6. Ethico.

Come si scioglie improvvisamente una sciarada, appena viene nella mente nostra la parola del totale, — così a quella parola «Cavaliere!» si sciolse in un attimo e quasi d'incanto l'ignobile viluppo. Ognuno cercò di ricomporsi come poteva, e tutti e tre, improvvisamente affratellati nella paura, rimasero a bocca aperta e impietriti: solo movevansi le tre coppie di sguardi andando e tornando a più riprese dalla faccia del mio Dàimone all'uscio di fondo.

Allora il Dàimone pronunciò:

— Si vergognino!

— Mio Dio.... — implorò il timido, ch'era il più incolume dei tre.

— Taccia, ella non sa neppure di che cosa deve vergognarsi.

— Sì, capisco, di questa scena involontaria che....

— No! no! Non è per questa amena e umanissima rissa ch'io li invito a vergognarsi. Ma è per averla interrotta appena io ho pronunciato la parola «Cavaliere».

I tre riuscirono ad aprire e tenere aperte ancora più ampiamente le bocche. Ma ora non guardavano più l'immobile portiera, sibbene il mio Dàimone, che li dominava. Il quale continuò:

— Chi è il cavaliere? uno che qualche decennio fa batteva le anticamere, come loro, per ragioni vili, come le loro: anticamere di qualche cavaliere che ne aveva battute altre simili qualche decennio prima. Per paura di un simile essere loro rinunciano all'umano e candido piacere di picchiarsi.

Le tre bocche si richiusero. Uno solo, il mio compagno, cercò di servirsi della propria dicendo:

— Capirà....

Il mio Dàimone l'interruppe:

— Io capisco una cosa sola, cioè, che questo signore che cerca impiego, quest'altro che cerca danaro, e lei, il peggiore di tutti, che oltre il resto vorrebbe buttar via dieci lire per correr dietro alla bipede che è uscita di qua, — io capisco che loro ignorano completamente la vita dello spirito. Vivono come i bruti, correndo alla soddisfazione momentanea degli appetiti più bassi, senz'alcuna ansia di lasciare ai posteri qualche traccia del loro passaggio mortale nel mondo. Ma il bruto ha una scusa: egli ignora l'infinità. Invece l'uomo, e non soltanto lei che ha la licenza tecnica, ma anche il meno istruito, sa almeno che il tempo e lo spazio sono infiniti.

— — Ma noi pensiamo al nostro avvenire, e le bestie no — obbiettò quello che aveva la licenza tecnica.

— Peggio — ribattè il Dàimone. — Pensare al proprio avvenire è essere più bestie delle bestie, perchè la bestia è bestia dietro un appetito del momento, mentre provvedere al proprio avvenire è essere premeditatamente bestie per una lunga serie di momenti, giorni e anni, cioè moltiplicare a ogni istante e proiettare in indefinito la propria bestialità. Elleno, o signori, sono un vivente insulto alla Natura e alla Storia.

Dopo un momento di raccolto silenzio, il mio gioviale compagnone, uomo conciliante, disse:

— Usciere, voi avete ragione, e m'avete persuaso. E queste sono non dieci, ma venti lire. E ora ditemi, per piacere, l'indirizzo di quella magnifica signora che è uscita di qui mezz'ora fa, quando sono entrato io.

— E poi ci annuncerà al cavaliere — fecero gli altri.

Così dicendo, i tre erano in mezzo alla stanza.

Il Dàimone si ritrasse di qualche passo. Essi lo guardarono, aspettando.

In quell'istante io sentii una specie di mobile tepore ricorrermi le vene.

Mentre i tre guardavano al Dàimone, questi alzò le braccia lunghissime, le tenne melodrammaticamente levate un istante, poi repentinamente sparì.

I tre dettero un urlo. Agitarono un momento le braccia come invasati, poi voltarono le spalle e si precipitarono all'uscita. Due si dileguarono di là; il terzo, ch'era il mio compagno, inciampò sulla soglia, vi cadde bocconi, e vinto dalla paura non riusciva più ad alzarsi.

Corsi a lui.

Riconoscendomi, mormorò:

— Sei ancora qui? Hai visto? hai visto?

— Che cosa? — feci io candidamente.

Il gioviale compagnone arrossì.

— Nulla.... Mi sento un po' disturbato... Fammi il piacere di accompagnarmi a una carrozza.

Come l'ebbi messo dentro e salutato, e la carrozza fu partita, la voce del mio Dàimone mi domandò:

— Sei soddisfatto?

— No — gli risposi —. Non c'è stato molto gusto. Io vorrei vederti come sei.

— Ti ho già detto che non ho una forma materiale mia.

— Ma io vorrei sapere in quale forma, e soprattutto per quale ragione, quel vecchio usciere poteva vederti.

— Questo è il mistero. Che Dàimone sarei, se intorno a me non ci fosse per te nulla di misterioso?