6. Crepuscolo.
Già da tre giorni gli esemplari del mio sublime piano smaniavano d'essere avviati ai loro destini. Io ero meno impaziente. L'opera era troppo grande perch'io dovessi economizzare qualche giorno o qualche ora, e affrettarmi a compiere quell'atto facile — la costituzione della società: — anzi mi piaceva trattenere ancora un poco la mia impresa nel mondo puro delle cose pensate e non ancor attuate. S'aggiunga che per il momento non sapevo bene a chi avrei potuto portare o mandare quei piani. Ma questo è il meno: a Milano — tutti lo dicono — basta andar camminando per le strade per vedersi scaturire l'oro attorno. Altri dice: — basta battere il piede sul suolo. Pensate quanto oro per colui che andasse a camminare per le strade battendo forte il piede in terra a ogni passo. Ma non folleggiamo dietro l'allettamento delle immagini e delle immaginazioni, com'era un tempo nostro deplorevole costume. Ora son tempi nuovi, anche per me. Così pensando arrivai al limite vago ove la città dalle tredici porte esita a dileguarsi nella campagna.
Andavo a caso. L'erba era polverosa e l'orizzonte era bigio, perchè Milano è un'austera città.
D'un tratto mi sorprese un fremito gradevole e inaspettato: sentii, al mio fianco, la presenza del mio Dàimone, e insieme mi resi conto che da parecchi giorni non l'avevo sentita più, che avevo operato fino a quel punto senza di lui.
— Dàimone — gli dissi — mi hai tu forse abbandonato? non sai dunque che sto maturando un'opera nuova, semplice e grande?
— Lo so.
— Senza l'aiuto tuo l'ho pensata, forse: ma non per questo devi disprezzarla: anzi d'ora in avanti la seguirai con affetto, come hai sempre seguìto tutte le cose della mia vita anche quando io facevo al contrario de' tuoi incitamenti.
— Fai pure — mormorò — se ciò ti diverte.
La sua freddezza m'indispettì. Non gli parlai più, ma lo sentivo a lato seguirmi e vigilarmi. Parevami sospettoso, e sospettoso mi feci io contro il suo sospetto, e contro lui stesso, contro il mio Dàimone, o Genio personale! Mi sforzavo di dimenticarlo, ma un disagio inesplicabile gemeva in fondo al mio spirito.
Sedetti sopra l'umile sponda d'un canale di poco lusinghevole aspetto ma di lunga e solida fama: quel Naviglio della Martesana, umanistica speculazione del condottiero Francesco Sforza. Qua e là qualche piccola costruzioncina bislacca si dava importanza di villino: goffi pescecanili rutilanti di preziosità. La pianura si perdeva nel bigio infinito, tratteggiata da rigidi pali di ferro e da bassi alberi asciutti, potati d'ogni fronda e d'ogni ramo —. Qui — gridai nel mio pensiero — questo è il luogo!
E così forte e solenne fu il mio grido interiore, che le poche ville pretensiose, subito intimorite, si scostarono ognuna dal loro luogo, e portandosi via le torrette rosse e i cancelletti di ferro battuto, s'allontanarono e scomparvero; e insieme i pali di ferro e gli alberi di legno dileguarono; poi dalla terra bigia cominciarono a scaturire fasce di biancori gelidi che rapidamente al mio sguardo impietrivano allineandosi in una duplice fuga parallela, accennavano per un istante l'ondulamento d'un ritmo di danza; poi si arrestarono; elasticamente immobili e altissimi, guardando tutti a me con le pupille nere e rettangolari d'un numero infinito di finestre simmetriche: diciotto e diciotto eccelsi edifizi, in due file che andavano a incontrarsi e perdersi in direzione delle lontane e invisibili dolcezze delle regioni lacustri: diciotto e diciotto grattacieli di cemento armato; la mia creazione: via Belloveso. — Ecco-gridai generosamente al Dàimone — ecco l'opera nostra!
— Io non c'entro — rispose.
Mi voltai verso lui di scatto, dimenticando ch'egli è invisibile.
— Ma guarda! — incalzai. — Questa è la moderna bellezza. L'opera nostra: via Belloveso.
E mi rivolsi a ricontemplarla. Ora alle quarantamila finestre s'erano affacciate più di quarantamila teste vive d'ogni sesso e d'ogni età: non già i barbari Biturigi ch'io avevo salutati tra le capanne nel primo memorabile mattino, ma quaranta migliaia di modernissimi uomini, donne e fanciulli, che tutti insieme conclamavano verso l'avvenire del nuovo cuore operoso d'Italia.
Come fu finito il clamore, e le quarantamila teste s'erano ritirate, un grigio silenzio tornò a incombere su tutta la pianura, e di là mi premeva intorno e mi filtrava entro il cuore. La sudicia nebbia cominciò ad assediare e assaltare le belle case di cinquanta piani. Le vidi tutte barcollare davanti a' miei occhi inumiditi. Poi apparve un prodigio: chè ognuno dei piani di quelle parve sfaldarsi dal suo edificio, e, ogni piano, dico, per conto suo, per ogni parte si venne spostando qua e là orizzontalmente nell'aria e in aperte volute calarono a terra e si distesero a occupare tutto il suolo della pianura: ma ancora di là da essi nuova pianura dilagava, all'infinito, grigia e molle, tratteggiata innumerevolmente di pali di ferro e d'alberi di legno: poi il suolo riassorbì anche quella distesa di piani e rividi tornate le villette tronfie ridere con sofficienza dalle rosse torrette, in mezzo alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città.
Io mi alzai, infreddolito e aggranchito. Mi rimisi in sesto stirando le braccia e battendo i piedi in terra; ma in quel moto mi venne su dal profondo e scaturì per le fauci e squillò al cielo un ampio, sferico, fondamentale sbadiglio; uno sbadiglio quale non ricordo d'aver messo insieme il simile mai nella mia vita: cui risposero vastamente tutti gli echi della pianura e della lontana invisibile regione lacustre fino ai primi gioghi dell'Alpe.
Ecco una voce allegra del Dàimone gridarmi:
— Così mi piace. Torniamo amici? Questo sbadiglio è il più bel pensiero che tu abbia fatto da parecchi giorni a questa parte.
— Così credi? — gli risposi. — Sta bene: facciamo la pace.
Mentre stavamo per raggiungere le prime vie della città, il Dàimone mi domandò ancora, con tono malizioso ma con bontà d'intenzione:
— E Belloveso?
— Stavo pensando — gli risposi — che sarebbe poco nazionale, e oggi anche poco politico, riferire troppo solennemente la nascita della Capitale morale d'Italia a un'origine gallica.