4. Il sonno dell'ingiusto.
Prima di addormentarmi, cercai di prevedere in che cosa avrei potuto essere utile a Sua Eccellenza.
Senza concludere nulla in proposito, fantasticai vagamente di me stesso arrivante uomo nuovo per rapide e lucide strade al potere.
Neppure in tale fantasticare sostai, nè seppi dedurne chiare immagini. Perchè più imperiosa e curiosa mi si presentò un'altra domanda: — che aspetto avrà Sua Eccellenza?
Titubai alquanto tra il tipo anglo-americano raso e rapido, e il tipo classicheggiante, barbuto e pomposo. D'un tratto m'agitai, accorgendomi che non sapevo di quale specialità Sua Eccellenza fosse ministro.
Intanto cominciavo ad addormentarmi.
Ma non mi riuscì di ritrovare subito il solido sonno delle mie notti d'innocenza. L'inquieta larva dell'ambizione venne a poggiarsi sul mio guanciale, nel punto che stavo assopendomi, e di lì cominciò a torturarmi con insidie vili e sottili. Intravidi un lunghissimo porticato marmoreo, sotto cui svolgevasi come una maestosa e sterminata panatenaica, e io da un trono sfavillante la contemplavo passare sotto i miei piedi e perdersi nel lontano verso un cielo marino. Ma già i marmi s'erano disciolti e alla luce solare era successa l'ombra funerea d'un non so qual salotto o gabinetto arcigno, e io stavo ingarbugliando sconnessi discorsi a un uomo sdegnoso, che un po' apparivami raso come un quacquero e un po' barbuto come un merovingio; e avvedendomi del mio divagante parlare incespicavo, e non osavo dirgli che la causa n'era quella sua forma mutevole. D'un tratto, chinando gli occhi, m'accorsi che non avevo la cravatta, e che il merovingio anglosassonizzato guardava duramente allo sparato ignudo della mia camicia: il quale contrattempo completamente mi paralizzò.
A questo punto m'addormentai meglio, ma il mio sogno mi riferì a preoccupazioni più pratiche e reali. Cioè, sognai di svegliarmi in ritardo, e di buttarmi angosciato giù dal letto, e ivi infilare una scarpa, poi l'altra, poi accorgermi di non avere più la prima. E indi precipitarmi giù dalle scale, ch'erano infinite: e d'una si passava per vasti androni in un'altra, e talvolta mi sorprendevo a salire anzichè scendere: anzi ero sempre salito, e allora tornavo indietro, indietro: e a tratti m'accorgevo di sognare e perciò mi sforzavo di mandar fuori un gemito, un urlo, una voce qualunque che mi destasse. Invece mi addormentai del tutto. Ma ecco, irruento come un'orda, atroce, uno squillo improvviso mi sveglia.