5. Metafisico.
Io gridai al Dàimone:
— Voglio vederti anch'io, perdio!
— Questa tua violenza — mi ammonì — è puerile e puntigliosa: è dettata più dal dispetto di sentirti inferiore a un usciere, usciere di Succursale, che non a un desiderio nativo e profondo di conoscenza.
— E io voglio vederti — reiterai, testardo come un bambino; e non potrei giurare che così dicendo io non battessi i piedi forte per terra.
— Questa tua ostinazione non è degna d'un filosofo, ma tutt'al più d'un uomo d'azione.
— E io sono un uomo d'azione!
— Allora, se sei un uomo d'azione, siedi in quell'angolo e non ti muovere. Sì: sulla sedia che è a destra della porta con portiera, a riscontro con l'altra ove riposa e dorme quel degno usciere verso cui ti morde una ignobile invidia.
Com'io fui seduto simmetricamente alla larva canuta, che appunto s'era addormentata profondamente, la voce del mio Dàimone riprese:
— S'io mi rendo per un tratto di tempo visibile a te, per quel tratto medesimo avviene che tu diventi invisibile a tutti. E intanto tu non avrai forza di muoverti nè di parlare, ma sarai come una porzione cosciente e inattiva del nulla.
— Ne avrò molto piacere.
— Io intanto agirò, come se fossi vivo e umano.
— Un momento, per carità: non hai mica una forma spaventosa?
— Vigliacco! No. Io non ho nessuna forma: dovrò prenderne una qualunque, la prima che mi venga in mente.
— Scegli bene! — lo implorai — sai che sono sensibile. — E tacqui.
Tacendo, mi sentii d'un tratto illanguidire come avviene per lunga inedia o per subita anemia, gli occhi mi si annebbiarono, per un istante parve che ogni appoggio mi mancasse intorno come al punto di precipitare nel vuoto.
Quando fui riavuto da quel vanimento di tutto l'essere, gli occhi mi si riapersero, e vidi per la stanza aggirarsi l'usciere canuto e sottile, ma ora sorrideva con giovinezza. Mentre mi domandavo che cosa avesse potuto restaurarlo così, mi venne fatto di guardare al luogo ov'egli si trovava poco innanzi a dormire, cioè sulla sedia a sinistra dell'uscio.
Sulla sedia a sinistra dell'uscio c'era l'usciere filamentoso e canuto, e continuava a dormire profondamente.
Il mio stupore durò solo un menomo istante, perchè capii subito che quegli che girava giovenilmente per la stanza era il mio Dàimone.
Pensai di dirgli: — Sei tu? — ma non potevo parlare. Mi resi conto che, com'egli m'aveva predetto, io non possedevo più altro al mondo se non la coscienza di me medesimo, privata d'ogni forma d'azione.
Allora attesi serenamente gli avvenimenti.
Poi che il mio Dàimone ebbe dato ancora uno o due giri per la stanza, s'udì un busso discreto all'uscio d'entrata. Il Dàimone non rispose; e udimmo un altro busso. Finalmente l'uscio si schiuse timidamente, e s'affacciò una testa spaurita, dicendo:
— Si può entrare?
— Provi — rispose il mio Dàimone.
La testa spaurita provò, e infatti fu tutta dentro, e con lei la mediocre persona su cui quella testa era infissa. Il Dàimone gli domandò:
— Sa leggere?
— Sì — rispose alquanto interdetto il nuovo venuto; — lo credo: ho la licenza tecnica.
— E io credo di no — ribattè il mio Dàimone — perchè altrimenti avrebbe letto che sull'uscio sta scritto Avanti.
Mentre il perplesso arrossiva e si rigirava il cappello tra le mani cercando invano un'adeguata risposta, l'uscio medesimo si riaperse come per una ventata ed entrò un giovinetto sbadato: contro il quale il mio Dàimone mosse subito investendolo con queste parole:
— Perchè è entrato senza domandare permesso?
Il giovine sventato rispose prontissimo:
— Perchè c'è scritto Avanti.
— Qui la volevo — disse il Dàimone. — Avanti è una risposta: quando qualcuno dice Permesso, gli si risponde Avanti. Lì dunque, sull'uscio, c'è la risposta preparata per uno che abbia domandato. Ma per chi, come lei, non ha domandato niente, il cartello, avendo natura di risposta, non vale, ed è come non esistesse.
Il giovinetto rispose con risolutezza:
— Lei è matto.
— È quello che pensavo anch'io — strillò il primo venuto, cui la presenza dell'altro dava un'improvvisa violenza di reazione.
— No — gli ribattè pronto il mio Dàimone — lei non ha diritto di pensarlo, perchè a lei avevo detto proprio il contrario di quello che ho detto ora a questo signore: dunque se sono matto verso lui, sono savissimo verso lei, o viceversa. Scelgano, signori.
— Scegliere?!
— Sicuro: scelgano per quale dei due sono matto e per quale sono savio. In mancanza di un criterio logico di scelta, possono giocarsela a scacchi, a primiera, a pari e caffo, a regola di baccarà, a cinque punti di morra, a testa e croce, a tre giri di briscola, alla paglia lunga e corta....
— Oh — interruppe il secondo venuto — io non ho tempo da perdere; io debbo parlare al cavaliere, per un impiego.
— Anch'io — echeggiò il primo venuto — ho bisogno di vedere il signor cavaliere, per una cambiale.
— Il signor cavaliere — disse il mio Dàimone con sussiego — a quest'ora non riceve.
Proprio in quel punto, quasi per smentirlo sul fatto, la portiera dell'uscio di fondo fluttuò; l'uscio si aperse, e irruppe nella stanza il gioviale compagnone che m'aveva condotto in quel luogo.
— Vede se non riceve! — gridarono i due postulanti.
Ma il compagnone, senza badar loro, si rivolse impetuosamente al mio Dàimone.
— Usciere — gli disse — questi sono dieci franchi per voi. Ma dovete dirmi una cosa: chi era quella magnifica signora che è uscita di qui un quarto d'ora fa, quando sono entrato io?
— Che storie?! — — protestò lo sventato. — Badi a me, che ho fretta.
— E io — piagnucolò lo spaurito — sono venuto prima di lei, dunque ho più fretta.
Il mio compagno si sovrappose ad entrambi:
— Usciere, mi risponda: io le do dieci franchi, dunque ho più fretta di tutti.
Il mio Dàimone, alzando solennemente una mano, rispose:
— Ciò che ella chiede, signore, esorbita dalle mie funzioni, che sono esclusivamente spirituali.
Lo sventato lo sostenne:
— Questo galantuomo ha ragione.
— È un'immoralità — rincalzò il timido, a qualche distanza.
Il mio compagnone ruggì:
— Immorale a me! io!! io!!!
E fattosi sopra l'altro gli lasciò andare un esattissimo manrovescio.
Lo sventato allora, in difesa del suo recente alleato, saltò al collo dello schiaffeggiatore; e così lo scoteva e cercava di strozzarlo, mentre il percosso strillava: — Bravo, gli dia, gli dia — e girando attorno ai due avvinghiati lanciava alla meglio qualche esile pedata nei garretti al mio compagno.
A questo punto il mio Dàimone credette opportuno d'intervenire, gettando sul gruppo immondo dei tre rissanti questo stratagemmatico grido:
— Il Cavaliere!