6. Convegno.
Piombato nel silenzio, volsi gli occhi attorno per la cabina, che senz'aperture nè lampade era chiara d'una luce diurna. Riabbassando lentamente lo sguardo dal soffitto alla parete in faccia a me, d'un tratto agghiacciai. Quella parete era quasi tutta di specchio, lucidissimo specchio, e in esso vedevo riprodursi esattamente le forme del luogo ov'io ero — tre brevi pareti e nel mezzo una piccola poltrona — ma nello specchio non c'era nessuno, non c'ero io.
Dalle radici alle cime mi squassò un brivido che parve squarciarmi; credo che detti un urlo e che mi rivoltai per fuggire, ma seppi dominarmi, e stringendomi con le mani le tempie chiusi gli occhi. Allora nella sùbita oscurità anche l'immane silenzio mi parve confortevole, o forse m'era di sicurezza sentire quelle stesse mie mani tenagliarmi duramente la fronte. Così mi placai, riebbi la conoscenza del luogo e delle cause. Tuttavia tenevo ancor serrati gli occhi: a tentoni girai intorno alla poltrona e mi vi posi.
Sùbito il silenzio si tacque, s'animò di lontani susurri diffusi, voce d'un'atmosfera che nuova m'avvolgeva. Così ebbi cuore di riaprire gli occhi. E vidi che lo specchio davanti a me s'era annebbiato come di veli grigi che tutto lo fluttuavano, e già diradavan dai lati verso il centro; fin che il campo si sgomberò, e là in faccia a me era seduta una forma umana, era la forma di Laura. L'immagine di Laura moveva il capo con dolcezza, levava una mano verso me con un cenno. Anche le sue labbra vidi agitarsi, e udii la voce che diceva:
— Sono io, sì, sono Laura.
Io fissavo quell'immagine negli occhi, ma non mi riusciva d'incontrarne lo sguardo, che ancora vagava come disperso in un diverso etere. Allora anch'io parlai, e dissi all'immagine:
— Perchè non mi guarda?
La figura di Laura rispose:
— Ancora non mi riesce. Tenga fermo il suo sguardo, la prego.
Io mi tesi con uno sforzo d'immobilità di tutto il mio essere. Vedevo lo sguardo di lei in un contorcimento divincolarsi dalle lontananze che lo trattenevano, fin che d'un tratto scattò sulla linea del mio: e ci trovammo così, gli occhi fissi negli occhi, penetrandoci paurosamente fin nel profondo delle anime, perduti di passione.
— Parla — mi implorò.
E poichè sgomento io tacevo:
— Ti avevo avvertito — mi disse come in un soffio — che ci saremmo riveduti una volta ancora.
Il suo volto pallido s'invermigliò, ma gli occhi non si chinarono, neri e fondi come li avevo visti un vespero in riva al lago gemente.
— S'io ti vedessi di là da un fiume — le dissi — penserei di passarlo per venirti a parlare. Ma come posso parlarti così?
— Vedi come ti sono vicina.
Mi parve che alzasse una mano verso me.
— Laura — gridai, e irresistibilmente levatomi mi lanciai verso le sue braccia. Ma d'improvviso a quel moto il campo dello specchio come in un baleno si vuotò, e davanti a me non era più nulla: con le mani urtai contro il vetro solido.
Ansando mi precipitai novamente a sedere. Lo specchio si scombuiò tutto di nuvole, come poco innanzi; poi le nuvole vaporando vidi tornata la figura di Laura, e il suo sguardo era ancora diritto nel mio. Laura ora stava protesa verso me, e tremando pregava:
— Non mi abbandonare.
Muti allora, per un tempo che parve immenso, ci guardammo così dolorosamente, abisso contro abisso; poi mormoravamo parole senza forma; e le nostre forme e le nostre voci eran vicine, sì che a un punto le anime crederono toccarsi; ma poichè le mani non potevano raggiungersi e sentirsi stringere vive, d'un tratto anche le nostre sostanze s'intesero disperatamente lontane: sentii lei più infinitamente remota da me che se l'avessi pensata senza vederne gli atti nè udirne la voce; e come nello spasimo di quell'assurdo ella a un momento apparve tutta spingersi a me col volto pallido e la bocca implorante, m'invase un così disperato e rabbioso furore che quasi cieco e pazzo mi levai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai contro il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l'uscio della cabina, ne fuggii non so come, distrussi non so che, precipitai invasato senza più pensiero o memoria non so dove: appena ricordo che per giorni e notti errai tremando le vie più paurose della città, come una bestia inseguita in caccia, sconquassato, pavido d'ogni ombra e d'ogni luce, scontroso a ogni forma apparente e mobile della vita; e solo dopo assai tempo riuscii per la stanchezza a sedermi placato, a ritrovare la mia casa e la consuetudine del mio pensiero e della mia vita: ma ivi chiuso per più giorni ancora me ne stetti senza voler vedere persona, macerato in un odio torvo contro ogni intelligenza dell'uomo, in un sincero spasimo di desiderio verso l'indifferente inerzia delle cose insensitive e dei bruti.