3. Divagativo.

Uno scrupoloso esame mi convinse che in nessuna parte del bar si trovavano ancora persone di mia conoscenza. E nessuno, vedendomi passare e guardare, mi fe' cenno di riconoscermi nè mi abbordò con i caratteristici fonemi che si usano verso gli arrivanti a un convegno.

Sedetti dunque, e poichè quella mattina non v'era latte e i biscotti erano finiti, accettai con rassegnazione il consiglio, che un imperioso cameriere mi rivolgeva, di ordinare un ponce. Cominciai desolatamente a contemplare la macchina lucidissima che dall'alto del bancone di marmo continuava, con grandi fremiti e sbuffi, a esprimere robustamente dalle metalliche viscere negre spume di caffè, e ogni tanto, a un mezzo girar di manubrio, si convolveva di nuvole come Zeus pronto a discendere sul mondo.

Non c'era molta gente. M'incuriosirono, in piedi presso l'estremo del bancone, tre o quattro giovanotti fatti tutti alla stessa maniera come fossero stati colati in serie da uno stampo: cioè tutti erano alti e stretti; portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro sull'occipite: cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena con una larga martingala, abbasso assai corti e in alto compiuti da folti baveri di pelo nero. Anche quei giovanotti bevevano il ponce, e vidi che tutti avevano all'anulare destro un grosso anello.

Uno di quelli, volendo chiamare il cameriere, venne a battere sul piano del mio tavolino col duro castone di quell'anello: di sotto alla gemma osservai che sfuggivano due o tre setole nere. Il mio tavolino tremò alquanto e un poco del liquido si versò nel sottocoppa, ma nella sua semplicità e padronanza colui non vi fe' caso.

Quanto a me, proprio in quel momento m'avvidi che, distratto dalla contemplazione del luogo e de' suoi indigeni, non avevo più pensato alla standardizzazione del ferro.

Temei che, così avvedendomene ora, stesse per ricominciare l'ossessione. Ma d'un tratto mi sentii dare un'affettuosa manata sulle spalle.

Mi volto e scorgo un ilare viso di cui non ricordavo il nome.

— Era lei? — domandai.

— Che cosa? — rispose egli sedendo rumorosamente al mio fianco. E senza aspettare spiegazioni continuò: — Bravo! era un pezzo che non ti vedevo! Voglio pagarti un ponce.

Io ero mortificato d'aver dato del lei a uno che con tanta effusione mi dava del tu, e invocai tra me un'occasione di farmi perdonare e mostrargli il mio affetto. Perciò gli raccontai la mia avventura telefonica.

Egli pronunciò: — Certamente quel signore aveva chiamato un altro numero.

Guardai con ammirazione l'uomo prodigioso che a primo colpo aveva risolto un intricatissimo problema. Egli intanto parlava con abbondanza. Aveva cominciato col raccontarmi altri aneddoti telefonici d'ogni genere, s'era interrotto per apostrofare piacevolmente due donne che passavano, poi aveva ripreso a dissertare, non più di telefoni, ma della situazione politica; a un certo punto mi costrinse ad accettare un secondo ponce — e per me era il terzo —; mi domandò il prezzo del mio vestito e mi fece solennemente promettere di servirmi d'ora innanzi dal suo sarto; poi d'un tratto s'alzò come un vento, dicendo:

— Dieci minuti a mezzogiorno. Tu ora m'accompagni un momento alla Succursale.

Uscimmo; i tre ponci dal mio stomaco digiuno si scontrarono torbidamente col freddo intenso della strada, fumigarono con ira verso le estreme regioni inferiori e superiori del mio corpo. Arrivati a una delle vie interne del centro della città, il compagno, che aveva sempre parlato, si fermò a un portone basso. Cercai di salutarlo ma egli gridò:

— Sarebbe bella che tu mi piantassi qui a questo modo!

Salimmo a un secondo piano e accettammo l'invito d'un cartello bianco che da un uscio vetrato diceva: Avanti. Nè, parlando egli, ebbi mai agio di domandargli di che cosa fosse succursale il luogo che aveva così designato, nè l'aspetto dell'anticamera m'istruì al proposito.

Eravamo appena entrati e cercavamo qualcuno cui rivolgerci, quando d'un tratto nella parete di fondo vedemmo sollevarsi una portiera di stoffa, e uscirne, sbattendo violentemente un uscio, una signora con un cappello e un petto poderosamente sviluppati in ampiezza, la quale traversò la stanza come un turbine gridando:

— .... e ricordatevi che in questo schifoso casino non ci metterò mai più i piedi.

Questa frase durò esattamente il tempo che occorse al ciclone per coprire la lunghezza della stanza dalla detta portiera all'uscio d'ingresso, dal quale ella uscì, similmente sbattendolo: onde il tragitto fulmineo e la pittoresca frase di quell'apparizione corpulenta rimasero come incorniciati e incastonati tra due tonfi.

Io m'ero ritratto istintivamente temendo forse d'essere assorbito dall'aria ch'ella aveva smossa. Come il mio timore fu quetato, cominciai a esaminare se dalla metafora ch'era uscita dalla sua bocca irosa potessi trarre qualche lume per riconoscere il luogo in cui mi trovavo.