3. Il fulmine.
Ma mentre cercavo il modo di attuare questo maturo proposito, Giovanna d'un tratto balzò in piedi e annunziò:
— Vado a mettermi il cappello.
Andò, e tornò dopo brevissimo tempo, incappellata e impellicciata, prima che io avessi trovato una frase di avvicinamento, abbordo ed attacco verso il corposo di Malco.
Uscimmo.
— Passeggiamo? — propose lei quando si fu sul portone — chi ama camminare?
— Io no — risposi. — Nietzsche amava camminare, ed è finito matto.
— Andiamo al Savini a sentire un po' di musica — propose Valacarda.
— Io ho bisogno di camminare — dichiarò di Malco.
— Allora — concluse la donna — noi due andiamo a passeggio e voi due andate al caffè. Forse vi raggiungeremo là: e se non vi raggiungeremo ci ritroveremo qui a casa stasera. Libertà.
Così se n'andò, prima che avessimo annuito. Oh le donne! m'aveva raccomandato d'attaccarmi al pescecane, e ora se lo portava via e mi lasciava solo con l'altro. Per fortuna l'altro mi era simpatico. E forse io a lui.
La nostra simpatia si svolse nel silenzio fino che ebbimo raggiunto e imboccato il Corso.
Sul Corso ci fermiamo davanti a una grande e illustre vetrina di colore viennese. Valacarda mi addita una bambola con i capelli di seta, e osserva:
— Assomiglia alla nostra amica.
— È vero — risposi. E dopo una breve pausa, mentre riprendevamo l'andare, còlto da una frivola curiosità insinuai:
— La nostra amica si è portato via il pescecane....
Valacarda si fermò subito di nuovo, mi guardò, poi disse dolcemente:
— Lei s'è ingannato, signore: il pescecane sono io.
Io m'appoggiai alla cantonata per non cadere.