5. La necessità.

Quando m'accorsi ch'era lo svegliarino, cacciai la testa sotto le coperte per lasciarlo finire. Di là lo sentivo, fioco, infinitamente lontano. Passò un'eternità. Socchiusi le coperte, e il suono ridiventava uno scroscio stridulo bestiale. Mi ricacciavo sotto. Finalmente cessò.

Ero sveglio e ricordavo ogni cosa. Erano le sei. Giacomino m'aveva scritto. Sua Eccellenza m'aspettava alle sette. Erano le sei. Bisognava levarsi, vestirsi con cura, e correre al «Continental», all'appuntamento concesso da Sua Eccellenza. Erano le sei. Ma che magra luce e livida, a quell'ora, intorno alle cose!

— Cinque minuti per rimettermi.

In quei cinque minuti dolcissimi mi si ricominciavano ad annebbiare le idee. Me ne spaventai a tempo.

— No no: mi riaddormento!

Allora mi levai a sedere sul letto. M'investì un freddo tremendo.

— Come si fa a ricevere alle sette? Anche Gladstone era mattiniero. Dev'essere una particolarità degli uomini di Stato. Bel gusto.

Cercavo, così stando seduto, di tirare in su le coperte fino al mento. Ma in quei moti grandi ventate gelide entravano sotto.

— Che ci vado a fare, in fin dei conti? Che cosa debbo dirgli?

Era troppo freddo a rimanere a quel modo. Mi rispinsi sotto per ritrovare un po' di calore prima di scendere dal letto. E ripresi a disputare:

— Bell'avvenire mi aspetta! Quella gente là s'alzano tutti a quest'ora? Lavorano come ciuchi. Per gli altri. E io debbo diventare di quella gente?

Ma poco di poi una domanda, una proposta, si presentò, non so donde, già formulata, non so da chi, nel mio cervello:

— Se non ci andassi?

Aspettavo da me stesso un'obiezione. Invece arrivò un rincalzo:

— Se mi fossi ammalato questa notte?... Ci andrei un'altra volta.

Diventai sottile, quasi arguto:

— Vediamo. Il colloquio di stamattina non può avere nessun carattere di indispensabile e di definitivo. Ieri a desinare non lo sospettavo neppure. Sua Eccellenza non è, suppongo, venuto a Milano per questo. Può, da un fatto così poco determinato e privo d'ogni carattere di coscienza e di necessità, può nascere una cosa importante qual'è l'avvenire d'un uomo? Evidentemente no.

Mi sporsi a guardare lo svegliarino. Taceva, ma guardava egli me con una specie di ghigno bianco schernevole. Segnava le sei e venti.

— Bisognerebbe risolvere.

Mi strinsi più forte tra le coperte, come nell'abbraccio d'un abbandono. Ora un tepore paradisiaco m'avea avvolto il corpo e lo spirito. Quel tepore mi spinse verso le morbide rotondità della retorica:

— Oh quanto sarebbe più nobile accontentarsi del piccolo bene presente: qualche ora di buon sonno! E, cosa indispensabile alla tranquilla coscienza, senza il danno di nessuno: Sua Eccellenza non può avere una così urgente necessità di farmi una posizione.

In quella si riaffacciò alla mia mente il dubbio sulla più probabile condizione dei peli facciali di Sua Eccellenza; e non potei trattenermi dal ridere. Da quell'immagine, per non so che sotterranei canali, mi ritrovai improvvisamente di fronte a un'altra figura, cioè alla donna che avevo vista passare impellicciata e profumata per le vie di Milano, la prima sera del mio ritorno alla città. Mi convolgevo così tra vaporati fantasmi di riso e di dolcezza. Ero quasi beato, con una punta di tremore. Quella mia annuvolata beatitudine fu lunga, vanì in un avvolgimento tepido di oblio attorno a tutta la mia sostanza. Fu lunga.

A un tratto m'accorsi sussultando ch'essa da incalcolabili momenti mi stava risospingendo subdolamente verso il sonno. Balzai, tesi il collo a guardar l'ora.

— Perdio! Le sei e cinquantacinque! Ho forse dormito?

Feci un calcolo rapido: venti minuti vestirmi, quindici di strada trovando subito una carrozza: e la barba? Anche a fare miracoli non era possibile esser da Sua Eccellenza prima delle sette e quaranta.

Il che sarebbe stato assai peggio che non andarci affatto. Non vedendomi, poteva immaginarmi morto: ma nulla avrebbe potuto giustificare un ritardo di quaranta minuti.

Mi rificcai sotto.

Risvegliandomi, tre ore più tardi, che la stanza era invasa di luce, riconobbi che quest'ultimo, sì, era stato il sonno pieno e soddisfatto dell'uomo giusto.