito. Il primo a spiegarsi fu il pescecane:

— Io sarei contento di vivere — pronunciò — ma ho la nevrastenia.

— Un dottore — disse la fanciulla — a un mio amico nevrastenico consigliò le divine emozioni dell'aeroplano.

Valacarda si oppose:

— L'aeroplano come divertimento è uno dei più insipidi che possa consigliare la retorica moderna. Io ci sono stato. Se uno non ha paura, la sensazione che dà è quella della perfetta idiozìa.

— E se ha paura?

— Se ha paura, non ci va.

Decisamente questo Valacarda è un sorprendente personaggio. Professore di merceologia! Che cosa è la merceologia? Tuttavia io cominciavo a domandarmi con qualche maraviglia perchè mai il Destino, già una volta sei anni prima mandandomi a Firenze la traduttrice, e poi la sera avanti deponendomi in un teatro a fianco alla medesima rinnovellata — perchè mai il Destino avesse lavorato tanto per produrre quell'incontro eterogeneo attorno a quattro tazze vuote con paesaggio di pianoforte.

— Non pensiamo a questo — mi ripresi internamente —: io sono qui per affari.

Anche quando, poco appresso, mi avvenne d'un tratto di domandarmi curiosamente che legami ci fossero tra Giovanna e uno almeno dei due personaggi ch'ella mi aveva presentati, finii con l'ammonirmi una volta ancora:

— Che importa? Io non sono qui per fare della psicologia, e nemmeno per mondanità. Sono qui per ragioni serie. Bisogna attaccarsi al pescecane.