2. Patologico.
Andandomene a piedi (non ricordo il perchè: forse v'era sciopero di tranvieri e altri trasportatori della persona umana) verso il bar del Commercio, che era, ed è tuttora, al lato meridionale di piazza del Duomo — andandomene dunque a piedi verso l'arcano dell'anonimo convegno, mi avvenne un fatto alquanto singolare, cioè, ch'io non mi sentivo abbastanza incuriosito di quell'arcano, nè della persona, non ancora identificata, che m'aspettava laggiù.
La causa di questa mia condizione non va cercata in un superiore disprezzo delle cose pratiche e mondane, ma in un fatto assolutamente morboso. Io m'ero svegliato quella mattina con una frase in capo, venutavi chi sa donde, ed era questa:
— La standardizzazione del ferro....
Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole il giorno avanti scorrendo in distrazione la rubrica industriale di qualche giornale. Ma l'Antico Avversario s'era divertito a coglierle e metterle in serbo, per poi ficcarmele nel cervello durante la notte, quando le scolte dell'intelletto non vigilano alle porte.
— Che cosa, che cosa è mai la standardizzazione del ferro?
Così angosciosamente domandandomi camminavo. Non so se più m'irritava l'ignorare il senso di quella locuzione, o la sua forma fonica, fastidiosa d'imbarbarita civiltà. Invano cercavo una distrazione nelle cento immagini che le strade operose offrono ai più preoccupati passanti. A ogni insegna di ferro e a ogni rotaia di tranvai, mi avveniva di domandarmi:
— Chi sa, mio Dio, se quel ferro è standardizzato!
Passavano creature fascinose, ma non valeva la loro vista a consolarmi. E credo che se la più bella di esse m'avesse rapito e tratto a sè e offertami la bocca, io su quella avrei languidamente mormorato una sola parola:
— Standardizzarti....
E il mio stomaco era ancora digiuno.
In queste condizioni pietose giunsi alla mèta.