6. Compensazioni.
Valacarda trovò un errore nel conto e lo fece correggere. Poi fece la divisione per tre, ognuno di noi pagò la sua parte, e l'amico festevole ci lasciò. Noi ci avviammo a via Monte Napoleone, ma arrivati al portone di Giovanna, Valacarda si fermò:
— Non salgo: ho sonno, e domani mattina debbo partire presto: sì, starò fuori qualche tempo. Troverà di Malco, e forse altri; mi scusi con la signorina. Grazie.
Su, venne ad aprirmi la signorina in persona. Non c'era di Malco. Non c'era nessuno.
— Sono stata brava? — mi gridò subito. — V'ho lasciato col pescecane. Che n'avete fatto?
Mi guardai bene dal raccontarle il primitivo granchio. Risposi:
— l'ho lasciato ora, qui sotto; abbiamo pranzato insieme.
— E avete combinato qualche buon affare?
— Mio Dio, no.... Per il primo pescecane che incontro, era così raffinato, arguto.... e poi mi ha detto due o tre volte «lei che scrive, e continuerà a scrivere». Non potevo disingannarlo.
L'amica alzò gli occhi al cielo.
— Dio, che uomo d'azione siete! Pensare che glie lo avevo detto che volevate darvi agli affari, che vi aiutasse....
— Gli avete detto!?...
— Non sarete mai buono a nulla.
(— Non sarai mai buono a nulla — echeggiò il Dàimone, ma con minore scandalo).
— E come s'è liberato bene di voi!
Era veramente afflitta.
(— Stai zitto, non facciamoci scorgere troppo — sussurrai al Dàimone che non voleva chetarsi).
Giovanna seguiva il filo di non so quale pensiero. Poi scosse il capo e mi guardò. E concluse con voce consolatoria:
— Troverete di meglio, pazienza. Meno male che ci avete almeno guadagnato un invito a pranzo.
Non volli deluderla. Era una buona figliuola, come tutte le fanciulle che dopo aver tradotto Rimbaud in Valdarno vengono a Milano a studiare il canto. Ora taceva, e per un po' tutto tacque tra noi. Sospettai che la buona figliuola pensasse di dovermi qualche geniale risarcimento per lo scarso esito della mia giornata...
Ma qui si raccontano storie d'affari, cose serie; e non dobbiamo occuparci di frivolezze.