4. Diabolico.
Il mio compagno guardò, come un cane che annusi, dietro la traccia della donna, e pronunciò:
— Perdio che pezzo....
Poi, scosso il capo, s'avviò risolutamente verso quell'uscio di fondo che la fragorosa visione ci aveva rivelato.
Ma d'un tratto, da un angolo in ombra al lato sinistro di esso uscio, vedemmo levarsi una figura che parve essa pure fatta di ombra tanto era fluida e sottile.
— «Or vedete, che bel portinaio!» — mormorai io con le parole onde Bruno Nolano gratifica un prefazionatore di Copernico.
Infatti quell'apparizione avea funzioni d'usciere, perchè con voce tremula avanzando verso il mio compagno lo interrogò:
— Dove va, signore? Il cavaliere a quest'ora non riceve più.
Il mio compagno non era persona da arrestarsi per questo.
— M'aspetta — proclamò; e risolutamente sollevò la portiera che subito ricadde ondeggiando dietro le sue fuggevoli spalle.
L'usciere tremulo rimase un istante in sospeso, poi rassegnato si volse a me, che m'ero seduto sopra un divano di dubitoso colore tra l'aragosta non ancor finita di cuocere e il teocriteo amaranto.
— E lei chi cerca?
— Io sono con quel signore.
— E quest'altro è con lei?
Così domandando, additava alla mia sinistra: stupefatto mi voltai, ma al mio fianco, sul divano, dov'egli additava, non c'era nessuno.
Guardai quella tremante larva filamentosa, che sopra una fronte ossuta ergeva una chioma candidissima. Ma essa parlava con la maggior serietà del mondo. Infatti ripetè:
— E questo signore?
Sebbene ogni giorno m'avvenga di dover trattare con dei matti, io stavo a disagio, chè i matti quotidiani sono di un'altra natura. Ma d'un tratto mi credei d'ammattire io, chè al mio fianco, al mio fianco sinistro, dal divano su cui stavo, dove avevo ben visto che non c'era nessuno, una voce mi parlò incorandomi:
— Diglielo dunque, chi sono.
Stetti per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto la voce, e subito al terrore frammettendosi una tepida commozione, esclamai:
— Tu!...
— Sì, io — rispose il Dàimone: — da un pezzo t'eri dimenticato di me.
— Ma costui, costui? — gli domandai con angoscia: — io non ti ho mai visto; credevo che tu avessi voce, ma non forma visibile. Come avviene che questo simulacro d'uomo ti vede?
— Non so, è merito suo: non offenderlo.
L'usciere canuto non s'era offeso; ma con imperturbabilità, senza alzare d'un tono quella sua voce caprina, insistette:
— E questo signore?
— È il mio Dàimone.
— Dunque è con lei. E lei è con quello che è entrato dal cavaliere. Va bene. Dovevo saperlo, per regolarità.
E tranquillamente tornò a ritirarsi nel suo recesso ombroso, soddisfatto del dovere compiuto.